Ambientalismo e comunicazione nell’era del bla, bla, bla.

G20 e Cop26 lasciano per terra molti conflitti ma scrivono nel cielo il “bla, bla, bla” di Greta.

Un rebus di comunicazione pubblica su cui bisognerebbe cominciare a discutere.

Stefano Rolando [1]

Sul giornale online L’Indro, 8.11.2021

Il “voi siete capaci solo di fare bla bla bla” di Greta, bisogna dirlo, è un’idea comunicativa efficace e potenzialmente universale.  Fissa l’irriducibilità dell’antagonismo ambientale tra le generazioni, tra il fronte della protesta e il fronte delle decisioni, tra la semplicità del messaggio ecologico e la complessità delle argomentazioni incastrate nelle deroghe e nella permissività.

E’ più facile e diretto dire, come dice Greta, che “la Cop26 è fallita” oppure, come ha detto Mario Draghi prima di Glasgow, che “almeno il G20 è riuscito a creare l’accordo attorno a una data limite che finora nessuno aveva voluto concordare”?

E’ da mezzo secolo che la “recitazione” ambientalista ha la meglio sulle tribolazioni dei politici nel gestire con un certo realismo l’agenda della manutenzione del pianeta nel quadro di una caterva di interessi che regolano le economie più importanti del mondo: estrazioni, raffinamenti, riscaldamenti, cementificazione, emissioni, deforestazioni, rifiuti, depurazioni, eccetera, eccetera.

In tutti i paesi lo squilibrio di forza tra la parola e gli interessi costituiti ha prodotto nel tempo un’astuzia recitativa. Che è giunta a mettere in campo un’interprete singolarissima, apparentemente sprovveduta, inerme, la cui biografia è parte della partita dialettica ora in atto.

Parliamo, come è ovvio, di Greta Tintin Eleonora Ernman Thunberg, nata a Stoccolma il 3 gennaio 2003, figlia dell’attore Svante Thunberg e della cantante d’opera Malena Ernman nonché nipote, da parte paterna, dell’attore, doppiatore e regista Fritz-Olof Thunberg (scomparso nel 2020 a 95 anni).

Come si può notare l’inerme ragazzina è in campo con un’arma micidiale: il fatto di essere figlia d’arte nel campo della scienza della parola.  Ha, comunque, le sue forze e le sue debolezze. A 13 anni le fu diagnosticata la sindrome di Asperger: disturbo ossessivo-compulsivo, mutismo selettivo e disturbo da deficit di attenzione/iperattività.

Ma è così “inerme”, Greta, che divenuta vegana ha indotto tutti i suoi familiari a diventarlo. Ed è così “inerme” che a 15 anni ha inventato da sola una forma gandhiana di protesta contro il calore e gli incendi che hanno afflitto la Svezia: sospendere la frequentazione della scuola e restare seduta in silenzio davanti al parlamento svedese ogni giorno durante l’orario scolastico reggendo il cartello Skolstrejk för klimatet (sciopero della scuola per il clima). Ed è così “sprovveduta” che ha lanciato il movimento studentesco internazionale Fridays for Future, che oggi conta più adesioni internazionali e più eventi dell’ondata che pervase il mondo nel 1967 contro la guerra del Vietnam. Poi sono venute le arringhe (“Voi parlate soltanto di un’eterna crescita dell’economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari…”) nelle più celebrate riunioni delle élite finanziarie e politiche tra cui il Forum economico mondiale di Davos.  Ed è così “elementare”, Greta, che lo ”sciopero mondiale per il futuro” che ha lanciato nel 2019 ha attecchito in 1700 città in 100 paesi al mondo. Solo in Italia ha schiodato da casa un milione di ragazzi, quando le sagge preoccupazioni del Club di Roma di cinquanta anni fa schiodavano da noi qualche migliaio di acculturati che compravano un libro pieno di punti esclamativi.

Non c’è figura di rilievo sulla Terra – a cominciare da Papa Francesco – che non si sia preso il disturbo di incontrarla, a rischio a volte di non fare la miglior figura mediatica sulla scena.

Non si sa se Greta conoscesse il precedente, ma la sua vicenda lo ha surclassato. Il riferimento è al 1992 quando ci fu il caso della canadese Severn Suzuki, che all’età di 12 anni tenne un discorso a una conferenza ONU sulle questioni ambientali dal punto di vista dei giovani, il cui video suscitò grande attenzione in tutto il pianeta. In ogni caso nei nostri giorni il “récit” promosso da Greta Thunberg ha funzionato come rilancio simbolico planetario di un tema complicatissimo che si vorrebbe semplice semplice.

In generale in occidente – e quindi anche in Italia – la crescita dell’ambientalismo è avvenuta per lo più attraverso il fattore moltiplicatore della comunicazione. Dopo la stagione del pionierismo pedagogico (pur nobile e indispensabile, perché fondato sulla “spiegazione dei fattori naturali”, come fecero WWF e Italia Nostra soprattutto negli anni ’60 e ’70) il salto di qualità è stato costruito sull’agenda anti-nucleare e sull’idea (generata negli USA, in Germania e altri paesi continentali) di conquistarsi tribune politiche di parola. Anche qui ci voleva una certa astuzia comunicativa. I due referendum che hanno piegato e sconfitto l’industria nucleare di un paese che il nucleare lo aveva inventato (la scuola di Via Panisperna con il Nobel Enrico Fermi in testa) furono abilmente imposti in Italia  a valle di due tragedie occorse non al nucleare vero e proprio ma con nessi con il nucleare: a  Chernobyl  nel 1986, con il  referendum sulla localizzazione delle centrali nucleari che ottenne nel 1987 l’80% dei voti espressi con il quorum al 65%) e a Fukushima, marzo 2011, con il referendum del giugno del 2011 che chiuse le porte alla strategia energetica basata anche sul nucleare.

Da quel momento lo scontro tra la semplificazione ambientalista e la complicazione delle politiche che orientano il rapporto tra ambiente ed economia produttiva è al cuore dei tempi e dei modi con cui evolve il rapporto tra protesta e decisione.

Per questo conflitto, infatti, anche la dialettica tra Greta e i poteri del mondo apre interrogativi su aspetti in ombra. Brevi spunti.

  • Il mondo, tanto per cominciare, accoglie in forma ben diversa l’attacco di Greta sul “bla, bla, bla”. A Xi Jinping non gli sposta una ciglia. In Occidente smuove però media e tribune. E siccome le decisioni o sono globali o non sono, la partita recitativa in atto resta funzionale alla “transizione” dell’industria occidentale. L’economia diciamo del capitalismo ha optato per la transizione ecologica, perché è quella che smuove in questa fase più risorse miste (pubbliche e private) e ha quindi più chances di realizzare margini che il prolungamento di forme produttive fuori ciclo. Ecco che alla luce di questa riflessione Piergiorgio Oddifreddi, tra altri, scrive che allora l’agenda comunicativa di Greta è favorita dall’organizzazione comunicativo-mediatica occidentale perché – ne sia cosciente o no la stessa Greta – velocizzare, anche sull’onda della ripresa post-pandemica, nuovi colossali investimenti su questa materia è ora l’affare del secolo. Che poi questa trasformazione ecologica significhi disinquinare il mondo è tema tutto da discutere. Intanto c’è da creare un grande consenso attorno ad un fiume finanziario che modifichi i modelli di produzione.
  • Il nostro ministro della transizione ecologica, Roberto Cingolani, fa un passo avanti in questo conflitto. Si preoccupa di creare le condizioni per il passaggio “dalla protesta alla proposta”. Fin da settembre, nel corso dello Youth Climate 2021 svoltosi a Milano, ha proposto “un forum annuale” riservato alle giovani generazioni che vogliono “sentirsi rappresentate” e potersi esprimere. L’obiettivo è di non lasciare all’ipotesi più strumentale la voce della Thunberg – ovvero di tutte le Thunberg che spuntano nel mondo –  incanalando razionalmente ciò che ora appare come lo scontro dello stupore. Da qui anche le sue recenti proposte di lanciare con il fronte educativo (scuola e università) il tema della “preparazione adeguata” per far evolvere voci di protesta in un quadro in cui le basi assicurate da un vero “programma di aggiornamento degli insegnanti sulla transizione ecologica e i cambiamenti climatici” si esprimano con realismo. Lui è vieppiù criticato, Greta è vieppiù applaudita.
  • In parallelo un altro tema domina la scena comunicativa. E’ quello dell’inflazione dell’uso-prezzemolo della parola “sostenibilità” come companatico di qualunque oggetto cognitivo e operativo che suoni come trasformazione, cambiamento, rilancio, riorganizzazione, eccetera. Proprio su queste pagine ho dato voce a questa preoccupazione[2] dopo averne parlato alla conferenza sulla responsabilità sociale di Milano di metà ottobre, invitando gli operatori della comunicazione a non uniformare la parola solo ai profili ambientali e leggendo insieme le sostenibilità sociali, culturali, economiche e psicologiche in quanto sostanzialmente interconnesse.  Altrimenti l’effetto mantra si produce, lasciando a margine la comprensione delle complessità per raggiungere gli obiettivi.

Molti altri aspetti fanno parte di questa “recitazione” che ha ora al centro Greta ma attorno tante altre voci schierate in fronti che confondono un po’ i profili oppositivi con i profili concorsuali. Lo schieramento che si profila nei media e nella rete permetterebbe un’analisi interessante di questa mappa al tempo stesso in guerra e in combutta. Ma un articolo non è la tavola delle leggi. Così che, nei giorni del “bla, bla, bla”, chi si occupa di comunicazione pubblica vorrebbe solo segnalare in agenda un tema nuovo, iscritto tuttavia nelle questioni che, tra ciò che appare e ciò che è, assumono ancora profili non chiari a tutti.


[1] Insegna Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano.

[2] https://lindro.it/sostenibilita-parola-che-senza-nuove-spiegazioni-rischia-vaghezza/

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