“IL PARTITO RADICALE-60 anni di lotte tra memoria e storia”. Dibattito di presentazione del libro di Gianfranco Spadaccia

Pubblicato a novembre 2021

 

Nota di Gianfranco Spadaccia [1]

Roma, 21.12.2021

Ieri pomeriggio Radio Radicale ha registrato a distanza il primo dibattito a più voci sul mio libro, edito da Sellerio, “Il Partito Radicale – sessanta anni di lotte tra memoria e storia[2].

Vi hanno partecipato Angelo Panebianco, Alessandro Tessari e Valter Vecellio, con la mia partecipazione. Ha moderato Giuseppe Di Leo.

Sono grato a tutti i partecipanti per i giudizi espressi sul mio lavoro.

Angelo Panebianco, condividendo in parte la tesi di Massimo Teodori, ha ritenuto di individuare nella storia del partito radicale, una cesura e un discontinuità se non una vera e propria rottura, nonostante abbia continuato ad avere lo stesso leader e la stessa classe dirigente: una discontinuità determinata dalla scelta alla fine degli anni 80 della trasformazione del partito in transnazionale e transpartito.

Ho replicato ad Angelo Panebianco che, se il progetto politico del PR è in parte mutato in quegli anni, la continuità è stata tuttavia rappresentata dalla intransigente opposizione alla degenerazione partitocratica della democrazia, che ha anzi subito a mio avviso un salto positivo di qualità con le iniziative prese per la riforma della politica e dell’ordinamento (Lega per l’uninominale, referendum elettorali con le conseguenti riforme  per l’elezione del Parlamento e per l’elezione diretta di sindaci e presidenti delle regioni).

Inoltre non riesco a vedere, pur nei mutamenti del progetto politico, un elemento di discontinuità nella lotta per i diritti umani, che a me al contrario appare in forte continuità con la precedente centralità che nella politica nazionale dei due decenni precedenti avevano avuto i diritto civili. E mi sembra che in questi giudizi ci sia una grave sottovalutazione del continuo dialogo che sul terreno della riforma della politica e dello Stato abbiamo tentato e condotto a 360 gradai con i partiti laici e socialista prima, con il Partito comunista (poi PDS) di Occhetto poi e perfino con la DC. Ne deriva una sopravvalutazione delle – come vogliamo chiamarle? – responsabilità radicali nella crisi della Prima Repubblica che mi sembra ingenerosa e ingiusta, se si tiene conto dei reali rapporti di forza, con l’effetto indiretto di sminuire le responsabilità di coloro che hanno mancato l’appuntamento storico con l’autoriforma del loro partiti e la riforma democratica dello Stato.

Da parte di Tessari e di Vecellio è stato dato rilievo alla parte in cui esprimo le mie riserve sulle mie qualità di narratore: A questo proposito è forse utile ricordare un episodio che mi ha aiutato a sbloccarmi e a superare il giudizio che a questo proposito davo di me stesso. Incontrai una volta l’amica Rita Cenni, e gli dissi di queste mie difficoltà, non avendo mai superato la dimensione dell’articolo o al più quella del piccolo saggio. Mi suggerì di dividere il libro in capitoli e tracciare i temi che vi sarebbero stati trattati e poi scriverne come fossero ciascuno un articolo o un breve saggio. Un suggerimento di cui Le sono grato perché ad esso mi sono attenuto nello scrivere il libro e che è ancora riscontrabile nell’editing da me scelto e mantenuto dall’editore Sellerio nella pubblicazione del volume.

Non sono uno storico ed ho tenuto in più circostanze a riconoscerlo e a sottolinearlo anche se, nella ricostruzione delle lotte radicali, mi sono attenuto a criteri storiografici che mi consentissero di tenere insieme i diversi obiettivi di riforma e di individuarne e seguirne la strategia complessiva, rivolta sempre, come è sottolineato nelle iniziale citazione di Bandinelli, alla riforma e alla rivitalizzazione democratica delle istituzioni. Vecellio mi ha giustamente rimproverato alcune dimenticanze, forse attribuibili alle mie scarse capacità di storico.

Questo mi ha consentito di aggiungerne per mio conto, insieme alle mie scuse, un’altra che giudico ancora più grave, la mancata citazione del libro-intervista di Stefano Rolando, scritto a quattro mani con Marco Pannella, “Le nostre storie sono i nostri orti (ed anche i nostri ghetti)[3]. Ero convinto di averlo citato nel testo e nella bibliografia e invece mi sono accorto quando era troppo tardi di averlo dimenticato: lo reputo importante perché mancano, accanto al profluvio di interventi parlati e improvvisati, degli scritti di Pannella. Rolando ha avuto il merito di convincerlo ad ovviare a questa assenza e a lasciarci una riflessione sul pensiero e la azione, suoi e del partito radicale.


[1] Nota inviata da Gianfranco Spadaccia a Stefano Rolando il 21.12.2021

[2] https://www.radioradicale.it/scheda/656123/sessantanni-di-lotte-radicali-raccontate-da-un-protagonista-presentazione-del-libro-di?i=4363585

[3] Bompiani, novembre 2009.



Gianfranco Spadaccia e Stefano Rolando alla presentazione a Roma del libro “Post-Azionismo” di S. Rolando, prefazione di Emma Bonino, Editoriale Scientfica (2019)

[1] Nota inviata da Gianfranco Spadaccia a Stefano Rolando il 21.12.2021

[2] https://www.radioradicale.it/scheda/656123/sessantanni-di-lotte-radicali-raccontate-da-un-protagonista-presentazione-del-libro-di?i=4363585

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