Rievocazione. Paolo Grassi e la nascita di Rai 3.

Fondazione “Paolo Grassi” – Piccolo Teatro – Cariplo

Televisione e media al servizio del teatroNascita e utilità della Terza rete della Rai-

Chiostro “Nina Vinchi”, Piccolo Teatro della Città di Milano

Lunedi 11 ottobre 2022 – h. 17.00-19.00

Intervento conclusivo di Stefano Rolando

(Presidente della Fondazione “Paolo Grassi”)

Francesca Grassi e Alberto Oliva

Grazie per avermi invitato a concludere questa bella rievocazione.

Sposterò l’accento dall’ottica del teatro nei riguardi della tv, alla esperienza della tv verso la cultura rappresentata e in particolare lo spettacolo.

Esperienza che ha riguardato gli anni del difficile varo della terza rete televisiva della Rai, cioè gli anni governati in RAI da un consiglio di amministrazione specialmente “culturale”, tutto di alto livello, presieduto da Paolo Grassi, del quale ero assistente nel triennio.

Ci stiamo riferendo al periodo 1977-1980 e in particolare al biennio 1978-1979.

Parlo, ora, con Roberto Zaccaria seduto in sala. E lo ringrazio per la sua presenza e magari per la sua benevolenza di giudizio per ciò che sto dicendo e che dirò. Il professor Zaccaria  è parte oggi del board della Fondazione “Paolo Grassi” e in quegli anni era – giovane giurista di vaglia e negli anni successivi anche presidente della Rai e poi parlamentare eletto a Milano – parte di quel Consiglio di amministrazione, sostituendo Pierantonino Bertè che, per le improvvise e rimaste mai compiutamente motivate dimissioni di Pino Glisenti da direttore generale, quel CdA con inusitata autonomia politica scelse dal proprio interno.
Ci vuol poco a ricordare che tipo di tumultuosità caratterizzava il nostro Paese, con al centro di quel biennio il “caso Moro”, ovvero l’omicidio di Aldo Moro, in una premeditata esecuzione delle Brigate Rosse che agivano nella dichiarata insofferenza dei sovietici e degli americani (con altri addentellati mediorientali) per l’ipotesi di “compromesso storico” (nesso tra comunisti e democristiani, dieci anni prima della caduta del muro di Berlino) che la figura di Moro incarnava e, più in generale, per colpire al cuore il quadro istituzionale del Paese, cioè lo Stato.

Prima di arrivare con più precisione alla vicenda politica, cioè alla Rai alle prese con la piena attuazione della legge di riforma di qualche anno prima e al ruolo di Paolo Grassi, fatemi dire che gli accenni fatti da Andrée, ma anche da Fiorenzo Grassi e da Lorena Sardi, mi hanno riportato alla mente i dettagli di quella continuità di relazioni che Grassi, come presidente della Rai, coltivava con le figure più significative del teatro, della musica e dello spettacolo.

Ricordo un suo ordine, sbrigativo è un po’ imperioso, un giorno, di precipitarmi dal settimo piano all’ingresso di servizio nel retro del palazzo di Viale Mazzini, che al momento suonava come una ripetizione della vicenda di pochi giorni prima – cioè l’occupazione virtuale del piano terra della Rai da parte dei deputati radicali che protestavano perché ai radicali – solo ai radicali tra i partiti rappresentati – era negata la diretta nei telegiornali;  occupazione che durò una notte nella quale il presidente mi aveva raccomandato di trovare una degna soluzione; e quella degna soluzione fu trovata grazie alla saggezza di Emilio Rossi direttore del TG1.

No, non era per questo che dovevo scendere alla svelta quei sette piani. Ma per guidare nel zig zag dei corridoi fino al settimo piano nientemeno che Eduardo, nella sua apparente, solo apparente, fragilità.

Sarebbe stato il colloquio che – come ci ha ricordato Andrée – portò al regalo di avere tutta l’opera teatrale di Eduardo videoregistrata per sempre.

Gli episodi sarebbero tanti, qualcuno lo ho già raccontato altre volte, come l’arrivo di Julia Dobrowolskaia da Mosca, nel cuore della notte a Ciampino, che Grassi voleva accolta (lei per la prima volta in Italia, per non avere mai avuto le autorizzazioni dal suo paese) dal suo assistente con cento rose sotto l’aereo, impresa titanica per ovvie ragioni, ma che per Grassi era il minimo dovuto per la maggiore traduttrice della grande letteratura italiana in russo, a partire dal Manzoni. Cosa che avvenne puntualmente, tra le lacrime della signora russa e la mia divertita incredulità a vedere dietro le tende del padiglione di ingresso l’ombra nera del cappello inconfondibile di Paolo Grassi, a segnalare che lui era lì, di nascosto, per controllare che tutto andasse secondo i piani.

Solo con questo accenno di episodi, che si integrano non solo con l’evento dell’Otello in prima serata su Rai 1 del dicembre del 1976, ultimo atto di Grassi sovrintendente della Scala che ottenne questa strategico spazio da una Rai convinta dell’operazione, malgrado i direttori di rete fossero molto riluttanti per la scelta della prima serata, che poi portò alla cifra record di dieci milioni di telespettatori. In quei pochi anni la produzione cinematografica della Rai, ancora non a regime come nei trenta anni successivi, conquistò due volte il palmares a Cannes, con Ermanno Olmi per Rai 1 e con i fratelli Taviani per Rai 2.

Voglio dire che quel presidente, quel consiglio di rilevanti intellettuali e professori (l’unica “ non professore” era – immaginatevi  – la figlia di Benedetto Croce, in rappresentanza dei repubblicani, poi sostituita nientemeno che da Luigi Firpo), avevano spostato il baricentro del valore di riferimento della “ qualità”.

Un continuo negoziato, come si può comprendere, per un mezzo di comunicazione di massa.  Come aveva ben spiegato Umberto Eco, nel suo famoso testo sulla fenomenologia di Mike Bongiorno, scoprendo che il presentatore Italo- americano era più colto e intelligente circa il punto di abbassamento della sua stessa soglia di semplificazione (gaffes comprese e studiate) per raggiungere il punto massimo della soglia d’ascolto.

Il punto più avanzato della soglia della qualità corrispondeva a una politica ancora possibile, perché non era a sistema l’esplosione del sistema misto, pubblico-privato, anche se c’erano avvisaglie.

Esso doveva anche influenzare gli orientamenti per quella terza rete prevista dalla legge di riforma e ancora non attuata che doveva riguardare la capacità di rappresentare (ma anche di agire produttivamente per rappresentare) il “decentramento”. Infelice espressione, forse, per dire il patrimonio rappresentato dalle città e dai territori italiani.  E poi anche l’implementazione della leva educativa sella tv.

Inevitabile dire che questi aspetti si coniugavano anche con aspetti politici. Fino alla fine del 1978, cioè fino al caso Moro e alla rottura dello schema del “compromesso storico”, l’implicazione politica maggiore si riferiva all’ estensione ai comunisti (pur rappresentati in CdA) della governance delle aree di informazione e di programmazione.

Dopo il caso Moro su questo aspetto si apre un conflitto, tra comunisti e una parte della DC da un lato e i socialisti, l’area laica (repubblicani con varie prudenze) e un’altra parte della DC dall’altro lato. Come è facile immaginare Paolo Grassi, espresso in quel CdA dal Partito Socialista, favorevole aziendalmente all’ampliamento dell’offerta, favorevole al decentramento, ma anche favorevole al coinvolgimento dei comunisti nella governance “di prodotto”, era destinato al conflitto con il partito politico che rappresentava.

Facciamo un attimo attenzione a un altro contesto. Nel 1978 – a luglio – il Parlamento italiano aveva eletto Sandro Pertini presidente della Repubblica. Per la sua caratura etica e storica, a  lui i socialisti concedevano l’espressione di una certa benevolenza nei confronti dei comunisti, che per Sandro Pertini – che tuttavia non era mai stato fusionista e che veniva da una formazione turatiana – significava soprattutto garantire l’apprezzamento verso il PCI per l‘ alto contributo di morti nel corso della Resistenza e della Liberazione.

Era concesso a Pertini, ma non tanto ad altri. Chiunque fosse, anche per personalità di grande rilievo. Il “duello a sinistra” era entrato in fase accesa.  Ricordo questi aspetti per richiamare il terreno di manovra stretto di un difficile negoziato partito tra chi voleva la terza rete e chi non la voleva affatto.

Ho già detto in occasione di un convegno della nostra Fondazione “Paolo Grassi” di qualche anno fa[1] che un conto era la discussione politica e mediatica sull’argomento, che un fiume di convegni che la accompagnava. Un conto era la mediazione diciamo così tecnocratica che il microcosmo politico della Rai (altamente rappresentativo anche della politica italiana) poteva svolgere su una materia all’esterno molto ingarbugliata. Alla relativa autonomia di quel CdA e alla figura stessa di Paolo Grassi, rispettata un po’ da tutti, si deve se l’andamento degli accordi raggiunge un punto di equilibrio che poteva essere accettabile da tutti.
La rete si faceva. Veniva dunque progettata, finanziata, organizzata e varata. Questo era un successo per l’azienda ma anche per una parte degli schieramenti che conflittuavano.

Ma l’equilibrio politico dei centri di produzione riconosceva un ruolo per tutti (a Milano a favore dei socialisti, a Roma – dove fu preposto Angelo Guglielmi con una etichetta che i comunisti riconoscevano – a Napoli credo a favore dei democristiani) ma con la direzione di rete che veniva affidata alla guida di un esponente, non certo filo-comunista, della dirigenza DC della Rai, come era il fanfaniano Giuseppe Rossini, professore e storico. In più con la caratterizzazione educativa in evidenza, così da ridurre la caratura produttiva “pesante” (budget, pubblici, influenza) e infine con fattori tecnici che ne rendevano almeno per alcuni anni la fruizione ridotta al 60% del Paese. Insomma, ce ne era abbastanza per immaginare che la traduzione in senso strettamente politico di quell’intesa avrebbe anche potuto ricomporre un po’ i conflitti. Che per lo più infatti si ricomposero (solo otto anni dopo, appunto con l’affidamento a Angelo Guglielmi della direzione di Rai tre, ma anche in un quadro politico che stava mutando, ci fu la vera e propria estensione di governance alle reti ai tre maggiori partiti e dunque allargando ai comunisti la guida delle reti);  ma che rimasero però incrinati nel rapporto tra Grassi (orgoglioso, spesso non trattenuto nelle esternazioni) e i vertici socialisti che dopo il triennio ritennero di non ricandidarlo alla presidenza. Fu naturalmente una ferita personale che si coniugò con un quadro cardiaco complesso e che portò alla morte così prematura, a Londra un anno dopo, nel 1981.

A questo punto della mia ricostruzione era previsto che io cedessi la parola a un testimone – tra i pochi vivi e vegeti negli sviluppi di quelle vicende – che a un certo punto fu anche direttore di RAi3 e che poi scelse di andare a dirigere la sede di Napoli, molto a lungo, dove diede impulsi produttivi che alla lunga hanno mostrato una vitalità che le altre grandi sedi decentrate della Rai andavano perdendo.

Parlo di Francesco Pinto, da poco in pensione, oggi impegnato a Napoli nell’ insegnamento universitario, che non poteva essere qui presente di persona ma che ha dapprima realizzato un video-intervento, che tuttavia non avrebbe potuto essere presentato oggi per ragioni tecniche. Così che abbiamo svolto una intervista telefonica, che poco fa, al momento di verificarne l’ascoltabilità, si è rivelata con un sonoro pessimo.

Dunque tocca a me dire,  in vece sua e nelle conclusioni, alcuni argomenti che Francesco ha trattato per contribuire alla nostra rievocazione.

  • Innanzi tutto, Pinto ci ricorda che ormai oggi le reti mantengono un carattere formale di estensione dell’offerta, ma non costituiscono più ambiti di potere verticale, essendo sempre più la Rai governata per aree produttive trasversali.
  • In secondo luogo, ci ricorda che dopo l’accento politico,  la caratterizzazione di Rai3 risente molto delle vicende della creazione di un mercato televisivo concorrenziale in Italia, che portarono le reti di Berlusconi ad essere tre.  Cresceva quindi una ragione di mercato per il bilanciamento dell’offerta Rai a sua volta di tre reti.
  • In terzo luogo Pinto ricorda che, dal momento della assunzione della guida della rete da parte di Angelo Guglielmi,  beneficiando tra l’altro dell’ingresso di validi programmisti assunti per concorso e non paracadutati dalla politica (per esempio Enrico Ghezzi), la terza rete, in parte attingendo da esperienze sperimentali della Rai 2 di Massimo Fichera, in parte costruendo molti nuovi modelli innovativi, ribaltava la tematica del teatro in tv, della musica in tv, del cinema in tv, eccetera, generando appunto modelli di linguaggi propriamente televisivi per raccontare e parlare di cinema teatro, musica, eccetera.
  • In quarto luogo Francesco Pinto ricorda che anche la linea del “decentramento” ha conosciuto un progressivo declino, fimo a scomparire dall’agenda organizzativa dell’ azienda, con la trasformazione delle sedi – notiziari giornalistici a parte – in una articolazione segnata della più complessa e accentrata macchina. Organizzativa.
  • Infine, Pinto richiama la nostra attenzione sulla prospettiva del rapporto tra televisione e generi di tradizione culturale, attraverso una più coraggiosa investigazione sulle trasformazioni digitali, che non hanno fatto ancora della Rai un vero soggetto crossmediale.

Con queste annotazioni – di cui ringrazio Francesco Pinto che tuttavia così ci ha fatto risparmiare un altro compiuto intervenuto – noi possiamo concludere il nostro incontro piuttosto in orario, ringraziando Francesca che lo ha voluto, Alberto Oliva che lo ha ben condottò e tutti voi che avete partecipato con visibile interesse.

– Stefano Rolando e Roberto Zaccaria


[1]  Convegno su Paolo Grassi a 100 anni dalla nascita –  Paolo Grassi. Una vita per la cultura – Milano, Sala del Grechetto a Palazzo Sormani. Venerdi 26 ottobre 2018 –  https://stefanorolando.it/?p=1624

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *