Il Mondo Nuovo. Da oggi un nuovo giornale online. Nel sommario, una analisi del recente turno amministrativo.

3.7.2022 – Esce oggi un nuovo giornale online che raccoglie l’ esperienza di Moondo.Info e che, con qualche allusione huxleyana e al mito liberaldemocratico del “Mondo” pannunziano, si chiama Il Mondo Nuovo. Lo dirige Giampaolo Sodano (gia direttore di Rai2 e parlamentare), mentre l’ associazione che riunisce i soci-collaboratori e’ presieduta da Eugenio Santoro.
Riprendo qui le opinioni scritte nell’esperienza precedente, con una nota dedicata alle indicazioni del turno amministrativo dei giorni scorsi. Chi volesse accedere all’intero numero 1 da pochi minuti in rete lo può fare liberamente : www.ilmondonuovo.club.

In fondo al sommario troverà anche un breve mio audio per spiegare le allusioni della testata.

IL MondoNuovo

IL PASSAGGIO INTERMEDIO VISTO DAI CITTADINI DI STEFANO ROLANDO

Giu 29, 2022 | In EvidenzaRolando |  |     

Il passaggio intermedio visto dai cittadini di Stefano Rolando

di Stefano Rolando

Il voto nelle città medie italiane. Proviamo a chiamarlo il nostro “midterm”. Sei italiani su dieci se la sono data a gambe. E i quattro che restano si dividono residualmente la torta. Ma ogni schieramento contiene risse o irrisolti. Con un civismo che nei territori italiani si va delineando come un terzo polo

Diciamo che queste amministrative sono un’allusione (rovesciata) alle elezioni di midterm in America.

Lì si saggia il peso del rischio di governare.Qui si saggia il peso del rischio di non governare. Cioè elezioni guidate da partiti che nel quadro di governo sono elementi ora di contorno.

E l’impronta del non governo – e quindi degli irrisolti – in periodo di crisi intrecciate (salute, migrazioni, guerra, clima, occupazione, inflazione) produce vari effetti.

Il primo è di cancellare dal diritto di voto (nel senso di auto-cancellarsi, con una lesione pesante alla qualità della nostra democrazia) sei elettori su dieci.

Il secondo è di punire le vistose liti interne agli schieramenti, come eccesso di “politicismo” rispetto alla posta in gioco di una rappresentanza pragmatica (quella delle città, soprattutto medie) che il cittadino vede come obiettivo trascurato rispetto agli interessi di partito.

Il terzo (il più positivo) è di segnare una evidente discesa della parabola populista (gridare di più, promettere di più, promuovere il rancore e dissimulare le competenze per risolvere complessità) su cui ha galleggiato almeno per dieci anni la politica italiana della “seconda Repubblica”. Nei dieci anni precedenti presa dal duello tra il marketing berlusconiano e l’ulivismo frammentato del centrosinistra post-ideologico.

Per queste ragioni i commenti all’ultimo tratto delle amministrative del giugno 2022, quello dei ballottaggi che hanno riguardato 13 città capoluogo (altre 13 città capoluogo hanno chiuso la partita al primo turno) in cui solo Frosinone vede votare la maggioranza dei cittadini e tutti gli altri compongono alla fine una media del 42,2% dei votanti, segnalano alcuni esiti piuttosto condivisi:

  • la sconfitta del centrodestra (simbolica per alcuni casi significativi ma anche aritmetica nei comuni capoluogo per il passaggio da 17 a 13 città con vittorie);  
  • un certo riscontro dell’operosità di Enrico Letta nel disegnare il suo pur incerto “campo largo” ma con un terzo dei risultati dovuti alla parallela intesa con il partito del marasma rappresentato dai Cinquestelle, rispetto a cui – soprattutto in ambiti non di alleanza privilegiata – si è esercitato un po’ di cannibalismo elettorale;
  • la sostanziale ininfluenza di questo turno amministrativo rispetto alla tenuta e soprattutto rispetto al disegno delle priorità del governo nazionale.

Grazie alla precisa mappa che Ilvo Diamanti ricostruisce (Repubblica, 28 giugno) i 26 comuni capoluogo segnalano 13 successi del centro-destra, 10 successi del centro-sinistra e 3 delle liste civiche. Mentre i 142 comuni non capoluogo con più di 15 mila abitanti vedono 51 successi del centrosinistra (di cui 16 con alleanza PD-M5S), 48 successi del centro-destra, 41 successi di liste civiche e 2 successi del Cinquestelle. Indagare un po’ in questi contesti fa capire meglio le divaricazioni in atto: nel CS tra “campo largo” e “alleanza PD-M5S” e nel CS tra tenuta dell’alleanza tra i tre partiti e situazioni di strappo e rottura (tra i quali quella di Verona è la più emblematica). Se, come osserva Stefano Folli, il CD consolida l’immagine di una “alleanza senza progetto”, queste amministrative indicano che il CS riproduce il suo duplice e alternativo piano di alleanze che proietta sulle prossime elezioni politiche l’immagine del PD che persegue progetti intercambiabili.

Nelle elezioni si vota l’offerta. Ma davanti ai risultati pochi lavorano sulla domanda.

Questi commenti sono dunque piuttosto diffusi. E ad essi proviamo ad aggiungere altre brevi annotazioni meno intercettate.

In epoca di leaderismo il dibattito del giorno dopo è costruito sulla pagella dei promossi e dei bocciati.

Nei cicli di breve termine i politici del nostro tempo sono come l’omino Michelin. Gommapiuma rimbalzante. Perdono una battaglia, cambiano anche radicalmente (con l’effetto paradossale alla Di Maio) le narrative, compongono sempre una sintassi a due o tre uscite (tutti i ponti aperti, anche quando la retorica appare inflessibile) e soprattutto ricamano sé stessi come l’unica soluzione possibile. Anche quando il termometro segna percentuali sbriciolate. Nei cicli lunghi – quelli su cui i commenti sono storici, analitici, causali – il grosso di loro finisce per scomparire. Un po’ per l’anagrafe ma soprattutto per l’irrilevanza.

Per questo, in questi nostri modesti commenti, su un giornale che nasce parlando di “mondo nuovo”, pare meglio occuparsi non solo e non sempre dell’offerta della politica ma anche della domanda.

Per indagarla un po’ anche in occasioni come queste, che mettono insieme Monza e Catanzaro, Gorizia e Barletta, Verona e Viterbo, Cuneo e Lucca.

La “domanda” è il tratto del cambiamento sia della percezione che dell’opzione.

Dunque, un fenomeno fatto di immaginazione ma anche di acquisto. Il marketing politico si accontenta spesso di misurare solo le intenzioni di voto. E invece dovrebbe indagare di più le crisi di fiducia, la perdita di dialogo, la constatazione popolare di una soglia reale di serietà e competenza, oppure di inaffidabilità, nell’affrontare argomenti concreti. Tutte cose che chi ha deciso di non votare più nasconde beffardamente. E anche chi continua a votare, se non ha mai occasione di partecipare, di pronunciare un giudizio venendo ascoltato, di misurare la responsabilità degli interlocutori, finisce per dissimulare nel gioco preferito dei social quello del mi piace/non mi piace. Senza dire che, siccome è un gioco, è anche capace di ritirare ogni delega in pochi minuti.

  • Certamente è questo il problema ormai di Matteo Salvini che, passato dall’incitare all’odio razziale a girare con il rosario in campagna elettorale, adesso è prigioniero di una parte che non ha mai studiato, quella di essere un membro quasi senza copione del sostegno al governo. E infatti il suo day after è segnato dai “più miti consigli” a cui sembra pervenuto offrendo una direzione collegiale del partito alla componente “governista” della Lega, componente con cui le distanze dopo le elezioni crescono.
  • Certamente è questo il problema di Giorgia Meloni che sta ancora sperimentando la crescita della curva di consenso che proviene quando si è quasi soli contro il governo, cosa che ha un tetto fisiologico e obbliga dalla sera alla mattina a mostrare che non bastano i giochi di parole sui palchi nelle piazze, ma bisogna aver convinto filiere che comprendono interessi e volontà molto strutturate. Nella sua immagine di vincente (fin qui crescita delle intenzioni di voto nazionale) le sconfitte dovute a impuntature su candidature “a strappo” sono un segnale di difficoltà, che avrà un suo peso nello scenario nazionale.
  • Certamente Silvio Berlusconi può rivendicare l’opportunità per il CD di scegliere candidati moderati e capaci di contendere il centro al CS, ma lo imbarazza l’esito imprevisto di Monza (dove l’ascesa alla serie A della sua squadra di calcio sembrava un fattore di consenso risolutivo) in cui il suo appoggio personale al secondo mandato di Dario Allevi è stato fermato dalla brillante campagna di Paolo Pilotto, PD di estrazione cattolica.
  • Certamente esiste il problema del “campo largo” che il PD immagina come un territorio coloniale e il sulfureo centrismo immagina come la garanzia di un proporzionale che non è detto che sia “legge elettorale”.
  • Certamente esiste il problema della componente lib-dem del centrosinistra che esce da queste amministrative per la sua collateralità, non per la sperimentazione di qualche cantiere di vero progetto di governo. Perché la quadra delle alleanze è tenue. E lo sforzo di elaborazione è più comunicativo che teorico.

Prima o poi su tutto questo tatticismo arriverà sanamente la democrazia popolare, in un fotofinish che distingue chi ha lavorato sulla trasformazione sociale e chi invece ha fatto ogni giorno varianti autoreferenziali. È questo uno dei temi seri della crisi dei partiti politici italiani.

Sarò solo il voto alle “politiche” tra un anno a mettere fine a un processo di adattamento che dura da un pezzo ma su cui si sa poco, che appassiona poco, che fa filtrare poche novità.

Ecco perché in questa occasione di “midterm all’italiana” proviamo a dire ancora qualche parola su tre storie che hanno a che fare con il cambiamento della politica vista dai cittadini.

Spunti su tendenze meno discusse

  • Primo tema. Il civismo tra i partiti e fuori dai partiti. Al di sotto di certe soglie demografiche i partiti tendono a rifluire dentro aggregazioni che cercano di coniugare il proprio campanile e non il profumo della politica nazionale. Una parte è civismo consapevole e orientato anche a coscienza glocal. Nei ballottaggi del 26 giugno Como e Viterbo, ad esempio, esprimono sindaci civici sia pure di storie e culture politiche diverse (a cui si aggiunge Messina, che ha risolto al primo turno). Poi naturalmente c’è un civismo camaleontico, in qualche caso anche un civismo senza pudore (cioè pura sottomarca di questo o quel partito). Letto non tanto dalla parte delle trasformazioni dell’offerta quanto da parte dei “punti fermi” di una domanda molto provata da continui segnali di emergenza e di crisi della politica interpretata dai partiti, questa onda si va delineando. E si segnala come un fiume di sentimenti che potrebbe mantenere il suo scorrimento fino alle elezioni politiche, collocando almeno il 10% del flottante elettorale (quello che esce ora dalle urne di giugno, mentre sfiora il 30% il successo nei comuni non capoluogo sopra i 15 mila abitanti) attivo nel richiedere un “riformismo delle funzionalità”, con coscienza della delicatezza degli aspetti di coesione e dell’importanza delle politiche di sostenibilità.
  • Il secondo tema rivela il consolidamento nella gestione dei territori intermedi di una generazione a sua volta intermedia. Diciamo un terreno di sperimentazione dei quarantenni. Bambini all’epoca della Prima Repubblica, studenti politicamente magari spaesati alle prese con la scomposizione dei partiti ideologici e quindi con un’educazione politica ad appartenenze “flessibili”. I casi di Guerra o Frontini, Pardini o Tommasi, Fiorita o Pilotto, sono storie tutte diverse ma che configurano una generazione che pendola tra pragmatismo e ricerca di valorialità. È la Palermo di Lagalla che appare piuttosto mutuare ancora il paradigma generazionale superato. Sono cantieri interessanti per la formazione politica e civile e anche per la sperimentazione di politiche pubbliche attente ai diritti, alla cultura, alla creatività e al recupero di attenzione nei confronti dei giovanissimi, ora irritati, polemici, distanti.
  • Il terzo e più generale tema riguarda il tentativo di identificare il carattere del “passaggio di fase” di questo periodo bersagliato da crisi, ognuna trattata in modo totalizzante sui media, che contengono molti rischi e, per le comunità ben guidate, anche con poche opportunità (persino sul fronte dell’occupazione, dei servizi pubblici, delle startup innovative, eccetera). I programmi elettorali che abbiamo cercato di sbirciare sono smilzi, un po’ retorici e zeppi di luoghi comuni. Ma da domani mattina quei programmi diventano lotta di trincea per alleanze istituzionali, capacità di progettazione, intercettazione di fondi che possono rivelarsi muri alzati contro le insufficienze (per i comuni in questo periodo la maggiore insufficienza è di personale – al contrario di quel che si pensa – e soprattutto di personale ben formato) e ambiti di cooperazione trans-territoriale.

Il risultato più eclatante – dal punto di vista dei margini di successo – è stato quello di Parma (CS – 66,2%). Seguito da Barletta (CD – 65%), Viterbo (64,9%), Cuneo (CS- 63,3%). Al primo turno il picco l’ha raggiunto Taranto (PD-5S – 60,6%).

La geografia elettorale complessiva divide più o meno equamente l’Italia bipolare. Ma è un significato flebile rispetto alle elezioni politiche prima di tutto perché l’Italia è poco “bipolare” e tendenzialmente “multipolare”. E poi perché il senso delle alleanze locali parte spesso da problemi e motivazioni di natura diversa rispetto a ciò che costituirà la posta delle elezioni del nuovo Parlamento.

Nello sforzo di cogliere i fattori di novità di questo turno e non quelli del tatticismo elettorale il direttore del Foglio Claudio Cerasa scrive che siamo di fronte a “un insieme di sindaci desideroso di costruire il proprio percorso in simbiosi con quello del PNRR”. Fosse vero sarebbe il preludio di una spinta dal basso anche nella rigenerazione della politica. E per questo varrebbe la pena di accettare l’ipotesi che è collocata nello schema dei sistemi decisionali europei tra territori e quadro istituzionale centrale. Speriamo che la “messa a terra” del PNRR si accorga di questa opportunità e non dimentichi di coinvolgere davvero questa frontiera interna.

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