Il carteggio Turati-Silvestri su Mussolini, Matteotti, Aventino. Presentazione del libro curato da Maurizio Punzo.

In difesa della libertà” – Turati, il delitto Matteotti e l’Aventino nelle carte di Carlo Silvestri.

A cura e con introduzione di Maurizio Punzo.

Per iniziativa della Fondazione Craxi, Mimesis editore (2022)

Presentazione del libro, promossa da Centro Grande Milano, con Fondazione Craxi e Centro Brera.

Intervento di Stefano Rolando al Centro Formentini a Milano (3 ottobre 2022).

Testo adattato a recensione per la rivista Mondoperaio n. 10/2022.

Filippo Turati, Anna Kuliscioff

Con una coincidenza, che rende più complessi i pensieri che abbiamo in questi giorni di clamoroso risultato politico di una forza che fa parte della genetica post-fascista, il contenuto del libro curato e introdotto da Maurizio Punzo si presta a molte letture.

Siamo per altro anche a pochi giorni dal centenario della marcia su Roma e la contestualità si arricchisce permettendo, insomma, tanti spunti. 

Insieme alla fortuna in questo periodo di una saggistica che, riprendendo alcuni temi del centenario e percependo una ripresa di sensibilità attorno alla storia ma anche alle allusioni della storia, vede in testa alla classifiche di libreria, proprio libri su questo argomento, si situa questo il testo introdotto nella parte interpretativa e curato nella parte di documentazione da Maurizio Punzo.

Voglio dire subito che vengono a galla temi distinti dalla semplificazione storiografica che su una materia così pesante per il ‘900 italiano sono comprensibilmente frequenti.   Una certa semplificazione per esempio ha fatto alcune volte di Mussolini semplicemente un voltagabbana. Che certamente Mussolini è anche stato. Ma evidentemente con nessi tra l’antifascismo e il fascismo che non potevano essere tagliati con la scure.

Qui dentro – accanto a storie perfettamente separate (Mussolini e Matteotti, Turati e i comunisti, monarchici e repubblicani, l’apparato di polizia e le organizzazioni sindacali e cooperative) – ci sono storie che fluttuano nella relazione viscerale tra i massimalisti e i riformisti e, dunque, tra vicende che hanno a che fare con l’ex socialista Mussolini e l’insorgenza del regime che mette i dirigenti socialisti nelle liste di proscrizione. Ma con un certo tiraemolla.

Si sono, per esempio, dette tante cose sui silenziosi rapporti nel tempo tra Mussolini e Nenni, con origini territoriali e sociali così prossime. Qui la questione riguarda alcuni nessi tra Mussolini ex-socialista e figure che dopo il ‘22 restano dall’altra parte della barricata ma conservando alcune trame.

Questo tessuto connettivo – che si lacera e a volte si ricompone – trova una interessante casistica in una figura per certi versi di secondo piano ma degna di attenzioni, abbastanza discussa, meritevole di approfondimenti. La figura è quella di Carlo Silvestri che fu amico e nemico di Mussolini, accusatore e poi difensore di Mussolini rispetto al ruolo di mandante dell’assassinio di Matteotti, giornalista sovrastato dalla passione politica e da una propensione per le relazioni pubbliche (per usare una parola allora non di moda) che lo rende capace di generosità umane, ma anche di alcune complesse complicità. 

Alla fine, Silvestri viene riconosciuto da fascisti e antifascisti perun certo coraggio e onestà. Comunque, viene discusso (e ad un tempo dai fascisti anche confinato). Tanto che in un lungo articolo di soli due anni fa Paolo Mieli, sul Corriere della Sera, lo racconta come una figura “strana”, per la quale non mostra particolaresimpatia, ma che regge un’intera paginata del Corriere.

Ma politicamente – e non poteva che essere così per le passioni storiografiche di Maurizio Punzo e per l’interesse strategico della Fondazione Craxi – il protagonista del libro è Filippo Turati. E il ruolo del carteggio nell’economia del libro (a metà con la introduzione interpretativa) arricchisce molto il volume, lo umanizza, lo porta alla realtà quotidiana, alle incombenze e alle preoccupazioni di tempi difficili. E dunque mette in grande rilievo, oltre a Turati, la magnifica figura di Anna Kuliscioff.Scarne le sue parole, ma di grande padronanza del contesto.

Alcune focalizzazioni.

La lente di ingrandimento del trattamento dei fatti e delle carte mette in rilievo, a mio avviso, tre punti essenziali:

• il nesso quotidiano della macrostoria del triennio che trasforma il fascismo – per dirla con De Felice – da movimento a regime, con la microstoria della quotidianità soprattutto riferita alla coppia Turati-Kuliscioff;

• la trama agitata, passionale, incarnata da figure con tratti comuni e diversità che investe i socialisti nel periodo storico in cui sono squassati da grandi conflitti (la guerra tra neutralismo e interventismo; la Rivoluzione russa tra il faremo e il non faremo come in Russia; l’avvento del fascismo che in quei tre anni mantiene un filo di coinvolgimento negli ambienti liberali, popolari e persino riformisti);

• l’agenda di governo che porta al delitto Matteotti,all’Aventino e alla netta svolta totalitaria e di polizia, chiudendo ogni forma di sopravvivenza delle istituzionidemocratiche e cacciando l’Italia nel lunghissimo tunnel che porterà alla guerra e alla catastrofe. 

Il trattamento delle figure politicamente rilevanti che compaiono in questo libro è centrato sul rapporto tra i socialisti e la trasformazione dell’Italia, facendo emergere tre tipologie:

• una certa miopia su fondamentali della svolta fascista (che riguarderà ambiti liberali e popolari – Giovanni Gronchiraccontato come parte attiva delle connessioni ad esempio – ma poco i socialisti e comunque per i tentativi provati di Mussolini di imbarcarli nel governo, esplicitamente con Buozzi al Lavoro e – l’avevo raccontato in un libro-intervista con la figlia di Nullo Baldini e nuora di Nitti  ( Maria Luigia Baldini Nitti) – con Nullo Baldini ai Lavori pubblici, ricevendo due netti rifiuti);

• una rete di opportunismo, che riguarda soprattutto figure delsistema di potere giolittiano;

• una minoranza di sagace realismo che ha in questo libro il tratto prevalente dei giudizi e delle parole di Filippo Turati.

Lo sguardo lungo e realistico di Turati

Ecco, Filippo Turati – con l’evidenza nell’epistolario che il libro contiene – stabilizza una linea interpretativa e narrativa (oltre a capire di politica, ha grande senso della storia e una retorica molto comunicativa) che lo rende al tempo stesso, nel socialismo italiano a quel tempo già con un ventennio di storia alle spalle, il “padre” del processo di formazione di questa nuova cultura politica (così senza tentennamenti lo chiama padre del Partito Socialista, nel colloquio che ha appena pubblicato Mondoperaio , Simona Colarizi, dedicato ai 130 anni dalla nascita del PSI). 

La prosa delle sue lettere è un piacere di spirito e tessitura umana. Chiama Silvestri con il cognome, come facevano tra di loro i politici di una volta, pur con grande consuetudine tra di loro. Poi gli scappa però un “Silvestrino” e anche un “Carletto”. E di MenèModigliani (Giuseppe Emanuele, padre del riformismo toscano e insieme a Treves e a Turati nella leadership del socialismo anti-massimalista) così scrive: “Modigliani – finalmente – deve essere tornato. Ma non aveva l’aria di essersi reso conto dello scandalo della sua assenza materiale e morale”. Stesso umorismo di scrittura in Anna Kuliscioff, che chiama Turati “Filippotto”.

Questa focalizzazione3 caratterizza il cuore della materia trattata nel libro
Ad aspetti confusivi, in particolare nel biennio “movimentista” del fascismo, con alcuni intrecci dello stesso Mussolini in ambiti che costituivano i suoi trascorsi, per non parlare delle conflittualità nell’opposizione stessa generata dall’Aventino, corrispondono la percezione, l’analisi, lo sguardo lungo di Turati che restano lucidi, realistici e per certi versi anche pessimistici. 

Certo Turati e i riformisti restano consapevoli al tempo stesso di una condizione minoritaria rispetto alla tendenza massimalista, che in quasi tutta la storia dei socialisti (fino a metà degli anni ’70) sarà dominante. La citazione di Carlo Rosselli che parla di Turati come l’indefesso capo della crociata per la libertà e la democrazia (ancorché “vecchio e stanco”, parliamo di un sessantacinquenne, eh…attenzione alle parole…) è la cifra che dà il titolo stesso al libro. 

Se mi è permessa una chiosa che faccio come presidente della Fondazione Nitti, non trovo cenni nel carteggio e nel libro per recuperare il giudizio storico su Nitti, troppo breve la sua coraggiosa esperienza di governo, ma anche molto a ridosso degli avvenimenti qui trattati. Nitti che persino Nenni nelle sue memorie sul 1919, con una certa miopia, finisce per apparentare al giolittismo percependo poco le novità sostanziali introdotte nel trattamento della cultura di governo, del rapporto con l’unità d’Italia, nell’idea di sviluppo connesso all’equità e all’idea di fondo della qualità della democrazia. Mentre invece lo stesso Turati – Maurizio Punzo lo ha ricordato – colse poi l’occasione per rimpiangere l’insufficienza della difesa da parte dei socialisti del governi Nitti (di cui la componente riformista era parte) che cadde per spinte di destra ma anche per pari conflittualità generata dai massimalisti,

La fine del ciclo post-risorgimentale.

Ma c’è certamente nelle pagine del libro il senso della fine di un ciclo della classe dirigente post-risorgimentale che presentava un’Italia a molte vie d’uscita (quella turatiana anche legata alla trama con la capacità di progetto tecnico e culturale per “rifare l’Italia” che partiva dallo slancio di Milano, politica, amministrazione e Politecnico ) in cui prevale – come sta avvenendo nell’Italia di questo ultimo ventennio – la domanda rancorosa e populista del Paese rispetto alla possibilità di affermare un’offerta moderna, europea, socialmente equa. 

Ancora una parola, la vorrei dire su Carlo Silvestri. Su di lui c’èinfatti qualcosa di più nella saggistica contemporaneista. Una biografia di una allora ricercatrice, Gloria Gabrielli, edita da Franco Angeli negli anni ‘90. Poi se ne è occupato Mauro Canalicon una voce interessante sul Dizionario biografico degli italiani Treccani. E c’è ancora qualcosa degli anni ’50 che tiene conto del suo ruolo nel sistema dell’informazione. 

Metterei qui a confronto conclusivo due spunti.

• Mauro Canali dà un certo rilievo al convincimento di Silvestri secondo cui – cito le sue parole – Mussolini (nei cinquanta colloqui di fine 1943 con Silvestri) fornì la propria versione del delitto, compiuto, a suo avviso, allo scopo di sbarrare la strada all’iniziativa da lui avviata nel 1923 per far entrare i socialisti riformisti nel governo. Tale iniziativa avrebbe allarmato un ambiente «di finanza equivoca, di capitalismo corrotto e corruttore, privo di ogni scrupolo, di torbido affarismo», in cui sarebbe maturata la decisione di uccidere Matteotti, decisione che sarebbe stata rafforzata dalle voci, che avevano preso a circolare, di un imminente discorso parlamentare del deputato del PSU, nel corso del quale questi «avrebbe prodotto tali documenti da portare alla rovina certi uomini che erano pervenuti a infiltrarsi profondamente tra le gerarchie fasciste”.

• Paolo Mieli – riprende queste storie di difesa e di attacco, modificatesi nel tempo tra Mussolini e Silvestri – e conclude profilando alcune ombre sulla figura del giornalista,socialista ondivago e passionale: “I rapporti tra Silvestri e il suo mondo di provenienza vanno comunque in frantumi. Nel dopoguerra il giornalista continuerà a difendere il Mussolinidella Rsi e prenderà addirittura in considerazione l’ipotesi di candidarsi con il partito neofascista, il Movimento sociale italiano, alle elezioni del 18 aprile 1948. Negli anni successivi, prima di morire nel 1955, sorprendentemente Silvestri riuscirà a conquistare l’amicizia di don Primo Mazzolari e di Alcide De Gasperi.

Molti interrogativi insomma. Non sta a me dare risposte argomentate. Dico solo che lo storico che guarda le carte per sollecitare il presente a ragionare, che è Maurizio Punzo, ci ha offerto un’altra volta un’opportunità che se vogliamo capire alcune confusioni del nostro tempo non possiamo facilmente sbarazzarci del ‘900. Merito della Fondazione Craxi di non abbandonare ma anzi di sostenere questo filone di ricerca. Merito del Centro ”Grande Milano” di creare sempre occasioni di grande partecipazione.

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