Finita è l’emergenza, odo augelli fare festa…

E’ esaurito il ciclo emergenziale del governo di quasi-unità nazionale?

Sono pronti gli italiani a veder tornare in scena la fisiologia conflittuale della politica?

Entrambe sono domande legittime, così come sono legittime le preoccupazioni per le sorti della democrazia.

La soluzione per il Quirinale sarà la risposta (alta ?) ad un tema che non ammette finte di comodo.

Stefano Rolando [1]

Questo testo fa parte del dossier della rivista “Democrazia futura” promossa dalla Associazione Infocivica (anno II, n. 4) che viene anticipata (13.1.2022) dal giornale online Key4biz

Nel momento in cui torna in campo un argomento delicato,  prendere in considerazione che l’emergenza politica non può durare in eterno, ovvero che – come scrive per esempio Piero Ignazi [2] – è necessario che si ripristini “la fisiologia della conflittualità politica di cui è fatta la nostra democrazia”, torna anche a porsi una legittima domanda: ma queste nostre forze politiche, messe in pronto-soccorso con il governo di quasi-unità nazionale, hanno davvero ritrovato una loro adeguata fisiologia?

Avendo scritto molti articoli in agosto sul “pronto-soccorso” sono stato uno dei destinatari della domanda implicita: è legittimo invocare ora il ritorno alla “fisiologia” (conflittuale nel senso che i partiti sono in re delle “parti”)?

Lo faccio tenendo conto dell’evoluzione degli stessi paradigmi di valutazione, cioè dei tre tempi – tra di loro ben diversi – con cui nella mia stessa vita ho trovato interesse e spesso passione per questo genere di momenti, diciamo così “cruciali”. Ho studiato scienze politiche. Poi, in molti percorsi professionali in condizioni di indipendenza, ho conosciuto da vicino storie politiche. Negli ultimi vent’anni ho percepito soprattutto scorie politiche.

Ho scritto, con rammarico e speranze, del pronto-soccorso della politica con l’auspicio sincero che il format dell’Esprit républicain offerto da Mario Draghi non avrebbe umiliato la condizione dei partiti[3]. Consentendo una distribuzione dei dividendi di una azione governativa probabilmente di successo per uscire dal buco nero della fine del 2020: nessuna maggioranza, nessuna certezza di governo, bassissima reputazione per tutti.

Della vicenda di quei partiti sia consentito uno schematico “ripasso”, tra la prima e l’ipotetica terza Repubblica.

Ripasso

Per mezzo secolo siamo stati – politicamente parlando – parte di storie che erano anche case a cui appartenere, ma con diversi tetti, diversi camini, diversi scaffali di libri, diverse cucine.

Soprattutto con folti siepi delimitanti il pluralismo delle proprie ragioni.

  • La casa dei cattolici in politica, piatto forte la mediazione, scelta di campo euro-atlantica, stella polare la centralità, dichiaratamente interclassisti.
  • La casa dei marxisti di orientamento comunista, più armati ideologicamente, tesi a far prendere coscienza al proletariato della condizione di sfruttamento da parte del capitalismo, il partito come “avanguardia pensante”, stella polare la rivoluzione (ma in Italia con l’altra faccia della medaglia, la prudenza, sempre in vista), classisti e filosovietici. Per fortuna con una parte eretica, ma raramente dirimente e comunque sempre osteggiata.
  • La casa dei post-fascisti, più di quanti ne ammettesse la Costituzione: ordine e nazione, molti nemici molto onore, quando c’era lui caro lei.
  • E infine la casa – sempre fatta di appartamentini separati – di quel mondo che da Piero Gobetti a Norberto Bobbio si sarebbe chiamato liberal-democratico, a prendere dai lib la libertà e a prendere dai lab il sentimento di equità, diversi dalle tre tendenze popolari, dunque con una venatura borghese, ma in rivalità tra di loro senza soluzione.
  • Solo nella seconda metà di quel mezzo secolo una costola lib-lab e una costola di origine marxista hanno provato a dare vita a una casa socialdemocratica, di stampo europeo, rivalutando una parolaccia rifiutata da tutti, il riformismo. Usando gradualismo e competenza per migliorare giorno per giorno le condizioni di tutti. Diritti e libertà. Un’ipotesi di neo-centralità. Restando antifascisti, ma provando a smuovere a far convergere almeno un po’ (infatti con modesto esito) le due praterie elettorali del PCI e della DC.

Nell’insieme, i partiti della “prima Repubblica” non esprimevano solo stinchi di santo. Ma agiva in molti il senso della storia, cercando di tenere insieme radice sociale e opzioni ideali.

Proprio quando questo schema stava però per produrre il suo complesso secondo tempo, raccogliendo un rilancio economico e un miglior tasso di reputazione internazionale, le forze oscure (che poi in Italia sono sempre state le stesse, largamente manovrate dai “servizi” e abili solo in una cosa, alzare polveroni per togliere di mezzo gli artefici del cambiamento) sono riuscite nel capolavoro di uno scompaginamento di sistema: far saltare tutto (unico paese tra i fondatori dell’Europa), per consegnare ai figli di un dio minore (anzi due, il dio Mellifluo e la dea Improvvisazione) i destini di un sistema politico immaginato come un brodo allungato fino a perdere colore, sapore e spessore. Buono solo a bollire e a far scottare le dita.

Finita la possibilità di governare, è nata l’idea (massimamente prodotta dal Cavaliere, vero regista della grande discontinuità) del “non senso di governare”. Limitando il menu all’occupazione di posti pagati dal contribuente e i contenuti al confezionamento comunicativo di un sistema alimentato dalla “società che può anche fare da sola”.

Le ultime sequenze

Alla fine di questo brodo allungato oltre i limiti (la cosiddetta “seconda Repubblica”) ci sono stati riconsegnati partiti intesi come ossi spolpati delle loro storie, alla prese con un’ormai unica preoccupazione: l’autoconservazione. Persino i partiti cosiddetti “nuovi”.

  • Postcomunisti di sentimenti berlingueriani e cattolici di origine lapiriana intrecciati nella nostalgia del “compromesso storico”. In perenne rifondazione del significato dell’etimo “dem”. Quando i dem hanno immaginato di essere lib-dem, si è aperta la faida interna sulla “malattia”, ancora non conclusa.
  • Postfascisti in libertà, sdoganati da nuovi latifondisti in cerca di peones. Con una corrispondenza di crescente realismo con le paure della società.
  • In quell’ambito, vecchie glorie dell’autonomismo separatista diventati bacini di accoglienza della paura operaia per tutto l’altrismo (diversi, migranti, stagionali, colored, eccetera), da ultimo bardati di rosari per mitigare le critiche umanitarie.
  • Quel pulviscolo una volta lib-lab, con la componente socialista evaporata e quella radicale tritata, forse pulviscolo capace di essere più consapevole della deriva ma in realtà rimasto a vivere sulla graticola del proprio parcelizzato autismo.

I partiti della “seconda Repubblica”, pur con molteplici adattamenti, hanno espresso una progressiva dequalificazione. Il senso della storia è diffusamente evaporato, così come il ripudio delle ideologie ha finito per sconfinare anche nel rifiuto delle teorie. Poi, come regalo genetico di un sistema con dna deformato in laboratorio, è arrivata la nuova “maggioranza”, suscitatrice di speranze e di populismo. Nientepopodimeno che il partito dei “senza qualità”, con a capo un comico capace di interpretare il rancore sociale crescente, costruttore di un peronismo provincialotto, di un anarchismo senza nerbo, di un arrembaggio senza navi, di un sentimentalismo adolescenziale, che pur maturando alcune esperienze alla fine ha messo la sua forza parlamentare al servizio di due disastri annunciati: i governi del colonizzatore della Res Nullius. Ben due, prima e durante la pandemia. Le cui sorti hanno condotto a far valutare alla prudenza del Capo dello Stato che il sistema aveva ceduto come un ponte infartato, come un cristallo scomposto, come l’atomica sganciata per far pronunciare la lettera omega.

Ed eccoci insomma al termine dell’anno dell’emergenza al tempo stesso sanitaria, sociale e politica.

Con i partiti rappresentati in Parlamento incaricati – pena la loro estinzione immediata – di non far mancare il voto a leggi necessarie, ma tutti con patologie non risolvibili con una aspirina. Dunque col destino di un’incertissima ma sempre rinviata chirurgia.

Al governo per metà una squadra tecnica regolata da un premier che dichiara una missione di salute pubblica (contrasto alla pandemia, garanzia europea, acquisizione dei fondi di investimento internazionali, progetti di transizione) guardandosi bene dall’agire in via sostitutiva alla vita e ai costumi dei partiti.  Quindi nessuna forma, nemmeno imitativa, della morfologia politica: poche parole, scarne spiegazioni, problema d’altri l’accompagnamento dei cittadini, niente metodo democratico di selezione, eccetera.

Tuttavia sempre razionali le conferenze stampa di Mario Draghi a cui non mancano i riferimenti alla condizione valoriale e programmatica della politica. Fastidio per qualche tortuosità imposta dalle pratiche dei partiti.  E i partiti stessi segnati dalle regole del Pronto Soccorso. Il governo dal vincolo di “non poter scegliere di essere parte”. Le istituzioni dall’avere già la loro sacra fatica a regolare la forma di legittimazione delle scelte ineludibili. Tutto ciò con la clessidra in funzione. Un giorno questo equilibrio emergenziale sarà dichiarato “a ciclo finito”.

Scoprire almeno una carta

Il peso dei vari precedenti cicli, in grande sintesi fin qui accennati, non può non consentire un sincero sorriso per la carità che è stata accordata agli italiani in questo anno 2021. Diciamo anche un moto di gratitudine.

Ma alla domanda, ora, “cosa succederà?”, non ce la si può cavare con un “quel che Dio vorrà” e nemmeno con l’apocalittico timore di “ciò che Dio non vorrà”.

I percorsi di indagine sembrano tre: i partiti, il premier, la logica di sistema.

  • Vedere al microscopio i fatti, le dichiarazioni, i conflitti interni, il palese e il celato della rappresentazione che le forze politiche hanno dato di sé in questo anno e considerare (sì o no?) i pazienti sfebbrati, decontaminati, responsabilizzati, ritornati nello schema di un’evoluzione europea in cui lo scenario pandemico ritrova l’unità di una geopolitica del contrasto e al tempo stesso del più massiccio investimento nel rilancio economico dal dopoguerra. La temperatura ufficiale ai pazienti è stata presa con le elezioni amministrative di settembre.  Il PD ha retto l’urto, come perno della cultura di governo. FdI ha acquisito la potenzialità di leader della cultura di opposizione, mantenendo la presa non solo sui paradigmi conservatori (diritti, Europa, gestione delle paure) ma anche su un investimento territoriale aggressivo nei confronti delle dinamiche urbane. Il resto appare in declino o senza una novità percepita per promuovere un decollo (a parte l’exploit personale di Carlo Calenda a Roma, una cambiale a corto, ovvero da riversare rapidamente sul tentativo della coesione liberaldemocratica, pena perire). Dunque un passaggio non catastrofico del sistema politico e tuttavia percepito dai cittadini come una esercitazione resa possibile dalle spalle coperte dal governo reale dell’emergenza, in cui i partiti sono elementi fin qui di contorno.
  • La seconda carta da esplorare per questa mini-indagine è quella che sta giocando l’attuale premier. Mario Draghi è un tecnocrate riconosciuto in Italia e in Europa, che a differenza di Cincinnato non arriva dalla politica attiva come soluzione interna allo scontro tra patriziato e plebe nella Roma del V° secolo a.C. Ma arriva da quell’alta dirigenza che conosce bene la politica – nazionale e internazionale – standone tuttavia fuori. A differenza di quanto fece Mario Monti nel 2013, non intende (finora) convertire in politica la reputazione accumulata. Ma considera questa reputazione spendibile nel prolungamento di necessità di un ruolo istituzionale. La carta che Mario Draghi ha scoperto durante la conferenza stampa pre-natalizia ha dato adito a commenti non abbastanza meditati. Draghi, in verità, ha diritto di giudicare sé stesso. Il suo giudizio è di ciclo finito quanto a creazione delle condizioni per cui un governo con larga base parlamentare può confrontarsi con la crisi sanitaria e la crisi economica. Toglie di mezzo la questione sulla sua personale idea di essere ancora la figura assolutamente necessaria a portare a compimento gli atti di governo coerenti con la manovra sanitaria e finanziaria. In quella conferenza stampa dice di non pensarlo. Ma pensa che il destino del Governo e ovviamente l’elezione presidenziale siano esclusivamente nelle mani dei partiti rappresentati in Parlamento. In questo senso compie un atto di fiducia che va al di là delle comprovazioni. Certo contraccambiato (eventualmente) dalla coerenza con cui almeno la sua stessa maggioranza non dovrebbe avere remore a sostenerlo, con gratitudine, nell’ascesa al Colle. Cosa che allo stato (cioè a partire da quella conferenza stampa) non appare evidente.
  • Con la conferenza stampa pre-natalizia Draghi ha aperto dunque la legittimità della discussione sulla fine del ciclo emergenziale di governo e quindi sulle alternative entrate nell’ordine del giorno politico.
  • Con la conferenza stampa del 10 gennaio Draghi ha stretto (irritualmente, per le tradizioni del media relation delle istituzioni) il campo di discussione alla gestione della pandemia. “Niente politica”. Rendendo possibili due opposte interpretazioni. Quella – raccontata con controllata pacatezza – che il governo è in buone mani, capace di mettere pur diverse forze che compongono la maggioranza nelle condizioni di “voler ancora arrivare insieme a decisioni condivise”. Ma anche quella che l’esperienza svolta in un anno di discontinuità (anche rispetto ai governi precedenti) ha creato una “qualità” (tecnica, sociale e geopolitica) delle politiche di governo che (ben inteso, non detto) avrebbe senso consolidare anche grazie a una più alta garanzia istituzionale.
  • La terza pista riguarda una incerta ma non impossibile evoluzione strategica del sistema politico. Ove i partiti valutassero che la reputazione di Draghi offra, dal Quirinale, un sostegno importante agli interessi del Paese, lui non vuole lasciare parole in campo che esprimano una auto-candidatura. Ha fatto quindi capire che la critica di voler modificare in senso presidenzialista la Costituzione intestandosi poi la scelta del nuovo premier appare pretestuosa. Perché, come sempre, il capo del Governo deve essere connesso a una maggioranza parlamentare che lo sostiene. E, come sempre, il capo dello Stato, che lo deve legittimare, non può essere seriamente contrario alla scelta.  Ma ove i partiti politici entrassero nell’ordine di idee che all’Europa e ai conflitti interni sopiti (quelli politici, quelli inter-istituzionali e quelli degli interessi sottostanti) serva la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi, i partiti politici stessi devono dimostrare seriamente che il Pronto Soccorso è servito a qualcosa. Non comportarsi come se la regola vincente fosse che conta chi nomina e non chi è nominato. E che quindi ogni trama è possibile per consolidare, smontare o modificare attraverso gli accordi sul Quirinale il profilo della maggioranza di governo. E’ un ragionamento sottile, mentre il grosso delle dichiarazioni che scorrono non vanno tanto per il sottile.  Dunque questa “rigenerazione” andrebbe motivata e comprovata con atti e parole “nuove”.

Mentre scriviamo queste annotazioni, il conflitto interno alla maggioranza su uno dei due principali campi di gioco (il contrasto all’impennata pandemica) ha obbligato a mediazioni circa le scelte e i modi per raggiungerle. Materia che ha fatto propendere Draghi per un raffreddamento di cinque giorni prima di riprendere la parola in pubblico dopo il CdM del 5 gennaio. Come si è detto, limitando gli approfondimenti solo al successo ancora in atto consistente nel creare convergenza nella maggioranza attorno a “scelte che incidono sulla società e su questioni etiche”.

A breve si vedranno le evoluzioni. O la maggioranza porta a termine compatta questo ciclo emergenziale coronando il ristabilimento dell’interesse generale attorno alle misure adottate e consolidando la sintonia del Paese con il bisogno politico dell’Europa, immaginando i partiti capaci di dominare ogni minuetto propagandistico, oppure la ferita (non ammessa) del 5 gennaio rischia di riaprirsi fomentata dalla connessione evidente tra elezioni al Quirinale e quadro di governo.

Tanto che la questione di governo (quindi della maggioranza e perciò della capacità di espressione del premier) appare in alcuni commenti come trainante la questione Quirinale, quasi quest’ultima fosse al momento un de cuius[4].

Ugualmente lo schema di eccezionalità della situazione, che continua a far parlare della necessità di tenere in piedi un asse Quirinale-Palazzo Chigi, oggi interpretato da Sergio Mattarella e Mario Draghi, in una forma che per alcuni è insostituibile, trova crescenti contrasti e critiche. A cominciare da chi riflette sulla storia intera dell’Italia Repubblicana, come Rino Formica, che scrive: “La Costituzione non prevede la vita di coppia per le istituzioni[5].

Dall’altra parte – immaginando invece ricomponibile la frattura apertasi il 5 gennaio – se, per volontà del Parlamento, maturasse il sentimento che, nell’interesse generale (Europa compresa) resta quella di Draghi la soluzione migliore e più convincente per guidare una abbastanza lunga e difficile partita di attuazione, a capo dell’Esecutivo, da considerarsi “ciclo 2”, tanto più i partiti politici dovrebbero dare prova di un assoluto loro ristabilimento sostanziale. Perché sul fronte della compattezza di governo non sarebbero ammesse prepotenze, personalismi, irresponsabilità, anche di natura minore rispetto alla questione che si è posta il 5 gennaio sull’obbligo indifferenziato di vaccinazione.

In ogni caso, con Draghi in campo, sempre sulle spalle dei partiti cadrebbe un’altra componente obbligata.  La via del Quirinale deve mostrarsi quella indicata da Sergio Mattarella: una scelta autorevole “di garanzia del sistema”, non quella che trasforma la maggioranza di governo in un campo di battaglia con morti e feriti. Nelle coerenze di pensiero di Draghi c’è che questo passaggio delicatissimo può (come dovrebbe) rafforzare la reputazione internazionale dell’Italia o la può, al contrario, degradare. Argomento che non costituisce una semplice questione di immagine. Ma di mantenimento vitale di un potere negoziale.

Fine

C’era bisogno di quel prologhetto su tutto ciò che c’è alle spalle di questo strano e complesso cambio d’anno? Esso ci racconta una storia che, con evidenza, non si riqualifica artificiosamente.

L’ordine del giorno delle Camere riunite per l’elezione del Capo dello Stato il 24 gennaio 2022 è ora, in un certo senso, la risposta esemplare alla domanda: “ma l’anno di emergenza è servito a rimettere in corsa la democrazia italiana oppure no?”.

E’ chiaro che sono legittime le risposte negative e le perplessità. Nessuno sa se la risposta affermativa sia figlia dell’ottimismo o della ragione (non necessariamente coincidenti).

E tuttavia la grammatica che si è qui presupposta è che, date le gravi premesse di sistema, non è pensabile che le soluzioni siano facili come bere un bicchier d’acqua. Anzi, che le cose potrebbero anche finire peggio di come si presentavano al momento della valutazione di crisi irreversibile alla fine del 2020.

Se non si parte dalla genesi della dequalificazione del processo di interpretazione della democrazia in Italia, non si può immaginare che la lettura collettiva delle soluzioni alle crisi in atto sia garantita da un nome casualmente uscito dal cilindro, ora ancora coperto, in cui avvengono però le prime sostanziali agitazioni. Ma quel nome ha tuttavia la possibilità di comprendere e accompagnare un necessario processo di rigenerazione, oppure di essere un “autorevole ostaggio” nella palude.

Se non si confronta questo prossimo passaggio – che deve essere immaginato esso stesso come una pagina esemplare e dunque pedagogica di cultura democratica offerta al Paese – con il fardello in precedenza accennato, probabilmente ogni italiano consapevole – di ogni età, genere e orientamento – non faticherà troppo a valutare l’elezione del successore di Mattarella (fosse anche lo stesso Mattarella) come il risultato del festival di Sanremo. Vince chi piace di più.  

Ma questa volta all’Italia (non è un pensiero di pochi) serve a tutti i costi che vinca chi garantisce di più la sopravvivenza della grande regola alla quale, attenzione, non è scontato appartenere.  


[1] Insegna Comunicazione pubblica e politica all’Università Iulm di Milano. Condirettore di Democrazia futura. Presiede a Milano la Fondazione “Paolo Grassi” e a Melfi-Roma la Fondazione “Francesco Saverio Nitti”. E’ stato in passato direttore generale e capo Dipartimento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e segretario generale del Consiglio regionale della Lombardia

[2] Piero Ignazi, “Il governo Draghi è giunto alla fine del suo percorso. Meglio il Quirinale”, Domani, 7 gennaio 2022.

[3] – Stefano Rolando – Mar(13.1.2022)io Draghi e il “nostro” spirito repubblicano – Democrazia Futura /Key4biz 10.5.2021.

[4] Scrive Giovanni Cominelli (“Draghi sul nido del cucolo?”, editoriale santalessandro.org, 8.1.22): “Tuttavia, nonostante luminose apparenze, la questione nazional-politica più rilevante oggi non è quella dell’elezione del Presidente, ma quella della tenuta, durata, efficacia del governo del Paese, attraverso il quale passano tutti e quattro i fili delle emergenze sopra ricordate.  A seconda che si voglia mantenere o no il Governo Draghi, seguono conseguenze diverse per quando riguarda la scelta del candidato alla Presidenza della Repubblica. Che è, dunque, un corollario del teorema del governo. Davvero i partiti vogliono continuare l’esperienza del Governo Draghi fino alle elezioni del 2023?”.

[5]Rino Formica: basta santificare la coppia salvifica Draghi-Mattarella. Fate votare gli italiani”, Domani, 9 gennaio 2022: “Ci dobbiamo chiedere come dobbiamo convivere in uno stato di perenne necessità ed emergenza, quindi di rischio di sospensione se non di abolizione dei rapporti democratici”.

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