Elezioni amministrative 2021. Ballottaggi: risultati non sorprendenti.

Inizia la lunghissima corsa verso le politiche, con i perdenti che debbono rivedere tutto e i vincenti che devono recuperare elettorato rimasto a casa e soprattutto un progetto-paese che, per le amministrative, non era necessario.

Articolo di Stefano Rolando per il giornale online ì’Indro (19.10.2021)

Questi ballottaggi non avevano il carattere della suspense. Cioè “quello stato di tensione ansiosa con cui si assiste al succedersi di fatti complicati dei quali non si riesce a prevedere l’esito” (Oxford Languages).

  • I “fatti complicati” si sono verificati più fuori dalle elezioni, con l’innesto speculativo dei neofascisti sulla prova di forza in piazza dei no-vax. Qui tutto è filato via liscio invece, con sequenze prevedibili.
  • Lo stato “di tensione ansiosa” non è stato il titolo di nessun giornale anche locale a commento delle amministrative, nemmeno là dove si giocava la rottura dei lunghi trend. Per esempio la disperata battaglia della Lega per riprendersi almeno la città-culla, Varese, operazione andata sotto di quasi sei punti con il successo di Davide Galimberti del CS, che ha, al contrario, riportato alla luce il tema della Lombardia contendibile.
  • L’”esito imprevisto”, infine. Non sarà nessun giornale di domattina (questa mattina per chi legge) a titolare così, perché non c’è città andata al ballottaggio in cui l’esito non era già scritto non solo dagli analisti ma anche dalla signora Maria.

Eppure, anche senza suspense, questo secondo turno chiude un test amministrativo tra i più “politici” degli ultimi anni. Perché senza far battere il cuore a nessuno, forse nemmeno ai vincitore, crea un elemento di certezza, un paradigma di stabilità, una cornice di continuismo sul governo di emergenza, che in questo momento hanno un forte significato per l’Italia intera.

Gli schieramenti

Il centrodestra era partito (a un certo punto) pensando che le proprie divisioni strutturali potevano ricomporsi all’ultima curva prima del voto, in nome di una supposta maggioranza tendenziale nel Paese che sarebbe stata raccolta (si parlava di Torino, di Roma e anche di Napoli, cioè delle città già guidate da populisti e demagoghi) con candidati anche improvvisati.

Un secco no a questa invenzione. Improvvisata così come i candidati messi in campo, con l’eccezione di Torino che ha mostrato infatti una certa contendibilità, pur evaporata nella fase finale.

E un secco no anche al giochetto di litigare su tutto, dividersi addirittura tra governisti e antigovernisti, per poi credere di comandare a bacchetta un elettorato conservatore in nome di qualche slogan rifritto, di qualche boato allarmistico, di qualche strumentalizzazione d’occasione.

Tutti oggi dicono che si apre il cantiere del ripensamento radicale per il centro-destra e ciò è un bene per la democrazia italiana, un bene che emerge con chiarezza dalle urne. Non comincerà al volo. Perché, all’italiana, si passerà da maldipancia a torsioni, da retoriche unitarie a sfarinamenti, nell’arco di un certo tempo.

In altri paesi chi perde sia sul terreno della visione come su quello della tattica dovrebbe passare la mano. Qui pare che l’argomento sia indigesto. Ma nella Lega il conto alla rovescia per Matteo Salvini è da oggi un tema. Fino a pochi giorni fa non dichiarabile. Se Salvini pensasse che smarcarsi dal governo Draghi gli restituirebbe smalto, si troverà su un ring in cui quel “countdown” è già suonato.  La solitudine – nazionale ed europea – di Giorgia Meloni rende la sua notevole scalata elettorale una benzina annacquata. Segnata anche dall’errore palese della candidatura romana.  Così da mettere in movimento una revisione che FdI pensava di rimandare a dopo il 2023. Mentre l’ambiguità strategica di Forza Italia è arrivata all’ostacolo decisivo. Dentro o fuori quel sistema di alleanze.

Il centrosinistra incamera il consolidamento del partito guida, il PD. Che disegna un percorso lungo la stessa dorsale del Frecciarossa (Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Salerno), un presidio sui sistemi urbani che contano e che potrebbe diventare (a saper giocare questa partita) l’asse reattivo dei territori forti per entrare finalmente nel negoziato con il governo e con l’apparato di Stato su PNRR e Fondi di coesione e sviluppo senza temere troppo le mediazioni regionali. Ambiti che nascondono interessi più pasticciati. Soprattutto disegna un percorso di sindaci e di gruppi dirigenti non allineati monoliticamente con il Nazareno. Dunque con un pluralismo (posizioni, indipendenze, visioni, alleanze) che permette di far dire a Enrico Letta che con questo PD si può “federare” un ampio centrosinistra senza timori di “centralismo”.

Questi argomenti contengono – non è difficile vederlo – anche debolezze, aspetti irrisolti di chiarimenti identitari, che tuttavia prendono ossigeno dalle urne. Simmetricamente all’indebolimento di Salvini si rafforza la tenuta filogovernativa del PD che quindi offre, rispetto agli avversari, il fatto che ora il PD è la forza meno contraddittoria.

L’area lib-dem resta in generale in ombra, ovvero nella sua frammentazione (che contiene anche il tema di un difficoltoso rapporto tra civismo e piccoli partiti). Ma fa emergere (dal primo turno) il capolavoro metodologico di Carlo Calenda (un partito moderno di programma) con un risultato (primo partito a Roma) che ha qualche argomento di forza per rilanciare nella situazione nazionale una difficile tessitura “intermedia”. A condizione che il bipolarismo (e quindi il maggioritario) non torni a imporsi, come è facile prevedere converrebbe al PD. Difficile fare previsioni sulle tendenze della legge elettorale. Ma il quadro emerso offre contenuti più chiari alle posizioni in campo per tentare, entrambi i fronti, di spiegare meglio agli italiani che le qualità del sistema politico comportano opzioni quasi sempre discusse solo dagli addetti ai lavori.

Lo spettro dell’astensione

Guardando al quadro più ampio degli esiti del ballottaggio, a Trieste il centrodestra a traino FI resiste al forte recupero del candidato del centrosinistra e assicura (di misura, cioè al 51,9%) una bandiera che risponde più a condizioni locali che a tendenze generali. Mentre il sud fa germogliare anche voglia di prima Repubblica, con un socialista (Franz Caruso) che vince a Cosenza e un democristiano (Clemente Mastella) che vince a Benevento. Cinquestelle, per completare, è in rotta, perdendo la guida di Torino e Roma e non profilando un risultato di qualche peso simbolicamente equilibrante, con la dovuta avvertenza che i turni amministrativi non hanno mai favorito questo partito e che la complessa ricomposizione del gruppo dirigente non ha permesso il tempo di creare una fisionomia definita e una tematica elettorale percepibile (fatta salva la difesa del reddito di cittadinanza).  

Un dato che manterrà riferimenti nel dibattito politico italiano è quello relativo al fatto che primo, primissimo partito, è quello dell’astensione. Il dato dell’affluenza al voto nei ballottaggi è 43,9%. Più del 9%, rispetto al primo turno, rimasti ulteriormente a casa. Cosa che lascia intendere che oltre alla disaffezione si è formato anche un ambito di radicata “non decisione”.

Se l’esito dei ballottaggi non desta stupore, si debbono anche leggere i ritardi di un sistema malato – quello dei partiti politici italiani – che supera questo turno elettorale con meno danni di ciò che era prevedibile, ma con problemi che non finiscono qui, con le somme tirate dagli scrutatori sulle schede depositate da molto meno della metà dell’elettorato.

Inizia, insomma, la lunghissima corsa verso le politiche, con i perdenti che debbono rivedere tutto (come nemmeno loro si aspettavano fino a pochi giorni fa) e i vincenti che devono recuperare elettorato rimasto a casa e un vero progetto-paese che, per le amministrative, non era necessario (come loro sapevano bene e con crescenti inquietudini).

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