Draghi, non chiedetegli di immedesimarsi.

Articolo di Gianluca Veronesi


Draghi non è un politico. Li conosce e li frequenta da quarant’anni e sa come prenerli ma non chiedetegli di immedesimarsi.
Cosa ci voleva, le prime volte che gli chiedevano se era interessato al Quirinale, a  rispondere: ho già una missione da portare a termine.
Sarebbe bastata solo e sempre quella frase.
La politica non vive di fatti (che il più delle volte sono incontrollabili) ma di ipotesi, suggestioni, scenari.
Se il premier si fosse mostrato disinteressato, i giornalisti avrebbero mollato la presa, e nulla impediva che le circostanze successivamente lo “costringessero” a ripensarci.
Togliersi di mezzo, diventare trasparente non diminuiva affatto le sue probabilità, anzi.
L’unica situazione che eccita politici e giornalisti è il mistero, la reticenza, il nascondersi.
I primi perché possono elucubrare qualsiasi dietrologia, sperare in qualche scheletro nell’armadio avversario.
I secondi che possono finalmente spacciare i pettegolezzi e il gossip come “giornalismo investigativo”.
Per la verità, a tutt’oggi, Draghi non ha mai detto nulla che sveli un suo disegno presidenzialista.
Chi ha solo letto le sue risposte nella conferenza stampa di fine anno non ha colto un preciso desiderio quirinalizio ma chi ha seguito l’evento in diretta ha ricavato una impressione di partecipazione, di sensibilità all’obiettivo (per carità, chi non lo farebbe!).
Tanto è bastato per cambiare completamente l’atmosfera.
In realtà la circostanza che ha invertito gli umori e le prospettive è stato l’aggravarsi della epidemia.
La situazionale non sembra perfettamente sotto controllo e il presidente del Consiglio appare meno solido nella mediazione. Non è distratto (se non fosse stato per lui, la scuola sarebbe rimasta chiusa per settimane) ma è ormai infastidito dal protagonismo delle Regioni, dai veti di Salvini, dai distinguo di Conte, dagli pseudo scienziati e dai no vax sempre più squilibrati.
Fin dall’inizio i partiti hanno mal sopportato l’arrivo di Draghi, più per la convivenza con alleati troppo diversi che per la sua persona. In fondo era un salto nel buio per tutti.
Ma il buio della nazione -dopo mesi di meschini balletti sul “Conte 2”- era di gran lunga più fitto.
Ora però quando non si vede all’orizzonte l’uscita dalla pandemia (che era una delle due ragion d’essere del governo di emergenza), se ne va Mattarella che il governo lo ha “imposto”, anche il premier sembra non escludere altri interessi e le elezioni politiche si avvicinano, è evidente che si scatena una corsa dei partiti a ritrovare la propria identità (che nella loro interpretazione significa essere il più spigolosi possibile).
Sono un estimatore di Draghi ma anche se non lo fossi, non potrei criticarlo perché non sa o non vuole essere ipocrita, se non addirittura bugiardo circa le sue intenzioni.
Una persona seria lo è soprattutto nelle circostanze in cui ha da guadagnare.
Vi confesso che, contrariamente all’opinione corrente, riterrei la salita al Colle del banchiere più famoso del mondo (anche perché gli altri cercano di passare inosservati) la più grande fortuna del Paese.
Il governo può cadere ogni giorno per la più banale delle ragioni. Avere per sette anni un arbitro più che un notaio del suo livello, del suo coraggio, del suo carisma, se lo augurerebbe chiunque al nostro posto. Soprattutto pensando alle alternative.

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