Per Fulvio Ronchi. “Con il permesso dei famigliari, provo a raccogliere qualche pensiero e qualche parola”

Stefano Rolando, Basilica del Corpus Domini, Via Mario Pagano, Milano. Venerdì 8 luglio 2022, h. 11.00

Con il permesso dei famigliari, provo a raccogliere qualche pensiero e qualche parola.

Prima di tutto per ringraziare – a nome di tutti – il padre officiante per le sue intense parole qui al Corpus Domini, insieme a chi ha collaborato con la liturgia e a chi ha suonato per il nostro conforto l’organo.

Rendono bene l’idea dell’altro piano delle cose proprio le parole del sacerdote che mi hanno colpito e fatto anche sorridere. “Questa è un’altra partenza. Ma senza bagagli” ha detto. E ho pensato alla quantità di bagagli che nel lavoro quotidiano di tanti anni – valige, pacchi, libri, carte, cartoni, sportine cariche delle nostre cose – abbiamo portato di qua e di là con Fulvio. Sì, questa è una partenza senza bagagli.

Per un anno abbiamo temuto questo giorno.

Per un anno Fulvio ha rimandato questo giorno.

È stato un anno diverso della sua vita.

Un anno in cui misurarsi senza vie di mezzo con quella realtà che non si vede finché il nostro corpo tiene, senza cedimenti, senza troppe sorprese.

Prima è una corsa. A fare, disfare. Vedere, non vedere. Smistare, rimandare. Credere che le cose in cui crede, per cui si combatte di più, diciamolo pure: il nostro lavoro, abbiano un credito infinito nel nostro tempo.

Il resto segue. La felicità, l’infelicità, il successo. Persino le delusioni. Forse persino l’amore.

Poi un giorno cambia il paradigma.

Nel linguaggio della messa funebre che abbiamo seguito, con la serietà di questa occasione, con la coerenza rispetto ad antiche nostalgie, questo cambio di paradigma potrebbe riguardare molte cose. Pratiche, morali, spirituali, filosofiche.  Ad avere il tempo e la serenità di poterlo fare.

Negli ultimissimi tempi ho visto andarsene persone più giovani di me, che avevano lavorato strettamente con me, per anni, gli anni che diventano mitici nella vita. In cui la vita appare infinita e la morte resta una questione letteraria. Elisabetta, la mia storica segretaria, che non ha voluto curarsi. Susanna Lavagna che ha creduto di curarsi. Poi la Maxi – incredibile, la Maxi, sorella gemella – professionalmente parlando – di Fulvio, una sorta di trattore di campagna, tutta vitalità, che per questa vitalità forse ha pensato che il suo tumore fosse un’influenza.

E poi Fulvio. A cui il cuore quasi in frantumi non ha permesso di far finta di niente. Impegnandolo, come poteva, in una battaglia forse donchisciottesca. Trasformandolo però, fisicamente, moralmente.

Ma facendogli anche riaffiorare sentimenti troppo a lungo dominati. A questo punto per l’innocenza della piccola Arianna. E magari aspettandosi la carezza di un altro nipote, Lorenzo, un maschietto, con il suo cognome.

Lorenzo è nato qualche ora dopo la fine della sua vita. Una staffetta perfetta, un regalo per i suoi famigliari, un lenimento per i suoi amici. Francesca Grassi, la figlia di Paolo Grassi, mi ha telefonato ieri sera per dirmi che “probabilmente si sono incontrati in una stazione“.

Insieme al tempo sincronizzato della fine prematura, sua e della Maxi, un’altra magari felice ironia del destino. Questa chi l’avrebbe detta, solo pensata, due o tre anni fa?

Lorenzo Alberto Ronchi (nato il 6.7.2022 alle ore 12.12)

Eppure, nel cambiamento radicale di questo ultimo anno c’è stato posto per il nostro modo scherzoso di considerare la vita, le difficoltà, le opportunità. Quando una cosa ci andava male ci dicevamo: “Eh, ma se me lo dicevi prima?”. Ma prima cosa? Prima di cosa?

È il non sense dei milanesi. Perché io e lui eravamo come gli ultimi mohicani. Un po’ lo parlavamo ancora il milanese. Non la calata milanese. No, quello di tradizione, io imparato dai miei nonni paterni, lui (e Daniela) dai suoi genitori. Capaci ancora di intercalare con un “de bun”. Capaci ancora di ricordare qualche tiritera, come la tiritera della mia nonna Emma  “Ecco il Domm, l’è tut de sass…eccetera”, che sapevamo tutta a memoria.

Ma c’è stato posto anche per pensieri schivati, spesso nel passato. Senza cancellare la voglia di vivere. Ma senza neanche cancellare la fatica di vivere.

Daniela, Lorenza, Cristina, Rocco, Rosa, altri, altre.

Qui c’è chi ha avuto con lui rapporti familiari, rapporti personali, amicali, rapporti stretti, avuti, perduti, alcuni riconquistati. La fatica di vivere non nasce per un mal di cuore. Nasce quando ci si alza un metro da terra e si vedono più cose di quelle che la lunga corsa quotidiana non ci ha fatto vedere per molto tempo.

Era venuto il tempo di fare ordine, di sistemare cose magari in sospeso. Anche le belle cose di riepilogo di una lunga onorata, brillante, estrosa, creativa, riconosciuta da tutti, vita professionale. Un paio di mostre mai fatte – sull’intera opera grafica (di cui la mia prefazione è pronta dal 2003)   e naturalmente quella sulla sua straordinaria, pazza, meravigliosa collezione etnografica mondiale sulla mani, la forma centrale dell’homo faber, ma anche dell’umanità pregante, socializzante, abbracciante, anche qui la mia prefazione è divenuta un cesello di formati, per immaginare i contesti più disparati. Che ancora non si sono avverati.

Il nostro è stato un sodalizio di cinquant’anni, con due o tremila forse cose realizzate. L’ultima forse di maggior rilievo il magnifico volume Brand Milano dove l’estro comincia con la copertina in cui Atlante non regge sulle spalle il mondo ma la pianta antica, e dunque identitaria, della città di Milano. E ancora in questi giorni lavoravamo ad una brochure con cento fotografie dedicata alla Fondazione “Paolo Grassi” di cui ho assunto la presidenza, che resta imbastita sul suo tavolo e non conclusa.

Un piccolo brief era sufficiente. Poi arrivavano un segno, un cromatismo, una coerenza narrativa. Le cose disegnate da Fulvio si riconoscono a colpo d’occhio in tutti questi cinquanta anni. Sul lavoro e in università cambiava però tono di voce, lasciava da parte i giochi di parole, non faceva più lo spiritoso per sedurre o convincere. Si impegnava rigorosamente con le parole per mantenere la scommessa con sé stesso. Con i suoi maestri. Con la grande scuola grafica dell’Umanitaria che l’aveva formato. Con la riconoscibilità. Una specie di mezza divinità (non vorrei essere blasfemo in questo luogo) in una terra in cui divina stava sempre più diventando l’irriconoscibilità.  Ma la riconoscibilità è sempre una scoperta che riguarda l’alto della nostra vita, della nostra essenza, del nostro rapporto con il pensiero circondante.

Lo dico proprio per conciliare questo spunto con questo luogo, per me simbolo di una nostalgia, forse di un’aspirazione, per Fulvio simbolo di una permanente ispirazione artistica.

La vicenda della scoperta – al tempo stesso casuale, poi anche scientifica – di una interpretazione mistica della pala del Lotto a Bergamo – su cui Fulvio aveva lavorato con Pierfrancesco, che è qui oggi, e con molti altri, con un esito di successo clamoroso. Trattando materiale fotocopiato aveva realizzato un esemplare in negativo che mostrava con evidenza la traccia criptica del volto di Cristo. Fu all’origine di una vicenda, per la quale eravamo preparati da tempo. “Pensare in grande” è il tema. Come lui fece, arrivando fino a interpellare Peter Greenaway e ad entusiasmarlo sulle potenzialità della scoperta. Forse non avevamo più la forza di un tempo. Molti si entusiasmarono, ma non si trovarono le risorse necessarie per mettere a terra quel “pensare in grande”. Ma lo spirito era quello di sempre. Pensarne dieci per farne una. Dunque, andare avanti.

Ma non vi voglio ora raccontare tanto Fulvio professionista. Vi racconto, piuttosto, ancora per qualche minuto l’ultimo anno di un uomo creativo, con i suoi errori e le sue genialate, con la sua generosità e qualche sua immaturità, che ricapitola e si sforza di tenere in equilibrio variabili divenute troppo complesse.

L’ho aiutato credo fraternamente. Anch’io non propriamente un Nobel di questo genere di ricapitolazioni.

Eppure, scosso da lutti recenti, scosso dalla pandemia ancora aggressiva, scosso da questa orribile guerra non debellata, scosso da vicende personali con molte turbative, alle prese con una scrittura che tiene ora ad essere forse meno tecnica e più interrogativa. E ad altro. Così la quotidianità ci ha dato, fino all’ultimo, un modo di lamentarci poco e di fare come i filosofi che pensano camminando in salita. Meno fiato ma più vista. Poi nel quarto d’ora della mensa, io continuavo a snobbare il cibo per mangiare più in fretta, lui continuava a malerdirmi per questa corsa continua e a sperare che il cibo di quella mensa (nel caso quella della IULM) fosse meno deprecabile e più all’altezza delle sue debolezze. Alla fine, non si lamentava dei suoi dolori e delle sue paure. Ma della mensa dello IULM sì, continuava a lamentarsi.

Fulvio professionista non ha ceduto un centimetro all’obbligo ormai della grafica di adattarsi al digitale.  E ha pagato un prezzo alto per la sua artigianalità.

Fulvio nella sua rielaborazione umana non ha fatto in tempo a compiere il riepilogo che ha cominciato a fare. E questo tratto anche doloroso diminuirà il prezzo che le anime devono pagare essendo ormai chiaro a tutti – soprattutto a noi uomini – che finiremo quasi tutti in Purgatorio, dove il contesto e assai simile alla nostra vita e i tempi di alleggerimento dei pesi morali sono lunghissimi ma iniziatici. Alla fine, il cambiamento sarà compiuto.

A tutti coloro che in modi e con parole diverse gli hanno voluto bene, voglio dire che i famigliari hanno giustamente scelto questo reputato luogo della nostra città del primo ‘900 per dare addio ad un ragazzo esattamente della seconda metà del ‘900 la cui scomparsa ha suscitato – penso alla mia pagina sui social – un’enorme reazione di stupore e di affetto. Vorrei che Arianna e Lorenzo lo sapessero, che loro padre abbia l’orgoglio di farne memoria e che noi, la sua comunità in cui era facile e umano scambiare parole divertite ma anche di senso, possiamo custodire quella compresenza tra vivi e morti, fatta di allusioni e testimonianze, che rende la nostra relazionalità umana un tempo lungo, anzi lunghissimo. Non una convenienza.

Un’ultima cosa, tra quelle simboliche. Che certo non dico per vanità.  Questa mattina ho messo all’occhiello un’onorificenza. Anzi la più alta onorificenza della Repubblica. Non lo faccio quasi mai. Quando il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi me l’ha data – di solito la danno agli anziani, io avevo 45 anni – era per il lavoro assiduo al servizio del nostro Paese. Tutti sapevano che era il lavoro di tanti. Anche il tuo, Fulvio. Anzi, il tuo lo rendeva visibile.

Ciao Fulvio. Come Renato Pozzetto scrisse in un brevissimo necrologio per la scomparsa di Paolo Villaggio: “Salutami gli altri. E a presto”.

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