Il paradosso urbano.

Presentato all’Università Cattolica di Milano il libro di Paolo Verri sulle nuove dinamiche di brand di nove città nel mondo.

Nota pubblicata sul giornale online L’Indro (7.4.2022)

Stefano Rolando

Luca Monti, Paolo Verri,Mariagrazia Fanchi, Paola Abbiezzi, Stefano Rolando, Paolo Della Sega (Chiostro dell’Università Cattolica, 6.4.2022). Da remoto anche Enric Truno e Valentino Castellani.

In questi tempi (pandemie e guerre) parlare e scrivere di città – parola generalmente assegnata a contesti di vita, vitalità, mobilità – ci si ritrova in contesti annichiliti.

Prima in forma flebile (restrizioni, chiusure), poi in forma livida (bombardamenti, distruzioni), così ormai da disporre di due chiavi di lettura, di allusione, di evocazione.

Diciamo che l’assedio mediatico ha prodotto l’effetto di appannare l’immediata associazione al piacere (il viaggio, gli acquisti, la conoscenza, il lavoro, lo spettacolo, la cultura). Piacere che non è in soffitta, ben inteso, ma convive con il sentimento delle ferite comunicative.

E’ con questo spirito che ho preso parte in Cattolica a Milano alla prima presentazione pubblica del libro di Paolo Verri – uno dei manager culturali italiani sulla cresta dell’onda, per varietà e serietà di incarichi e di successi, fino alla direzione del vivacissimo cantiere di Matera capitale europea della cultura 2019 – che si intitola “Il paradosso urbano – Nove città in cerca di futuro”, appena edito da Egea.

E’ lui stesso a mettere in carreggiata una sorta di contagiosa passione per il potenziale trasformativo delle città del nostro tempo. Soprattutto per il rapporto diretto tra progetto umano e modellazione urbana. Tra obiettivi di risanamento e di rigenerazione e restituzione dei misteri di estetiche collettive che trasfigurano, cambiano epoche e persino popolazioni in poco tempo. Le nostre città antiche e moderne, figlie della storia, delle crudeltà di certi tempi, dell’abbellimento perenne, soprattutto di essere tra le più forti e percepite funzioni di generazione di identità, di appartenenze, di immedesimazioni.

Quindi il perché di quelle nove storie (che lasciano indeterminata la decima non scritta).

Quindi lo scandaglio di brani della vita e del vissuto.

Quindi l’indagine tra chi progetta e chi non progetta il futuro, tra chi subisce gli eventi e chi li immagina come driver della propria evoluzione.

La scheda più accorata, quella di Torino, la città di Paolo ma anche del sindaco fautore del risveglio urbano dopo la crisi cupa tra gli anni ’80 e ’90, gestendo le prime olimpiadi invernali assegnate a una città ben separata dalle montagne, con la scoperta di un binomio fertile. Valentino Castellani è in video e racconta con immediatezza che la differenza la fanno gli amministratori che sanno cosa è la governance delle complessità non quelli che pensano che basti il “fare”.

La scheda più interrogativa, quella di Barcellona, ha pure in campo – collegato in diretta – l’ex assessore degli anni di intreccio tra grandi eventi e ridisegno della città, Enric Truno, evocando Pasqual Maragall sindaco icona di quel tempo, amico dell’Italia e architetto politico del rilancio della capitale catalana.

La scheda più sorprendente, quella di Istanbul, produttrice di classe diri[SR2] gente di prima grandezza (forse anche di chi, alla fine, farà politicamente la pelle a Erdogan) e contenitore dei misteri dell’essere ponte tra due continenti, tra due appartenenze secolari (le parti dell’Impero Romano nel declino di Roma, tra l’Occidente di Mediolano e l’Oriente di Costantinopoli.

La scheda su cui tocca me agire sui tasti della prudenza, la scheda di Milano, in cui a differenza di Torino non tutto si prevede e non tutto si pianifica dall’alto perché la storia moderna della città, ormai non capitale, è quella di un corpo sociale e di impresa che riesce a generare e sostenere svolte, che il cittadino scopre magari a cose fatte, quando le luci di un Expo fanno credere a un parto mentre si tratta solo di disvelamento.

La mia proposta di lettura del libro non è convinta del tutto di rubricare le godibili 200 pagine nei cosiddetti “libri di viaggi”. E propongo l’idea che si tratti di un “libro per il governo”. Perché narrativo, olistico, tra memoria e cambiamento. Un breviario per amministratori che abbiano voglia di recuperare il rapporto tra politica e cultura.

E la mia proposta è di cercare, nelle pagine di quel libro, tutti gli argomenti – scritti con la vivacità della narrativa, non con l’anemia della lista tecnica – per i quali nelle vicende creative e conflittuali di un sistema urbano si vede il ciclo delle classi dirigenti. Ci si accorge anche della forza o della debolezza dei saperi che attraversano l’azione amministrativa. E ci si compiace infine di chi sa individuare le crisi e le adeguate terapie e chi rimane piuttosto vittima degli stereotipi.

Per i curiosi che non si sospingeranno, come sarebbe loro utile, fino alla libreria, rammento in chiusura che le altre cinque storie riguardano Pittsburgh, Lione, Tokio, Wroclaw e Matera. Città in cui l’ironia lucana sentenzia che non c’è scorno per il “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi. Perché, stando attenti, Cristo proveniva dal sud, non dal nord.


 

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