Sandro Pertini memoria vivente. “La fierezza e la tenacia” – Commento al repertorio fotografico (aggiornato al 25.9.2021)

Commento al repertorio fotografico dedicato a Sandro e Carla Pertini

aggiornato al  25.9.2021, in occasione del 125° compleanno di SP.

A cura di Stefano Rolando (con la Fondazione «Sandro Pertini»)

Parole e immagini

In occasione del trentennale della scomparsa di Sandro Pertini. Con Umberto Voltolina lo abbiamo rievocato in Toscana nella città di Giovanni Gronchi perché le Acli locali, dopo un evento dedicato al “loro” presidente hanno scelto di dedicare una pari occasione per parlare di un presidente come Sandro Pertini. Se lo chiamiamo ugualmente “il nostro presidente” rispettiamo il diritto dei socialisti di rivendicarlo. Ma anche quello di tutti gli italiani di considerarlo al tempo stesso un padre della patria e uno dei suoi maggiori difensori moderni. Per questo in occasione dei un evento di memoria svolto al Centro polifunzionale Sandro Pertini di Peschiera Borromeo il 17 settembre 2021, questo tema è stato ugualmente la traccia dell’evento e la motivazione dell’uso delle immagini di repertorio lì commentate.  Immagini integrate ampiamente dall’archivio fotografico personale di chi parla e dall’archivio della Fondazione Pertini. Con l’occasione è iniziato un riordino dell’archivio fotografico completato il 25 settembre data del 125° anniversario della nascita del presidente Pertini.

La parte personale di questa storia (e di una parte del materiale fotografico)

comincia nel 1965 (56 anni fa) quando l’allora sedicenne direttore del giornale degli studenti del Liceo classico Carducci di Milano, nella casa del dott. Bruno Acht (che era il medico dentista di Sandro Pertini e parte della comunità ebraica europea perseguitata dal nazismo), consegnò all’allora vicepresidente della Camera il numero speciale di quel giornale (fatto insieme al giornale del Liceo Parini) dedicato al ventennale della Resistenza. In prima pagina un promemoria per la nostra generazione firmato dai due giovani direttori e nell’ultima pagina di copertina un articolo di Walter Tobagi, nostro coetaneo eroe della democrazia italiana ucciso dalla componente più vigliacca del finto rivoluzionarismo che bruciò il cervello a una parte della generazione che aveva tra i venti e i trenta anni negli anni ’70.  Carla e Sandro Pertini mi aprirono le porte di casa a Roma. Nella buona e nella cattiva sorte quelle porte rimasero aperte per sempre.

Sandro Pertini, all’origine della sua vita

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto “Sandro”, nacque a Stella alle ore 17:45 di venerdì 25 settembre 1896 da una famiglia benestante (il padre Alberto Gianandrea, nato a Savona il 26 gennaio 1853 e morto giovane a Stella il 16 maggio 1908, era proprietario terriero), quarto di quattro fratelli e una sorella arrivati all’età adulta (su tredici): il primogenito Giuseppe Luigi Pietro, detto “Gigi”, nato a Savona il 16 gennaio 1882e morto nella stessa città il 2 febbraio 1975, pittore; Maria Adelaide Antonietta, detta “Marion“, nata a Stella il 3 ottobre 1898 e deceduta a Genova il 4 aprile 1981, che sposò il diplomatico italiano Aldo Tonna; Giuseppe Luigi, detto “Pippo“, nato a Stelll’8 agosto 1890e ivi morto il 27 agosto 1930, ufficiale di carriera; ed Eugenio Carlo, detto “Genio“, nato a Stella il 19 ottobre 1894, deportato nel campo di concentramento di Flossembürg, dove morì il 20 aprile 1945. Molto legato alla madre Maria Giovanna Adelaide Muzio, nata a Savona il 20 dicembre 1854 e morta a Stella il 31 gennaio 1945, fece i primi studi presso il collegio dei salesiani “Don Bosco” di Varazze, poi al Liceo Ginnasio “Gabriello Chiabrera” di Savona, dove ebbe professore di filosofia Adelchi Baratono, socialista riformista e collaboratore di Critica Sociale di Filippo Turati, che contribuì ad avvicinarlo agli ambienti del movimento operaio ligure. 

Cominciamo da due connotazioni di Sandro Pertini che reggono nel tempo.

E’ stato Carlo Azeglio Ciampi a parlare di “indomito combattente”. Ed è stato Norberto Bobbio a parlare di “fierezza e tenacia” riguardo alla figura e alla personalità di Sandro Pertini. A più di trenta anni dalla sua scomparsa – oltre a svolgere il tema al passato si può anche svolgerlo al presente. Guardando alla nostra società oggi, con la politica di oggi, con le crisi di oggi. E provare a immaginare perché l’Italia di questo primo secolo del terzo millennio deve conservare memoria e affetto appunto “fiero e tenace” per questo eroe del suo tempo che ha regalato agli italiani grandi patrimoni materiali e simbolici.

A proposito di «patrimonio simbolico».

Il primo argomento riguarda il vissuto senza compromessi di un antifascismo valoriale. Sentimento strenuo, dai suoi anni giovanili, pagando tutti i prezzi di questa guerra a mani nude contro il totalitarismo crescente: sei condanne, dodici anni di galera, una cella per ogni carcere duro, due straordinarie evasioni, per riprendere comunque e dovunque una lotta senza quartiere. Se Antonio Scurati ha avuto ragione a scrivere la biografia di Mussolini sostenendo che il fascismo è stato una domanda popolare nella pancia degli italiani, un giorno ci sarà un così abile scrittore che riscriverà la storia di una immensa eccezione a quella maggioritaria domanda che veniva dalla pancia degli italiani. Una contro-lezione storica che non possiamo considerare di seconda importanza. E una storia che Sandro Pertini ha tenuto viva eroicamente durante il fascismo e in forma di resistenza intesa come identità nazionale non come storia di parte in età poi repubblicana.

L’immagine simbolica della Liberazione dell’Italia intera

Il secondo argomento è costituito dall’ardimentosa storia di Pertini come rappresentante socialista in seno al CLNAI con gli episodi della liberazione di Firenze e la liberazione di Milano che sono la bandiera di quei trecentomila ragazzi italiani che sono stati pronti a dare la vita per non far dire – come purtroppo in Germania non è stato possibile – che il fascismo comandò fino all’ultimo senza opposizione. Così che il suo discorso sotto le guglie del Duomo di Milano il 26 aprile del 1945 (il “giorno dopo”) non è solo il simbolo della liberazione di una città ma è rubricato dalla storia come l’immagine simbolica della liberazione dell’intera Italia.

I socialisti italiani nel dopoguerra

Il terzo argomento è il posizionamento nel travaglio dei socialisti italiani dal 1945 ai primi anni sessanta, in cui l’aspirazione a governare il paese si realizza con una autonomia rispetto all’unità con i comunisti, conquista dura ma inevitabile di una generazione che con i comunisti aveva combattuto le stesse lotte di liberazione. Ma la patria doveva essere una sola. Non una di facciata qui e una vera altrove. Per quella generazione questa svolta fu difficile. Anche tortuosa. Ma alla fine Nenni, Saragat, Pertini, Lombardi la condussero – ciascuno a modo loro – liberando la sinistra italiana dal fardello di un’ideologia condannata alla cultura dell’opposizione.

Popolo e istituzioni

Il quarto argomento è il rapporto di popolo nel corso del settennato, in cui il presidente Pertini raccolse la guida della più simbolica istituzione del Paese nel momento della sua più bassa reputazione  elevandola – come poi è sempre rimasta – a una fascia di immagine alta per gli italiani,  rispetto alla loro considerazione, purtroppo,  per la politica in generale.

Carattere e stile

Il quinto è di avere interpretato, non con il buonismo del vecchio nonno, come certo giornalismo ha provato a dire, ma anzi con la durezza della memoria e la generosità del rispetto volteriano per l’avversario  e dunque con elementi di garanzia per la nostra democrazia,  una proposta di immagine dell’Italia di cui l’Italia aveva un estremo bisogno. Lo straordinario successo dei suoi viaggi nel mondo e nelle comunità italiane nel mondo,  il rispetto profondo dei capi di stato e di governo, il meraviglioso riconoscimento degli artisti (cito per tutti Francesco De Gregori) ma anche la popolarizzazione tra i giovani  (per esempio le saghe del fumettista Andrea Pazienza), non sono l’artificio di un’organizzazione dell’immagine, oggi con uno stuolo di operatori sulla rete e sui media pagato dai contribuenti, ma i riscontri di un uomo solo con il suo metro morale.  Che bastava a farci riconciliare rispetto a storie più antiche (a cominciare dall’epopea di Garibaldi) che sembravano evaporate nell’età moderna.  Quelle raccontabili a una generazione di giovani e quelle che l’avara toponomastica delle nostre città dovrebbe trattare oggi con più attenzione.

In aggiunta

Due riflessioni che riguardano aspetti di dibattito sulla personalità e i caratteri di Pertini, figura certamente singolare nel panorama della politica italiana dell’età repubblicana, su cui bisogna cogliere chiavi di interpretazione né scontate né banali.

Una prima questione. Circolava la diceria che Pertini fosse stato un eroe, un combattente, ma che capisse poco di politica. Questo valeva soprattutto per le lotte interne di partito. Non ci ha lasciato libri di teoria (quasi tutti gli autori di quel tempo se li sono dovuti rimangiare),  non ci ha lasciato pagine indelebili di analisi dei cambiamenti. Ma si può nascere essendo Norberto Bobbio e si può nascere essendo Sandro Pertini. Cioè si può anche scrivere analisi e interpretazioni con una parola, con un gesto, con una fermezza, con un simbolo. La strada assertiva e simbolica è quella che Pertini assume davanti al Tribunale Speciale del fascismo e la esercita poi per tutta la vita. Davanti al feretro di Enrico Berlinguer. O davanti alle spoglie di Guido Rossa. O davanti alle macerie del Belice e dell’Irpinia. O ancora davanti al pubblico di tutto il mondo nella finale di Madrid del 1982.Ma bisogna avere una vera storia personale alle spalle per utilizzare autorevolmente il linguaggio simbolico.

E poi una seconda questione. Resta certamente un capolavoro politico avere immaginato possibile dimostrare che la democrazia italiana, dopo quaranta anni, avrebbe avuto per tutti un beneficio dimostrando il suo sblocco almeno quello possibile per i tempi. Pertini provò – prima incaricando Ugo La Malfa, ipotesi che non andò a buon fine, poi Giovanni Spadolini e Bettino Craxi – una fase che chiuse un’epoca.  Condotta anche mantenendo con Bettino Craxi stesso una sottile tensione che rendeva tuttavia possibile – in un paese con il 70% del voto distribuito tra DC e PCI – sostenere due socialisti ai vertici della politica nazionale. Diciamo un modo diverso di far politica. Questa cosa va letta in modo meno approssimativo del giudizio di conflitto o di polemica tra Pertini e Craxi.Prima di tutto tra loro – nelle loro distinzioni generazionali, di carattere e qualche volta anche di indirizzo politico – ci fu stima, rispetto e conoscenza profonda per entrambi di rilevanti storie comuni (ricordando qui che il papà di Craxi, Vittorio Craxi, fu prefetto della Liberazione di Como nominato dal CLN su proposta di Pertini che ne era membro). Ma, appunto, il singolare ruolo di due socialisti al vertice della politica italiana in un quadro politico che vedeva i socialisti antagonisti dei due maggiori partiti, comportava un certo loro disallineamento di cui entrambi erano silenziosamente consapevoli e che esercitavano con discernimento e comunanza di valori di fondo. Ne sono stato personalmente testimone sia per quanto riguarda Sandro che per quanto riguarda la Carla. Come erano fatti i socialisti: diversi uno dall’altro e liberi di esserlo. Ma intimamente e consapevolmente connessi dalla vicenda storica.

Cultura, arte, spettacolo, sport e informazione

Una storia, un’epoca, una contaminazione continua.Una generazione che non aveva mai scisso cultura e politica. Nel rispetto dell’autonomia dell’arte e del talento. Ma anche nella passione delle scelte, delle preferenze, delle relazioni personali. Ciò valeva per gli eventi (soprattutto in Italia e in Francia) e per il rapporto personale con gli autori, i creativi, le loro realizzazioni.Nelle più alte istituzioni dello Stato, quindi, la volontà di testimoniare questa riconoscenza.

Attorno a Pertini

La narrativa su Pertini è parte della popolarità. Su di lui non solo storia e testimonianza storico-politica. Ma anche musica, arte, grafica, satira. E qualcosa della sua vita privata che resta spesso protetta nella privacy che Carla difende. Poi nel tempo su di lui libri e comunicazione.

I successori al Quirinale

Dopo Sandro Pertini, che lascia il Quirinale a giugno del 1985, le presidenze di Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Figure diverse per storia, esperienze, significati valoriali, che hanno alimentato il rispetto delle istituzioni e del Paese per Sandro Pertini.

La Carla

Non c’è una vera biografia di Sandro Pertini che possa prescindere dalla “Carla”, cioè da Carla Voltolina. Nata a Torino il 14 giugno 1921, sposata da Sandro Pertini a Roma l’8 giugno 1946, morta a Roma all’età di 84 anni il 6 dicembre 2005, figlia di Rosa Barberis e di Luigi Voltolina colonnello dell’esercito. Carla scoprì il suo antifascismo generazionale diventando partigiana delle Brigate Matteotti e impegnando la sua vita nella causa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Fu Carla Voltolina ad avere assegnata la missione di “tenere in sicurezza” il passaggio segreto di Sandro Pertini, già mitico capo del CLNAI dal Monte Bianco a Torino per rientrare in Italia in vista delle insurrezioni delle città del centro nord. Fu Carla Voltolina a sventolare la prima bandiera rossa sul tetto della CGE in sciopero contro i nazisti occupanti. Vissero nella clandestinità fino al 25 aprile. Si riconobbero come una coppia indissolubile e si sposarono a Roma con l’avviamento della Repubblica. Rimasero una cosa sola fino al termine della loro vita.

Qualche immagine personale

Le tante occasioni soprattutto domenicali del settennato di alleggerire la gravosità degli impegni del Presidente in un tempo  di conversazione, di buona e semplice cucina, di imbastitura di qualche lavoro di scrittura o di elaborazione, ovvero di riflessione  personale su viaggi ufficiali e particolari rilevanze dell’agenda, con la libertà di Carla e Sandro di incontrare talvolta amici in visita e soprattutto di ascoltare riscontri e notizie di mondi diversi spesso legati alla cultura e alla creatività. Questo ritaglio di documentazione «privata» assume un certo senso nel quadro della storia maiuscola che sta attorno. Per spiegare ancor più chiaramente l’estrema integrità di una figura così rilevante della politica italiana del ‘900.  Stare a fianco, per molti anni anche nel quadro di una vita matrimoniale, quindi nello schema di una coppia più giovane in amicizia con una coppia più grande, è stata un’esperienza di affetto, lealtà, dedizione al di fuori anche della più piccola connotazione di interesse. Ovvero di nessuna incidenza sulla carriera personale, su incarichi, nomine e sulle stesse opportunità sociali. Pur svolgendo una carriera – in particolare negli anni ‘80 – interna al sistema istituzionale, ciò ha facilitato la conoscenza dei contesti di un dialogo e di una disinteressata collaborazione. Ma senza nemmeno portare nel discorso comune vicende di lavoro e la conoscenza stessa di che lavoro fosse. Ugualmente l’impegno professionale di Renata nel campo della psicologia e della psicoterapia applicata a contesti di gravi sofferenza psicofisiche è stata messa a disposizione della passione di Carla Voltolina per queste materie e al servizio del suo stesso conoscere ed agire nel campo,  senza che ciò producesse la ben che minima correlazione con il carattere di quella professione  e con le dinamiche dei contesti istituzionali di riferimento. Solo grazie a questa «condizione di grazia» si spiega la tenuta ideale per anni di una storia – di cui le foto che seguono sono solo alcuni frammenti –  che resta caratterizzata, nella memoria di chi scrive, dallo spirito di una coppia senza figli (per aver fatto una vita austera e di lotta), che si è concessa, accertata la fiducia e i valori ideali comuni, di avere uno scambio costante vissuto come filiale. Tanto che l’altra coppia mantiene vivo, nella vita successiva alla scomparsa di Carla e Sandro Pertini, questo presidio riconoscente della memoria.

Tornando in conclusione alla definizione di Norberto Bobbio.

Lo accompagnai insieme a Carla, con cui andammo nella sua casa di Torino per recarci poi al Salone del libro nel 1992, per presentare ad un grande pubblico i due volumi curati da Giovanni Errera in seno alla Fondazione Turati di Firenze – che editai allora alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, raccogliendo comunque in due cospicui tomi i discorsi e gli scritti importanti di Pertini da Montecitorio al Quirinale. Ci sedemmo e lo ascoltammo. E Bobbio parlò per un’ora dicendo cose che qualunque generazione dovrebbe mandare a memoria sulla nostra migliore storia d’Italia.  Tra cui queste parole, con cui Bobbio cominciò il suo discorso proprio sulle parole che sono state scelte come titolo dell’incontro di Pontedera e di quello a Peschiera Borromeo. Se dovessi definire con una parola il carattere di Sandro Pertini, la cercherei nel vecchio catalogo delle nobili virtù. Forse la parola più giusta è fierezza. Leggendo i suoi scritti e discorsi, accade di leggere: “Io sono stato fiero e orgoglioso…”, “con fierezza e tenacia…”. Rivolgendosi ai giovani: “Se voi volete vivere fieramente…”. Fierezza, virtù dell’uomo libero, che va diritto per la sua strada, non guarda in faccia a nessuno, incurante degli ostacoli che gli sbarrano la via, perché convinto di essere su quella giusta. Fierezza è anche consapevolezza della propria dignità, ma senza eccessivo compiacimento di sé, che è orgoglio, e senza ostentazione, che è alterezza. Tenere, come si dice, la testa alta, non piegarsi ai potenti. Il contrario della pusillanimità e della volgarità. Cercare di non compiere mai un’azione di cui tu debba vergognarti di fronte a te stesso”.

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