Ucraina invasa dalla Russia. Mancano quaranta giorni al 9 maggio.

Sul giornale online L’Indro, 28.3.2022 – https://lindro.it/ucraina-invasa-dalla-russia-mancano-quaranta-giorni-al-9-maggio

Data di un ipotetico armistizio che andrebbe bene per russi ed europei. Ma manca anche un’architettura credibile per arrivare al risultato.

Non c’è conferma, ma se è vera è ben inventata.

L’idea di Putin, cioè, serpeggiata nei giorni scorsi di far coincidere la fine della guerra in Ucraina con il 9 maggio, ricorrenza russa della Liberazione, ovvero del respingimento dell’invasione nazista durante la seconda guerra mondiale (9 maggio 1945).

Se per caso l’idea fosse tornata in frigorifero, una causa sarebbe anche quella che magari qualche consigliere del Cremlino ancora rimasto con diritto di parola avrebbe potuto far notare che la stessa data è pure la ricorrenza della dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) che diede formulazione alla “idea dell’Europa unita nella cooperazione e nella pace”. Dunque, da alcuni anni la festa ufficiale dell’Unione Europea.

Quindi quella data sarebbe “ben inventata” proprio perché emblematica di due verità.

Ma nell’ipotesi che “fine delle ostilità” voglia dire che le parti direttamente in causa vadano, come si diceva in Italia, a Cassibile (il posto in Sicilia in cui nel 1943 italiani e angloamericani firmarono l’armistizio), la scelta della data appare troppo lontana per i pacifisti ma forse troppo vicina per i polemologi esperti.

Mancano quaranta giorni, in cui dovrebbero essere tolte di mezzo infinite macerie immateriali per potere poi sgombrare anche quelle materiali.

Ed è questa la ragione che almeno la parte in causa più sofferente, cioè gli ucraini, chiama “maledettamente difficile” nella costruzione stessa della modalità di un vero negoziato.

Lo ha detto per esempio ieri (Corriere della Sera, 27 marzo) il responsabile della politica energetica dell’Ucraina German Galuschchenko: ”Negoziare è complicatissimo : non c’è alcuna volontà di compromesso da parte loro, se potessero ci conquisterebbero totalmente per poi governare con il pugno di ferro, cosa che fa capire quanto sia complicato ogni tipo di negoziato con Putin”.

Del resto, anche il linguaggio duro di Biden a Varsavia non ha favorito l’immediata condizione negoziale.

Il richiamo al ‘regime change’ ovviamente può essere legittimo per un leader politico dello schieramento anti-russo. L’argomento è: Putin, violando irragionevolmente equilibri e diritti, non può più governare -lasciamo perdere la retorica comiziale sul ‘macellaio’- e quindi non è più nemmeno in condizioni di negoziare. Visto che non si è trattato di una gaffe, va messo nel conto che per gli americani il negoziato non è dietro l’angolo.

Ma – come ricorda bene Stefano Feltri (ieri sul giornale Domani) – nel concreto di una pur auspicata rivolta interna contro Putin potrebbe scorrere più sangue di quello che scorre ora con la guerra.

In questo breve tempo, l’allentamento dell’assedio a Kiev serve ai russi per intensificare quello sulla città ormai martire di Mariupol, sulla cui difesa si concentra non a caso l’appello al sostegno militare che va svolgendo Zelensky con assillo verso europei e americani, perché la resistenza di questa città significa che il nesso territoriale tra il Donbass e la Crimea non è ancora compiuto (il servizio di Mstyslav Ćernov, dell’Associated Press, tradotto e pubblicato nel fascicolo in questi giorni in edicola di Internazionale,  è la spiegazione dettagliatissima di tre settimane di antefatti che stanno rendendo il nodo di Mariupol  più che strategico  per orientare il negoziato fissando  i termini militari degli equilibri).

Ci sono due domande a cui rispondere su questa incertezza generale circa l’unica condizione che porrebbe fine a bombe, missili, stermini ed evacuazioni in emergenza: la formalizzazione di un armistizio sulla base di un’accoglienza reciproca di condizioni.

  • La prima domanda riguarda la salute mentale di Vladimir Putin. Il presidente della Federazione russa è in sé?  È lucido e senza covare mali ancora non annunciati che possano motivare vaneggiamenti? Con i “si dice” e i “sembra” non si può fare di questa ipotesi una condizione di lavoro. E le ultime interviste ad esperti di fama internazionale circa il quadro politico evolutivo della Russia non fanno chiarezza nettamente. Sempre ieri, per esempio, Mark Galeotti, britannico di origine italiana, University College di Londra, il più prestigioso think tank sulla Difesa di Londra, intervistato per Repubblica da Antonello Guerrera, parlando di molti fattori in evidenza, non fa un vero cenno argomentato  né alla salute di Putin né allo sgretolamento del suo entourage, che appare “molto solido, estremamente dipendente da lui”, pur accettando l’idea che tutto il gruppo dirigente, Putin compreso, “condivida la stessa visione paranoica”.
  • La seconda domanda la pone Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, nell’editoriale “L’architettura del dopo-Putin”, sempre 27 marzo, in cui accetta il terreno di analisi del “regime change” non sulla base di supposizioni “magiche” ma per il fatto che il piano di Putin di annientare rapidamente l’Ucraina e di prendere la capitale Kiev è fallito, per giunta “rilanciando il piano di alleanza USA-UE e determinando più deterrenza Nato in Europa”. Tre colpi al cuore per il capo del Cremlino. Ma, è scritto in questa analisi, manca ancora allo schieramento occidentale la certezza sui comportamenti – per ora in astensione formale – della Cina di Xi Jinping. Argomento che tira in ballo tutto il forte schieramento degli equidistanti (India compresa, oggetto di pressioni della stessa Cina) che pesa molto su determinazioni che riguardino gli equilibri nell’ambito ONU.

Per i russi il tavolo del negoziato assume un senso se il Cremlino può far passare le condizioni dell’armistizio come un successo. Ammesso che la sola neutralità dell’Ucraina sia una condizione accettabile per Putin.

Per gli ucraini – stando alle dichiarazioni – il tavolo del negoziato assume un senso se il territorio rimane integro, se il controllo sull’evacuazione militare russa avviene sotto controllo internazionale, se la ricostruzione dell’immenso disastro avviene con risorse certe che comprendano anche responsabilità di chi lo ha provocato, mettendo in cambio il ritiro della domanda di appartenenza dell’Ucraina alla Nato (da vedersi come evolverebbe il rapporto inevitabile con la UE).

Per i paesi UE confinanti, il tavolo del negoziato sarebbe accettabile con l’evidenza di determinazioni circa le assolute garanzie che – come ha detto Biden – nemmeno un centimetro quadrato dell’Occidente possa sentirsi minacciato.

Quaranta giorni per tessere questi argomenti ora senza evidenza, prima dello scadere delle due date fatidicamente incrociate.

Ogni diplomazia dovrebbe essere dedicata adesso a questa architettura che appare mission impossible, anziché nel lavarsi la coscienza con appelli generici alla pace, una sorta di reciproca ipocrisia.

Una tessitura in cui pesano anche le pressioni meno visibili del piano di danneggiamento economico e reputazionale della Russia che non è affatto parte delle ipocrisie (anche perché ha un prezzo per gli occidentali) ma che resta di difficile e volubile valutazione.

Intanto, come riferisce Le Monde, il lavoro istruttorio della Corte penale internazionale dell’Aja contro i crimini di guerra è in fase avanzata e, ove catturati sul territorio ucraini, i capi militari con comprovati addebiti potrebbero essere consegnati da Kiev all’Aja, aprendo un capitolo che fin da ora ha una sua deterrenza. 

La guerra condotta nel pianeta globale della comunicazione – che va seguita come parallela, intersecata e equipollente – è anch’essa implicata nella tessitura dei fatti per avvicinare o allontanare il negoziato.

Papa Francesco è in campo per “avvicinare” i tempi, con messaggi pressoché quotidiani.

Russi e ucraini seguono il copione che la psicoanalisi chiama “proiettivo”, cioè riferire al nemico la colpa di un misfatto di cui si è accusati. L’Ucraina vince per ora largamente questo duello e ieri, per la prima volta, Zelensky ha avuto i russi come stupefacenti alleati. Si tratta di un gruppo di giornalisti russi, ma “di opposizione” che hanno ottenuto una videointervista in russo che ha permesso a Zelensky, parlando in russo, di agire sul tasto dell’orgoglio di immagine della Russia stessa.

Parlo in russo come è costume in parte dell’Ucraina – ha detto il presidente ucraino – dove la lingua è componente storica di una parte della nostra identità. Ma l’aggressione di Putin scatenerà la volontà degli ucraini di dimenticarsi di questa lingua e per generazioni di considerarla la lingua dei peggiori invasori”.

Il video è vietato in Russia, ma sta diventando virale in rete nel mondo e in qualche modo prima o poi – come fu la tv infiltrata dall’occidente nei tempi della cortina di ferro – aprirà gli occhi alla gente. Quegli occhi che il Cremlino pensava di tenere chiusi per il tempo che riteneva essere quello di una guerra lampo.


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