La rappresentazione e la percezione del conflitto in Ucraina.  Rielaborazione del testo e aggiornamento al 9 maggio.

Nel giorno in cui Russia e UE si contendono il valore simbolico del 9 maggio, il tema resta certamente quello della guerra, dei morti e delle distruzioni. Ma l’arma più inquietante e onnipresente si conferma essere la propaganda e la manipolazione.

Si ampliano le attenzioni e le discussioni sul ruolo della comunicazione (media, tecnologie, informazione, disinformazione, propaganda) nel quadro degli sviluppi della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. Ieri il supplemento del quotidiano Domani dedicato agli Scenari di questa guerra è stato dedicato a questo tema. E il 5 maggio il giornale online specializzato sulla trasformazione digitale Key4biz ha promosso in diretta la discussione sull’argomento di un gruppo di analisi della rivista Democrazia Futura attivata da Infocivica, associazione professionale e civile che si occupa di media e geopolitca. La videoregistrazione è a questo link: https://www.key4biz.it/infocivica-democrazia-futura-e-key4biz-presentano-il-webinar-geopolitica-media-e-disinformazione-nella-guerra-in-ucraina-un-bilancio-provvisorio/401550/ Tra gli interventi, quello conclusivo di Stefano Rolando, firma abituale di questo giornale, a cui abbiamo chiesto ampliare qui le sue considerazioni.
Pubblicato sul giornale on line L’Indro il 9.5.2022(h. 7.00) – https://lindro.it/la-rappresentazione-e-la-percezione-del-conflitto-in-ucraina/

I missili piovono sui bersagli e quelli russi arrivano a Odessa a distruggere una fabbrica di mobili. Argomento che sarà un giorno oggetto di vergogna e di studio autocritico nelle scuole militari russe post-putiniane.

La controffensiva ucraina liquida intanto un’altra nave della flotta russa nel Mar Nero.

E il reciproco posizionamento, in vista del 9 maggio, usa ogni centimetro di praticabilità militare per arrivare gli uni a sfilare a Mosca inneggiando al successo e gli altri a disporre di ogni tecnologia ricognitiva (territorio su cui gli ucraini sostenuti dagli occidentali hanno fatto meraviglie) per sbugiardare lo zar.

Sapevamo che a ridosso del 9 maggio i fatti e le percezioni avrebbero avuto una sorta di parità strategica.

Perché questa data è stata scelta da Putin per incorniciare i fatti riuniti in una narrativa difficile, ma per un paese disinformato come la Russia non impossibile.

E stranamente l’Unione Europea, forse per non accettare una simmetria belligerante (che è una etichetta che Bruxelles non rivendica), non menziona a toni alti quel 9 maggio come la data nota per la sua festa “istituzionale”, ogni anno, in forza dell’anniversario della storica dichiarazione di Robert Schumann che prefigurava l’idea di Europa per cancellare l’idea di guerra. Le due date comunque esistono all’interno di due storie diverse.  Valgono i simboli, valgono i valori delle metafore storiche. Arrivano oggi come scadenza di calendario.

Ma fanno di questa data una giornata in cui le narrative ufficiali ed ufficiose verranno piegate allo scontro che sostituisce la “spallata” che il Cremlino pensava di dare al conflitto e che Zelesnsky ha preparato negli ultimi due giorni compilando una grande quantità di onorificenze in un ampio spettro di meriti per la resistenza del suo popolo, militare e civile. Distribuire medaglie non è abitualmente la postura di un perdente.

La rappresentazione del conflitto

Ciò detto vengo all’argomento del seminario promosso da Infocivica, Democrazia Futura e Key4biz. Guerra, media, informazione e propaganda. Riproponendo alcuni degli argomenti trattati.

A fianco degli andamenti reali – che i militari guidano nelle offensive, nelle difese e nella continua revisione di strategie e tattiche che dimostrano piani difettosi e coraggi crescenti – il mondo intero è connesso a questa guerra grazie ad un andamento puramente comunicativo. In cui il terreno è quello della rappresentazione, che entra dall’inizio come un campo sia di libera ricerca della verità, sia di costante inquinamento manipolatorio.

Parlarne ora “criticamente” significa non limitarsi al pur importante riscontro dei fatti. Che è un lavoro che non pochi, soprattutto giovani giornalisti di molti paesi, tra cui gli italiani, fanno con coraggio, competenza tecnologica e rischio personale. Ma, per esempio, affrontare un aspetto che appare naturale, quello del carattere ormai totalizzante della rappresentazione, è cosa su cui sarebbe bene ragionare di più. Per dipanare un po’ ciò che finisce in un ampio e uniforme lenzuolo di notizie e di percezione degli andamenti in cui ogni giorno andrebbero spiegati e capiti i nessi, i “sotto-aspetti” di questo lenzuolo e il ruolo di chi ha maggiore egemonia di gestione.

Sui fatti – notizie riferite ad aventi puntuali – probabilmente domina internet, che agisce distributivamente sull’immensa rete dei cellulari individuali e fa della platea umana oggi forse la più informata della storia. Se si passa ai nessi tra i fatti, cioè alle interpretazioni e con esse all’analisi delle motivazioni delle parti, la gerarchia dei media si muove, torna in campo il giornalismo professionale, anche la carta stampata, malgrado il suo declino oggettivo. E si vede infatti che il grosso delle fonti di opinione si ricava dalle rassegne quotidiane. In merito invece alle testimonianze – cioè al portare nei flussi informativi fonti oculari o maggiormente connesse agli eventi, c’è un primato televisivo, anche dovuto – come accennato – a una generazione di professionisti formati in modo cross-mediale e con una interessante indipendenza.

Evolve in questa guerra il ruolo enormemente più incidente di come appariva in passato, ferma restando la compresenza dell’intelligence in ogni evento bellico della storia del mondo, di ciò che va sotto il nome di propaganda. Per un po’ nel corso del ‘900 abbiamo semplificato il secolo della maggiore evoluzione di questa arte velenosa, attribuendola ai paesi dispositivi e autoritari. Poi abbiamo capito che lo strumento è in uso a tutti, democrazie conclamate comprese. E che la doppia lettura dei fatti spontanei e dei fatti indotti è materia da specialisti. La Russia “salvata” – dopo il crollo degli inizi degli anni ’90 delle sue istituzioni, della sua economia e della sua classe dirigente – dalla perpetuità dei suoi servizi segreti, configura oggi un esercizio della “propaganda di Stato” che non è un servizio reso da alcuni apparati subordinati, ma è la colonna vertebrale della cultura di governo del paese stesso. Anna Politkovskaja ha raccontato con scrupolo in una fase consolidata (da cui sono poi passati altri 18 anni di ulteriore consolidamento) il rapporto parallelo nella Russia di Putin (il titolo del suo libro del 2004) della “appropriazione indebita”: quella degli affari e quella della verità.   

In ogni caso la nuova frontiera digitale è protagonista di infiniti apprendimenti che cambiano giorno per giorno il ruolo delle forze armate tradizionali, come la crisi della “guerra a terra” da parte russa ben dimostra, solo per fare un esempio con dodici generali uccisi dalla controffensiva ucraina sia grazie al supporto dell’intelligence americana, sia per il fatto (spiegato sagacemente dal geopolitico Dario Fabbri) della anomalia in cui i capi russi si trovano a dovere assumere in prima persona i comandi della prima linea.

Nel panorama della rappresentazione il ruolo della tv è anche quello di affiancare la storia. E proprio a ridosso del 9 maggio si segnala la prima su Discovery di un documentario pazientemente confezionato negli anni (Putin-Nascita di un regime), con accesso libero ai rapporti anche personali e familiari nei giorni di fine secolo, nella casa di Boris Eltsin, nella visita di Putin armato di fiori alla sua maestra elementare, soprattutto in una certa euforia “democratica” e con una squadra di collaboratori moderna e americaneggiante, che spiega meglio – senza dimenticare gli affari personali –  le infatuazioni del tempo di Tony Blair, Gerhard Schroeder e Silvio Berlusconi.

Il nostro tallone d’Achille: i talk show

C’è un format televisivo che viene “venduto” al pubblico (e agli inserzionisti) come uno spazio accessibile, popolare, gestito con controllo professionale per esercitare il diritto-dovere di approfondimento.

Si tratta dei talk show, su cui non voglio fare sommarie valutazioni e soprattutto sommarie comparazioni. Essendo regolati da storie diverse, scelte editoriali diverse, figure professionali diverse. Tocco solo l’argomento principale – abbastanza trasversale – che non sono il solo a considerare come “critico”.

 È vero che questo format – che non riguarda le esperienze di “maratone” di inchiesta e testimonianza, che hanno altre caratteristiche e spesso notevole valore aggiunto sempre “in diretta” – ha preso piede come l’ambito di maggiore accompagnamento giornalistico rispetto ad un evento che produce notizie h24. Anche se si verifica una diradazione preoccupante della presenza di “veri esperti”, idonei – in tante materie complesse – a dare valore aggiunto alle notizie e soprattutto agli indizi. Mentre cresce la gara a mettere in campo “esperti spettacolarizzanti”, cioè con alto potenziale polemico per indurre il format preferito dai conduttori di talk show, che non è la pur conclamata “spiegazione” ma il conflitto verbale che avrebbe il potere di scarnificare la propaganda e ridurre all’osso la verità.

Il risultato non è solo per lo più confusivo, ma fidandosi soprattutto i giornalisti di sé stessi, i talk show sono ormai ipergiornalistizzati, con giornalisti cioè che fanno le domande e giornalisti che fanno le risposte.

Quando serve ad aumentare la temperatura (ovvero, si dice, l’ascolto) una giornalista russa, magari con fisico da eroina cattiva di 007, è l’ideale per fare ciò che persino l’a.d., della Rai Carlo Fuortes in Commissione parlamentare di vigilanza ha ammesso “non essere più questo ciò che va inteso per approfondimento”.

Risottolineo che non è tutto uguale, non è tutto drogato da questi impulsi, che restano spazi – soprattutto nei servizi in diretta – di qualche effettivo merito giornalistico. Ma il fenomeno appare visibile e oggetto di valutazione, che auspico aperta a contro-valutazioni, soprattutto da parte dei colleghi massmediologi che vanno scrivendone.

I sondaggi demoscopici

Su questo fronte, ancora una parola sui sondaggi. Che è argomento a sé stante. Essi sono legittimi, spesso utili, in alcuni casi scrupolosi e con approcci scientifici. Vi sono però aspetti d’uso nel sistema mediatico, che andrebbero evidenziati e discussi. Rarissima è la spiegazione degli aspetti di metodo, che è in alcuni paesi obbligo (anche in fonte remota). Rara è la posizione dei conduttori a ricordare che la demoscopia si occupa di percezione ed è cosa diversa dalla statistica che produce dati di realtà (sembra una banalità ma l’opinione pubblica è ambito di eleganze e di grossolanità). La vera professionalità poi dovrebbe essere quella di contestualizzare la serie storica di questi approcci, per far cogliere elementi di discontinuità. Mentre invece c’è spesso un trattamento “religioso” di fronte al dato. Esso è un fatto e come tale è una realtà che, nell’interesse della testata, deve produrre rapide innovazioni di comportamenti. Cito il caso di un’improvvisa maggioranza di italiani contrari al sostegno militare italiano a favore della resistenza ucraina, in controtendenza con l’andamento pregresso delle rilevazioni e servito allo scopo di indicare una sorta di “gruzzolo” di elettorato non rappresentato, così da aprire un fronte di scomposizione nel quadro della maggioranza. Non mi dilungo, non sono stupito, apro una riflessione sul legittimo – ripeto, legittimo – uso della demoscopia, con regole professionalmente calibrate in vicende complesse come quelle in corso.

La comunicazione istituzionale e la comunicazione politica

Quanto ai risvolti della comunicazione più propriamente politica e anche di quella istituzionale c’è da registrare per la politica la progressiva marginalizzazione (vale per quasi tutti gli argomenti in agenda) rispetto agli approfondimenti intrepretativi, per limitare gli interventi – spesso nel format sintetico di un “tweet” o di un “francobollo” ai tg – che riguarda il puro posizionamento occasionale del partito di appartenenza.

Nella cadenza molto dosata della comunicazione istituzionale del governo Draghi – dove non c’è ridondanza retorica ma spesso manca anche un po’ di necessario accompagnamento di spiegazioni adeguate – vi sono tuttavia momenti di chiarificazione di livello. Faccio riferimento in particolare al meditato e ampio discorso del premier del 3 maggio alla sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, che arriva dopo un’alzata di scudi del presidente Mattarella sui “sì, ma” circolanti.   Qui – dopo mesi di balbettio politico dell’Europa – si legge una proposta di posizionamento dei paesi fondatori (i tre principali, di cui l’Italia di Draghi appare quasi in posizione di favore) per rilanciare rapidamente (“con un pragmatico federalismo” dice Draghi) la politica di integrazione, affidata al bilancio comune, dentro cui ci dovrebbe essere l’esercito comune e in comune anche alcune politiche sociali.  Questa posizione, su cui non mi dilungo, si inquadra in un certo chiarimento anche attorno ad un aspetto confusivo trascinato dalla rappresentazione della guerra russa in Ucraina, quello dell’ennesimo stropicciamento delle categorie di destra e sinistra (su cui mi sto cimentando con un piccolo libretto di “ripasso”).

Magari potrebbe prendere forma – negli auspicati negoziati di pace – una profilazione geopolitica internazionale in cui la filiera dei paesi autoritari e dispotici e la filiera dei paesi democratici prendono un loro riallineamento, che deve immaginare naturalmente nuove deterrenze e nuove forme del reciproco scambio (in cui i cinesi sembrano meglio piazzati di tutti per tessere questo “capitolato”).

Lo spazio dei giovani nel quadro della percezione

L’ultimo punto si cui aggiungo ancora qualche parola riguarda un segmento della percezione che, da universitario, mi interessa molto e che ho cercato anche di seguire un po’ concretamente (anche con un paio di rilevazioni fatte in aula). Mi riferisco alla percezione della guerra da parte dei giovani, parlo dei giovani ventenni, con alle spalle già qualche bagaglio cognitivo per capire le cose. Ebbene c’è stato certamente ritardo nella percezione del rischio. Non di ore o di giorni. Quasi di un mese. E si è poi prolungata la difficoltà di intrepretare bene la complessità geopolitica della situazione. Così da tendere sempre verso lo schema semplificato, quello dei torti e delle ragioni della guerra in quanto tale (su cui il dato di rilevazione del 18 marzo è netto: l’88,5% del mio campione di analisi ritiene che non ci siano “riscontri di ragionevolezza” per l’attacco russo. Il 5% dice che ci sono, il 6,5% non sa. Mentre sulla “provocazione da parte delle basi NATO” (quella che papa Francesco in cerca di dialogo ha chiamato “l’abbaiatura della NATO alle porte della Russia”) il risultato è meno forte ma sempre netto. Se basi NATO ai confini dell’Ucraina, ancorché legittime, siano da considerarsi “una provocazione”, la risposta è no per il 63,5%, sì per il 23,3%, non sa il 13,2%. Ma nella semplificazione il rapporto con la complessità delle analisi aumenta il tasso di paura. E si potrebbe pure di dire che ci sia una componente giovanile nell’incremento di opinione impaurita per la continuità dell’impegno militare italiano a favore della resistenza ucraina. Materia su cui, in generale, bisogna fare di più, sia nell’incrementare la spiegazione, sia nel sollecitare la discussione.

Oggi e domani

Intanto, oggi e domani le trombe e le campane dei due poli in guerra si faranno sentire. Putin sarà lo spin doctor di sé stesso, per dare la “torsione” che più gli conviene nel giorno cui avrebbe voluto solo comunicare al mondo il suo bollettino finale. E martedì a Washington arriva il premier italiano in un contesto in cui gli occhi di Draghi restano puntati sull’unità europea (che appunto il 9 maggio porta a compimento la Conferenza sul futuro dell’Europa, con risoluzioni che in parte richiedono riforme dei Trattati, in parti non le richiedono – ma l’occasione, come scrive su Repubblica Maurizio Molinari, è perfetta “per varare un’agenda occidentale contro le autocrazie”.


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