In-formiamoci: per una transizione digitale consapevole

Intevento di Stefano Rolando alla Agorà DEM al Teatro Cinema Giotto, Corso Giacomo Matteotti, Borgo San Lorenzo (FI) – Domenica 3 aprile 2022.

Tematica dell’incontro

Un momento storico in cui chiunque ha a disposizione servizi e informazioni in breve tempo. Ma è davvero così? Lo strumento digitale oggi è una risorsa essenziale, tuttavia ad alcuni è precluso quello che ormai si è affermato come “diritto alla digitalizzazione”: ciò ha dato vita al famoso “digital divide”, che indica il divario tra le persone che dispongono di tali mezzi e coloro che, invece, ne sono privi. Tale situazione può essere dovuta a diversi fattori: condizioni economiche, livello di istruzione, caratteristiche personali (età, sesso), appartenenza a gruppi, qualità delle infrastrutture e provenienza geografica. Si rischia così di rafforzare ulteriormente la frazione tra il centro e le periferie, zone che potrebbero invece essere valorizzate qualora si investisse in infrastrutture digitali. Sull’altro fronte, l’accesso a una ricchezza indeterminata di informazioni, può produrre disorientamento ed è la ragione per cui si discute sullo sviluppo di una consapevolezza di utilizzo di questi strumenti. Per uscire dalla cacofonia del presente, serve un’ottica aperta ma allo stesso tempo critica, che sia di contrasto alle fake news e che sappia utilizzare al meglio tutte le potenzialità della rete.

Stefano Rolando

Docente di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano

  • Il tema posto nell’introduzione dei lavori è quello del Digital Divide che apre alle disuguaglianze, alle insufficienze di sistema, al gap di modernizzazione sociale e civile necessaria per stare in linea con la rivoluzione digitale, di cui bisogna aver chiaro perimetro e scopi.
  • Nel “perimetro” più vasto dell’argomento inquadro il tema della riforma ovvero dell’aggiornamento della comunicazione pubblica, che è in agenda del sistema professionale, non credo nella agenda politico-istituzionale. Per cui è bene che se ne parli nell’ambito della discussione di un partito di governo. Se ne parli dunque in un paese retto da costituzione democratica, alle prese con molteplici crisi, anche di trasformazione.
  • Non esiste più concettualmente la CP verticale di infinita e anche recente memoria storia. Sempre più – e anche grazie alla rete – essa è “sfera pubblica” in cui agiscono processi tendenzialmente orizzontali, convergenti o conflittuali che siano, su interessi generali (e non commerciali), con pluralità di fonti e con una soglia accettabile di interattività.
  • Grazie a questo ambito anche le istituzioni sono in campo nella discussione che anche qui si sta facendo. Non solo come soggetto legislatore ma anche come attore di sistema.
  • Nella CP ci sono anche forme di comunicazione “di parte”: quella politica e quella sociale, per esempio (quest’ultima contiene anche la comunicazione di impresa rivolta al dibattito pubblico e non alla vendita di prodotti). Ma la comunicazione istituzionale deve essere regolata e gestita in forma indipendente dalla politica, dagli interessi economici e da ogni lobbismo nazionale e internazionale.
  • Si fa fatica a leggerla così in Italia negli ultimi 20 anni. Soprattutto da quando (per effetto dell’azzeramento del finanziamento pubblico dei partiti) i partiti stessi hanno trasferito loro operatori tendenzialmente di propaganda al servizio diretto di rappresentanti politici al vertice d istituzioni, marginalizzando i servizi amministrativi preposti. Questo in materia di contenuti. E parallelamente il lobbismo delle piattaforme globali ha agito su un’altra riduzione di spazio di indipendenza, quello delle tecnologie intese come “ambiente“.
  • La trasformazione digitale – che è materia di governo nazionale ed europeo – deve governare anche questo aspetto. Perché da esso dipende la possibilità di adeguare nella modernizzazione sia l’operatore pubblico che il cittadino che i rappresentanti di interessi costituiti in imprese e associazioni. E “governare” significa soprattutto esplicitare la strategia sociale, non la santificazione tecnologica.
  • Che lezione ricaviamo dalle crisi in atto (negli ultimi anni, a raffica, quelle migratorie, quella sanitaria, quella economico-occupazionale, quella in atto della sicurezza)? Dico in estrema sintesi: + domanda di comunicazione istituzionale (come prima descritto); + comunicazione scientifica (accessibile, rigorosa, di servizio); + indipendenza da interessi; + contrasto alle fake news.
  • Per volere “riformare” questo ambito bisogna dimostrare di non essere soggiogati dalla tecnologia intesa come un fine. Quando essa evidentemente è un mezzo, con le sue implicazioni magnifiche ma anche inquietanti (come ha ben detto prima di me la dirigente scolastica del Mugello). E ugualmente bisogna dimostrare di comprendere il ruolo delle nuove oligarchie globali delle piattaforme.
  • Concludo il breve intervento proponendo i cinque obiettivi principali di una riforma in senso sociale della comunicazione pubblica (a cui ho dedicato il mio recente “Comunicazione pubblica come teatro civile – Governare la spiegazione“, edito da Editoriale Scientifica): 1. accorciare le distanze; 2. europeizzare lo scenario regolatorio; 3. progettare (con obiettivi e risultati attesi) il contrasto all’analfabetismo digitale; 4. creare + accesso alle fonti della conoscenza, da garantire rispetto alle manipolazioni; 5. dimostrare di fare accompagnamento sociale reale nella gestione dei servizi.

Il Filo del Mugello – Sintesi dei lavori dell’Agora’ di Borgo San Lorenzo sulla transizione digitale.

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