Gli anni del Gattopardo sono anche quelli della nascita di Francesco Saverio Nitti

Tra immobilismo e opportunismo (i paradigmi polarizzati del Gattopardo) , il Sud ha avuto anche altre storie: di progetto, di riscossa e di modernizzazione

Stefano Rolando

Presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”

Editoriale per il sito della Fondazione il 5.1.2021

e per il quotidiano “La Nuova del Sud” il 6.1.22021

A capodanno è tornato in televisione il film tratto da il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato con prefazione di Giorgio Bassani il 25 ottobre 1958 da Feltrinelli, dopo il rifiuto della Mondadori, un tempo si era detto per giudizio sfavorevole di Elio Vittorini, argomento su cui poi ci sono state conferme e smentite.

Luchino Visconti trasferì nel 1963 quel libro di grande successo (anche Premio Strega 1959) nella forma narrativa cinematografica – con Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon (oltre agli indispensabili ruoli di Paolo Stoppa, Romolo Valli, Serge Reggiani, Rina Morelli, Lucilla Morlacchi e Ivo Garrani) – con una produzione (la Titanus di Goffredo Lombardo) che, malgrado il provvidenziale ingresso della 20thCF, supero il budget di spesa di 3 miliardi e mandò in malora la stessa Titanus.

La sceneggiatura era a molte mani, con a capo Suso Cecchi D’Amico e Pasquale Festa Campanile. Il direttore di produzione era Pietro Notarianni. La scenografia di Mario Garbuglia, la fotografia di Peppino Rotunno, i costumi di Piero Tosi. Al film andò la palma d’oro a Cannes al culmine dell’età dell’oro del cinema italiano. Il libro nel tempo superò il milione di lettori e fu ristampato nell’edizione originale per festeggiare i 50 anni di vita della casa editrice Feltrinelli.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957)
Luchino Visconti (1906-1976)

                          

Questo per dire che il trasferimento nella seconda metà del ‘900 della trama pubblica del meridionalismo italiano ha riguardato non solo i mezzi marginali degli studiosi (la saggistica storico-economica e la convegnistica accademica), ma la trasversalità dei mass media. 

Lasciandoci immaginare che la bellezza degli interpreti, la figura del principe di Salina, la popolarissima scena del ballo ottocentesco, la rievocazione delle imprese garibaldine e del perbenismo piemontese nella nuova ossatura dello Stato dopo l’unità, abbiano trovato nel Gattopardo una delle metafore dell’aggiornamento popolare della questione meridionale.

Il principe non accetta la proposta che gli preannuncia l’inviato del governo italiano di far parte del Senato sabaudo. Non per sprezzo, malgrado il trasparente provincialismo del missus, ma per il convincimento che la trasformazione storica non poteva appartenere a classi sociali che avevano interpretato le culture e le forme del potere in età borbonica e in continuità con i paradigmi che la Sicilia aveva mescolato per secoli con i più grandi paesi del mondo.

Propone in sua vece l’astuto borghese arricchito don Calogero Sedara  (ora sindaco) con cui accetta di trattare la commistione familiare che porta in salvo il disastrato (finanziariamente) nipote (Tancredi interpretato da Alain Delon) che ha rapidamente dimenticato (forse anche tradito) la camicia rossa garibaldina, indossando la divisa sabauda e spiccando il volo nella politica dell’Italia unitaria.

Salina incastona il suo pessimismo storico nel celebre adagio “che tutto cambi perché nulla cambi”.

La copertina del Gattopardo, Feltrinelli (1958)
 La locandina del film “Il Gattopardo” (1963)

    

Così, il cannone mediatico di uno straordinario film e di un diffusissimo libro resta con la sua potenza comunicativa al servizio, nella nostra età repubblicana, di un rimodellamento senza speranze del meridionalismo stesso.

La polarizzazione è evidente. Da una parte la rinuncia alla sintonia con il cambiamento, insieme a filosofie sulla morte salvifica. Dall’altra l’opportunismo trasformista che mette in vendita il patrimonio culturale (un giorno si dovrà dire anche ambientale) dell’estetica meridionale gravida di ceselli ma povera di modernità.

Tertium non datur, in questa rappresentazione. 

Salvo la piccola parte di un povero e strepennato borbonico rimasto fedele, a cui il principe concede il diritto di dialogo, che sceglie l’onore della verità pagato a prezzo della marginalità. Ciccio Tumeo è interpretato da un indimenticabile Serge Reggiani che svolge il copione di una futura generazione di intellettuali.

Questo racconto è fatto sul sito della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (e ripreso dal quotidiano “La Nuova del Sud”) per mano del suo presidente pro-tempore, nella sua settentrionalità che ha sposato l’alleanza sud-nord come l’unica via per la salvezza identitaria dell’Italia. Non allo scopo di scrivere un’ennesima recensione ma per accompagnare una riflessione con gli auguri di buon anno ai lettori  e ai tanti frequentatori delle pagine online della Fondazione (gli eventi che hanno riguardato il centenario del governo Nitti hanno avuto fino a duemila visitatori nelle occasioni più interessanti.

Riflessione mirata a popolarizzare proprio il ruolo che la Fondazione si era proposta con la sua costituzione e che ha poi sperimentato come materia di organizzazione di iniziative e di dibattito pubblico in tredici anni di operosità. Lo spunto principale riguarda proprio la “terza posizione” – tra immobilismo e opportunismo – che appare assente nelle pagine di Tomasi di Lampedusa e che il grande e aristocratico regista milanese Luchino Visconti non aveva lo scopo di generare, pur nelle pieghe della sua potente narrazione.

Proprio nel decennio in cui sono ambientate le vicende del Gattopardo, nel cuore della Sicilia, in quei cruciali anni ‘60 dell’Ottocento che segnarono l’epica dell’unità d’Italia e al tempo stesso anche la genesi della disunità d’Italia, nasceva, in un ambito diverso del Mezzogiorno, la Basilicata, comunque segnato ancora rudemente dalle disuguaglianze, Francesco Saverio Nitti.  Nasceva a Melfi, in una casa natale semplice, ora in proprietà della Fondazione che intende farne un piccolo museo di una storia stupefacente.

Francesco Saverio Nitti (1868-1953)
La casa natale di Nitti a Melfi          

                                            

Una storia appassionante da raccontare proprio oggi.

Come poteva il figlio di una modesta famiglia lucana, con nonni garibaldini e dolori subiti dal brigantaggio, diventare poco più che ventenne professore di Scienze delle Finanze alla Federico II di Napoli, poco più che trentenne ministro economico dell’Italia in avvio del ‘900, dopo aver condotto una famosa inchiesta parlamentare sulla condizione contadina della regione e disegnato un piano per lo sviluppo industriale di Napoli?

Come poteva quello stesso esponente di un piccolo partito minore (il partito radicale), cinquantenne, formare (con liberali, cattolici e socialisti riformisti) il governo dell’ottimismo progressista e del maggior progetto in quel tempo di modernizzazione del Paese?

Come riuscì un italiano a far sentire con autorevolezza la propria voce nella complessa trattativa di pace dopo la prima guerra mondiale, lasciando poi una biblioteca di libri scritti per dare senso al meridionalismo, dare identità agli italiani, consolidare la cultura della democrazia e argomentare l’Europa unita dalla pace?

Ecco, la domanda non è priva di attualità: come poteva?

In primo luogo essa è rivolta alla voglia di scoperta dei giovani e soprattutto dei nostri giovani meridionali, come ho ricordato avendo avuto l’onore a fine anno di parlare al graduation day dell’Università della Basilicata a Potenza. 

In secondo luogo questa domanda (a cui il comitato scientifico della Fondazione, sotto la guida di luigi Mascilli Migliorini e nel solco delle impostazioni date da Giuseppe Galasso, troverà certo vie di risposte) è collocata nell’impegno di riprendere le fila della natura e degli obiettivi del meridionalismo italiano (italiano perché coltivabile non solo dai meridionali; anzi europeo, perché parte del tema nord-sud che investe oggi la trasformazione stessa dell’Europa). Continuerà così anche la valorizzazione della filiera del meridionalismo proattivo che si è ispirato per un secolo ai principi nittiani.

La riproposta televisiva del Gattopardo ha permesso di dar forma ad un pensiero intrecciato al centenario nittiano, nel senso del governo Nitti 19-20 (per il quale la nostra gratitudine per il presidente Giuliano Amato è ancora una volta segnalata con vigore) che ha mostrato che sulla ricerca storiografica c’è ancora tanto da fare, anche occupandosi dei problemi di oggi. Gli atti di questo centenario, ora in lavorazione, ne costituiranno un consapevole stimolo.  

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