Sulla guerra di assedio e invasione della Russia di Putin in Ucraina. Note e commenti di Stefano Rolando (28.2.2022 – 31.3.2022)

Pyotr Korovin, Ivan il Terribile – L’assedio di Kazan (1890)

Stefano Rolando insegna Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano. È condirettore della rivista Democrazia futura. Invitato a fine febbraio 2022 dal giornale quotidiano online L’Indro a seguire la guerra di invasione della Russia in Ucraina, soprattutto nei suoi aspetti di rilevanza comunicativa, di rappresentazione mediatica, di percezione e di orientamento del dibattito pubblico, ha pubblicato frequenti commenti e talvolta altre note (tra cui interagendo anche con i suoi studenti in vario modo) che hanno integrato altrove le sue analisi. Qui raccolte.

  1. L’UCRAINA, LA RUSSIA E TUTTI NOI. VENTI DI GUERRA, TEMPESTE COMUNICATIVE (28.2.2022).

Oggi un nuovo Eschilo potrebbe anche legittimamente scrivere: “La prima micidiale arma che può generare ma anche mettere fine a una guerra è la reputazione”.

Gli elementi a disposizione permettono un’analisi che aggiunge a ogni indispensabile valutazione geo-militare anche qualche elemento geo-immaginario.[1]

Accanto a carri armati, missili e mitragliatrici – cosa c’è di più brutalmente “materiale”? – una guerra è anche prima, durante e dopo, un’immensa nuvola immateriale che al tempo stesso provoca pari danni ma apre anche le vie di negoziato e di soluzioni.

La massima di Eschilo (scritta nel VI° secolo a.C.) resta sempre l’iscrizione principale del problema. “La prima vittima di una guerra è la verità”. Ma oggi un nuovo Eschilo potrebbe anche legittimamente scrivere “La prima micidiale arma che può generare ma anche mettere fine a una guerra è la reputazione”.

E con questo approccio che vorrei provare a leggere qualche elemento di un dibattito pubblico che giustamente attanaglia il mondo – e l’Europa in particolare – a fronte di scoperte che non immaginavamo e a interrogativi che credevamo (soprattutto la nostra gioventù credeva) materia storica, cioè del passato.

Cosa non immaginavamo

Non immaginavamo che l’attacco da ogni latitudine dell’Ucraina da parte della Russia fosse preparato nei dettagli. Non immaginavamo che Kiev sarebbe stata circondata in tre giorni dai carri armati lanciati da Putin, anche se qualche volta con ragazzini spauriti a bordo. Non immaginavamo che la questione fosse ben altra rispetto alla contesa sul Donbass filorusso. Non immaginavamo che la resistenza ucraina fosse temeraria, orgogliosa, diffusa. Non immaginavamo che Putin evocasse esplicitamente lo spettro della guerra nucleare. Non immaginavamo che la Germania – per la prima volta dopo settant’anni di vergogna e colpe – arrivasse a mandare i missili in difesa di un paese europeo sovrano micidialmente attaccato. Non immaginavamo che mezza giornata dopo l’entrata dei carri armati dalla Bielorussia e dalla Crimea la borsa di Mosca crollasse come un budino dimezzando la capitalizzazione finanziaria dell’economia russa. Eccetera, eccetera.

Ora scriviamo in attesa di vedere se i colloqui ai confini nord del Paese apriranno una moratoria o finiranno a insulti e ripresa immediata del linguaggio delle bombe.

Ma gli elementi a disposizione permettono un’analisi che aggiunge a ogni indispensabile valutazione geo-militare anche qualche elemento geo-immaginario. Inteso come un processo che connette parole, segni, simboli, percezioni, emozioni, evocazioni. Soprattutto i tratti che legano – virtuosamente e a volte mostruosamente – identità e immagine.

Ho scritto un breve post nei giorni scorsi osservando che la questione reputazionale sta stagliandosi come uno scenario dichiaratamente strategico nella vicenda russo-ucraina. Ho avuto molti riscontri, tra stupore e consenso. In essa scorre il film della storia (spesso misconosciuta) che fa di quella regione un insieme di vicende che l’Europa occidentale, insieme al mondo extra-europeo, sa per vaghi cenni, non come storia propria (si sa che ancora tutti studiamo la porzione di storia nostra al 90% e limitiamo al 10% della storia di tutti). E scorre il film dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino. Che credevamo ben chiarita e risolta con al centro la parola “caduta”. Ma che evidentemente teneva aperte ferite, malintesi, spinte di rivincita, scarso dialogo inter-politico e interreligioso (intuizione questa invece di papa Ratzinger per mantenere aperto il cantiere relazionale tra cattolici e ortodossi), incertezze fatte di accelerazioni e indietreggiamenti della

formazione dell’Europa unita.

Il fronte comunicativo di una guerra

In questo argomento scorrono in positivo e in negativo tutti gli argomenti che costruiscono il fronte comunicativo di una guerra. In generale la opposta rappresentazione. Poi tutte le voci conflittuali di questo sistema: l’interpretazione, la manipolazione, l’omissione, la pressione, il ricatto, il bisogno di coesione.

E ancora la quasi impossibilità di governare il principio moderno dell’appartenenza.

Dopo che guerre, migrazioni, separazioni, ricomposizioni, confini tracciati con la matita dell’opportunismo non delle vocazioni, hanno scomposto in brandelli quel concetto. Un concetto che per l’800 è stato un valore rivoluzionario e per il ‘900 un territorio immateriale che ha sepolto quasi cento milioni di morti in due guerre mondiali.

Per ragioni di reputazione Putin genera (negli anni) il suo piano di rivincita sul ridimensionamento del ruolo della Russia a partire dalla fine del comunismo. Attaccandoci anche le falsificazioni che fanno parte dell’auto-convincimento del proprio “diritto”.

Per ragioni di reputazione le nuove generazioni di quasi tutto il mondo respingono l’aggressione militare all’Ucraina che dà anche alla gioventù russa il coraggio di scendere in piazza e che al tempo stesso fa vacillare gli interessi economici della Russia, come il 45% di finanza bruciata in borsa in poche ore rivela una spia forse non calcolata nelle strategie del Cremlino.

Per creare un terreno di “spiegazione”, di “interpretazione” che non possono essere questioni per gli addetti ai lavori i media hanno creato una condizione di “maratona”. In tv – con epicentri alla 7 e al Tg1 – l’orchestra degli inviati in tutto il sistema di crisi è in queste ore una forte rappresentazione del giornalismo di coraggio testimoniale e investigativo. In rete si sta producendo poi uno scenario molto complesso.

C’è la velocità con cui i dettagli tecnici, emozionali, critici corrono da un punto all’altro del pianeta, accompagnati da una semiologia che frusta – come la satira sa fare – i comportamenti.

Ma ci sono anche storie che danno spessore al carattere umanitario della solidarietà.

La parte inedita della guerra

Ed è in rete che si sta svolgendo una inedita parte della guerra. Dall’offensiva degli hacker russi contro i sistemi informativi occidentali, emersa poche ore dopo l’attacco da terra dei carri armati, alla reazione forte e diffusa di Anonymus che raccoglie un network di kacker occidentali che – in una vera premessa di guerra 4.0 sul web – ha in corso la controffensiva contro il Cremlino e la Duma. Come si sa i pirati informatici non sono sempre buoni. Ma qui si va profilando uno scontro tra l’intelligence militare russa e una sorta di civismo digitale belligerante che non era scenario così evidente, pur essendo da anni in atto un’attenzione forte soprattutto dei paesi del nord Europa (GB e paesi baltici in testa) in preoccupata attenzione per la disinformazione prodotta dai russi nell’Europa occidentale.

Così che la questione reputazionale ha invaso in poche ore anche i territori che compongono molto l’immaginario comunicativo, lo sport e lo spettacolo.

Nel giro di poche ore il mondo dello sport ha smontato la finale di Champions League prevista a S. Pietroburgo spostandola a Parigi. E, ferita che vale come una cannonata, ha derubricato la presenza russa da Eurovision Song Contest 2022 che si svolgerà a Torino.

Anche qui, soprattutto per i giovani (giovani russi compresi) sono questi i fattori che spostano in modo forte attenzioni e interrogativi che magari la cronaca politica non riesce ad attivare in tutti.

Immagine, reputazione, sentimenti di orgoglio, di identità e di appartenenza sono cose antiche come il mondo. Esistevano anche – come fattori tanto bellicosi quanto pacificanti, come strumento di polizia quanto di filosofia – dalle guerre puniche alle guerre contemporanee.

Non sono temi che hanno abitualmente fermato i carri armati, anche se hanno creato le condizioni riparatorie. Questa volta sono forse in condizioni di attivare – la speranza è che ciò avvenga in tempo utile – la riparazione di un dialogo colpevolmente mancato tra Occidente e Russia che si sono occupati entrambi in questi anni più di affari che di ragioni.

Da qui l’appello soprattutto ai giovani a seguire con spirito critico l’andamento drammatico di queste ore, non solo per la banale spettacolarizzazione di un ennesimo “risultato” di vincitori e vinti (che pure è un elemento cruciale della vicenda), quanto perché siamo entrati in un’altra epoca storica della conflittualità geopolitica da cui si capirà in che riassetto del mondo stiamo per vivere.

2. RESISTENZA UCRAINA E SALTO DI QUALITA’ DELLA PERCEZIONE OCCIDENTALE (5.3.2022).

I margini per pensare a una mediazione internazionale prima della catastrofe.[2]

Mettiamola così. La parabola dell’attenzione concentrata e solidale comincia a entrare nel dibattito pubblico, pur ancora serrato, emotivo, ineludibile.

Parlo di noi, occidentali. E della guerra di invasione russa della Ucraina.

Una brava giornalista che scrive sulla Stampa e tiene le corrispondenze per la 7, Francesca Mannocchi, ha spiegato la questione nella trasmissione oggi più calzante per parlare della guerra come “guerra di propaganda”. Cioè Propaganda Live.

Nel corso della giornata arrivano più volte i messaggi dagli ucraini, presidente Zelensky compreso: attenzione, amici europei, se cade l’Ucraina, tocca a voi, non mollate la presa, non abbassate la guardia.

E la corrispondente commenta: sento oggi ripetere una nota perturbante, quella che gli ucraini che stanno per strada a fermare i carri armati a mani nude, quelli che portano i figli al confine con la Polonia e poi tornano a casa per continuare a combattere, temono che arrivi per gli occidentali la “stanchezza per la loro stessa retorica”. Filippo Ceccarelli, un giornalista che vede anche il volto umano e a volte il volto grottesco della politica, va a ruota e stima che questa parabola si inneschi in venti giorni. Diciamo che la metà del tempo sarebbe già passata.

Ora mi chiedo – e chiedo a chi legge questa mia seconda nota sul rapporto tra la comunicazione e questa guerra – se sia possibile che questo accada e se, per caso, queste voci non siano solo un legittimo esorcismo.

Evoluzioni della nostra percezione

Non posso non cominciare dal tuffo al cuore provato per un avvenimento di venti giorni fa.

Apertura a metà febbraio dei miei corsi di comunicazione pubblica e politica (secondo semestre) e domanda alla moltitudine di studenti in presenza (più di duecento) e altrettanti collegati da remoto.

Dico: questo corso non insegna tecniche, non insegna “messaggistica” o, solo in piccola parte, caratteri performanti di un mestiere difficile. Insegna a riconoscere l’agorà in cui la comunicazione pubblica non deve scimmiottare la comunicazione commerciale (altri lo fanno) ma a creare condizioni interattive tra istituzioni e società attorno a temi di interessi generale. Quindi a capire la formazione giorno per giorno dell’agenda. Quindi a riconoscere dove si annida e come si forma la propaganda. Insomma, a distinguere – almeno a grandi linee – il vero dal falso nella sfera pubblica. Ed ecco la domanda: chi di voi ha percepito in questi primi giorni (da tre giorni si parlava dei carri armati russi in avvicinamento ai confini dell’Ucraina) il tema del rischio, anzi il tema del rischio ravvicinato di una guerra? Al momento 180 mila militari russi premevano da molti giorni alle frontiere dell’Ucraina. Nessuno ha alzato la mano, nessuno ha dato segnali per chat. Ragazzi al terzo anno, compositi quanto a provenienza, certamente con un nucleo anche di bravi e di informati.

Il giorno dopo, in un altro corso analogo, altra aula, altri ragazzi, alza la mano il 10% dei presenti.

La parola guerra pare fuori dal vocabolario delle percezioni di una generazione. Il rischio – malgrado alcuni graffi della pandemia – è rimasto una dimensione vaga.

Con una spinta così debole di una generazione essenziale per dare base a un sentimento collettivo, quella generazione che dovrebbe percepire al volo i propri coetanei con le facce annerite dentro i cari armati ovvero con le mani spaccate dal freddo a cercare di ostacolarli, dove può andare la solidarietà dell’Europa occidentale?

È quello che mi sono chiesto in quei giorni. E infatti la demoscopia stava registrando un sentimento (collettivo, quindi intergenerazionale) preoccupato ma poco disposto al coinvolgimento vero, più concreto.

Poi passano i giorni, si consolida l’informazione, la rete diventa luogo di un traffico di immagini in escalation fattuale ed emotiva. Arriva persino la guerra cibernetica, con gli hacker russi che puntano a contagiare i sistemi informatici europei (come fanno da tempo) ma anche i giovani “pirati informatici” di Anonymus (ragazzi occidentali) che atterrano in due giorni i siti del Cremlino e della Duma.

Soprattutto, giorno per giorno, si forma la narrativa di una resistenza popolare, quella che assomiglia alla storia del nostro Risorgimento, della nostra Resistenza.

Ed è su questa seconda ondata percettiva che si fonda il passaggio dei governi dei paesi UE, Italia compresa, per non poter più restare allineati alla solidarietà formale, sia pure nel quadro delle sanzioni economiche che presuppongono anche un prezzo di ritorno.

La Germania cambia strategia di fondo. Il nuovo metanodotto business centrale della relazione Russia-Germania salta. Gerard Schroeder chiude il suo rapporto filo-russo e torna a casa.

E la stessa Germania annuncia l’imprevedibile passaggio ad un ruolo co-belligerante, cioè inviando armi da guerra ai resistenti ucraini. Mezza Europa fa la stessa cosa. E Putin ha per vero che ad ovest è finito lo spaesamento fascistoide filo-putiniano alimentato da Trump e dalla destra italiana e francese. Comincia il muso duro sia di chi ha le elezioni di fronte (Francia e Italia) sia di chi le ha già sormontate (Germania, UK, scandinavi e baltici). Quanto all’est europeo come parte dell’Unione il rancore antirusso è di vecchia data e non c’è bisogno di fare grandi scoperte per mettere insieme una unità solo qualche tempo fa impensabile.

L’isolamento internazionale si conclude con il voto all’ONU a larga maggioranza di condanna, con solo cinque paesi (Russia compresa) contro la condanna e con la Cina e l’India e non pochi paesi terzi in astensione, forse per aprire la strada a un’ipotesi di mediazione realistica della stessa Cina.

Per prevenire la quale si comincia a parlare in Europa di mettere in campo Angela Merkel nata e cresciuta nella DDR, che parla il russo e che ha argomenti per intavolare un negoziato con l’ex capo del KGB russo nella sede di Dresda in Germania est.

Terza ipotesi di mediazione – ancora sottotraccia – sarebbe quella del papa cattolico e del primate della Chiesa russa ortodossa, in evoluzione metodologica di un abbraccio tra papa Francesco e il primate ortodosso greco nel 2016 sull’isola di Lesbos per convergere sul dramma delle migrazioni (tema questo di un dialogo che avrebbe per Putin il danno di toccare la sensibilità popolare russa, che lui vuole tenere lontano anche dalle notizie elementari sulla guerra, tanto che va chiudendo giornali, tv e i maggiori social media).

Insomma, nella precedente nota si osservava che la reputazione è entrata in campo come un boomerang che Putin aveva calcolato solo come effetti posticipati delle sanzioni, mentre – partendo da un crollo di fiducia nel paese – ha determinato un crollo di fiducia nei titoli quotati in borsa in quel paese. Metà della ricchezza bruciata. Poi è arrivato il crollo del rublo. Poi la paralisi bancaria. Poi la derubricazione dello sport russo da tutte le competizioni internazionali. Poi l’emarginazione o i casi di crisi nel mondo dello spettacolo.

Ancora poco, tuttavia, per fiaccare il dittatore-invasore.

Esistono i tempi ancora per incuneare una mediazione efficace?

Ora osserviamo che il patriottismo ultra-coraggioso degli ucraini ha messo in moto un riconoscimento morale da parte degli europei che ha spostato l’asticella del nostro coinvolgimento politico-militare.

Alcuni giornalisti perspicaci (penso a Domenico Quirico sulla Stampa) lo hanno spiegato a chiare lettere. 

E – cosa rilevantissima – ha rimesso in linea di coinvolgimento la generazione dei più giovani (ad inizio settimana ho modo di fare le mie verifiche nelle stesse aule).

Tutto ciò che qui è brevemente elencato ovviamente non può fermare l’enorme squilibrio tra il peso militare russo e quello ucraino. Forse anche può accelerare il carattere violento dell’invasione. E dunque il bilancio umanitario rischia di diventare pesantissimo. Ma la tenaglia di coraggio materiale e di sensibilità immateriale può forse allungare oggettivamente i tempi di formazione di un negoziato autorevole, cioè gestito da un soggetto di mediazione che (a seconda della scelta che risulterà praticabile) contiene elementi di autorevolezza per fissare un punto di congelamento delle ostilità, riaprendo lo spazio per la politica.

Spazio in cui il rammendo alla deriva reputazionale di Putin non dovrebbe più essere possibile che avvenga con la sua stessa propaganda, lasciando aperto anche il secondo spiraglio, cioè quello del regolamento di conti contro il moto antistorico prodotto dalla follia neo-zarista di Putin da parte di un’altra alleanza interna: i giovani, le donne, gli intellettuali e la soglia di una classe dirigente che per contare internazionalmente non può più basarsi sulle ville e sugli yacht ma sulla credibilità del proprio sistema Paese.

3. IL DISCORSO ALLA NAZIONE DEL PRESIDENTE PUTIN ALLA VIGILIA DELLO SCATENAMENTO DELLA SUA OFFENSIVA (7.3.2022).[3]

Corsi e ricorsi della retorica politica. Breve commento.

Ho ascoltato parola per parola – con ottima traduzione in italiano – il discorso alla nazione che il presidente Putin ha tenuto alla vigilia di quella che ha chiamato “operazione speciale in Ucraina” e che la grandissima maggioranza dei paesi membri dell’ONU ha chiamato “l’invasione dell’Ucraina”.

Il suo salto logico è identico a quello che mosse Hitler a scatenare la guerra in tutte le direzioni esterne alla Germania.

Il sentimento di essere “accerchiato” da nemici accecati dall’obiettivo di distruggere la Russia.

La sua retorica ha punti di abilità, trasformando in sistemi di premeditata crocefissione della Russia vicende in capo alla NATO che rispondono a una strategia di difesa, nella quale possono anche esserci stati passaggi di arroganza tattica.

L’Ucraina è semplicemente il luogo di intralcio, tra la sua percezione di riscossa a seguito del crollo dell’URSS e del muro di Berlino e l’accerchiamento premeditato teso a al progressivo annichilimento della Russia.

Il sentimento di riscossa e la percezione dell’accerchiamento costituivano l’identica retorica che Hitler espresse nel Mein Kampf e nel micidiale riarmo esploso nel 1939.

Hitler proclamò il suo “diritto alla difesa” – con un ragionamento parallelo a quello di Putin – che stando dalla parte sbagliata della storia arrivò a generare l’autodistruzione della Germania.

Tutto il resto della retorica del presidente russo è costtiuito da patatine di contorno.

Ma il momento resta terribile per quel “luogo di intralcio” che si chiama Ucraina nel cui ambito vuole dare una lezione al mondo non semplicemente ai limitrofo antico granaio della Russia che cerca di scappare a gambe levate dal predatore, così come hanno fatto tutti gli stati con loro autonomia etnica attorno all’URSS una volta liberati dal gioco militare e di polizia creato dall’URSS.

Non capire questo disegno e le pulsioni che lo accompagnano è la maggiore manipolazione – in cui qualcuno anche in Italia è predisposto a cascare – da cui dobbiamo guardarci.

Purtroppo facendo i conti con una criticità drammatica ormai a un punto avanzato e sperando che la geopolitica planetaria metta in campo un soggetto con deterrenza sufficiente per fermare il piano criminale anche al prezzo di qualche ridisegno territoriale e di una condizione di neutralizzazione garantita internazionalmente.

Per guadagnare il tempo necessario a questo possibile accadimento (di cui la missione israeliana è una sorta di “prova misure”) la resistenza eroica degli ucraini è tanto dolorosa quanto necessaria. Dunque – come quasi tutti i paesi dell’Unione europea hanno deciso – supportandola entro limiti non scatenanti e monitorando la caduta reputazionale interna in Russia che presenta molteplici segni di non illimitata tenuta.

4. UN FRAMMENTO DELLA NOSTRA “GENERAZIONE Z” – IN GRANDE MAGGIORANZA CONTRO LA GUERRA, MA ORA TEME IL PEGGIO (18.3.2022).

Sondaggio sulla percezione della guerra russo-ucraina tra studenti universitari del terzo anno in IULM a Milano. 17 questioni su cui condividere, non condividere, astenersi. Una generazione che aveva derubricato la stessa parola “guerra” dalla propria immaginazione di rischio. Ma che ora si forma opinioni, certezze ed evidentemente anche paure. Il rischio nucleare è dichiarato dal 73,9%.  Il 65,9% teme escalation e ampliamento ad altri paesi europei. [4]

Il tempo, che si va prolungando, della guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina, peggiora drammaticamente le condizioni di un popolo invaso. Ma fa anche emergere più argomenti, più evidenze, più circostanze attorno a ciò che, storicamente, in una guerra è sempre la prima vittima: la verità. Proprio per questo il tempo amplia l’informazione, ma non è sempre detto che approfondisca anche la spiegazione.

Essendo questo il paradigma principale dell’insegnamento della comunicazione pubblica (altri sceglieranno ancora di preferire la didattica delle tecniche, non sarò io a considerare ciò una cosa inutile, ma in questi momenti aiutare a capire i “processi pubblici” è forse più importante), è parso, a chi scrive, utile tentare un accertamento, anche se sperimentale e limitato. Diciamo il momento giusto per proporre due ore di analisi di evidenze messe in fila attorno a questa guerra, intervallando con 17 domande rivolte a studenti “cruciali”. Cioè con un’età (anno di nascita) che riguarda per alcuni l’ultimo anno del secolo scorso e per altri il primo anno del secolo nuovo. Esattamente quella che viene definita “generazione Z”.

Il caso, ieri all’Università IULM di Milano, ai partecipanti a due corsi obbligatori sulla materia, sia pure con il carattere volontario dell’occasione, che ovviamente non era compresa nei programmi.

Dunque, un campione di studentesse e studenti del terzo anno, tra i 21 e i 23 anni, che, prima di entrare nel merito delle risposte, autoseleziona qui la questione dell’interesse o del non interesse per l’argomento. Interesse non elevatissimo, va detto, rispetto a un potenziale di più di 600 immatricolati, con una presenza accertata in avviamento di 137 partecipanti; ma la compresenza di altri impegni didattici (per parte dei potenziali interessati) attutisce il dato che segnala un’attrazione viva ma limitata.

In sé questo è un fatto abbastanza atteso da chi scrive, che vede mediamente un “fattore sorpresa” vissuto da una generazione che pareva avere derubricato la stessa parola guerra dalla propria immaginazione di rischio. E, malgrado la pandemia, per una parte non banale forse anche l’idea stessa dell’esistenza, sempre in agguato, del rischio in quanto tale. Rischio connesso a svariati eventi storici o naturali, di cui pure l’agenda di questi anni non è stata avara, ma che per la gioventù tendenzialmente potrebbe avere contorni piuttosto vaghi.

Nei primissimi giorni di guerra la stessa aula (sollecitata al riguardo) non segnalava di avere percepito la dominante di “rischio coinvolgente” che poi si è manifestata più chiara. E pochi giorni prima questa “giornata speciale”, si è aggiunto un dato non del tutto estraneo. Il tema era quello della lezione su l’Europa e la comunicazione (identità, valori, funzioni, dinamiche percepite) con quasi 300 studenti partecipanti. Considerando che per  i livelli locale, regionale, nazionale, soprannazionale, sia possibile la compresenza circa le “appartenenze identitarie”, si invitava però a rispondere se, per qualcuno, quella “europea” potesse essere considerata come prioritaria. Ebbene nessuno ha alzato la mano, salvo una studentessa che, avendo dichiarato di avere una madre rumena è un padre ucraino, ha osservato che, per lei, “essere prima di tutto europea” è una cosa ben presente. Un esito, credo, su cui valga la pena di riflettere. E che magari andrebbe studiato ora come un ritorno di opportunità.

Le risposte al questionario sulla guerra.

Malgrado gli argomenti condizionanti citati – tuttavia non statici, probabilmente destinati ad essere movimentati dalle nuove circostanze – l’approccio alla tematica è stato davvero attento e il coinvolgimento agli interrogativi posti è stato per tutti serio. Meglio dire in partenza che, circa il posizionamento generale, è nettissimo l’orientamento a favore del popolo invaso e non a favore del paese invasore.

  • L’88,5% ritiene che non ci siano “riscontri di ragionevolezza” per l’attacco russo. Il 5% dice che ci sono, il 6,5% non sa.
  • Il 90,8% ritiene che la difesa e la resistenza ucraina siano “giuste”. Solo l’1,9% dice no, il 7,5% non sa.
  • Ma è anche molto forte la maggioranza di chi teme una escalation e un ampliamento del conflitto, fino al rischio nucleare: 73,9%, contro il 18,5% di no e il 7,6% di non so.
  • Un prossimo coinvolgimento militare nel conflitto UE e NATO è immaginato dal 78,4%, non ci crede solo il 10,8% e non sa uno stesso 10,8%.
  • In questo ambito di forti maggioranze rientra anche la risposta al quesito sulle religioni cristiane, se riescono a “influire sulla sospensione delle armi e per il negoziato”. Dopo la posizione schierata con Putin  del patriarca della Chiesa ortodossa russa: i75% non lo ritiene, 19,1% lo ritiene lo stesso, 5,9% non sa[5].

Risposte più sagomate.

Articolazione maggiore attorno ad altri quesiti. La vediamo nell’ordine in cui sono state date le risposte.

  • Le basi NATO ai confini dell’Ucraina, ancorché legittime, sono da considerarsi “una provocazione?”. No per il 63,5%, sì per il 23,3%, non sa il 13,2%.
  • Alla domanda se sia pensabile un’estensione dell’attacco ad altri paesi europei, il sì è molto alto, al 65,9%; il no è espresso dal 20,2%, si astiene il 14,11%. Anche questo dato – come quello precedente sul nucleare – ha un carattere poco diffuso nei sondaggi in corso sugli italiani e segnala un elemento di inquietudine che si va formando anche per chi è molto lontano dalla memoria della guerra.

Ora vi è una “zona” di argomenti per cui il dato prevalente resta forte, ma in cui sale anche l’incertezza.

  • Per esempio: è considerato importante che, sia pure con i gravi costi umani della “resistenza”, “si guadagni tempo non arrendendosi” per favorire un negoziato internazionale? Lo pensa il 75%, dice no solo il 5,2% ma il non so arriva fino al 19,8%.
  • Le sanzioni sono giuste? Si per l’84,9%, un dato notevole. Il no è al 10,8%, il non so scende al 4,3%.
  • Ma anche “efficaci”? Qui c’è sagomatura. Il sì scende al 37,3%, il no sale al 29,4%, il non so arriva al 33,3%.
  • Si articola di più l’opinione quando le domande arrivano a un punto molto discusso anche sui media e nella politica: aiutare con le armi la resistenza ucraina?. E’ d’accordo il 52,3%, non è d’accordo il 28,9%, non si esprime il 18,6%.
  • Si divide in due il target quando la domanda evidenzia un altro tema generalmente divisivo: favorevole o contrario all’ Ucraina nella UE e nella NATO? Favorevole il 40,9%, contrario esattamente un altro 40,9%, si astiene il 18,2%.
  • E siccome la speranza del mondo va orientandosi verso un “negoziato” che fermi le armi e che apra una vera trattativa, il 72,1% lo vede, il 15,1% non lo vede, il 12,8% preferisce non sbilanciarsi[6].
  • Si comincia poi a discutere di geopolitica e di sistemi di alleanza. Argomenti solidi ma anche pure ipotesi. Per cui si chiede se si percepisce che a fronte di una alleanza di potenze “democratiche” (UE e USA) si possa profilare una alleanza di potenze “autoritarie o dispotiche” (Russia e Cina). Anche qui risposte articolate: sì per il 32,5%, no per il 36,2%, non sa Il 31,3%.

Informazione, propaganda, reputazione.

La parte finale del sondaggio ha riguardato l’ambito specifico dell’orientamento universitario dei partecipanti, cioè la comunicazione. Tre questioni sono rientrate nella rilevazione.

  • I nostri media fanno un lavoro “libero ed esauriente” ma anche “positivo” (cioè capace di spiegare)? Si 50,6%, no 37,7%, non so 11,7%.
  • Propaganda e manipolazione informativa: sono fenomeni chiaramente percepiti? Si 61,0%, no 29,9%, non so 9,1%.
  • La “caduta reputazionale” internazionale della Russia (borsa, rublo, proteste, dimissioni, delegittimazione politica e mediatica, eccetera). È un elemento che può influenzare gli esiti della guerra? Dice sì il 94,4%, dice no l’11,7%, dice non so il 3,9%.

Ho lasciato per ultima questa risposta. Che è infatti l’ultima del questionario. Ma che dovrebbe essere la prima per la schiacciante maggioranza che qui si è formata. A valle del ragionamento che riguarda studenti di aree disciplinari per i quali la “reputazione” non è cipria, ma sostanza che incide sull’economia, sulla politica, sui consumi, sulla credibilità di governi e paesi. Potrà sembrare un dato esagerato ad alcuni lettori. Ma questa è una “verità demoscopica”. E questi sono anche i cambiamenti della cultura percettiva del mondo. Qui in evidenza, anche per discuterne.  E per avere qualche elemento in più sulla percezione dei giovani che, insieme a paure, stanno mettendo in moto anche opinioni, distinzioni, giudizi.

5. ALLE RADICI DEL GIUSTIFICAZIONISMO DELL’INVASIONE (MARZO 2022).[7]

Stereotipi che per un secolo hanno identificato nella Russia valori che appartenevano solo alla sua propaganda.

Questo breve testo è scritto per andare alla ricerca di radici, minoritarie ma significative, di una sorta di giustificazionismo che aleggia in alcuni ambiti del sentimento politico italiano (estendibile anche a parti dell’Europa) nei confronti di un attivo “ruolo forte” della Russia nello scenario internazionale. Che arriva a far cogliere talvolta più ragioni che torti nell’ingiustificabile attuale aggressione della Russia di Putin nei confronti di uno stato sovrano, rivendicato come cosa propria per intrecci storici e nostalgie della divisione radicale tra Occidente e Oriente europeo. Per vederne, dunque, il pur distorto continuismo, e per constatare che la lezione storica di grandi autori, che hanno riflettuto sulla vicenda di quel pur grande Paese e grande popolo (da Karl August Wittfogel nel suo “Dispotismo orientale” al più recente François Furet nel suo “Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo”), lascia aperti ambiti della nostra attuale cultura politica rispetto alla pur vasta azione pedagogica che questo genere di riflessioni ha prodotto.

Si deve certamente partire dallo sconquasso sociale della Prima guerra mondiale – popoli usati come carne da macello e cannoni per rettificare confini – per vedere in che modo la Rivoluzione russa si collochi come una forte narrativa di riscossa e di giustizia del Novecento, lasciando una scia indelebile per tutto il secolo.

Con l’uscita di scena di Trotzki, il leninismo perde tuttavia la complessità del pensiero modernizzante (“soviet più elettrificazione”) e l’imprevista morte dello stesso Lenin prepara la trasformazione burocratica e dispotica della Rivoluzione. Che tuttavia rigenera il suo simbolo di forza decisiva nella più grande resistenza umana al nazismo (pagando a Stalingrado il prezzo di un milione di morti per l’assedio affamatore della città da parte dei nazisti) e nella occupazione materiale e simbolica di Berlino, che pone fine alla Seconda guerra mondiale e costringe Hitler al suicidio.

Con la colonna sonora dell’Internazionale e la promessa secolare della futura Rossa Primavera, la bandiera sovietica sotterra le nefandezze criminali di Stalin e trasforma in una questione per studiosi il fallimento socioeconomico della dottrina marxista applicata ad un Paese ignaro di qualunque esperienza di democrazia e di articolazione delle classi sociali. Sventola dai pinnacoli del Cremlino fino al più remoto circolo operaio della Pianura padana come il più forte canto di emancipazione capace persino di competere con il cristianesimo. Tanto da vivere nel nostro Paese in un connubio empatico inventato da un sagace scrittore di destra, come Guareschi, sconfinando nel lungo dopoguerra dopo avere riscosso elettoralmente l’investimento del più alto tributo di sangue pagato (insieme agli azionisti) per la resistenza e la guerra di liberazione.

Il sostegno di una “comprensione” figlia di tutti gli stereotipi che per un secolo hanno identificato nella Russia valori che appartenevano solo alla sua propaganda.

I carri armati sovietici a Budapest nel 1956, e poi a Praga dodici anni dopo, faranno perdere qualche scheggia dei gruppi dirigenti, ma non faranno perdere fedeltà al posizionamento anti-occidentale dei comunisti e neppure un voto di provenienza popolare.

L’ambiguità e la doppiezza di una classe dirigente che si rivelerà dalla parte sbagliata della storia in tutti gli appuntamenti fatidici della democrazia repubblicana italiana, resterà un argomento per gli addetti ai lavori. Il popolo italiano non catturato dagli ideali cattolici della DC o dal più difficile progetto del gradualismo riformista, vi leggerà il rovescio della medaglia, cioè il fiume di parole speso a sostegno della povera gente.

E ci vorrà solo la caduta del muro di Berlino e l’impronunciabilità continentale della parola “comunismo” per mettere fine ad una mitologia coltivata per tutto il secolo.

Alla fine del quale, la sparizione di connotati popolari e operaisti nella politica rappresentata in Italia a sinistra (gruppi dirigenti in fuga dal proprio passato), sposterà una parte consistente del voto operaio verso il populismo leghista. Proprio quello che si ergerà a difendere i posti di lavoro dei “plebei garantiti” spostando sulla gioventù fascistoide la fascinazione per il vincitore della dura lotta per sostituire la romantica perestrojka di Gorbačëv nel ritorno del leader d’acciaio.

Quella figura di “capo” che il giudoka ed ex cinico membro del KGB Vladimir Putin, pur spostandosi politicamente di 180 gradi, alimenta meglio di altri. La alimenta in casa propria in nome della grandezza della Madre Russia e all’estero nel disprezzo per la furbizia spesso senza ideali della borghesia europea e, in generale, per il capitalismo verniciato da cultura liberale ma costruito ancora sul paradigma delle disuguaglianze. Tutt’altra storia ha, naturalmente, l’apprezzamento, il riconoscimento, l’amore di chi ha voluto culturalmente avere accesso appunto ai punti di forza di un popolo nel campo della cultura, dell’arte e della scienza. In quella creatività c’è stata anche molta sofferenza nei confronti di una storia e di un destino, che lasciano questa partita ben distinta dal giudizio politico.

Errori tattici, trascuratezze diplomatiche, strumentalismi connessi a convenienze economiche sono avvenuti nel modo con cui l’Occidente ha trattato il soggetto politico che esprimeva una certa continuità geopolitica con il nemico storico.

Se non si parte da questa parabola (qui espressa con la velocità della luce) non si può capire perché Putin abbia infatuato settori non marginali della politica italiana (e diffusamente in Europa) e ben inteso ambiti di un elettorato che ha trasferito in pochi anni il voto dalla sinistra alla destra dello schieramento politico. Destinato a irrilevanza va invece considerato il corteggiamento di Putin fatto da Berlusconi nel convincimento qualunquista che, in assenza di una vera politica estera, l’Italia mantiene il suo appeal mescolando soprattutto lusso e spaghetti.

A Putin andava bene sapere che gli Stati Uniti consideravano Berlusconi un parvenu da tenere marginale, per fargli credere un’amicizia con attaccato al più qualche affare. È nelle pieghe di questi ambiti di coltivazione di rapporti che si è cacciata la Lega di Salvini in fase di reinvenzione di ruolo.

Con l’idea aggiuntiva di sistemare anche i suoi conti scassati e i suoi ripianamenti di frequenti intrusioni personali del gruppo dirigente nelle casse del partito. E portando a beneficio, comunque, una miseria rispetto ai colpi grossi fatti da figure come Gerard Schroeder, passate armi e bagagli nel grande lobbismo russo. È all’interno di questi ambiti di destra, sommati a qualche nostalgia per l’antica storica dipendenza russofila di sinistra, che vanno cercate oggi le posizioni di chi – a fronte della plateale invasione antistorica dell’Ucraina da parte di un Putin violento, manovratore cinico di superiorità militare e di continuità propagandistica – cerca di rappresentare giustificazioni nel dibattito pubblico italiano su questa guerra.

Esprimendo il sostegno di una “comprensione” che è figlia di tutti gli stereotipi che per un secolo hanno identificato nella Russia valori che appartenevano solo alla sua propaganda. Il nervosismo di Putin diventa per costoro un fremito di un intero Paese che vive il ritorno ai confini dello zarismo e poi del sovietismo come una cosa ragionevole. Tanto ragionevole da giustificare anche l’aggressione a uno Stato sovrano bombardando case, scuole, ospedali e persino le centrali nucleari.

Lo sdegno per l’avanzata delle linee difensive della NATO fino a Paesi che, in realtà, sono parte integrante della UE e che aderiscono legittimamente alla NATO, viene vissuto, in chi ha maturato quel retroterra di condivisione, come una ragione inoppugnabile per scegliere la via barbarica di mettere a ferro e a fuoco un paese di 40 milioni di abitanti anziché aprire, con la diplomazia politica ed economica, i tavoli oggi esistenti per assicurarsi le garanzie di sicurezza necessarie.

Ben inteso questa breve riflessione riguarda ambiti di opinione politica, al netto del vasto coinvolgimento negli interessi della Russia putiniana di un lobbismo italiano ben retribuito, costruito in ambienti diplomatici, giornalistici e professionali di cui parla nel dettaglio, con nomi e cognomi, l’ultimo fascicolo dell’Espresso diretto da Marco Damilano.

Naturalmente errori tattici, trascuratezze diplomatiche, strumentalismi connessi a convenienze economiche sono avvenuti nel modo con cui l’Occidente ha trattato il soggetto politico che esprimeva una certa continuità geopolitica con il nemico storico. A cominciare, forse, anche dal voler troppo mantenere la demarcazione tra Occidente e Oriente, a volte con la stessa determinazione che ha la Russia putiniana, senza leggere adeguatamente che l’ampliamento verso est della UE dovrebbe aver fatto maturare una diversa percezione geopolitica.

Ma se, per non sopite infatuazioni, queste insufficienze danno luogo addirittura a riconoscere “ragioni” del muovere una guerra di occupazione,si ha il dovere di ricorrere a ciò che gli elementari valori delle democrazie liberali e delle dichiarazioni umanitarie internazionali considerano, senza remore, vere e proprie inaccettabilità. E per quanto ci riguarda, come europei, la lezione che ci viene proprio dal nostro passato colonialista mette al riparo da una impensabile inibizione a riconoscere, a tanti anni di distanza, qualunque neocolonialismo sostenuto dalla deterrenza nucleare e da una storica continuità dispotica.

6. TRE BREVI NOTE (18.3.2022) [8]

Aleksandr Dugin

Aleksandr Dugin, il filosofo russo che si intratteneva con Salvini e i dirigenti leghisti impegnati in missioni affaristico-teoriche che sono ancora rimaste nelle pratiche giudiziarie in attesa di soluzioni, lo stesso filosofo che poi ha avuto espressioni di delusione nei riguardi di Salvini, adesso (condivido il testo messo in rete da Pietro Caruso) articola il compiuto rovesciamento delle ragioni del conflitto. In una chiave antiglobalista in cui diventa la Russia l’ultima spiaggia dei valori occidentali e noi il ricettacolo della vergogna del liberalismo.

Va letto, per approfondire il perimetro teorico di una questione fatta di missili, crudeltà e ancestrali fantasmi che il comunismo non solo non ha curato ma ne ha gestito le braci per riaprire – prima nei Balcani ora nelle terre tra gli Slavi e i Sarmati che l’Impero Romano arrivò a sfiorare formando il regno del Bosforo – tutte le possibili antistoriche conseguenze.

Leopoli

Oggi è il ventiquattresimo giorno di guerra in Ucraina. Scrive il Corriere della Sera che “continuano a piovere i missili pesanti, e poco precisi, dei russi, missili che fanno poca distinzione fra obiettivi militari e civili”. E da ieri i missili piovono anche a Leopoli, che i russi hanno bombardato per la prima volta. È la maggiore città a ovest del Paese, di rilevante importanza strategica, perché da qui escono i profughi ed entrano gli aiuti, umanitari e bellici. Bellissima città, patrimonio universale Unesco, sede di importanti università.

Il mio pensiero va a Fred Sedel, medico ebreo naturalizzato francese, nato a Leopoli il 22 febbraio 1909, allora città austro-ungarica, poi divenuta polacca e infine ucraina. Nel suo straordinario diario di miracolosa sopravvivenza da sette campi nazisti di concentramento e di sterminio che abbiamo da poco tradotto e che è in circolazione nelle librerie e in rete, i ricordi dei reparti polacchi che agivano agli ordini delle SS nei campi non sono propriamente ispirati all’idea che fossero “compatrioti”. Ma per Leopoli aveva sempre avuto un sorriso.

All’idea delle sofferenze patite da quella generazione e di come, con ardimento straordinario quella stessa generazione (Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spinelli, Monet e altri) immaginando i vincoli irresistibili dell’Europa unita posero fine per settanta anni, almeno nella parte occidentale dell’Europa, ad una trama continua di guerre e violenze, non si può che sperare che attorno a questa orrenda pagina prodotta dai russi in Ucraina le nostre giovani generazioni rilancino fortemente l’idea salvifica dell’Europa Unita facendo ciò che negli ultimi venti anni si è rallentato e confuso, alla fine sempre per colpa di antistorici nazionalismi.

La bandiera di Putin

Il Corriere della Sera fa osservare che Putin parla tenendo alle spalle la bandiera della Russia dei Romanov con l’aquila bifronte. Lui è il presidente della Repubblica. Come se Mattarella tenesse alle spalle il tricolore con lo stemma sabaudo.

7. PREPARIAMOCI A QUESTO GIOVEDI 24 MARZO (21.3.2022).

In agenda a Bruxelles il più complesso Consiglio UE di quest’anno e al tempo stesso il G7 e  il Vertice della NATO.  Il tema è cosa ci aspetta se si avvicinano davvero Russia e Cina. [9]

Dobbiamo preparaci a leggere, capire e proiettare nella prospettiva ciò che la giornata di giovedì 24 marzo sta imbastendo, con una fitta trama diplomatica e politica.

Epicentro per quel giorno non sarà Kiev, salvo che Putin, per creare nel mondo una notizia maggiore di quella che sta preparando l’Occidente, non rovesci le sorti del suo impantanato assedio alla capitale ucraina, occupandola.

Sarà Bruxelles in cui si preparano al tempo stesso il più complesso Consiglio UE di quest’anno, il G7 (da cui dal 2014, dopo l’appropriazione della Crimea, la Russia è stata estromessa)  e il Vertice della NATO.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è atteso in entrambi gli eventi. Uno come ospite, l’altro come “azionista di riferimento”. Il tema della alleanza UE-USA, rafforzato dalla guerra di invasione russa della Ucraina ma anche dalla virata atlantica della Germania, sarà il protagonista della materia che tiene il fiato sospeso nel mondo intero.

Il commissario italiano all’Economia Paolo Gentiloni, rispondendo alle domande di Paolo Valentino (una intera pagina domenicale del Corriere) lancia il tema più specificatamente europeo: prendere le distanze dalle dipendenze verso la Russia, considerata impresa non impossibile anche a breve (“vale solo il 5% del commercio europeo”).

E profila la questione della autonomia e del salto di qualità nell’integrazione: “Autonomia nella difesa e nell’energia, ma anche nel campo delle filiere produttive”.

In ogni caso si aprono interrogativi, a cui potrebbero sensatamente dare risposte anche le nuove generazioni, circa la ripartenza del federalismo europeo.

Il commento domenicale del Sole 24 ore dà una lettura più a rischio della prospettiva economico-produttiva: “Covid e guerra spingono le filiere verso nuove autarchie”. Luca Orlando spiega che “incertezze geopolitiche e difficoltà logistiche favoriscono l’avvicinamento delle catene di fornitura ai luoghi della produzione”.

Ma lo scenario geopolitico sembra più ampio e complesso di questo tema, pur rilevantissimo.

La percezione, cioè, è che si consolidi l’avvicinamento strumentale tra Russia e Cina.

Interrogando i nostri studenti (sondaggio pubblicato qui pochi giorni fa) anche su questo argomento, su cui a malapena nelle università specialistiche di geopolitica si possono avere percezioni di qualche rispondenza, già un terzo degli intervistati (pari a chi non ci crede e pari anche a chi non sa rispondere) intravedeva una sorta di nuovo “muro” tra l’asse atlantico e l’asse “autoritario e dispotico”. Ma tra gli addetti ai lavori questa ipotesi ha più consistenza.

Insomma, la situazione multipolare, pacifica, economicamente competitiva ma non con gli occhi indietro ai tempi delle “guerre fredde”, a cui sembravamo destinati prima delle crisi in atto (da quella sanitaria, a quella economica, a quella militare) rimetterebbe in funzione il filo spinato, ricostruirebbe la logica dei buoni e dei cattivi, darebbe ragione al militarismo russo e americano e non al tendenziale pacifismo europeo e cinese.

Per scelta o per convenienza si profilerebbero alleanze che forgiano l’avviamento del nuovo millennio in forme più inquietanti.

Non ho scienza per inoltrarmi di più su questi spunti, ora giornalistici.

Ma giovedì a Bruxelles lo scenario in cui si schiereranno gli addetti ai lavori avrà due teatri di analisi.

  • Quello specifico della guerra ottocentesca innescata dallo zar perpetuato nell’orgoglio e nel pregiudizio putiniano, rispetto a cui un’eroica resistenza ucraina allunga ancora un po’ i tempi della resa nella speranza che un negoziato realistico sia possibile.
  • Quello che fa da cornice alla soluzione di questa guerra – come lo sono stati nella storia tutti i congressi di Vienna o di Yalta successivi a catastrofi – in cui si ridisegna il mondo.

Negli stessi prossimi giorni vengono annunciati “aperti” anche i cantieri negoziali che si sono attivati da giorni, partendo tutti dai rapporti di forza internazionali ora esistenti, da quello israeliano a quello turco che ha fatto passi avanti anche in questo w.e.

Il tempo che viene

È venuto comunque il momento di leggere i due tempi del problema – che sulle prime pensavamo separati – con gli occhiali di “soluzioni grandi” che rendono possibili le “soluzioni piccole”.

La tempesta dei fatti quotidiani è la materia abituale dei media.

Seguiamo minuto per minuto, da giorni, bombe, distruzioni, feriti, sdegni, appelli, assedi, con l’ansia umana di una “mano di Dio” che cancelli ad un tratto l’imbecillità e la ferocia che da millenni appartiene alla specie umana.

Ma i nessi tra questi fatti, cioè la logica dei processi, ci è spesso poco chiara seguendo apprensivamente i media.

E tuttavia è da quella logica che soprattutto dipendono in realtà le soluzioni.

È difficile dire se questo giovedì 24 marzo sia un anello vero della catena appunto di questa logica. Ma le cose maturano per farcelo pensare, almeno per ciò che riguarda le responsabilità in cui il nostro Paese è inquadrato.

Con la variante, di uno schema così chiaramente conflittuale, che può concludere una guerra, ma che può anche aprirne di altre ovvero fare di quella attuale una sorta di Vietnam.  

Per questo limito il mio commento, in apertura di settimana, alla proposta di preparaci magari a una delusione ma più probabilmente a un barlume di realismo. Che avrà il pregio di farci immaginare la fine del peggio, ma anche il difetto, forse, di non piacere a tutti.

Tutti noi che ci sentivamo, chissà perché, al riparo per definizione dall’inferno che resta ancora un prodotto doc, sintesi e simbolo delle grandi imperfezioni della nostra umanità.

8. UE, NATO E G7. OBIETTIVO LO SGRETOLAMENTO REPUTAZIONALE DI PUTIN (25.3.2022).

L’agenda di Bruxelles non ferma ancora Putin, ma lo isola forse in modo cruciale. Il potenziale euroatlantico dà prova di forza e unità e consolida misure politiche, finanziarie e militari.[10]

La costipata agenda di Bruxelles di questo annunciatissimo 24 marzo non e stata dovuta al bisogno di risparmiare sugli alberghi o ad impegni a cena di qualche partecipante. Cose che succedono ai comuni mortali. Mentre a Bruxelles è stato nientemeno che l’Occidente a mettere in campo il massimo della sfoderabile internazionale.

Con un “palinsesto” complicatissimo che si deve all’invisibile regia degli sherpa che avevano la missione difficile di allineare una risposta esemplare alla Russia di Putin inanellando la matinée della NATO a partire dalle 10.00 (Biden e Erdogan, Johnson e Sholz con palesi reciproche buone maniere); l’intermedio alle 14.15 del G7 (l’organismo già G8 che nel 2014 cacciò la Russia, dopo l’impadronimento da parte di Putin della Crimea) e il pomeriggio alle 18.30 – ma dopo una geometria di incontri separati di Biden – al Justus Lispsius, sede del Consiglio UE,  per lo schieramento dei 27 membri della UE (senza fare qui il garbo a Boris Johnson di un invito come ex-parente, perché in materia di Brexit Bruxelles non scherza).

La NAT0, essendo scontata l’impossibilità di aderire all’appello ucraino per la “no fly zone”, consolida però le posizioni ai bordi dell’Ucraina, mobilitando 40.000 nuovi soldati lungo tutta la frontiera orientale della propria legittima organizzazione in Europa. Il G7 introduce il quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia che vengono stimate “pesanti”. Il Consiglio europeo ascolta l’accorato Zelensky senza una sbavatura interna, senza le solite variazioni europee quando si discute di “politica estera”, accentua il progetto di solidarietà per i profughi (non ancora entrando in un vero piano di distribuzione che costituirebbe un precedente serio per una nuova politica di gestione delle migrazioni) e soprattutto apre il dossier della riduzione europea della dipendenza energetica (argomento che fa dire al premier italiano Mario Draghi che la decisione russa di non volere più essere pagata in dollari ma in rubli per le fornitura va considerata come “una violazione contrattuale”).  Nell’articolazione di molti tavoli bilaterali intermedi, per l’Italia si segnala anche – ai margini dell’incontro NATO – un bilaterale Draghi-Erdogan che ha avuto lo scopo di saldare la posizione antirussa ma anche quello di riprendere il dialogo sulla Libia. Nel vedere poi le carte degli incontri sarà possibile argomentare molti più dettagli sui contenuti di questa giornata.

Giornata finita per il presidente Joe Biden con un ulteriore viaggio Bruxelles-Varsavia, per un incontro con il presidente polacco Andrzej Duda. Nel paese confinante con l’Ucraina e nel quadro di un immenso flusso di profughi (2 milioni nella sola Polonia) gli Stati Uniti intendono impegnarsi per ricevere fino a 300 mila profughi stanziando nell’immediato 50 milioni di dollari per lo sforzo che la Polonia assume nel quadro di questa guerra. Come ha detto nelle sue dichiarazioni Mario Draghi, la regia unitaria di queste tre dimensioni internazionali che cementano il sistema politico militare euro-atlantico sul caso dell’invasione dell’Ucraina , ha avuto anche lo scopo di esercitare una pressione sulla Cina ricordando al governo di Pechino (che, votando l’astensione all’ONU sulla risoluzione di condanna dell’invasione, si è tenuto finora le mani libere) che la posizione dei paesi che costituiscono la base della sua crescita economico-commerciale è in attesa di segnali.  “Non c’è stata nessuna condanna della Cina – ha detto Draghi – anzi c’è stata la condivisa speranza che anche la Cina contribuisca al successo della pace”.

In sostanza il filo rosso del sistema euro-atlantico ha oggi incoraggiato gli ucraini a tener duro, per consentire che il negoziato internazionale con carattere deterrente agli occhi di Putin prenda forma. Questo – ma era scontato –   pur non accogliendo proposte di un più netto schieramento militare che Zelensky ha sollecitato quotidianamente. Ma lavorando però intensamente e con un potenziale internazionale unitario, che Putin non aveva previsto, per quello sgretolamento reputazionale di Putin e della stessa Russia nella percezione planetaria. Una delle leve che possono creare all’interno della Russia fattori di crisi di pari peso all’impantanamento dei carri armati russi che stanno avendo ragione del drammatico contesto di Mariupol ma che stanno anche perdendo terreno a fronte di un’eroica difesa ucraina della capitale, non cedendo al Cremlino il simbolo di ciò che per Putin sarebbe una vera “vittoria”, cioè la città di Kiev.

9. UCRAINA INVASA DALLA RUSSIA. MANCANO QUARANTA GIORNI AL 9 MAGGIO (28.3.2022).

Data di un ipotetico armistizio che andrebbe bene per russi ed europei. Ma manca anche un’architettura credibile per arrivare al risultato.[12]

Non c’è conferma, ma se è vera è ben inventata.

L’idea di Putin, cioè, serpeggiata nei giorni scorsi di far coincidere la fine della guerra in Ucraina con il 9 maggio, ricorrenza russa della Liberazione, ovvero del respingimento dell’invasione nazista durante la seconda guerra mondiale (9 maggio 1945).

Se per caso l’idea fosse tornata in frigorifero, una causa sarebbe anche quella che magari qualche consigliere del Cremlino ancora rimasto con diritto di parola avrebbe potuto far notare che la stessa data è pure la ricorrenza della dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) che diede formulazione alla “idea dell’Europa unita nella cooperazione e nella pace”. Dunque, da alcuni anni la festa ufficiale dell’Unione Europea.

Quindi quella data sarebbe “ben inventata” proprio perché emblematica di due verità.

Ma nell’ipotesi che “fine delle ostilità” voglia dire che le parti direttamente in causa vadano, come si diceva in Italia, a Cassibile (il posto in Sicilia in cui nel 1943 italiani e angloamericani firmarono l’armistizio), la scelta della data appare troppo lontana per i pacifisti ma forse troppo vicina per i polemologi esperti.

Mancano quaranta giorni, in cui dovrebbero essere tolte di mezzo infinite macerie immateriali per potere poi sgombrare anche quelle materiali.

Ed è questa la ragione che almeno la parte in causa più sofferente, cioè gli ucraini, chiama “maledettamente difficile” nella costruzione stessa della modalità di un vero negoziato.

Lo ha detto per esempio ieri (Corriere della Sera, 27 marzo) il responsabile della politica energetica dell’Ucraina German Galuschchenko: ”Negoziare è complicatissimo : non c’è alcuna volontà di compromesso da parte loro, se potessero ci conquisterebbero totalmente per poi governare con il pugno di ferro, cosa che fa capire quanto sia complicato ogni tipo di negoziato con Putin”.

Del resto, anche il linguaggio duro di Biden a Varsavia non ha favorito l’immediata condizione negoziale.

Il richiamo al ‘regime change’ ovviamente può essere legittimo per un leader politico dello schieramento anti-russo. L’argomento è: Putin, violando irragionevolmente equilibri e diritti, non può più governare -lasciamo perdere la retorica comiziale sul ‘macellaio’- e quindi non è più nemmeno in condizioni di negoziare. Visto che non si è trattato di una gaffe, va messo nel conto che per gli americani il negoziato non è dietro l’angolo.

Ma – come ricorda bene Stefano Feltri (ieri sul giornale Domani) – nel concreto di una pur auspicata rivolta interna contro Putin potrebbe scorrere più sangue di quello che scorre ora con la guerra.

In questo breve tempo, l’allentamento dell’assedio a Kiev serve ai russi per intensificare quello sulla città ormai martire di Mariupol, sulla cui difesa si concentra non a caso l’appello al sostegno militare che va svolgendo Zelensky con assillo verso europei e americani, perché la resistenza di questa città significa che il nesso territoriale tra il Donbass e la Crimea non è ancora compiuto (il servizio di Mstyslav Ćernov, dell’Associated Press, tradotto e pubblicato nel fascicolo in questi giorni in edicola di Internazionale,  è la spiegazione dettagliatissima di tre settimane di antefatti che stanno rendendo il nodo di Mariupol  più che strategico  per orientare il negoziato fissando  i termini militari degli equilibri).

Ci sono due domande a cui rispondere su questa incertezza generale circa l’unica condizione che porrebbe fine a bombe, missili, stermini ed evacuazioni in emergenza: la formalizzazione di un armistizio sulla base di un’accoglienza reciproca di condizioni.

  • La prima domanda riguarda la salute mentale di Vladimir Putin. Il presidente della Federazione russa è in sé?  È lucido e senza covare mali ancora non annunciati che possano motivare vaneggiamenti? Con i “si dice” e i “sembra” non si può fare di questa ipotesi una condizione di lavoro. E le ultime interviste ad esperti di fama internazionale circa il quadro politico evolutivo della Russia non fanno chiarezza nettamente. Sempre ieri, per esempio, Mark Galeotti, britannico di origine italiana, University College di Londra, il più prestigioso think tank sulla Difesa di Londra, intervistato per Repubblica da Antonello Guerrera, parlando di molti fattori in evidenza, non fa un vero cenno argomentato  né alla salute di Putin né allo sgretolamento del suo entourage, che appare “molto solido, estremamente dipendente da lui”, pur accettando l’idea che tutto il gruppo dirigente, Putin compreso, “condivida la stessa visione paranoica”.
  • La seconda domanda la pone Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, nell’editoriale “L’architettura del dopo-Putin”, sempre 27 marzo, in cui accetta il terreno di analisi del “regime change” non sulla base di supposizioni “magiche” ma per il fatto che il piano di Putin di annientare rapidamente l’Ucraina e di prendere la capitale Kiev è fallito, per giunta “rilanciando il piano di alleanza USA-UE e determinando più deterrenza Nato in Europa”. Tre colpi al cuore per il capo del Cremlino. Ma, è scritto in questa analisi, manca ancora allo schieramento occidentale la certezza sui comportamenti – per ora in astensione formale – della Cina di Xi Jinping. Argomento che tira in ballo tutto il forte schieramento degli equidistanti (India compresa, oggetto di pressioni della stessa Cina) che pesa molto su determinazioni che riguardino gli equilibri nell’ambito ONU.

Per i russi il tavolo del negoziato assume un senso se il Cremlino può far passare le condizioni dell’armistizio come un successo. Ammesso che la sola neutralità dell’Ucraina sia una condizione accettabile per Putin.

Per gli ucraini – stando alle dichiarazioni – il tavolo del negoziato assume un senso se il territorio rimane integro, se il controllo sull’evacuazione militare russa avviene sotto controllo internazionale, se la ricostruzione dell’immenso disastro avviene con risorse certe che comprendano anche responsabilità di chi lo ha provocato, mettendo in cambio il ritiro della domanda di appartenenza dell’Ucraina alla Nato (da vedersi come evolverebbe il rapporto inevitabile con la UE).

Per i paesi UE confinanti, il tavolo del negoziato sarebbe accettabile con l’evidenza di determinazioni circa le assolute garanzie che – come ha detto Biden – nemmeno un centimetro quadrato dell’Occidente possa sentirsi minacciato.

Quaranta giorni per tessere questi argomenti ora senza evidenza, prima dello scadere delle due date fatidicamente incrociate.

Ogni diplomazia dovrebbe essere dedicata adesso a questa architettura che appare mission impossible, anziché nel lavarsi la coscienza con appelli generici alla pace, una sorta di reciproca ipocrisia.

Una tessitura in cui pesano anche le pressioni meno visibili del piano di danneggiamento economico e reputazionale della Russia che non è affatto parte delle ipocrisie (anche perché ha un prezzo per gli occidentali) ma che resta di difficile e volubile valutazione.

Intanto, come riferisce Le Monde, il lavoro istruttorio della Corte penale internazionale dell’Aja contro i crimini di guerra è in fase avanzata e, ove catturati sul territorio ucraini, i capi militari con comprovati addebiti potrebbero essere consegnati da Kiev all’Aja, aprendo un capitolo che fin da ora ha una sua deterrenza. 

La guerra condotta nel pianeta globale della comunicazione – che va seguita come parallela, intersecata e equipollente – è anch’essa implicata nella tessitura dei fatti per avvicinare o allontanare il negoziato.

Papa Francesco è in campo per “avvicinare” i tempi, con messaggi pressoché quotidiani.

Russi e ucraini seguono il copione che la psicoanalisi chiama “proiettivo”, cioè riferire al nemico la colpa di un misfatto di cui si è accusati. L’Ucraina vince per ora largamente questo duello e ieri, per la prima volta, Zelensky ha avuto i russi come stupefacenti alleati. Si tratta di un gruppo di giornalisti russi, ma “di opposizione” che hanno ottenuto una videointervista in russo che ha permesso a Zelensky, parlando in russo, di agire sul tasto dell’orgoglio di immagine della Russia stessa.

Parlo in russo come è costume in parte dell’Ucraina – ha detto il presidente ucraino – dove la lingua è componente storica di una parte della nostra identità. Ma l’aggressione di Putin scatenerà la volontà degli ucraini di dimenticarsi di questa lingua e per generazioni di considerarla la lingua dei peggiori invasori”.

Il video è vietato in Russia, ma sta diventando virale in rete nel mondo e in qualche modo prima o poi – come fu la tv infiltrata dall’occidente nei tempi della cortina di ferro – aprirà gli occhi alla gente. Quegli occhi che il Cremlino pensava di tenere chiusi per il tempo che riteneva essere quello di una guerra lampo.

10. LA GUERRA IN UCRAINA. LISTA PROVVISORIA DEI NOSTRI APPRENDIMENTI (30.3.2022).

Dieci argomenti su cui certamente già ne sappiamo di più. Non è ancora detto che ciò sia per fare meglio e per garantire la pace. Ma la dinamica cognitiva allarga confronto, condivisione e ricerca di soluzioni [13].

Un giorno, su queste pagine, un po’ stufi di leggere solo disastri, polemiche, critiche e sentimenti di impotenza nel corso della pandemia, abbiamo provato a fare l’elenco degli apprendimenti sociali che la crisi sanitaria, pur con un tasso di letalità pesante, pur con lo sconquasso nel sistema ordinario della salute, pur con le incertezze sulla sua evoluzione, aveva messo in cantiere nella vita di tutti noi[14].

Un elenco abbastanza nutrito. Che sta diventando la base culturale della progettazione connessa tra organizzazioni complesse (istituzioni e imprese) e cittadini (individui e famiglie) per il “dopo”.

Non c’è “dopo”, se non ci si stacca emotivamente dalla morsa impaurita degli eventi.

Così merita di provare oggi ad imbastire una lista, forse ancora confusa e certamente parziale, degli apprendimenti – alcuni cognitivi, altri potenzialmente progettuali, comunque non solo sociali ma anche politici e culturali – che l’orribile vicenda della guerra russo-ucraina mette in movimento in Italia e nel quadro euro-occidentale. Non entrerò nel merito del negoziato che appare, a fine marzo, appeso a infinite complicazioni (di metodo, di merito, di ruolo dei mediatori, di connessione con i tempi del posizionamento militare, di aspetti insondabili, eccetera).

  1. Sappiamo meglio cose è e dove è l’Ucraina: Ci è più chiaro quale sia la sua geo-storia, con chi confina, che lingue parla, a quale radice risale il suo patrimonio urbano, che significato ha il suo approdo al mare e la sua assenza di alture. Non abbiamo fatto questi apprendimenti né a proposito dell’Afghanistan, né dell’Iraq, né – in precedenza – del Vietnam o della Corea. Odessa era un riferimento della storia del cinema. Leopoli era rimasta nella cornice austroungarica. Kiev era assorbita nella storia russa. Mariupol mai sentita. Sono cambiati i media, è vero, e anche la loro gerarchia impaginativa. Ma è cambiato soprattutto il nostro “sguardo europeo”, riconoscendo elementi di coinvolgimento non sospettati. Putin sosteneva che l’Ucraina non esiste, cioè che esiste un solo grande spazio russo. Il risultato geo-resistenziale del mese di guerra ha rovesciato questa teoria.
  2. Abbiamo riportato nel vocabolario emotivo e cognitivo dei nostri giovani la nozione di rischio connesso a guerre, che era completamente marginalizzata dalla potenza dell’ombrello culturale svolto dall’Europa Unita. È una discontinuità che sconta un elemento negativo – il contesto che l’ha prodotta – ma anche un elemento evolutivo, centrato sulla condizione della percezione del reale che quando avviene fa comunque crescere.
  3. Abbiamo ricucito la crescente distanza tra la nozione di est e di ovest. Quellache aveva, nel tempo dell’ampliamento europeo, conseguente alla caduta del muro di Berlino, sostituito in parte significativa l’idea delle due velocità tra nord e sud Europa. Non abbiamo ancora smesso di fare questa demarcazione – soprattutto nel sistema mediatico, ma anche in politica – ma questa percezione dovrà evolvere ora che si va affermando di più l’idea che sia legittimo non concedere alla Russia una incontrastata rappresentanza del senso storico e politico di ciò che si intende per “Est Europa”.
  4. La posizione ungherese – contraria alla linea anti-putiniana dei paesi europei, tra cui in gran rilievo quella degli stati dell’est Europa, Polonia, Romania e Repubblica Ceca – spacca Visegrad e ferma la già scossa linea di coesione della destra sovranista europea che da anni non appariva così confusa e che ancora nel 2018 sollecitava accordi con Russia Unita (il partito di Putin) per sfasciare la UE. Questione che scioglie alcuni nodi che tenevano in stallo anche l’aggiornamento identitario stesso dell’Europa.
  5. La conduzione nella crisi della posizione italiana mantiene una tenuta euro-atlantica, malgrado pulsioni interne ambigue (sia a destra che a sinistra), che non profila cedimenti abituali nel quadro interno a fronte di insorgenze populistiche che altre volte erano ispirate da ambiti filo-putìniani. Essa ha prodotto un avvicinamento rilevante per gli interessi italiani con il mutato quadro politico tedesco e ha prodotto per la prima volta una iniziativa di politica estera italiana dichiaratamente aperta al Mediterraneo.
  6. Ordine globale, Europa tra le grandi. La partita è in movimento e il riassetto non sarà una intramuscolare. Ma prima di questa guerra il tema era nebuloso, slittava per la minimizzazione formale della Cina (mentre tendeva a crescere come potenza economica); per le questioni interne agli USA tra uno scontro non risolto tra repubblicani e democratici; per la famosa indecisionalità della politica estera europea. La forzante arriva dal soggetto politicamente più debole ma nuclearmente più forte. Con un colpo basso, che ha spiazzato anche il suo gabinetto. Ma forse la vicenda ha svegliato Bruxelles e ha messo in movimento un impensato riassetto metodologico della politica Europa. Argomento su cui sarebbe cosa saggia non esagerare troppo e continuare a vedere e discutere le debolezze.
  7. La questione militare e della sicurezza è una parte significativa di questo “riassetto”, in cui persino il declino che appariva inevitabile della NATO trova una smentita, nel cui ambito ha ora il suo spazio “europeo” anche la Turchia, che veniva ormai tenuta fuori dalla porta ogni volta che si festeggiava un compleanno. Non si possono chiudere in due parole le conseguenze di questa riabilitazione nella agenda delle cose reali europee e italiane. Ma la immediata visita al Quirinale del capo del governo, dopo una frizione con la maggioranza (M5S) sul tema, segnala un punto di rapido cambiamento delle priorità. L’allerta alle armi nucleari lanciata come deterrente comunicativo da Putin alle prime avvisaglie di impantanamento dei suoi tanks è stata la sigla della rubricazione della guerra ucraina nel futuro e non nel passato, ciò malgrado la grammatica militare quotidiana medioevale.
  8. La velocità impressa ai processi (conoscenza/azione) appartiene al quadro di un sistema di interessi che vanno regolati prima di fare nuove regole globali sulle quattro transizioni che occupano le strategie di tutti i governi del mondo (sostenibilità, tecnologia, energia, cybersicurezza). Questa guerra ne acchiappa due centralmente (le ultime due). Ma l’apprendimento in questione riguarda il fatto che è stato puramente propagandistico parlare in questi ultimi anni di queste quattro transizioni, dietro a cui si collocano interessi giganteschi da far vivere o da far morire, immaginando e raccontando spesso un festoso convegno di gioiose immaginazioni. Ci ha pensato l’ex tenente colonnello del KGB Vladimir Putin a spiegare che queste transizioni esplicitano anche la vecchia retorica churchilliana: lacrime e sangue.
  9. Il prezzo pagato da Putin per questa disinvoltura corrisponde a un tema diffuso nel mondo. L’insufficienza dei gruppi dirigenti, per avere essi quasi dappertutto separato cultura e potere. Dunque, per agire su basi artificiose, tecniche, pulsionali, a breve. Anche i paesi che si fanno passare per “potenze” hanno peggiorato la qualità strategiche dei dirigenti. E la storia ambigua della sua ascesa al potere sotto Eltsin e del suo dispotico organizzare la fase autocratica ora ne riducono il peso politico internazionale, fattore che finirà per innescare anche la sua fragilizzazione interna. Quando ci chiediamo, a volte senza risposte, come finiscono i dittatori, si tratta di aspettare l’occasione per avere gli elementi di conoscenza della parabola. Forse ci siamo.
  10. E siamo così arrivati al quadro degli apprendimenti che riguardano la rappresentazione globale di questo copione, pirandellianamente scritto da molti autori ma ispirato shakespearianamente da un gesto folle. C’è il terreno della guerra informativa, in cui appenderemo alla fine mille novità connesse alla variante digitale qui accelerata. Ma circa il ruolo della propaganda la musica è sempre la stessa. Vince le battaglie ma raramente le guerre. Il vero apprendimento qui esploso è che la reputazione non è più un fattore di complemento e basta un mese di diluvio mediatico internazionale per distruggere la borsa, azzerare la moneta nazionale, far nascondere carte e documenti di antiche complicità (l’ultima cancellazione l’ha fatta il Consiglio regionale della Lombardia dichiarando non più valido un odg leghista a favore di Putin quando si riprese la Crimea). Alla fine, la crisi reputazionale fa danni come i missili: distrugge un’immagine che era funzionale ad esercitare un ruolo internazionale attivo.

11. LA COMUNICAZIONE DI GUERRA DEL PRESIDENTE UCRAINO VOLODYMYR ZELENSKY.

         Intervista al professor Stefano Rolando [15)

Gaia De Cicco è stata fino a poco tempo fa una studentessa dell’Università Iulm che insieme ad alcuni neo-laureati dell’ateneo ha creato una piccola agenzia di comunicazione e un blog (Vitamina C, in cui  C sta per Comunicazione) che è la forma narrativa, giornalistica, con cui loro si collegano ai fatti, alla realtà, per mettere in campo apprendimenti culturali e professionali. È stata quindi anche mia studentessa. E attorno alla gravità dei fatti di Ucraina, venuta a sapere che agli studenti oggi frequentanti, ho tenuto una “speciale lezione” dedicata alle evidenze di questa guerra intesa come “rappresentazione” nello scenario specifico e in quello internazionali, impegnando poi gli studenti in un sondaggio, mi ha telefonato per propormi un’intervista live, che le ho dato rapidamente e che è stata pubblicata nel loro arrangiamento, senza mia revisione. La comprendo pertanto nelle “scritture” di opinioni e commenti di questo primo mese di guerra (SR).

Milano, 30.3.2022

Volodymyr Zelensky è il “nuovo eroe”, ce lo dicono i giornali e i programmi tv. Indossa la maglietta militare e parla al suo popolo dalle piazze di città bombardate. È passato da comico a presidente del suo paese il cui filo conduttore tra queste due professioni così distanti è la comunicazione che deve mettere in atto.

Stefano Rolando, docente universitario di Comunicazione pubblica e politica dell’università IULM, proverà ad analizzare, con aspetto critico oggettivo, la comunicazione di guerra attuata dal presidente dell’Ucraina Zelensky. Dal 2018 è direttore scientifico dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale nell’ambito del Dipartimento di Business, Law, Economics and Consumer Behaviour – Business, Diritto, Economia e Consumi dell’Università IULM. E’ membro (espressione del Comune di Milano) del CdA della Fondazione Milano-Scuole civiche di Musica, Teatro e Cinema.

PROFESSOR ROLANDO, QUALI SONO LE PECULIARITÀ DELLA COMUNICAZIONE DI GUERRA DI ZELENSKY?

Ho cercato di capire chi è Zelensky, che apparentemente sembra una specie di nostro Beppe Grillo, un attore comico che si è dato alla politica. Indagando un momento di più sulla sua vita si scoprono aspetti interessanti. Sembra diligente, sceglie di fare l’attore, il comico, ma anche il produttore di sé stesso. Il fatto di avere un programma televisivo gli ha dato tantissima popolarità, tanto che ha dato al suo partito proprio il nome del suo programma. È una persona curiosa, moderna e interessata, che può piacere a paesi e popoli che hanno avuto una burocrazia gerontocratica per anni. Zelensky è uno che ha puntato l’attenzione sulla modernizzazione e digitalizzazione della comunicazione. Per esempio, ha sostenuto la battaglia di scalata nella politica sui temi della corruzione. Insomma, si è messo dentro a un’oggettiva sintonia con la transizione politica e culturale europea. Attraverso il carisma e la comunicazione di Zelensky, il popolo ucraino ha cambiato l’opinione che aveva dell’Europa. Ma non solo: gli ucraini di fronte alla situazione attuale hanno reagito con un coraggio ottocentesco.  Straordinaria la scena in cui i civili, a mani nude, vanno contro i carri armati. Stiamo parlando di gente che vive ora come topi dentro le cantine. Allora, in questa cornice, improvvisamente abbiamo dovuto aprire questa scatola oscura per vedere e conoscere questo paese che in fondo avevamo già la possibilità di conoscere meglio. Basti pensare ai 300 mila ucraini e ucraine che vivono in Italia. Questa guerra è una vicenda importante per tutto il mondo che si occupa di comunicazione: è considerevole aver visto che la reputazione non è eterna, e che appena essa casca un paese, per metà, ha già perso. Quindi, questo terreno di analisi è un fatto strategico. Un altro aspetto da tenere conto in questa situazione è che l’immaginario collettivo e i sistemi che lo nutrono vanno a una velocità pazzesca. La rete è lo strumento che rende difficile capire il vero e il falso, ma è anche lo strumento che ti mette nella realtà. Quindi, questa guerra è come la pandemia: una realtà in cui la comunicazione entra e fa da protagonista.

ZELENSKY SI È TOLTO LA GIACCA E LA CRAVATTA ISTITUZIONALE E SI È MESSO LA T-SHIRT MILITARE. COSA NE PENSA DI QUESTO?

Credo che abbia fatto bene. Il capo di uno stato cosa dovrebbe rappresentare? L’aristocrazia dei professori o degli imprenditori? Rappresenta il popolo. Mette le scarpe grosse, una maglietta militare e dice “Sono uno di voi, però non mollo e tengo a bada l’orso. Noi resisteremo fino all’ultimo”.

Lancia dei messaggi risorgimentali. Tiene vivo il dialogo con il mondo intero. Insomma, usa questa leva per dimostrare a Putin che il suo punto di partenza – L’Ucraina non esiste -è una falsità.

Zelensky ha anche detto più di una volta al suo popolo “Non so se questa è l’ultima volta che io devo dirvi qualcosa, perché probabilmente sono nel mirino”. È arrivato anche al tu per tu virtuale con Putin “Esci dal buco, parliamone io e te, anche a cazzotti se serve”. Io sono abituato a valutare la comunicazione non tanto nella qualità del messaggio ma nei risultati che determina. I risultati sono che il popolo ucraino si è organizzato a una resistenza inaspettata. Questo vuol dire che lui ha comunicato bene o male? Bene, io non ho dubbi! E questo elemento inaspettato ha determinato il coinvolgimento universale.

LEI HA APPENA DETTO CHE IL POPOLO UCRAINO SI E’ ORGANIZZATO IN UNA RESISTENZA. PENSA QUINDI CHE SI È POTUTO IDENTIFICARE IN ZELENSKY?

Credo che la linea partigiana che ha assunto Zelensky abbia permesso al popolo di identificarsi rischiando tutto il rischiabile. La cosa che più mi impressiona, anzi che più mi commuove, è rappresentata ora da questi padri di famiglia che raccolgono figli, mogli, anziani e li mettono in macchina, li portano con una fatica enorme ai confini, li consegnano ai polacchi e poi tornano indietro. Non scappano, tornano indietro. In prima linea.

Questo è un elemento da considerare nel bilancio “comunicativo” (come mi chiedete) della figura di Zelensky. Le prime volte faceva l’effetto di una figura inadeguata. Questo elemento di inadeguatezza io personalmente l’ho perso presto, durante questi giorni. Ho trovato una persona che è entrata dentro due storie. Da una parte, una storia popolare simbolica in una fase di immedesimazione nella resistenza. Dall’altra un messaggio internazionale sottile anti Putin. Lui non lo dice, ma lo dicono i giornalisti che lo difendono. Zelensky è ebreo, con una cultura familiare che sa cosa vuol dire la sofferenza ebraica nei paesi dell’est. Proprio la sua cultura è la risposta a Putin che definisce gli ucraini “nazisti”. Cioè come possono esserlo se il capo di questi nazisti è un ebreo con pezzi della sua famiglia sterminata dai nazisti?

CHE IMPATTO HA, SECONDO LEI, LA COMUNICAZIONE DI ZELENSKY SUI PAESI EUROPEI?

Questo tipo di comunicazione ha un impatto emotivo e simbolico, in cui un paese che si riconosce rischia la pelle. E lo sta facendo in una modalità che ha modificato anche l’atteggiamento di tutta l’Europa, perché i paesi europei hanno capito che non potevano limitarsi alle sanzioni. Quando penso alle misure militari che sono state prese dagli altri paesi del mondo, credo che siano un rischio. Perché per Putin è cobelligeranza. Gli italiani cosa hanno fatto? Hanno dato missili, mitragliatrici leggere, mitragliatrici antiaeree, giubbotti ecc.. Lui si segna “Italia cobelligerante”, e tutti gli italiani sono nel mirino. Il risultato è plateale: il nostro Paese ha fatto un passo rischioso. Probabilmente senza che questo sia stato spiegato bene agli italiani.

PROFESSORE, COSA NE PENSA DELLA COMUNICAZIONE CHE NON STA FACENDO PUTIN?

Putin è un capo dispotico di un sistema organizzato – in continuità –   sui servizi segreti, in cui il nemico si toglie di mezzo con la violenza. E facendo nel frattempo vivere una narrativa nobile: la grandezza della “madre Russia”, il ritorno a un passato di un’enorme potenza che la storia ha offuscato e da restituire alla sua dimensione internazionale. È una logica contraddittoria soprattutto perché è tutta volta al passato per mordere sul presente.

SECONDO LEI PERCHÉ PUTIN HA DECISO DI GIOCARSI UN’INTERA GENERAZIONE IN QUESTO MODO, TENENDO IN CONSIDERAZIONE CHE HA FATTO CHIUDERE GIORNALI E REDAZIONI NON STATALI CON MINACCIA DI 15 ANNI DI CARCERE?

Perché quella generazione, almeno in parte, si riconosce in Putin, perché lui è cintura nera di judo, perché e va a cavallo a torso nudo. Eccetera. Bisogna riconoscere che ci sono elementi di immedesimazione di tipo fascistoide. Era il duce che trebbiava a torso nudo, che conquistava le donne, e magari piaceva anche un po’ ai giovani.  Ma c’è una totale mancanza di modernità. Non è Obama che canta Amazing e che riconosce nelle nuove forme d’arte e di spettacolo capaci di raccontare le radici del paese. Quella di Putin, insomma, è una roba che si è vista nei dittatori del ‘900 che non ha nessuna modernità. E poi, con evidenza, la retorica neo-zarista di Putin è allineata a un progetto di restaurazione violenta. Lui vuole mettere indietro le lancette della storia, all’oscurantismo del paese, quindi chiudendo i giornali, spegnendo le televisioni, togliendo la possibilità di fare informazione. Nonostante ciò, la rete tutti i giorni lo sconfigge. Putin racconta tutta la grandezza di un paese, ma questa nel mondo moderno deve essere riconosciuta dagli altri altrimenti non esiste. In una settimana è riuscito ad fuori da tutto il sistema internazionale dello spettacolo e dello sport. Che per le giovani generazioni vuol dire essere fuori da tutto. La comunicazione, ripeto, la valutiamo in conseguenze, non in estetica. Questa valutazione della comunicazione pubblica e politica va vista nella dinamica competitiva legata alla geopolitica. Quello che secondo me è aperto al futuro è il destino di un paese che non può utilizzare questa vittoria, che non può farsi più grande nel mondo perché ora in quel mondo è confinato. Per come si sono messe le cose credo che la guerra reputazionale – al di là di come andrà a finire la rettifica dei confini – sia ormai internazionalmente compromessa.

A LIVELLO COMUNICATIVO QUALE DELLE DUE COMUNICAZIONI ALLORA VINCE? QUELLA DI PUTIN O QUELLA DI ZELENSKY?

Vince Zelensky, perché il suo popolo ha fatto ben capire che se ti toccano libertà, indipendenza, scelta della patria, della terra, della lingua, si reagisce con le mani nude contro i carri armati.

Ho l’impressione che le due comunicazioni, quella partigiana e quella zarista, che si stanno confrontando, determineranno uno scombussolamento valoriale. É la prima volta che noi abbiamo in casa, nel cuore della nostra Europa tradizionale, a parte le vicende balcaniche, una guerra di tale violenza. E c’è un popolo che porta in salvo i bambini e torna indietro a combattere. Cose che restano nella memoria collettiva.  Se ci si chiede come finirà sul campo, ho l’impressione che i russi occuperanno il paese o almeno la parte sud-est del paese. Sarà necessario creare un arbitrato internazionale per rimettere in piedi condizioni di gestibilità (anche dei colossali danni di guerra). Quindi ammetto che il rapporto di forza militare resta a vantaggio dei russi. Che al momento non hanno ancora mollato Kiev e le centrali nucleari. Ma l’aspetto militare non è l’unico.

PROFESSOR ROLANDO, SECONDO LEI AL POPOLO UCRAINO COSA SUCCEDERÀ?

Al popolo ucraino io non penso che possa succedere quello che è successo in Afghanistan. Cioè un regime “talebano” medioevale e autocratico. Però potrebbe esserci qualcosa di simile, se le cose si protraggono, a quello che è successo in Siria, dove c’era un elevato livello di cultura e di competenze. E non è più un problema di comunicazione, è un problema di rapporto di forze– L’Europa ha scelto di fare un passo avanti che pareva inaudito. Non si è limitata alle sanzioni, è passata alla cobelligeranza, assumendosi molto rischio. Ha dato un segnale forte. Ciò che sta accadendo potrebbe intanto velocizzare il progetto dell’esercito unico europeo che avrebbe un impatto enorme. Il popolo ucraino sa tuttavia che la sua sarà una sofferenza lunga. E per il momento non tornerà a vivere come prima. Ma avrà temprato i suoi valori che peseranno nel futuro.

Stefano Rolando è professore dell’Università  IULM in cui insena Comunicazione pubblica e politica e dal 2018 è direttore scientifico dell’ Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale nell’ambito del Dipartimento di Business, Law, Economics and Consumer Behaviour – Business, Diritto, Economia e Consumi dell’Università IULM. È membro (espressione del Comune di Milano) del CdA della Fondazione Milano-Scuole civiche di Musica, Teatro e Cinema.



12. BABA JAGA (16)

La piccola isba  di Baba Jaga – illustrazione  di Bilibin (XIX sec.). Questa guerra ha spesso il supporto di un giustificazionismo russo intriso di sentimenti. Per esempio, la nostalgia di Putin della “madre Russia”. O la filosofia di Dugin secondo cui “non c’è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né del Medioevo cristiano, e nemmeno del ventesimo secolo violento e contraddittorio; ora è un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è l’anti-civilizzazione”.

Tra sentimenti “materni” e valori “civilizzanti” il Cremlino immaginava che i fratelli ucraini manco si sarebbero accorti delle colonne dei carri armati e delle raffiche dei missili a spiovere sulle città. Avrebbero ascoltato i pifferai delle fiabe russe – in cui vince sempre la bontà e l’onore – ricomponendosi gioiosamente nelle braccia materne in grado di ricomporre persino la frattura tra Oriente e Occidente. Già, perché – come spiega Aleksandr Dugin – l’Occidente ormai ha perduto sé stesso diventando solo “morte, degenerazione e suicidio”.

E se qualche testa calda ucraina, magari quelle nazificate, avesse per caso dirozzato dalla regola delle fiabe, fino ad arrivare a non ricordarsi delle favole del castigo, in cui per i bambini che non fanno i bravi arriva un’orrenda strega che li punisce, ebbene la stessa strega (nella tradizione russa si chiama Baba Jaga, orribile zia che si divora la nipote) è sempre pronta ad agire. Come del resto ha fatto per secoli e di recente con molta precisione in Siria e in quasi tutte le città ucraine. Prendendo di mira gli acquedotti, i depositi di carburante e soprattutto i centri commerciali nel bel mezzo delle città. Cioè cercando di prendere per fame proprio le famiglie dei “fratelli ucraini”.

Stupidi gli ucraini e anche noi, a non sapere che la legge di Baba Jaga è scritta con lo stesso inchiostro dei racconti strappa lacrime sulla bontà e sull’onore dei russi.

Ringraziando Francesca Mannocchi che questa sera nei servizi per il TG7 ci ha mostrato, per la prima volta con evidenza, l’esercito russo nei panni di Baba Jaga prendere di mira, in nome della “civilizzazione”, sistematicamente i centri commerciali e i depositi di acqua e di carburante frequentati da tanti nipoti messi nella lista di punizione.


La piccola isba  di Baba Jaga – illustrazione  di Bilibin (XIX sec.).


Note sulle fonti degli articoli

[1] Sul giornale online L’Indro, 28.2.2022  – https://lindro.it/lucraina-la-russia-e-tutti-noi-venti-di-guerra-tempeste-comunicative/

[2] Sul giornale online L’Indro, 5.3.2022 – https://lindro.it/la-resistenza-ucraina-e-il-salto-di-qualita-della-percezione-occidentale/

[3] Nota sulla pagina personale di Facebook (7.3.2022)

[4] Sul giornale online L’Indro – 18.3.2022 – https://lindro.it/ucraina-un-frammento-della-nostra-generazione-z-in-grande-maggioranza-contro-la-guerra-ma-ora-teme-il-peggio/

[5] I partecipanti non sapevano della ripresa di dialogo tra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kirill, avvenuto in parallelo al sondaggio. Su cui hanno riferito i media l’indomani.

[6] La dichiarazione del capo del Governo italiano Mario Draghi “Putin non vuole il negoziato, perché non vuole la pace, vuole la guerra” è stata fatta in conferenza stampa a Palazzo Chigi il giorno dopo questa rilevazione (17.3.2022). Pur aggiungendo che “si apre un confronto tra USA e Cina che fa ben sperare”. Intanto si è alzato lo scontro politico tra USA e Russia.

[7] Sulla rivista mensile Mondoperaio n. 3/marzo 2022

[8] Note su FB del 18.3.2022.

[9] Sul giornale online L’Indro, 21.3.2022 – https://lindro.it/ucraina-mondo-prepariamoci-a-questo-giovedi-24-marzo/

[10] Sul giornale online L’Indro – 25.3.2022 – https://lindro.it/ue-nato-e-g7-obiettivo-lo-sgretolamento-reputazionale-di-putin/

[12] Sul giornale online L’Indro, 28.3.2022 – https://lindro.it/ucraina-invasa-dalla-russia-mancano-quaranta-giorni-al-9-maggio

[13] Sul giornale online L’Indro (30.3.2022) – https://lindro.it/guerra-in-ucraina-lista-provvisoria-dei-nostri-apprendimenti/

[14]Il virus Covid-19 come fonte di apprendimento sociale, sul giornale onlineL’Indro (3.1.2021)   https://lindro.it/il-virus-covid-19-come-fonte-di-apprendimento-sociale/

[15] Intervista live a cura di Gaia De Cicco (agenzia L’isola di comunicazioneVitamina-C. blog ), 30.3.2022 – https://vitamina-c.blog/la-comunicazione-di-guerra-del-presidente-ucraino-volodymyr-zelensky-intervista-al-professore-stefano-rolando/

[16) Baba Jaga – Nota su FB – 31.3.2022

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