L’astensionismo sarà il primo partito italiano espresso dalle urne il 25 settembre.

Paolo Feltrin – Affluenza alle urne –  Elezioni politiche in Italia 1946-2018

Previsioni, motivazioni e ambiti di incertezza ancora da sciogliere, nelle opinioni della demoscopia italiana. Osservatorio sulla comunicazione pubblica IULM proporrà ad inizio di settembre un profilo dei dati e delle previsioni agli studenti chiamati (alcuni per la prima volta)  al voto

Stefano Rolando

Articolo pubblicato sul giornale online L’Indro (8.8.2022 – h. 13.30)

https://lindro.it/elezioni-2022-astensionismo-primo-partito-italiano-nelle-urne-del-25-settembre/

Il termometro impennato sui 40, le piazze deserte, l’affollamento delle spiagge.

Questo è il perimetro in cui si è avviata la prima campagna elettorale italiana lampo e digitale.

In cui i social sostituiscono i comizi, riducendo a tre righe i “ragionamenti” e creando un po’ artificialmente il clima di passioni e confronti che le elezioni portano per definizione con sé.

Mentre, come si sa, cresce il più grande partito della storia repubblicana italiana, il PdA, che non è – come dice la sigla – il più piccolo ma anche il più autorevole partito della Costituente (cioè il Partito d’Azione), ma il partito sommatoria di tutti i difetti, le contraddizioni e le involuzioni della politica italiana, sia dal lato dell’offerta che dal lato della domanda: il Partito dell’Astensione.

Nando Pagnoncelli (Ipsos) inaugura le valutazioni di inizio agosto indicando al 40,6% la quota prevista per astensionisti e indecisi, ridotta di due punti rispetto alla fase precedente lo scioglimento delle Camere, ma con i due “eserciti” ancora mescolati, dunque con probabile riduzione del numero finale degli astenuti.

Altri responsabili dei sondaggi demoscopici cominciano, con l’inizio di agosto, a fare previsioni. Sfogliando la stampa della prima settimana di agosto (elementi raccolti dam Mattino e Messaggero)  se ne trova ampia traccia. Nicola Piepoli non pensa a crolli elettorali, parla del 3% di diminuzione dell’affluenza, in linea con le tendenze europee, facendo una sola riserva: cioè il possibile risveglio del “popolo del centro-sinistra” per arginare la vittoria già assegnata sulla carta al centro-destra (che in queste elezioni sembra aver dimenticato il “centro” nel cassetto). Renato Mannheimer vede invece nel crollo delle illusioni dell’elettorato dei Cinquestelle la fonte maggiore dell’astensionismo a fine settembre. Pari al movimento di fuga di una parte dei dirigenti e parlamentari del partito che vinse con il 33% le elezioni nel 2018. Maurizio Pezzato guarda ai dati delle ultime amministrative: uno su due non ha votato. E si trattava di dare una guida a casa propria. Stima un calo di affluenza rispetto al 2018, ma non un tracollo.

Il quotidiano Domani (Stefano Iannacone) riflette invece sulla novità rappresentata dal voto per il Senato – per la prima volta – dei ragazzi dai 18 ai 25 anni, considerando questo segmento “un fattore decisivo per decretare il vincitore”, ma accettando l’idea che nel complesso proprio i giovani saranno anche il fattore di vera alimentazione dell’astensionismo, stimato fino al 45%. Stando alla logica delle intenzioni di candidature di vari partiti (il PD in testa) non pare che la questione sposti molto l’idea di far prevalere robuste e longeve continuità. Tanto che Federico Benini (Winpoll) – come scrive Domani – parla di debole e ininfluente partecipazione giovanile mentre Antonio Noto spiega: «I partiti fanno più ricorso alla tattica che ai contenuti. Candidano i giovani, pensando di ottenerne il consenso, ma non cercano di intercettarli con gli argomenti». Ed è ancora Domani (Giovanna Faggionato, 6 agosto) a ricordare meritoriamente il milione e mezzo di giovani “italiani” che la burocrazia tiene appesi non dando loro ancora la cittadinanza e quindi il voto.

Anche Il Sole 24 ore entra nel dibattito sulle previsioni concentrandosi (Riccardo Saporiti, 5 agosto) sulle rimescolate e per certi versi sconvolte attitudini dell’ex-elettorato Cinquestelle: il 41,8% di quegli ex-elettori conferma la fiducia, il 10,5% andrà in dichiarata astensione, l’11,7% darà il voto al PD, mentre poco meno, cioè il’11,4% andrà dall’altra parte, votando FdI. Allo scissionista Luigi Di Maio andrà il 10,7% di quel voto. Il 14,4% non sa ancora come comportarsi, ma nessuno esprime intenzioni verso la Lega.

Molte voci in campo

Il blog Le Nius propone (22 luglio) un riepilogo delle previsioni di molti istituti demoscopici (Davide Fracasso). Tra CD e CX la partita non è vista in modo assertivo e scontato. C’è chi esprime ragioni per una parte, chi per l’altra, oggi con maggiori probabilità per il CD. Tra i tanti istituti interpellati però solo Euromedia stima gli astenuti, ipotizzando il 35,3%,

Riccardo Grassi, direttore di ricerca dell’istituto Swg, rilascia a Moked (portale dell’ebraismo italiano, 5 agosto) un’ampia intervista proprio sui rischi dell’astensionismo che parte da una valutazione generale: “La grande sfida che accomuna tutti i partiti: riacquistare fiducia in un elettorato sempre più distante e meno propenso a partecipare”. Poi un’osservazione non scontata nel dibattito in corso: “Sempre sull’onda della caduta dell’esecutivo, gli italiani stanno premiando i partiti che hanno tenuto una rotta, sia a favore che contro, mentre stanno punendo quelli che hanno cambiato atteggiamento in corso d’opera”. E infine l’argomento specifico: “L’astensionismo comunque rischia di essere il grande vincitore di queste elezioni”.

Lo psichiatra Paolo Crepet (intervista all’Agenzia Italia del 25 luglio) non introduce valutazioni demoscopiche ma demopsichiche e fa riferimento alle tendenze di comportamento nel corso dell’estate: “Il problema sarà per gli indecisi e per coloro che, normalmente, non votano per ideologia. L’indeciso normalmente studia le proposte dei partiti, approfondisce e poi sceglie. Ma ad agosto le persone non hanno voglia di pensare alla guerra, alla crisi energetica, alle bollette e ai futuri pandemici. Di certo non sarà il voto a fine estate a far cambiare i programmi delle persone. La gente ha diritto allo svago, per i partiti sarà meglio mantenere un profilo più basso rispetto alle solite campagne elettorali“.

Affronta invece il tema nel suo complesso il blog Openpolis, con dovizia di infografiche che si estendono al fenomeno di fiducia e sfiducia nei confronti del sistema pubblico, che si mantiene sulla linea della crescita del non voto, con questa argomentazione: “Nonostante votare in Italia sia un dovere civico, sempre più persone decidono di non partecipare. Anche nei paesi in cui questo dovere è stato formalmente impostato come obbligo, il partito del non voto è in crescita. Nel resto dell’Unione europea, sia nelle elezioni che coinvolgono tutto l’elettorato (come quelle per il Parlamento europeo), che in quelle locali, i numeri sono in linea con quelli del nostro paese, se non addirittura peggio. La notizia, dunque, non è tanto il basso livello di partecipazione, ma la ragione per cui gli italiani decidono di non votare. Il calo dei numeri è coinciso con lo scandalo Tangentopoli e l’inizio della seconda repubblica. Fino all’inizio degli anni ‘90 il tasso di partecipazione era poco sotto il 90% (nel 1992 votò l’87,35%), nel 1996 si è scesi all’82,80%, fino ad arrivare al punto minimo per un’elezione politica nel 2013, quando andò alle urne solo il 75,20% degli elettori”.

Per capire l’evoluzione comparativa dell’astensionismo in Italia sarà utile ricordare che l’Italia è posizionata in Europa (rispetto alle elezioni per il PE) al quinto posto per astensionismo tra i 27 membri, dopo Belgio, Lussemburgo, Malta e Grecia.

Insomma, ancora non in vista dei nastri di fine corsa, la previsione tecnica circa l’astensionismo resta in una forbice fluida che va dal 35 al 45 per cento. La possibilità di contenere o di espandere viene individuata nel rapporto con l’elettorato giovanile – con fattori di motivazione a votare e a non votare che vengono segnalati – su cui qualche riconsiderazione può essere fatta in corso d’opera.

Sempre ricordando che per il diritto parlamentare l’astensionismo non è un crimine nel senso che “gli astenuti risultano presenti durante la votazione ma non si esprimono”.

Su queste basi Osservatorio sulla comunicazione pubblica dell’Università IULM di Milano – a fronte del campione di elettorato rappresentato dai propri studenti, tutti in fascia votante e alcuni per la prima volta –  ha reputato di avviare una ricognizione sugli aspetti tecnico-previsionali (più sopra indicati in linea di massima) per prospettare nella prima parte di settembre agli studenti un’analisi del tema e per promuovere un’ultima più ragionata argomentazione attorno al diritto-dovere civico del voto.

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