Presentato in Prefettura a Milano il saggio di O. Giacalone e S. Sepe “Il Colle e i Palazzi. I presidenti della Repubblica italiana e la formazione dei governi (1946-1971)”

La nota dell’ANSA sull’evento.

Spunti dall’intervento di Stefano Rolando sugli “stili comunicativi”

I presidenti della Repubblica (1946-1971). Ruolo, poteri e stili comunicativi.

Libri: il ruolo del Capo dello Stato nella formazione dei governiNota della Redazione ANSA MILANO,16 maggio 2022 h. 20:59

Foto ANSA – Gli autori Oriana Giacalone e Stefano Sepe (a destra la copertina del libro),
con il prefetto di Milano Renato Saccone e Stefano Rolando

(ANSA) – MILANO, 16 MAG – Dal primo Capo dello Stato, Enrico De Nicola, del quale si sottolinea la consapevole scelta di “creare precedenti”, al presidente “mite” Luigi Einaudi, fino al grande oratore Giovanni Gronchi e alle “distorsioni” delle abitudini nel suo mandato e alle esperienze di Antonio Segni e Giuseppe Saragat. Il libro ‘Il Colle e i palazzi, i presidenti della Repubblica italiana e la formazione dei governi (1946-1971)‘, Editoriale Scientifica 2021, curato da Stefano Sepe e Oriana Giacalone e presentato oggi in Prefettura a Milano, analizza il ruolo svolto dai presidenti della Repubblica nell’iter formativo dei governi. Tutto nel tentativo di mettere a fuoco le relazioni politico-istituzionali tra gli inquilini del ‘Colle’, e quelli appunto dei ‘palazzi’, Palazzo Madama e Montecitorio. Momenti in cui il Capo dello Stato ha l’onere, come scrivono gli autori nella premessa, di raccordarsi con quelli di Camera e Senato, per trovare la soluzione in grado di dare al Paese un esecutivo capace di governare. Il libro – che ha come riferimento il primo quarto di secolo della storia repubblicana in cui si sono succeduti cinque presidenti – analizza, tra aneddoti e racconti storici, la “prassi”, sempre diversa a seconda dei presidenti, che diventa il timone che guida il Capo dello Stato, il fondamento dell’azione presidenziale nel delicato rapporto con il potere legislativo e i partiti. “Uno sguardo interessante e originale. L’approccio storico e lo studio della prassi istituzionale acquista una rilevanza molto particolare“, ha commentato il prefetto di Milano Renato Saccone, dopo aver sottolineato che “in questo palazzo ci sono stati tutti i presidenti della Repubblica. Questa è la loro casa“. Giacalone ha parlato della ricerca che sta alla base del volume, e che ha come punto nodale l’archivio storico della presidenza della Repubblica. Un lavoro “di scavo” in una mole immensa “di carte ingiallite” e piene di storia. Sepe, invece, ha sottolineato le differenze della prassi a seconda dei presidenti e in virtù delle componenti istituzionali e della situazione storica dei partiti. A discutere del libro in Prefettura c’erano anche lo storico e accademico Livio Antonielli, secondo il quale il ruolo del Capo dello Stato è disciplinato dalla Costituzione ma anche da regole non scritte, il professore della Iulm di Milano Stefano Rolando, convinto che “il loro vero potere” sia quello di “dire” e non tanto di “fare”, e la giurista e costituzionalista Elisabetta Lamarque. Per quest’ultima, a causa della “rarefazione” delle norme della Costituzione sulla formazione di un governo, conta molto la prassi, e cioè cosa si è fatto nel passato. Perché “non si può spiegare agli studenti come si forma un governo – ha concluso – senza sapere come si sono formati fino a oggi i passati esecutivi“.

Stili comunicativi. Al Quirinale il potere sta più nel dire che nel fare[1]

Stefano Rolando (docente di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano)

Il trattamento abituale di studiosi e notisti sui poteri e sulle forme di esternazione del Presidente della Repubblica si sofferma spesso sul concetto di “moral suasion”.

Una sorta di limite alla “decisione”, equilibrato dalla condizione autorevole della fonte per indurre o per lo meno orientare opinioni e comportamenti, in particolare nell’ambito politico- istituzionale.

Questo approccio ha spesso riferimento a tempi passati, di maggiore solidità e forse anche di maggiore reputazione del sistema dei partiti politici.

Questa categoria interpretativa ha dunque nel tempo dovuto misurarsi con due processi:

  • la crisi reputazionale e negli ultimi tempi anche dichiaratamente funzionale di quel sistema;
  • la crescita di ruolo connettivo dei media e quindi del coinvolgimento dei cittadini (in senso lato di tutta l’opinione pubblica), in particolare nel tempo della trasformazione digitale.

Oggi, al di là della distinzione una volta netta tra il dire e il fare, quella categoria muta spesso la sua natura verso l’assunzione di una vera e propria decisionalità.

Come è stata, ad esempio, la constatazione fatta dal presidente Mattarella dell’insolubilità di formazione di una maggioranza parlamentare che, con esplicite dichiarazioni di crisi fatte dal Capo dello Stato, ha condotto nel 2021 a un governo di emergenza, a guida non indicata dai partiti, guida tuttora in carica.

Diciamo che è un segno dei tempi, confermato  in più anni, che non ha, penso saggiamente, indotto a reali modifiche o precisazioni costituzionali e che evolverà dialetticamente con la tenuta qualitativa della nostra democrazia.

In questa cornice, a proposito della rilevanza comunicativa del ruolo del Presidente della Repubblica, si sorvola spesso sugli aspetti simbolici. Che vanno in verità considerati come molto rilevanti.

Essi sono ormai rubricati come parte di una complessiva percezione di credibilità, spesso anche di autorevolezza, della fonte, da parte di una opinione pubblica che ha da tempo percepito anche aspetti “sostitutivi” o meglio di supplenza riguardo a debolezze della democrazia partitica e parlamentare.

Correntemente la comunicazione/esternazione del Capo dello Stato si esprime attraverso almeno quattro fattori-chiave che tendono ciascuno a target e obiettivi distinti.

  1. La caratterizzazione della personalità del Presidente determina condizioni di postura, che è oggetto di attenzione mediatica, che segnala aspetti simbolici di presa pubblica generale e che è anche occasione selettiva a disposizione di molte forme narrative. Cioè con forma diversa in tutti i mezzi di informazione e segnatamente per la satira, la quale ha principale presa sulle fasce sia intellettuali che giovanili dell’opinione pubblica.
  2. La tonalità di tali caratterizzazioni è invece percepita da fasce più ampie dalla società e dell’elettorato, con incidenza sui valori reputazionali generali del ruolo presidenziale. Si può notare che il carattere pacato quanto – pur se più raro – il carattere irato, hanno sempre facilmente accesso nella percezione popolare.
  3. Nel quadro del merito del grosso delle esternazioni ha, ben inteso, rilievo la razionalità, che viene spesso segnalata come distinta e differente rispetto al profilo antagonistico – dunque più assertivo – della politica in generale. Una assertività questa di tipo polemico che ha natura, lessico e timbro diverso dal carattere misurato anche se spesso molto fermo delle esternazioni del Capo dello Stato. In ogni caso è una razionalità che piace ai giuristi e che influenza la complessità del giudizio storico (componente a tempi prolungati della vitalità comunicativa).
  4. Infine, il fattore – in precedenza descritto – della decisionalità, con riferimento dunque alle scelte compiute, incide con evidenza sul tessuto della politica e, in generale, sui negoziati riguardanti poteri ed equilibri anche di tipo inter-istituzionale. Anche questo ambito costituisce compito precipuo di garanzia di unità nell’operato del Presidente della Repubblica che, oltre al territorio e alle parti politiche, riguarda anche il ruolo degli apparati istituzionali, nell’insieme di ciò che la Costituzione identifica con la Nazione.

Questi spunti sono solo alcune sintetiche segnalazioni stimolate dalla novità e dall’interesse per l’approccio degli autori Oriana Giacalone e Stefano Sepe attraverso il l saggio “Il Colle e in Palazzi “.

Titolo che forse avrebbe anche meritato un accenno al terzo fattore di relazione costituito dalla società intesa come opinione pubblica, dal momento che il trattamento abituale dei compiti costituzionalmente espliciti si mantiene ovviamente nel perimetro dei poteri costituzionali ma comincia – come in questo caso – a spaziare, grazie a una evoluzione di sistema ormai marcata, verso temi significativi e per ora meno indagati.

L’analisi degli stili comunicativi – con premessa di ordine generale e poi trattamento distinto per i cinque presidenti oggetti di studio (dal 1946 al 1971) – è a cura di Chiara Raganelli, con una trentina di pagine che hanno vari pregi. Il primo dei quali è l’inquadramento iniziale nella problematica linguistica, che contiene un riferimento che può diventare chiave di studio per una vasta e interessante ricerca: “il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale anche dal punto di vista linguistico”.

Riprendendo l’espressione “potere neutro” a proposito del potere persuasivo (il concetto di “moral suasion”) questo capitolo entra nel merito dell’articolazione del campo delle esternazioni e declina, tra “messaggi” propriamente definibili e altre forme di relazione, dieci tipologie offrendo il paradigma di analisi per storie trasversali ora valide per tutto l’arco di tempo repubblicano. Importante la sottolineatura di una sorta di regia personale (per l’appunto identificante uno “stile”, che per prassi può trasformarsi nel tempo in una componente formale acquisita) in cui contano le parole e il loro trattamento ma conta parimenti anche l’uso del “silenzio” quando il presidente, pur potendolo fare, “preferisce non intervenire pubblicamente, sia per non influenzare il corso delle decisioni politiche, sia perché non lo ritiene opportuno nel momento storico dato”. Parimenti pregevoli sono i pur brevi tratti di analisi riferiti alla diversa mediatizzazione dell’operato dei presidenti della Repubblica analizzati, immaginando quale potenziale abbia questo segmento di analisi se riferito compiutamente all’insieme delle trasformazioni tecnologiche e massmediololgiche dell’ampio arco di tempo dell’età repubblicana che, dal punto di vista comunicativo, ha una sua specifica periodizzazione che fa riconoscere almeno una decina di ere distinte.
Chi qui scrive, fin dal 1999 aveva segnalato che “il presidente della Repubblica va considerato il primo comunicatore delle istituzioni” e l’autrice, con il garbo del richiamo in nota, segnala l’interessante e vincolante osservazione per cui l’agire comunicativo del Capo dello Stato (verso gli organi di informazione, verso i cittadini e verso altre istituzioni) rientra nell’esercizio di una pubblica finzione che “non fa uso propagandistico  della comunicazione , bensì di rappresentanza e influenza sulla sfera pubblica”.


[1] In pagina Facebook di Rivista italiana di comunicazione pubblica (18.5.2022)


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