Purgatorio

(31.5.2022)

Dante Alighieri scrive il Purgatorio tra il 1300 e il 1301. Che avrà la sua prima edizione nel 1316. La prima pubblicazione nell’età moderna è del 1787.

Nella fantasia popolare contano l’Inferno e il Paradiso. L’idea stessa del Purgatorio è stata sempre molto complicata nella storia umana. E la Chiesa ci ha messo molto tempo a codificarla. In ogni caso Dante non l’ha cacciato sottoterra e non l’ha fatto volare nel cielo. Il Purgatorio è a tiro per gli esseri umani. Se ti sforzi un po’ e butti lo sguardo lungo, lo vedi. Tanto che il Bronzino nel 1530 ne ha fatto un plastico esempio. Lui, tirato a lucido e incoronato, con il manoscritto in bella evidenza e il Purgatorio a tiro.

Il Bronzino (1530)

L’incipit della Cantica è tra le cose che si mandano a memoria durante il liceo: “Per correr miglior acque alza le vele / ormai la navicella del mio ingegno, / che lascia dietro a sé mar sì crudele; / e canterò di quel secondo regno / dove l’umano spirito si purga /e di salire al ciel diventa degno”.

Fin qui l’acquisito.

Poi, quest’estate ho letto il Purgatorio parafrasato con abile giornalismo da Aldo Cazzullo. Con la tesi che gli uomini – nel senso del genere maschile terrestre – sono destinati, tutti, a finire lì. Nessuno finisce con pieni voti e lode e quanto all’Inferno c’è un certo revisionismo. Risultato, mettetevi il cuore in pace. Lì è come qui. Dura qualche migliaio di anni. Ma gioie e dolori, non cambia un granché. Per questo è un “purgatorio”.

Rovisto tra i miei libi, sparsi tra Roma e Milano e ritrovo “I sette peccati capitali” di Fernando Savater, del 2007. Dice Savater a Cazzullo: ehi, non facciamo i furbi, non è un omnibus questo Purgatorio, è fatto in sette gironi, uno per ogni peccato capitale. Se hai che fare con quelle sette cose lì, non la passi liscia. Ma se hai la fedina penale a posto e niente peccati capitali non è detto che la prossima fermata non sia cantare in eterno le lodi del signore. Ma poi mette in discussione che la regola sia eterna. E infatti dice: “I peccati si nascondono nelle pieghe dell’esistenza quotidiana, nei laboratori scientifici dove si tenta di ricreare la vita perfetta, nel progresso tecnologico disumanizzante. Scopriamo così che nella società moderna, che li ha resi accessibili a più ampi strati popolari, alcuni dei vizi ritenuti emblemi immutabili della corruzione dell’animo, come la gola e la lussuria, sembrano aver perso un po’ della loro malia tanto da essere ormai ‘fuori moda’, mentre altri, come il fondamentalismo, l’indifferenza e la menzogna, hanno già iniziato a prenderne il posto”.

Insomma, un po’ mi preoccupo e un po’ mi arrabbio. Superbia, gola, avarizia, ira, lussuria, accidia e invidia. Brutta roba, d’accordo. Ma allora pare che anche su questo ci sia ormai una revisione. C’è la “gola”, ma allora Papa Giovanni XXIII l’hanno davvero escluso dal Paradiso? Eccetera.

E così finisce che in occasione dell’ultimo appello a fine maggio vado nella “corte” della mia università – lo IULM a Milano – in cui Emilio Isgrò ci ha lasciato, bendato e sotto la sua Commedia quasi tutta cancellata, niente meno che il Grande Maestro. Ero con i miei tesisti e uno ha fatto questa foto. Proprio mentre facevo le mie rimostranze. Mi vergogno un po’ di rendere nota questa postura. La mia amica Giuliana Nuvoli mi toglierà il saluto. Ma voi non potete immaginare la scena successiva.

Lui si toglie la benda, mi guarda negli occhi e fa: “Ohi, adirato collega, io non raccomando nessuno, men che meno per quel luogo di purghe. Men che meno voi dello IULM che mi lasciate qui con una benda sugli occhi come fossi prigioniero della Jihad. Ma è mai possibile che voi prendiate il destino finale dell’umanità come un luogo di villeggiatura? Da discutere come fosse una sorta di Tripadvisor. È mai possibile che lo scorrere del tempo reale (di fatto, prima annullato dall’eternità delle pene infernali), non viene colto nei suoi precisi risvolti simbolico-allegorici? È mai possibile che non si colga ciò che è stato creato e pensato come luogo di passaggio e di transito per le anime non condannate ma non ancor degne di contemplare la meraviglia di Dio nei cieli? Preparati meglio. E torna, caro adirato collega, al prossimo appello”.

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