La classdance di Bolle e Manni in piazza Duomo a Milano. Una vera contronotizia rispetto alle aggressività che campeggiano sui media.

Articolo per il giornale online L’Indro (5 settembre 2022)

Stefano Rolando (Presidente della Fondazione “Paolo Grassi – La vice della cultura”, Milano)

La piazza del Duomo di Milano con migliaia di ballerine e ballerini giovanissimi che hanno accolto l’invito di Roberto Bolle e Nicoletta Manni, in un quadro di eventi dedicati alla danza, in una sorta di mega-class in memoria di Carla Fracci, è una vera e propria contro-notizia, visto il genere di notizie che lottano per primeggiare nei cieli bui e tempestosi delle prime pagine del nostro tempo.

Non ho scienza per entrare nel dettaglio della notizia (ma le foto sono più che un dettaglio, sono un’emozione collettiva).

Ma la vorrei corredare piuttosto come evento della dialettica mediatica.

Dialettica aspra, dialettica conflittuale, tra fattori che perseguono per lo più l’obiettivo negativo per dominare la scena.

  • La guerra in Ucraina resta con la sua scia di sangue e di incertezza in primo piano.
  • La guerra energetica, che è connessa, produce la rovina di bilanci familiari e di impresa ed entra come un arpione lacerante nella campagna elettorale.
  • La campagna elettorale non riesce più a staccarsi dal paradigma dell’attacco ad alzo zero dell’avversario, prescindendo dalla spiegazione seria dei programmi e da un lavoro di riconquista del crescente disinteresse e dell’annunciato astensionismo. La situazione politica è seria. Ma la campagna, diciamo la verità, è inquietante.
  • La pandemia si è fatta un po’ da parte, ma i contagi non declinano, il Covid continua a uccidere e la tregua è stata finalizzata a consentire alla stagione estiva di esprimere la sua economia. Il sipario si rialzerà tra settembre e ottobre.
  • Il tam-tam degli ultimi due anni sulla transizione digitale e la transizione ambientale avrebbe fatto credere – oltre ai giusti dati che Mario Draghi ha allineato a merito del governo –  che sia in corso  un nostro netto miglioramento in classifica. Secondo il Digital Economy & Society Index (DESI) della Commissione Europea, nell’ultimo anno il nostro paese ha fatto pochi progressi in relazione alla maggior parte degli indicatori in materia di sostenibilità ambientale. Il Rapporto Capgemini, dei giorni scorsi, in materia di adeguamento della digitalizzazione nel settore della PA ci relega al 24° posto in Europa, dopo la Bulgaria. Ci saranno cose che vanno benissimo in questi ambiti, ma a scartabellare i dati recenti esce questa nuvolaglia.
  • Ma il segno plumbeo dell’agenda mediatica è dato dalla cronaca nera, i femminicidi, le tendenze suicidarie, la criminalità connessa allo sgoverno delle aree depresse e suburbane.
  • E si accoppia con la stagnazione delle misure in materia di diritti e integrazione.
  • E soprattutto con la soglia preoccupante del mercato del lavoro in cui – pur con la lodevole spinta occupazionale in generale – non si scalfisce una fuga di cervelli (50 mila laureati all’anno che se ne vanno) che manda all’estero un’economia pari agli interessi del debito pubblico.

Non la faccio lunga con il pastone lacrimoso quotidiano.

È per segnalare un clima che invade, a chiusura di un mesto agosto e in apertura di un settembre pieno di interrogativi, gli italiani che, per lo più,  mantengono la testa sulla spalle non con sparate rancorose o irrazionali davanti al setting determinato dalla gerarchia quotidiana delle notizie.

Se dici che la crisi di lettura dei quotidiani connessa alla chiusura crescente delle edicole è un brutto segnale per la cultura interpretativa delle notizie, ti rispondono però che questo declino se lo vanno cercando. Non perché dovrebbero inventarsi le “buone notizie” artificiosamente. Ma perché sta funzionando la forbice tra la produzione reale – cioè oggettiva – di cattive notizie e l’adagiarsi del sistema informativo sull’idea (vecchia come il mondo) che bad news is good news e che l’allarmismo è un paracadute per mantenere in quota l’utenza.

Spero di essermi spiegato.

In questo clima, veder spuntare da un notiziario online quella piazza del Duomo carica di giovani eleganti, sobri, aggraziati, pazzamente innamorati di un’arte, che corrono al richiamo di due grandi artisti e invadono la città per incrociarsi con gli sguardi del pubblico e per creare movimento collettivo attorno al rapporto tra corpo, forma e musica, è un beneficio etico ed estetico. Come un bosco riparato, un mare depurato dalle plastiche, una luce che riguarda le volontà degli operatori culturali, delle istituzioni preposte, della domanda dei giovani a non perdere di vista l’ordito sociale creativo.

Che deve avere la sua vita e la sua rappresentazione se vogliamo combattere con qualche successo la battaglia più complessa, quella dell’equilibrio del conflitto mediatico che non si risolve né lasciando campo aperto ai guerrafondai. Ma neanche censurando ingenuamente e inutilmente la produzione maligna che mantiene sempre accesi i suoi altoforni.

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