Podcast n.8 – Il Mondo Nuovo – A che età storica apparteniamo – Seconda prte

Il biglietto da visita

Sul magazine online Il Mondo Nuovo (5 settembre 2022) .- Podcast N. 8 – 5.9.2022 – A quale età storica apparteniamo? – Seconda parte

Buongiorno a tutti, sono Stefano Rolando.

È successo che l’ultimo podcast – dedicato a porci una domanda, “A quale età storica riteniamo di appartenere?” – abbia avuto alcuni riscontri.

Da parte di figure che stanno con merito e reputazione nel dibattito pubblico.

C’è chi ha parlato di “età del flusso continuo”. C’è chi ha ribaltato la domanda ponendo in discussione preliminarmente se questa nostra età non abbia compromesso la categoria della “modernizzazione”. C’è chi dice che siamo entrati non tanto nell’età digitale o globale quanto nell’età della rottura generazionale senza mediazioni.
Così che Giampaolo Sodano ha pensato di pubblicare oggi, lunedì 5 settembre, il testo scritto di quel podcast per stimolare una discussione più allargata.

Lo ringrazio davvero molto e ringrazio anche chi vorrà aiutarci a dare consistenza a un tema che sfugge come un’anguilla. Parlando qui di “biglietti da visita” come strumento di rappresentazione soprattutto di identità, tra evoluzioni e conflitti, sappiamo che è difficile avere un comun denominatore senza vedere se un tratto identitario, almeno a grandi linee, la nostra comunità di amici, scrittori, collaboratori e lettori ritenga di poterlo segnalare.

Tra stimoli e continuità di pensieri qualche riflessione aggiuntiva è pertanto maturata.

A fianco della eventuale discussione sulla prima parte degli argomenti, può esserci così anche una seconda parte. Così aggiungo qui, a voce, qualche considerazione.

  • A qualcosa quasi tutti pensano di appartenere. A un genere, a una nazione, a una città o a un territorio (per qualcuno arrivando fino ad un quartiere, che in certe situazioni è un’idea in maggioranza), a una lingua, a un’età anagrafica (con quel numero rappresentato dall’anno di nascita che ci fa compagnia tutta la vita e che tante volte diventa il nostro principale “biglietto da visita”, tanto che ci sono dei giornali anche importanti – come il Corriere della Sera – che mettono il numero degli anni come sottopancia obbligatorio ad ogni fotografia che pubblicano).
  • Poi, riducendo le dimensioni a gruppi più frazionati, c’è chi mette in rilievo la posizione politica, l’appartenenza professionale, magari gli studi compiuti, una fede religiosa, fino ad arrivare ad una squadra di calcio o di basket, a una scuderia di auto da corsa, ad una confraternita, a un circolo, ad una passione culturale, a un hobby, ad un’abitudine alimentare, a un modo di vestirsi, ad una forma artistica, ad un titolo cult di un film o di una canzone. Per chi deve sopportare una seria situazione di salute può essere che quella patologia assuma un carattere fortemente identitario. Eccetera.
  • Difficile ovviamente è creare una gerarchia e ricomporre in sintesi un ragionamento per dare senso scientifico a risposte eventualmente ottenute attorno a questi (come altri) segnali di appartenenza.

A buoni conti non era questa la domanda di fondo posta.  Non si tratta di rispondere su quale sia il tratto identitario individuale considerato dominante. Ma su quale sia la cornice dello spirito del tempo che valutiamo come maggiormente accomunante, almeno nell’ambito di quella che riconosciamo in senso ampio come la “nostra comunità”.

La domanda riguardava e riguarda, insomma, quella catena di voci che sono parte di una compresenza di fattori che riguarda tutti. Ciascuno di noi con una dominante caratterizzante. E poi con una gerarchia personale di tanti fattori che può essere governata oppure no. Con la testa, con la pancia , con il cuore.

Il modo di fabbricare quella catena, di avere un approccio che faccia sintesi dei fattori principali, di mettere nella griglia questo o quel fattore, sempre in una relazione continua e interattiva tra cose materiali e immateriali, è un po’ la nostra questione.  Che dipende, insomma, dagli strumenti a disposizione per individuarci, riconoscerci, raccontarci del nostro tempo (cosa che spiega anche lo spirito di questo giornale).

E questo modo può essere tanto un’invenzione del tutto originale e personale (bravi quelli che ci riescono!) quanto un più oggettivo confluire verso le correnti di interpretazione del nostro tempo.

Non tutti sono grandi artisti o geniali performer. Non tutti sono capaci con un gesto, un verso, un segno, di lanciare una cometa che sinteticamente interpreta il sentimento di un’epoca. Influenzando poi altri nel volere o nel credere giusto appartenere a questi tratti simbolici. 

Per i più la materia simbolica è frantumatissima. Ed è molto arduo darvi forma e significato sintetico. Attenzione: se veramente non capisci gli artisti del tuo tempo, spesso astratti, dissonanti, scomodi, finisci per farti catturare dai consumi, dai brand di moda per illuderti di stare almeno in qualcuna di quelle stelle simboliche. Ecco la vera contraddizione che molto faticano a cogliere.

Tante poi sono le influenze che conosciamo (media, famiglie, consumi, ambiente, lavoro, eccetera). Altre le conosciamo meno. Più oscure, più maliziose. In ogni caso non dobbiamo sempre reinventare l’acqua calda. Perché da secoli questo tema si è posto e da secoli – generazione dopo generazione – si sono profilate risposte distinte. Nel tempo si può dire anche chiaramente diverse.

  • Una voce che 100 anni fa dominava la gerarchia, oggi si trova a metà classifica o è diventata maglia nera.
  • Sempre una voce che un tempo manco esisteva è salita nelle classifiche e oggi ha un potere di captazione, riconoscibilità e identificazione che illumina percorsi individuali e collettivi, fino a raggiungere – con validazioni scientifiche di studiosi, storici, analisti – il carattere di cornice identitaria.
  • Il tema ambientale-climatico cento anni fa riguardava solo esperti e una piccola minoranza sociale.
  • Il tema della parità di genere cento anni fa aveva a cuore qualcosa oggi scontata (come il voto alle donne).
  • Poi quella cornice trova una parola, un aggettivo, una figura-traino a cui aggrapparsi. E sono la storia, la scienza, la politica, l’arte, i sentimenti e i motori simbolici (quelli amorosi e quelli aggressivi) a creare il nome stesso della cornice.

È ancora valido separare il mondo antico con la denominazione a.C. e il mondo diciamo così recente con la denominazione d.C.? È forse il maggiore schematismo possibile che possiamo dare alla storia. Ma certo con queste denominazioni non si risponde al nostro quesito.

Anche se, francamente, la domanda dell’ultimo podcast era un po’ ambigua.

Forse nei trecento anni di affermazione dell’età alessandrina (ovvero dell’età ellenistica) pochi, pochissimi avrebbero riconosciuto e dichiarato di appartenere all’età ellenistica.

Più facilmente avrebbero fornito frammenti con una maggiore e minore evidenza che solo in sede storica fanno dire ora che quell’età si può chiamare così perché i più, tra i contemporanei di quel tempo, ne sposavano i principali caratteri.  Durissimo è quindi chiederlo anche oggi. Quando al massimo chi ha più spirito critico può riconoscere alcune dominanti (a volte vere, a volte stereotipate) con cui soprattutto i media dicono che, almeno in forme macroterritoriali, siamo riguardati.

Fatte queste precisazioni, resta valido il gioco di un’indagine diciamo così emotiva, fatta a filo di sentimenti. E di mode, anche.  Una domanda, una stimolazione, qualche risposta corretta, altre eccentriche, impressive, reattive.  Tutto è lecito in un gioco. Anche fosse per misurare delle aspirazioni piuttosto che delle verità.

Tanto la verità la dirà solo uno storico avveduto, ben strumentato tra due o trecento anni.

Ma a noi resta da provare a condensare un po’ la frammentazione pulviscolare in cui viviamo.

In cui le tante categorie del passato prossimo, che magari ci hanno riguardato negli anni della nostra formazione, sono andate in frantumi.  E la storia che ci attraversa – ogni giorno con uno sconquasso cognitivo – ci toglie certezze e ci spinge a nuotare verso boe improvvisate per recuperare almeno il respiro.

Nel gioco proviamo almeno a capire se lo spirito del tempo lo vediamo in divenire o se lo vediamo sempre in preda alle nostre giustificate ma a volte anche sterili nostalgie.

È chiaro che è molto difficile farlo questo gioco. Ma in tanti contesti del nostro tempo e del nostro mondo sarebbe anche così importante farlo e non per gioco.

Pensiamo al popolo russo e al popolo ucraino, anche al di là dei loro governi.  Popoli che si immaginavano come “fraternamente distinti” ma “con molte cose in comune”. Pensiamo che immensa prova (verità e manipolazioni comprese) stanno attraversando per dare senso alla loro storia e alla loro diversità. Ci sarà chi in cuor proprio proverà a chiedersi a quale ciclo storico appartiene. Con un paese pericolosamente lanciato verso i modelli del passato (dall’epoca degli zar alla potenza sovietica) e un altro disperatamente alla ricerca (come Gorbacev, appena scomparso, pensava possibile per la Russia) di una appartenenza comune in Europa.

Ecco. Si può anche vivere senza farsi questa domanda. Ma poi non ci si deve lamentare perché il destino ci toglie le nostre sudate casacche e ce ne appioppa altre. Made in Prato o Made in China che siano.

Grazie. E a risentirci.

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