Il diritto in emergenza. Comunicazione pubblica e responsabilità

Sapienza, Università di Roma – Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale – lunedi 23.5.2022

Il diritto in emergenza. Comunicazione pubblica e responsabilità[1]

Relazione di Stefano Rolando [2]

Premesse

Saluto con amicizia trentennale le colleghe Franca Faccioli e Paola Marsocci ispiratrici di questa giornata e naturalmente Maria Romana Allegri che si è dedicata molto all’attivazione di questo evento e Marco Magheri che sta tenendo in carreggiata la lodevole associazione degli operatori del settore, associazione che concorre al convegno. Ringrazio molto per avere concepito e promosso questo evento e per avermi invitato.

Il tema della crisi aleggia. Naturalmente sappiamo che “crisi” non è solo sinonimo di rischio. Ma anche di cambiamento, di opportunità.

Che le tre grandi crisi di questi ultimi tempi (crisi sanitaria, crisi geopolitica e militare e – diciamocelo – anche criticità prolungata della qualità democratica) chiamassero in causa un ambito di prestazioni pubbliche e sociali che, in questi campi, è al tempo stesso protagonista e imputato come la comunicazione istituzionale, l’ho detto e l’ho scritto ripetutamente. Fino a pensare, nel vuoto politico-istituzionale sull’argomento, che fosse finalmente venuto il momento di appendere i guantoni al chiodo e andare definitivamente a pescare.  Poi mi ha telefonato Paola Marsocci – che, neolaureata, ha lavorato con me anni fa alla Presidenza del Consiglio – e ho deciso di andare dopo a pescare, compiacendomi che una compagnia di donne intelligenti aprisse oggi una discussione pubblica su un tema delicato e spinoso. Ed eccoci qui.

Dunque, concordo con la scelta delle due parole che emergono dal titolo del convegno:

  • Emergenza, cioè un tema decretato ufficialmente, che crea una certa sospensione di ruoli, funzioni, forse anche di una certa ordinaria progettualità. Ma che ha, al centro, l’idea della transizione, che comporterebbe – come dice la parola stessa – una straordinaria progettualità, che riguarda oggi aspetti sociali, sanitari, cognitivi e, appunto, democratici.
  • Responsabilità: almeno l’emergenza non può eludere una discussione sull’evoluzione, sul trattamento, sui nuovi paradigmi della responsabilità.

Mettendo insieme queste parole si chiarisce meglio il tema: come si esprime la “responsabilità” politico-istituzionale per assicurare una via di uscita, anche grazie al ciclo delle crisi in atto, circa il declino di adeguatezza della comunicazione pubblica e soprattutto della comunicazione istituzionale in Italia? Prima di profilare una preliminare risposta, due parole di premessa e un breve trattamento evolutivo del tema.

Personalmente ho lasciato ruoli istituzionali, ma continuo a dedicarmi all’insegnamento, alla ricerca e al ruolo civile di fondazioni e associazioni in Italia e in Europa, che riguardano o confinano con le materie di cui mi sono sempre occupato. In particolare, al centro appare la comunicazione di crisi e di emergenza, segmento molto delicato e strategico della comunicazione pubblica, a cui lavoro da anni, tanto che considero questo ramo un banco di prova dell’intera filiera di organizzazione delle competenze di tutto il settore.

Proprio pensando a questo ambito, nel 2018, lasciando il ruolo di servizio in Università, il mio ateneo ha creato e mi ha affidato un centro di ricerca concepito come Osservatorio sulla CP, privilegiando l’attenzione per le situazioni di crisi. E davvero non ci è mancato il lavoro. Proprio in quell’anno si concludeva un ciclo di iniziative soprattutto fatte all’estero di analisi e di monitoraggio sulle crisi migratorie[3]. Poco dopo si è aperto il cantiere globale centrato su cause, effetti e comportamenti collettivi in materia di pandemia. Con il febbraio di quest’anno si è aperta un’altra attenzione (totalizzante sui media) riguardante la guerra in Ucraina

Sette libri (tra rapporti e analisi) dal 2018 a oggi sono usciti dall’Osservatorio[4]. Punto di caduta finale il mio testo Comunicazione pubblica come teatro civile – Governare la spiegazione (con prefazione di Giuseppe De Rita non casualmente intitolata “Se non ora quando?”)[5], che distilla molte cose emerse nel tempo che dovrebbero indurre a un ripensamento teorico, strategico e organizzativo circa questa materia al tempo stesso professionale e disciplinare. Anche se le premesse rispetto a tale “ripensamento” vedono molti assenti al tavolo. Soprattutto poca voglia di smantellare l’uso strumentale in atto e poca voglia di immaginare regole base di adeguamento e rigenerazione.

Trattamento del tema

Parto da questi spunti per proporre qualche riflessione sulla complessa problematica dell’ipotesi di riforma della comunicazione pubblica in Italia, intrecciata però all’andamento dell’approccio europeo al settore.

E soprattutto intrecciata al quadro politico in dichiarate condizioni sospensive.

Sintetizzo in brevi punti storici e punti sul presente.

Tre aspetti storici

  • La legge150/2000 fu frutto di un equilibrio bipartisan, con stesura iniziale avvenuta nell’amministrazione di reale competenza che al tempo era il Dipartimento Informazione della PCM, non la FP, per il carattere strategico generale che andava al di là del ruolo e dell’organizzazione della PA) – poi concepita come legge parlamentare con apporti di varie parti professionali e, dopo lungo iter, una approvazione dopo 6 anni dall’avviamento.
  • Essa venne presentata come “legge-quadro”, nel senso che avrebbe potuto anche fermarsi all’ ampio art.1 (ancora sostanzialmente valido). Ma era necessario sbloccare la logica dei bilanci delle amministrazioni dello Stato “per memoria” e quindi la norma doveva articolare funzioni e logiche organizzative di base (dirette ai cittadini e ai media). Ci furono noti compromessi: non solo quello con il sistema dell’informazione (sistema professionale dei giornalisti) ma anche quello con la Ragioneria generale dello Stato in ordine ai limiti dell’apicalità del modello organizzativo).
  • Il punto di equilibrio con l’Europa era poco influente dal punto di vista legislativo, ma con processi di armonizzazione sostanziale già in atto e alle prese (tutti) con un’insorgenza tecnologica, non prevista nelle prime stesure ma poi in qualche modo recepita dal 1995 al 2000, diciamo ancora social esclusi. Si stabiliva anche un primo patto tra ragioni istituzionali e problemi di “visibilità” della politica (argomento che si rivelerà poi un terreno di progressivi cedimenti sostanziali).

Rilevanti temi che investono il presente

  • Il dibattito professionale è parziale, coinvolge molto poco dirigenza e le principali professionalità dell’apparato pubblico e appare per ora attivato da una componente (in parte giovani e precari) di chi ha assicurato – dico meritoriamente – prestazioni nell’ambito della trasformazione digitale negli ultimi dieci anni e che aspira ad un riconoscimento più netto dei profili di inquadramento e di legittimazione. Credo che sia una aspirazione giusta, come era legittima quello delle funzioni di coordinamento venti anni prima. Ma che se risponde solo alle logiche di trattamento abituale della FP, non avrà mai vera soluzione. Il mio consiglio è che questo “tavolo” di advocacy dovrebbe confluire in un dibattito civile, culturale, scientifico più ampio che riguarda ora la rigenerazione strategica e soprattutto delle prospettive sociali della materia.
  • Modesta appare l’animazione del sistema disciplinare (anzi qui si ha a che fare con il solito tema dell’assenza di un peso disciplinare di tutto il sistema delle scienze della comunicazione, inaudita cosa dopo trenta anni dalla costituzione dei cdl). In generale l’Università e gli ambiti della formazione in seno alla PA risentono di un eccesso della didattica tecnica rispetto a quella degli orientamenti di un approccio teorico di tipo critico a questo ambito disciplinare.  Modesto è pure il raffronto con le esperienze internazionali e il valore aggiunto sociale e democratico delle applicazioni.
  • Evidente è poi l’assenza di atteggiamento complessivamente riformatore dei partiti, salvo alcune sensibilità manifestate in qualche ambito per il consolidamento della modernizzazione tecnologica. Il che non rende trasparente né l’interesse né il disinteresse di fondo per l’aggiornamento regolatorio della materia, rendendo legittimi sospetti.
  • Aggiungo – sempre sfoltendo un po’ la varietà e complessità di argomenti – che sugli sviluppi della coerenza di approcci e funzioni tra Italia ed Europa le due crisi in atto (pandemia e guerra) aprono un capitolo immenso che riguarda la disinformazione. Tutta la logica di contrasto alla manipolazione e alla disinformazione una volta riguardava apparati militari (controspionaggio). Poi in alcuni paesi europei (nordici e UK) ha cominciato a riguardare sia la modernizzazione di presidio in alcuni più avveduti gruppi editoriali, poi – per agli aspetti civili e di pubblica informazione – crescenti professionalizzazioni proprio degli apparati di CP. Persa dietro il problema di visibilità della politica che ha schiacciato la logica degli URP a puro tamponamento sociale, l’Italia è in questo campo in una condizione oggi dichiaratamente extra-comunitaria.

Riforma si, riforma no

Da questo breve e inesaustivo elenco, si capisce che il tavolo di discussione sull’adeguamento strategico della materia non è ancora sostanzialmente né concepito né strutturato.

Pertanto, quest’ultimo punto trattato dovrebbe aprire una seria analisi degli andamenti applicativi degli ultimi anni. A cominciare dal tema reale della crisi dei partiti, con un distacco di analisi e rappresentanza sociale e una crescita della cultura interna di puro di marketing elettorale, che ha trasferito ansie di visibilità sulle posizioni occupate dalla politica in ambito istituzionale. Contaminando molto gli ambiti di servizio istituzionale dell’informazione rivolta ai media e ai cittadini[6].

Ritengo sia grave l’acuirsi di questo aspetto dopo il taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti. Iceberg di note vicende di occupazione a spese dello Stato per vere e proprie battaglie digitali rispetto a cui la parola “digitale” ha assunto questo risvolto da cui deve essere depurata con garanzie assolute. Ma soprattutto si è creata una progressiva cancellazione del ruolo responsabile della comunicazione istituzionale (accompagnamento, relazione, spiegazione) rispetto al processo di “giornalistizzazione” del comparto[7].

Non ho il tempo per allargare qui questa analisi senza una cui seria emersione parlare di “riforma” è fuorviante. Ma è anche fuorviante tralasciare le grandi poste in gioco che – ferma restando l’opportunità di assecondare e investire sui processi di modernizzazione digitale – i veri grandi obiettivi strategici debbono essere espressi, discussi, argomentati e debbono diventare una consapevolezza di sistema, che non appaiono nemmeno in questo quadro emergenziale. Limito a questi quattro punti gli obiettivo di rigenerazione che considero ineludibili e – ripeto – nemmeno istruiti in modo elementare:

  • Organizzazione del governo della spiegazione (a cominciare dalla comunicazione scientifica) con perseguimento programmato della riduzione dell’analfabetismo funzionale.
  • Riattivazione delle soglie partecipative (in cui tornare a immaginare condizioni di sussidiarietà tra comunicazione istituzionale e comunicazione sociale[8]).
  • Raccordo sostanziale ai temi del rapporto istituzioni/cittadini su cui sta cambiando radicalmente la piattaforma della CP in Europa.
  • Lettura critica dell’evoluzione dei processi digitali, nel quadro di una comprensione critica dell’oligarchia globale dell’algoritmo e della complessità evolutiva dell’approccio all’intelligenza artificiale.

Osservo, per concludere, che una “riforma” si fa quando ci si fida fino in fondo di un sistema politico che è oggi sul piano legislativo in un travaglio di fondo circa la propria stessa esistenza futura.

Esso non appare in fase di generosa dedizione al bene pubblico e all’interesse della comunità nazionale rispetto a funzioni che si illude di potere e dovere assumere in proprio (esattamente come fece nei 40 anni di età repubblicana, in cui – ma con ben altro radicamento sociale – fini per minimizzare ogni ipotesi di sviluppo della comunicazione pubblica e istituzionale, in fondo  facendo perdere all’Italia 40 anni di affiancamento agli sviluppi democratici di alcuni paesi, si quelli che avevano vinto la guerra, sia anche quelli che l’avevano persa come la Germania.

Penso davvero che si dovrebbe sollecitare questo Governo e questo Presidente del Consiglio – per il suo esprit républicain –   a fissare una “bussola” di interesse istituzionale generale, impegnando il Parlamento con una carta di indirizzi. Poi una vera commissione, con alte garanzie rispetto agli interessi di dettaglio che stanno attorno al tema, dovrebbero fornire la messa a terra.


[1] Convegno promosso da Sapienza, Università di RomaDipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale – lunedì 23.5.2022, presso il Centro Congressi, Via Salaria 113, Roma.

[2] Insegna Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano, presso cui è direttore scientifico dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il, public branding e la trasformazione digitale. È altresì presidente, da molti anni, del Club of Venice, rete dei responsabili della comunicazione dei governi dei paesi e membri e delle istituzioni e principali agenzie UE. Tra il 1985 e il 1995 è stato Capo del Dipartimento Informazione ed Editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[3] Tra gli esiti di quel ciclo il testo Immaginari migratori, a cura di Angelo Turco e Laye Camara, con il capitolo “Rappresentazione mediatica e processi comunicativi” di Stefano Rolando, Franco Angeli, Milano, 2018.

[4] Sulla crisi pandemica, in particolare, si segnalano: Pandemia. Laboratorio di comunicazione pubblica, Editoriale Scientifica, Napoli, 2020 e “Pubblicità&pandemia – Rapporto su un anno di resistenza, Libreria Universitaria ed., Padova, 2022.

[5] Editoriale scientifica, Napoli, 2021

[6] Alcune argomentazioni in S. Rolando, Dalla ideologia al puro posizionamento, articolo per il fascicolo 2-2022 di Democrazia Futura anticipato dal giornale online Key4biz (26.1.20221) – https://stefanorolando.it/?p=5507.

[7] Nella presentazione al CNEL del saggio “Comunicazione pubblica, come teatro civile” (15.12.2021) queste le argomentazioni di chi qui scrive nella discussione con gli operatori professionali: https://stefanorolando.it/?p=5285.

[8] Un primo abbozzo di questo “patto” sussidiario tra comunicazione istituzionale e comunicazione sociale in S. Rolando, La comunicazione pubblica per una grande società – Ragioni e regole per un migliore dibattito pubblico, ETAS-Rizzoli, Milano 2010.

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