La resistenza ucraina e il salto di qualità della percezione occidentale.

I margini per pensare a una mediazione internazionale prima della catastrofe.

Stefano Rolando

Articolo pubblicato dal giornale online L’Indro, 5.3.2022 h.11.00

Mettiamola così. La parabola dell’attenzione concentrata e solidale comincia a entrare nel dibattito pubblico, pur ancora serrato, emotivo, ineludibile.

Parlo di noi, occidentali. E della guerra di invasione russa della Ucraina.

Una brava giornalista che scrive sulla Stampa e tiene le corrispondenze per la 7, Francesca Mannocchi, ha spiegato la questione nella trasmissione oggi più calzante per parlare della guerra come “guerra di propaganda”. Cioè Propaganda Live.

Nel corso della giornata arrivano più volte i messaggi dagli ucraini, presidente Zelensky compreso: attenzione, amici europei, se cade l’Ucraina, tocca a voi, non mollate la presa, non abbassate la guardia.

E la corrispondente commenta: sento oggi ripetere una nota perturbante, quella che gli ucraini che stanno per strada a fermare i carri armati a mani nude, quelli che portano i figli al confine con la Polonia e poi tornano a casa per continuare a combattere, temono che arrivi per gli occidentali la “stanchezza per la loro stessa retorica”. Filippo Ceccarelli, un giornalista che vede anche il volto umano e a volte il volto grottesco della politica, va a ruota e stima che questa parabola si inneschi in venti giorni. Diciamo che la metà del tempo sarebbe già passata.

Ora mi chiedo – e chiedo a chi legge questa mia seconda nota sul rapporto tra la comunicazione e questa guerra – se sia possibile che questo accada e se, per caso, queste voci non siano solo un legittimo esorcismo.

Evoluzioni della nostra percezione

Non posso non cominciare dal tuffo al cuore provato per un avvenimento di venti giorni fa.

Apertura a metà febbraio dei miei corsi di comunicazione pubblica e politica (secondo semestre) e domanda alla moltitudine di studenti in presenza (più di duecento) e altrettanti collegati da remoto.

Dico: questo corso non insegna tecniche, non insegna “messaggistica” o, solo in piccola parte, caratteri performanti di un mestiere difficile. Insegna a riconoscere l’agorà in cui la comunicazione pubblica non deve scimmiottare la comunicazione commerciale (altri lo fanno) ma a creare condizioni interattive tra istituzioni e società attorno a temi di interessi generale. Quindi a capire la formazione giorno per giorno dell’agenda. Quindi a riconoscere dove si annida e come si forma la propaganda. Insomma, a distinguere – almeno a grandi linee – il vero dal falso nella sfera pubblica. Ed ecco la domanda: chi di voi ha percepito in questi primi giorni (da tre giorni si parlava dei carri armati russi in avvicinamento ai confini dell’Ucraina) il tema del rischio, anzi il tema del rischio ravvicinato di una guerra? Al momento 180 mila militari russi premevano da molti giorni alle frontiere dell’Ucraina. Nessuno ha alzato la mano, nessuno ha dato segnali per chat. Ragazzi al terzo anno, compositi quanto a provenienza, certamente con un nucleo anche di bravi e di informati.

Il giorno dopo, in un altro corso analogo, altra aula, altri ragazzi, alza la mano il 10% dei presenti.

La parola guerra pare fuori dal vocabolario delle percezioni di una generazione. Il rischio – malgrado alcuni graffi della pandemia – è rimasto una dimensione vaga.

Con una spinta così debole di una generazione essenziale per dare base a un sentimento collettivo, quella generazione che dovrebbe percepire al volo i propri coetanei con le facce annerite dentro i cari armati ovvero con le mani spaccate dal freddo a cercare di ostacolarli, dove può andare la solidarietà dell’Europa occidentale?

È quello che mi sono chiesto in quei giorni. E infatti la demoscopia stava registrando un sentimento (collettivo, quindi intergenerazionale) preoccupato ma poco disposto al coinvolgimento vero, più concreto.

Poi passano i giorni, si consolida l’informazione, la rete diventa luogo di un traffico di immagini in escalation fattuale ed emotiva. Arriva persino la guerra cibernetica, con gli hacker russi che puntano a contagiare i sistemi informatici europei (come fanno da tempo) ma anche i giovani “pirati informatici” di Anonymus (ragazzi occidentali) che atterrano in due giorni i siti del Cremlino e della Duma.

Soprattutto, giorno per giorno, si forma la narrativa di una resistenza popolare, quella che assomiglia alla storia del nostro Risorgimento, della nostra Resistenza.

Ed è su questa seconda ondata percettiva che si fonda il passaggio dei governi dei paesi UE, Italia compresa, per non poter più restare allineati alla solidarietà formale, sia pure nel quadro delle sanzioni economiche che presuppongono anche un prezzo di ritorno.

La Germania cambia strategia di fondo. Il nuovo metanodotto business centrale della relazione Russia-Germania salta. Gerard Schroeder chiude il suo rapporto filo-russo e torna a casa.

E la stessa Germania annuncia l’imprevedibile passaggio ad un ruolo co-belligerante, cioè inviando armi da guerra ai resistenti ucraini. Mezza Europa fa la stessa cosa. E Putin ha per vero che ad ovest è finito lo spaesamento fascistoide filo-putiniano alimentato da Trump e dalla destra italiana e francese. Comincia il muso duro sia di chi ha le elezioni di fronte (Francia e Italia) sia di chi le ha già sormontate (Germania, UK, scandinavi e baltici). Quanto all’est europeo come parte dell’Unione il rancore antirusso è di vecchia data e non c’è bisogno di fare grandi scoperte per mettere insieme una unità solo qualche tempo fa impensabile.

L’isolamento internazionale si conclude con il voto all’ONU a larga maggioranza di condanna, con solo cinque paesi (Russia compresa) contro la condanna e con la Cina e l’India e non pochi paesi terzi in astensione, forse per aprire la strada a un’ipotesi di mediazione realistica della stessa Cina.

Per prevenire la quale si comincia a parlare in Europa di mettere in campo Angela Merkel nata e cresciuta nella DDR, che parla il russo e che ha argomenti per intavolare un negoziato con l’ex capo del KGB russo nella sede di Dresda in Germania est.

Terza ipotesi di mediazione – ancora sottotraccia – sarebbe quella del papa cattolico e del primate della Chiesa russa ortodossa, in evoluzione metodologica di un abbraccio tra papa Francesco e il primate ortodosso greco nel 2016 sull’isola di Lesbos per convergere sul dramma delle migrazioni (tema questo di un dialogo che avrebbe per Putin il danno di toccare la sensibilità popolare russa, che lui vuole tenere lontano anche dalle notizie elementari sulla guerra, tanto che va chiudendo giornali, tv e i maggiori social media).

Insomma, nella precedente nota si osservava che la reputazione è entrata in campo come un boomerang che Putin aveva calcolato solo come effetti posticipati delle sanzioni, mentre – partendo da un crollo di fiducia nel paese – ha determinato un crollo di fiducia nei titoli quotati in borsa in quel paese. Metà della ricchezza bruciata. Poi è arrivato il crollo del rublo. Poi la paralisi bancaria. Poi la derubricazione dello sport russo da tutte le competizioni internazionali. Poi l’emarginazione o i casi di crisi nel mondo dello spettacolo.

Ancora poco, tuttavia, per fiaccare il dittatore-invasore.

Esistono i tempi ancora per incuneare una mediazione efficace?

Ora osserviamo che il patriottismo ultra-coraggioso degli ucraini ha messo in moto un riconoscimento morale da parte degli europei che ha spostato l’asticella del nostro coinvolgimento politico-militare.

Alcuni giornalisti perspicaci (penso a Domenico Quirico sulla Stampa) lo hanno spiegato a chiare lettere.  

E – cosa rilevantissima – ha rimesso in linea di coinvolgimento la generazione dei più giovani (ad inizio settimana ho modo di fare le mie verifiche nelle stesse aule).

Tutto ciò che qui è brevemente elencato ovviamente non può fermare l’enorme squilibrio tra il peso militare russo e quello ucraino. Forse anche può accelerare il carattere violento dell’invasione. E dunque il bilancio umanitario rischia di diventare pesantissimo. Ma la tenaglia di coraggio materiale e di sensibilità immateriale può forse allungare oggettivamente i tempi di formazione di un negoziato autorevole, cioè gestito da un soggetto di mediazione che (a seconda della scelta che risulterà praticabile) contiene elementi di autorevolezza per fissare un punto di congelamento delle ostilità, riaprendo lo spazio per la politica.

Spazio in cui il rammendo alla deriva reputazionale di Putin non dovrebbe più essere possibile che avvenga con la sua stessa propaganda, lasciando aperto anche il secondo spiraglio, cioè quello del regolamento di conti contro il moto antistorico prodotto dalla follia neo-zarista di Putin da parte di un’altra alleanza interna: i giovani, le donne, gli intellettuali e la soglia di una classe dirigente che per contare internazionalmente non può più basarsi sulle ville e sugli yacht ma sulla credibilità del proprio sistema Paese.

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