Rispondere al negazionismo e alla confusione sociale.

La pandemia deve portare a una comunicazione pubblica, coordinata ma orizzontale, orientata a un largo processo di spiegazione.

Dopo Monti che ha posto il tema di equilibrare il surriscaldamento mediatico, Cassese in tv recita le leggi illeggibili. Aspettando che governo e partiti vedano con coraggio l’urgenza del tema. Il ruolo del sistema sociale e professionale.

Articolo pubblicato sul giornale online L’Indro il 29.12.2021

Stefano Rolando

Nel corso di un talkshow di prima serata (In onda, sulla 7), da tempo sintonizzato sulla relazione tra crisi sanitaria e luci&ombre del sistema comunicativo, ieri sera – in mezzo a abituali domande e a ragionevoli quanto a volte ripetitive risposte – vi è stato un insolito siparietto.

Per dire finalmente a chiare lettere che c’è una grave crisi di spiegazione pubblica che sta diventando un atto di omissione rispetto ai più di 4 milioni di non vaccinati che irridono ai media e ad altre fonti considerate asservite ai big-pharma, secondo quella posizione che a livello globale è impersonata da figure con purtroppo nomi illustri, come Robert Kennedy jr. Ieri sera una prima argomentazione secca basata sui numeri della possibile evoluzione geometrica del peso delle terapie intensive in Italia la ha fatta in quella trasmissione un economista, Tito Boeri. E ciò ha indotto una delle figure più autorevoli del diritto pubblico italiano, il prof. Sabino Cassese, giudice costituzionale emerito, a fare il (non improvvisato) siparietto.

Fatto in una forma in verità drammatica, anche se lo studio ieri in ascolto ha reagito ridendo.

Cassese non ha lanciato una dotta reprimenda sul mancato ruolo della comunicazione istituzionale e nemmeno ha svolto una razionale illustrazione delle fonti che potrebbero rigenerare un ritrovato ruolo. 

Ma ha preso, con voce in crescendo, la via della ridicolizzazione. Da una parte dicendo di aver contato sul sito della Presidenza del Consiglio il numero delle norme accatastate (ben 36) per trattare una cosa che, per essere capita, ha un bisogno urgentissimo di ricapitolazione ufficiale sintetica e comprensibile.

Ma ha anche letto a mitragliatrice una di queste norme che prima di arrivare a uno straccio di contenuto si perde in una marea di rimandi di legge che suonano – soprattutto in mezzo ad una pandemia – come un gettito urticante in faccia al cittadino che si arrischia a ficcare il naso nei posti in cui dovrebbero essere servite le spiegazioni a sua misura.

Politica e media. Diritto di parola. Non l’unica parola.

Appunto, tutti a sorridere, come per dire “lo sapevamo che lo Stato è quella roba da lì da sempre” (Concita De Gregorio), o per dire che nessuno ha sconfitto lo “stuolo dei consiglieri delle magistrature o avvocature amministrative che seppelliscono nella coltre di inspiegabili parole ogni argomento di pubblica utilità” (Federico Rampini). In sostanza per dire che né la politica vuole fare questo genere di riforma, né l’apparato istituzionale di Stato consente di riattivare una funzione che negli anni ’90 diventò cantiere, poi prassi, poi un sistema di norme; ma grazie alla seconda Repubblica è stata sradicata, per far tornare l’apparato pubblico nelle antiche culture del “segreto&silenzio” e per lasciar dilagare nello scontro esplicativo – sempre più rissoso e confuso – la politica e i media.

Sia ben chiaro: la politica e i media hanno ovviamente un garantito e centrale diritto di parola in democrazia.

Ma entrambi hanno i loro spazi delimitati dalla domanda che la stessa società esprime realmente nei loro confronti. I partiti hanno da poco raggranellato qualche punto di fiducia in più scavallando l’infame 10% al di sotto del quale hanno viaggiato nelle classifiche sulla reputazione di ciò che il cittadino considera pubblico. Mentre i media fanno i conti con una marginalizzazione grave della carta stampata e con un controllo della audience da parte delle tv a condizione che i format stiano lontani dalla pedagogia, puntino alla scontro continuo, si sviluppino sull’allarmismo e mantengano il “ritmo” delle dichiarazioni competitivo con i tweet.

Poi c’è la rete. Territorio in cui in campo pandemico dilagano i negazionisti. In cui è difficile esserci per le istituzioni. Ma rispetto a cui serve una strategia orizzontale non verticistica.

Un recente percorso

Da tempo e comunque in tutte le modalità di analisi e di scrittura in cui ci si è esercitati in tempo di pandemia, chi scrive ripropone la questione di una “riforma necessaria della comunicazione pubblica”.

Dapprima in ambito in europeo, dove la rete più responsabile degli operatori sta svolgendo incontri pressanti soprattutto nell’ultimo scorcio di impennata del virus[1].

Poi in Italia reagendo alla provocazione (infelice ma da questo punto di vista forse salutare) del sen. Mario Monti di ipotizzare forme di controllo istituzionale sul trattamento mediatico della crisi sanitaria, argomento purtroppo posto su un terreno più che scivoloso che si è provato a girare invece nella riorganizzazione possibile di apparati che agiscono quando va bene in sordina, quando va male senza strategia e senza obiettivi socialmente netti. Lo abbiamo fatto anche su queste pagine[2].

Poi riprendendo un lavoro di sinergia con ambiti di studi sociali (come il Censis) che furono negli anni di battaglia per quella funzione e per le sue leggi un vero cantiere di analisi “dalla parte del cittadino”, il tentativo è stato quello di scrivere un testo in cui si sono raccolti tutti gli argomenti affiorati nel corso della crisi per proporreuna riforma importante nella pandemia e dopo: governare la spiegazione[3]

Da ultimo incontrando in webseminar dal CNEL di Roma circa duecento operatori professionali del settore e stringendo in modo più pressante gli argomenti, attorno a cui le adesioni restano di tipo morale o intellettuale ma non è facile che procedano con il necessario moto interno di un sistema che appare stagnante[4].

Anche se il titolo dato da De Rita alla sua battagliera prefazione è stato “Se non ora quando?”, si capiscono le ragioni per cui “altro bolle in pentola” in questa fase tra scadenze istituzionali e politiche in Italia e in Europa, per immaginare la riattivazione, ora, di questo delicato dossier. Tanto più che i partiti (legislatori) dovrebbero dimostrare il coraggio e la rigenerazione che è il banco di prova più generale della transizione emergenziale che è in corso. Anche se, proprio ora, le pressioni si fanno dirette e riguardano non solo la pandemia, ma anche la chiarezza partecipativa circa la manovra economica e la reattività sociale.

E riguardano anche l’accompagnamento dei comportamenti pubblici in senso solidale.

Spinta sociale e professionale

Quindi la spinta deve venire dagli ambiti sociali (organizzati) e professionali.

Ma questo fronte resta in un certa sua parte (imprenditori, sindacati, varie associazioni di categoria) scettico di fronte all’idea della “riformabilità”. Confida più volentieri in ipotesi magiche, come quella della grande trasformazione tecnologica che si trascini dietro alla fine molte più risposte in concreto sulla materia di quanto possa apparire sic stantibus rebus. L’argomento mi convince fino a un certo punto. Per spiegarmi ho detto più volte che ora è necessario che l’indirizzo “sociale” prevalga – dal punto di vista della chiarezza strategica – anche sull’indirizzo social. In questo momento storico è più importante abbattere la soglia elevatissima di analfabetismo funzionale che migliorare l’esito della compilazione dei moduli (anche se le due cose collimano). E ne resto convinto. A condizione che si capisca bene che non è più tempo di URP, portali autoreferenziali, uffici dedicati in spazi secondari. La partita deve riguardare la grande linea di socialità esistente nel lavoro pubblico in tutta la sua articolazione (scuole, ospedali, servizi pubblici, assistenza, ambiente, eccetera). Deve riguardare un patto di sussidiarietà verticale e orizzontale che tenga in rete i territori. Deve riguardare un pensiero che – come ha ricordato Giuseppe De Rita al CNEL – non sarà più quello della cabina di regia verticale degli anni ’90. Ma una visione che il lessico anti-pandemico suggerisce di chiamare “strategia comunicativa molecolare”. Cioè articolando compiti e ruoli – nel processo di comunicazione scientifica e di spiegazione sociale (la Rai ovviamente è parte essenziale di questa visione, ma per converso lo possono essere tutti i media che ne colgano le potenzialità narrativa e vogliano e possano concorrervi) – in cui i corpi intermedi delle istituzioni e della società devono avere un ruolo complementare come lo è stato, né più né meno, in tutte le “ricostruzioni” dopo le calamità.


[1] stefanorolando.it – Rivista italiana di comunicazione pubblica (FB) – Club di Venezia, 35° anno. Apertura dei lavori della conferenza. Necessario un piano strategico della comunicazione istituzionale europea contro le crisi, contro l’analfabetismo, contro i negazionismi (1.12.2021) – https://stefanorolando.it/?p=5203

[2] Stefano Rolando – L’Indro (29.11.2021- Pandemia. Entra in scena l’ipotesi di controllo istituzionale dell’informazione – https://lindro.it/pandemia-entra-in-scena-lipotesi-del-controllo-comunicativo-istituzionale/

Stefano Rolando – L’Indro (6.12.2021) – Controllo istituzionale e informazione sulla pandemia. Il dibattito procede, ma con zone d’ombra https://lindro.it/controllo-istituzionale-sullinformazione-della-pandemia-dibattito-agli-albori/

[3] Moondo. Info (13.12.2021) – Esce “Comunicazione pubblica, come teatro civile. Governare la spiegazione“, di Stefano Rolando, prefazione di Giuseppe De Rita.   Fra pochi giorni se ne discuterà al CNEL. Oggi l’intervista con l’autore. Oggi l’intervista con l’autore. Intervista a cura di Giampaolo Sodano – https://moondo.info/comunicazione-pubblica-come-teatro-civile-governare-la-spiegazione/

[4] stefanorolando.it / CNEL (15.12.2021) – Argomenti di discussione sul saggio “Comunicazione pubblica come teatro civile” (Editoriale scientifica, novembre 2021) – CNEL. https://stefanorolando.it/?p=5285

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