Sulla catastrofe cognitiva della scuola italiana. Giovanni Cominelli commenta l’analisi di Mastrocola e Ricolfi. Aggiungendo una proposta.


Editoriale da santalessandro.org
Settimanale della Diocesi di Bergamo
Sabato 4 dicembre 2021
Giovanni Cominelli

LA CATASTROFE COGNITIVA DELLA SCUOLA E ALMENO UN RIMEDIO…

La tesi di fondo del libro di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi, dal titolo “ll danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza”, è che la scuola italiana, mossa dall’ottima intenzione di voler passare da scuola di élite a scuola di massa, ha abbassato gradualmente, ma inesorabilmente l’asticella della qualità. La cattiva qualità ha danneggiato proprio le classi sociali, che si voleva includere, privandole dell’unico mezzo a loro disposizione per competere con i figli delle classi privilegiate. Ciò che sta accadendo non è “un disastro”, dopo il quale è sempre possibile la ricostruzione: é “una catastrofe cognitiva” difficilmente rimediabile collettivamente e del tutto irrimediabile per i singoli. 
Perché è accaduto? La risposta degli Autori: “Se abbiamo un minimo di lucidità, dovremmo dire: quasi tutti lo abbiamo voluto, o almeno permesso, o quantomeno ne abbiamo usufruito”. Insomma: la condizione della scuola oggi è lo specchio del declino della società civile italiana ed è causa ed effetto dell’erosione del suo capitale cognitivo accumulato lungo i secoli. 
L’hanno voluta i genitori, cui non piace che i propri figli siano bocciati o che debbano scegliere troppo presto un indirizzo di studi, o che non possano frequentare qualsiasi università, o che, una volta scelta una facoltà, non ottengano l’agognato titolo di dottore”. L’hanno subita gli insegnanti, sempre più sottoposti alla pressione facilista dei genitori; l’hanno accettata i presidi, per non essere inseguiti dai genitori e dai loro avvocati o dai TAR; l’hanno propagandata opinionisti e pedagogisti; l’hanno, infine, decisa i politici – sinistra e destra e centro – per rispondere alla pressione dei loro elettorati.  
Tuttavia, sottolinea Ricolfi,  “… solo un cieco non vedrebbe come sono andate le cose: è la cultura progressista che si è battuta per la democratizzazione della scuola; è la cultura progressista che ha inteso la democratizzazione non come mettere la cultura alta a disposizione di tutti”, ma come realizzazione di slogan demagogici del tipo: “diritto al successo formativo”, “la scuola dell’obbligo non può bocciare”…. Insomma: “abbassare il livello culturale dello studio non è democratico, anzi, è il contrario: è il gesto più antidemocratico e classista!”. Luca Ricolfi cita James Bryant Conant, per vent’anni presidente dell’Università di Harvard: “…l’istruzione superiore è democratica se il suo livello viene tenuto alto, e se per accedervi contano solo il talento e l’impegno, anziché la ricchezza e il potere della famiglia, o la mera appartenenza a qualche minoranza protetta”.

Manca del tutto, nel libro, una proposta di riforma. Suo scopo è la denuncia, non la proposta. Ma la domanda di proposta sorge fatalmente in chi legge. Soprattutto, se si condivide la denuncia. Tuttavia, alcune ipotesi di riforma si possono forse indurre/abdurre dall’analisi delle cause della catastrofe. Che sarebbe incominciata con l’istituzione della Scuola media unica il 31 dicembre del 1962, che ha abolito il Latino nei primi due anni.
Tutta la parte scritta da Paola Mastrocola gronda nostalgia del vecchio modello di scuola, benché precisi, contraddittoriamente, che non lo si puo’ riproporre. E’ totalmente da condividere il suo pladoyer – non è il primo – per l’insegnamento della Lingua italiana. 
Senza lessico, senza ortografia, senza grammatica, senza analisi logica e senza Classici la Lingua non si impara. Con quale metodo? Scrivere, e ancora scrivere: riassunti, parafrasi, dettati, temi. Sì, la mia generazione ha imparato a scrivere da questo lavoro incessante, talora noioso, di riassunti/parafrasi sui classici. Il prof. di Italiano – tanto per indulgere a mia volta al richiamo della sirena della nostalgia – in Quarta ginnasio, la prima Liceo dei giorni nostri, esordì con la dettatura delle dieci categorie di Aristotele. Finita la quale, a noi frastornati annunciò che, da allora in poi, qualsiasi testo avessimo letto doveva essere scomposto e riassemblato/riscritto secondo il filtro delle suddette categorie, sull’apposito Quaderno dei Riassunti. Così “la sostanza” aristotelica veniva trasformata nel “soggetto-nucleo” dell’intero racconto o poesia o romanzo. Individuato faticosamente il quale, occorreva ricostruire l’intero testo, seguendo lo schema delle categorie: “la causa” (formale? materiale? efficiente? finale?), “la relazione”, “il quando”, “il dove”, “l’analogia” ecc… Fu certamente un’impresa sudatissima rinchiudere “L’Infinito” di Leopardi nella prigione di quelle dieci categorie. Ma come dimenticare, da allora in poi, “L’infinito”? 
Ma sono necessari una Scuola media con il Latino e poi il Liceo classico per apprendere la Lingua italiana e il “sapere di civiltà”? Non c’è dubbio che chi ha frequentato il Liceo classico è mediamente più capace di parlare/scrivere in Italiano. Ma lo ha imparato prima! Il fatto è che, a monte, non avendo la scuola fornito a tutti i ragazzi la Lingua italiana fin dalla Scuola Elementare e Media, il sistema di istruzione li sospinge/incanala poi verso Licei, Istruzione professionale, Formazione professionale, cioè verso la serie A, serie B, serie C, a seconda del livello di acquisizione della Lingua. Si tratta di una profezia che si autoadempie.
No, il Latino e il Greco non sono necessari nella Scuola Media. Non è di lì che è incominciata la catastrofe. E’ della Lingua italiana pienamente acquisita che c’è bisogno. 
Un secondo punto problematico del discorso di Paola Mastrocola è quello della bocciatura. Oggi, la scuola valuta tutti positivamente, promuove chi sa e chi non sa, chi ha studiato e chi no, chi merita e chi no. All’Esame di maturità il tasso di promozione è del 99%. Il fenomeno della “dispersione scolastica”, che incomincia dopo la Terza media e che diventa, dopo le Superiori, “dispersione universitaria” e fenomeno dei NEET, nasce da qui. 
Dunque, tornare a bocciare alla grande? Dipende. Se “bocciare” vuol dire trattenere un altro anno nella stessa classe, allora il danno che si fa è peggio del rimedio per un’altissima percentuale di ragazzi. Ma se bocciare vuol dire “certificare”, in base a standard pre-fissati, ciò che uno ha nello zaino, allora si deve fare. In tre modi. 
Il primo è istituzionale: abolire il valore legale del titolo di studio, divenuto un falso in atto pubblico, ormai acquistabile in edicola. Perciò va abolito l’esame di maturità. Il secondo: praticare una certificazione rigorosa delle conoscenze/competenze sulla base di parametri nazionali/europei per ogni disciplina e indirizzo. Si tratta di dire la verità al ragazzo e alla sua famiglia, piaccia loro o no. Vuole passare lo stesso dalla Terza alla Quarta? A suo rischio! Assumendosene le responsabilità. Il terzo: test di ingresso per ogni indirizzo universitario. Non ha senso che ci si possa iscrivere a qualsiasi indirizzo di studi universitari, se non sono state costruite le basi lungo le tappe precedenti. L’esito di tali iscrizioni sono il fallimento, la frustrazione e, spesso, la dispersione. La liberalizzazione degli accessi del 1969 è stata un grave errore… “democratico”. Oggi gli iscritti all’Università sono 1 milione e seicentomila, ma si laurea solo il 43%, e di questo il 30% si laurea fuori corso. Uno spreco enorme. Si sono moltiplicati corsi e cattedre, ma il capitale cognitivo non è affatto aumentato.
E’ evidente che la chiave di tutto sta nel periodo cruciale per l’acquisizione della Lingua: a partire dalla Scuola materna, Scuola elementare e Scuola Media. La Lingua è il passe-partout che apre le porte del “sapere di civiltà”, dei contenuti disciplinari fondamentali della Storia-Geografia, della Matematica, delle Scienze.
Resta il quesito di fondo: a quale altezza collocare l’asticella, definire gli standard? Qui si tratta di decidere se il criterio debbano essere i desideri, le inclinazioni, le pigrizie intellettuali e morali del Paese, delle famiglie, della classe dirigente, dei ragazzi oppure il mondo “là fuori”, con le sue sfide globali. Sono Io o la Realtà il criterio di realtà? Hic Rhodus, hic salta!
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