“Briganti o migranti?”

Unibas graduation day  

21 settembre 2021

“Riflettiamo sul provocatorio messaggio di un secolo fa di Francesco Saverio Nitti ai giovani meridionali: “Briganti o Migranti

Stefano Rolando

Si è svolto a Potenza il 21 settembre 2021 il  Graduation day dell’Università della Basilicata  introdotto dal Rettore dell’Ateneo professor Ignazio Marcello Mancini, con il Corpo docente e i 257 laureati magistrali dell’anno accademico concluso. Per la prolusione dell’evento è stato chiamato il prof. Stefano Rolando, presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (Melfi) e professore all’Università Iulm di Milano, già direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. brani significativi della relazione sono stati pubblicati il 22 settembre dal quotidiano La Nuova del Sud.

A chi se non ai giovani meridionali pensava Francesco Saverio Nitti scrivendo dei dilemmi storici e sociali nel quadro del difficile avviamento dell’unità d’Italia?

In realtà provocava il dibattito. Lasciando aperta solo la forbice patologica del dilemma. Scriveva infatti: “Briganti o migranti”.  Come fossero le prevalenti soluzioni in campo.  Non sarebbe stato legato al suo nome né un vero pensiero, né una seria linea di riforma dello Stato e dell’economia se quel quesito fosse rimasto nell’indistinto minaccioso. Pur nello spirito di scuotere e responsabilizzare. 

In realtà anche un secolo fa era possibile cambiare e migliorare l’Italia. Per questa ragione allusiva, la vicenda di un lucano di famiglia garibaldina, che arriva per talento a governare, con visione nazionale ed internazionale, questo Paese, in tempo di assoluta difficoltà, ci interessa. E ci fa dire che anche oggi, con sguardo europeo, è possibile cambiare e migliorare l’Italia

Cosa vuol dire brigante? Vuol dire colluso, anche indirettamente, con un mercato del lavoro meno libero di come dovrebbe essere. E cosa vuol dire migrante Vuol dire messo nelle condizioni di non poter coniugare a casa propria competenza e dignità.

La forza della ragione e il carattere pedagogico della storia – che altro vuol dire studiare e laurearsi? – valevano alla fine dell’Ottocento, nelle burrasche del Novecento, in questo avvio di terzo millennio globalizzato e provocato da molte crisi: salute, ambiente, libertà, prosperità.

Valevano (e valgono oggi) a certe condizioni.– A condizione che qualcuno ci riflettesse (e ci rifletta) sopra con creatività e spirito di proposta.– A condizione che un processo educativo interpretativo e non solo descrittivo ne facesse (e ne faccia) materia accessibile per tutti.– A condizione che le barriere sociali, familiari e personali non fossero lì (come sono ancora lì) a proteggere gli stereotipi.

Il tema è di essere nella condizione di valutare la distanza tra le parole della ragione e la realtà dei conflitti del nostro tempo. Penso sinceramente che quando ti laurei prendi il passaporto per giudicare in modo adulto e responsabile queste distanze.

La parola stereotipo induce ad un incisoDi cui sento stimolo disciplinare nel giorno che segna il vostro Rubicone tra apprendimento e posizionamento.  Penso agli aspetti culturali e a quelli civili. Rispetto a qualunque genere di laureati la comunità di appartenenza meridionale (per nascita e studi) obbliga ad una lettura seria non solo del Sud oggettivo, statisticamente realistico. Ma anche del Sud rappresentato, quello che attraversa varie forme di immaginazione, di storpiatura delle cause storiche, di pressappochismo definitorio, di avviluppo di valori e stereotipi. 

Ricordando che per una parte cospicua degli italiani gli stereotipi finiscono per essere valori. 

Così da fare i conti – civili e professionali – con una battaglia complessa, che esiste soprattutto dall’affermarsi delle comunicazioni di massa. La battaglia contro una insufficienza critica nei confronti delle rappresentazioni mediatiche. Ma anche la battaglia, all’opposto, contro un compiacimento eccessivo nei confronti di un utilizzo corsaro degli stereotipi stessi. 

Ringrazio il Rettore prof. Mancini per avermi chiamato in questa giornata, anche nella mia qualità di presidente della Fondazione Nitti. La Fondazione ha promosso di recente a Villa Nitti a Maratea un forum dedicato a “Sud&Nord” cercando di rovesciare appunto stereotipi. Una stella polare – lo ha ricordato Giuliano Amato nelle conclusioni – riguarda il rapporto tra unità e diversità che nutre la sostanza ultima della nostra Costituzione

Tra l’unità e la diversità conta il “rapporto”, conta la qualità e l’evoluzione dell’interazione. Che rappresenta nel rapporto Nord e Sud un inventario non legato solo alle vacanze dei settentrionali e ai radicamenti migratori dei meridionali. Esso deve modernizzarsi nella partecipazione a progetti comuni

Nitti – nel piagnisteo ipocrita che riguardava l’immenso flusso migratorio nazionale (tra il 1880 e il 1920 metà Italia emigra!) – ebbe opinioni opposte persino al suo maestro Giustino Fortunato, per convenire con il carico doloroso dell’evento, ma individuandone il contributo alla sprovincializzazione, alla crescita sociale, al rafforzamento delle competenze collettive, al reddito delle famiglie.

La cultura del nostro radicamento identitario, inteso come sentimento di ogni comunità verso il proprio patrimonio simbolico – che sento vivo tra i giovani e vivissimo tra i giovani meridionali – aiuta a vivere le esperienze di studio e lavoro nel mercato globale dell’apprendimento e delle professioni con l’elastico mentale e culturale verso la propria terra. 

Prima o poi – in un modo o nell’altro – si torna. 

Nel frattempo si stimolano tre cose che nel nostro Mezzogiorno devono rafforzarsi:• non aspettare tutto dall’alto; • partecipare con orgoglio ai processi di trasformazione, ibridazione, innovazione; • essere inflessibili contro il degrado culturale e ambientale, valutando il nostro oikos come risorsa primaria.

La morale di queste riflessioni potrebbe tradursi così: se volete andare altrove, in Italia o nel mondo, non è né un’offesa, né una sconfitta. Ma tenete a mente che i legami identitari lavoreranno dentro e indurranno prima o poi a pareggiare alcuni conti. Se volete fare ora i conti con quei legami, benissimo ugualmente. Ma tenete, se volete, in vista il tema del vostro contributo possibile per migliorare il vostro contesto. 

Pensavo a questa giornata mentre vedevo lo scorrere della nostra avventura olimpica.

Storie di riscossa dal basso, di ibridazione etnica, di fierezza sociale e identitaria nel concetto moderno e plurale di “patria”. A cui si sono aggiunti i caratteri della tenace battaglia per rovesciare l’handicap che ci ha avvinto attorno alle recentissime Para-olimpiadi

Questa vostra laurea è – nel suo piccolo/grande significato – una sorta di olimpiade personale.

Vi auguro di viverla dentro di voi trovandole significati anche non apparenti.

Molto spesso vedo, nelle dediche che gli studenti scrivono nella pagina bianca che separa il frontespizio dall’indice, la citazione dei genitori; oppure la citazione di fidanzati e fidanzate; oppure ancora la citazione dei nonni.  Non vedo mai – e mi aspetto sempre – dediche a sé stessi. Non di presunzione, ma di orgoglio, investimento, progetto. Dedicate la giornata a chi vi è caro. Ma dedicate lo strumento della vostra riorganizzazione personale (si può chiamare così una laurea?) a voi stessi. Stipulando oggi un patto personale sui punti in cui si incrociano le competenze acquisite,i valori di appartenenza e lo sguardo ai bisogni collettivi. 

Arriverà il giorno in cui misurerete su questo pensiero – più che sui soldi guadagnati o sugli incarichi conquistati – la vostra vera crescita. 

Unibas, a Potenza ritorno del “Graduation Day”

Con video di sintesi dell’evento

https://youtu.be/MkIUkknzPdI



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