24 aprile, evento di tradizione nella città di Melfi. Intervento del presidente della Fondazione Nitti.

Intervento del presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”, prof. Stefano Rolando

Questa celebrazione della ricorrenza del 25 aprile a Melfi – mi associo alle parole del Sindaco Peppino Maglione – somma molte ragioni.

Innanzi tutto – partecipandovi da tanti anni – posso dire che è una tradizione difesa sempre con convinzione e partecipazione. Nessuna retorica, negli intenti e nei contenuti.

Il Comune – qualunque sia stato nel tempo l’orientamento politico della Giunta – ha sempre considerato l’evento una priorità costituzionale.

Le associazioni partigiane hanno sempre avuto memoria di questa città che ha condiviso la sofferenza di autorevoli confinati antifascisti apprezzandone le doti morali, culturali e civili.

L’Associazione e la Fondazione Nitti – una di radicamento locale l’altra regionale e nazionale – hanno in capo alla loro missione la storia di non far dimenticare i venti anni di esilio forzato del presidente Nitti e di tutta la sua famiglia; il carcere poi in tempo di guerra riservatogli dai nazisti; la sua casa di Roma distrutta dai fascisti; le minacce subite ad Acquafredda; il valore perenne dei suoi scritti sulla democrazia. Tutto ciò ne fa non solo un visionario lucido e anche pragmatico che lottava per un’Italia migliore, ma anche uno degli esponenti con ruoli elevati della classe dirigente post-risorgimentale che hanno pagato il prezzo più alto di fronte ad un fascismo riconosciuto, dall’inizio, come una calamità nazionale che, dall’inizio (rispetto a chi ha capito dopo e a chi ha capito molto dopo), ha messo l’Italia nella parte sbagliata della storia.

Quest’anno il nostro tema sceglie lo sguardo al mondo.

Che il tema che sarà ora affrontato indica: ”Donne e libertà. Dove la storia retrocede”.

Non è la prima volta che guardiamo fuori dall’Italia. L’anno scorso c’erano i colori dell’Ucraina sulla locandina. Ma qui riconosciamo un doppio valore. Quello di far coincidere le cose che contano nel 25 aprile come baluardo contro la violazione dei diritti elementari di libertà. In Italia e ovunque. Ma anche quello di riconoscere il coraggio delle donne dell’Iran e dell’Afghanistan che meritano il rispetto e la solidarietà internazionale mantenendo il tema della loro vicenda in agenda.

Insieme al Sindaco, alla presidente della Associazione Nitti Patrizia Nitti, alla dirigente dell’Istituto Marottoli-Ferrara di Melfi Antonietta Iuliano, alla presidente dell’Anpi di Melfi Anna Martino, voglio ringraziare di cuore Duilio Giammaria, un giornalista di inchiesta, un brillante inviato di guerra, un amico che conosco dal tempo del suo esordio in Rai che ci mostra oggi alcune immagini dei suoi reportages e che ci parla di un libro che è stato presentato di recente al Maxxi di Roma con un gran pubblico. I giovani e le scuole restano sempre con noi partecipi di tutto l’evento a cui, anche quest’anno, Gianluca Tartaglia ha lavorato come direttore dell’Associazione Nitti e nella memoria del grande educatore civile che è stato suo padre Mauro Tartaglia. Per queste scuole, per questi giovani il futuro non deve perdere il senso della storia e delle radici. Che è poi l’unica cosa che davvero equilibra e trasforma in provvida integrazione ciò che stupidamente viene chiamata sostituzione etnica. Un ulteriore ringraziamento ad Anne Martino che ci introdurrà qui – proprio sul tema donne e libertà- anche la testimonianza di due donne marocchine, che saranno presentate.

La terza ragione è legata al momento storico e politico del nostro Paese (non ho niente contro la parola Nazione, ma la utilizzo soprattutto quando sono implicate le istituzioni, conservando la legittimità di parole d’abitudine in cui la società e il sentimento popolare sono protagonisti di una collettività) in una cornice europea che sempre più dovrebbe essere lo sviluppo logico dell’altra parola che non dobbiamo far diventare – per abbandono o incomprensione – espressione di parte, la parola Patria.

Il tema è molto delicato, non voglio trattarlo con impeto fazioso, che non mi appartiene e non appartiene allo spirito della Fondazione che rappresento e alla cultura civile di questa città. Tuttavia, è necessario anche essere netti e chiari di fronte ai rischi delle devianze di sistema che non solo da noi ma nel mondo si profilano.

Mi riferisco non, ripeto, alla legittima valorizzazione della parola Nazione (purché non ossessionata da istanze propagandistiche) ma alla autolesiva e antistorica tendenza a trasformarla in Nazionalismo.

Abbiamo visto nell’ultimo decennio accumularsi crisi in parte dovute alle contraddizioni del nostro sistema di sviluppo e in parte dovute dalla piega di un impatto trasformativo ma anche deformante della globalizzazione. Migrazioni mal gestite, crisi sanitaria pandemica, trasformazioni dell’economia con forti squilibri anche occupazionali, peggioramento ambientale, una guerra orribile nel cuore dell’Europa. Eccetera.

Le situazioni di crisi portano sempre opportunità e rischi.

Le opportunità sono tali se i sistemi di ricerca, di progettazione e di governo sono in grande forma. I rischi ci sono quando nella crisi c’è anche la crisi della politica.

Come la dichiarazione di emergenza fatta dal capo dello Stato nel 2021 ha annunciato agli italiani e al mondo. Ecco perché ora, sull’onda delle crisi, stanno prevalendo i rischi.

E tra questi – per farla breve su un tema molto più complesso – c’è anche (non solo in Italia ma in mezza Europa e in mezzo mondo) la vampata dei nazionalismi. Tutti con scritto “prima io”, “prima io”. Tutti conditi con cori di bambini che cantano l’inno nazionale. Eccetera.

Non la faccio lunga perché credo che ci siamo capiti. Dico solo che l’Italia ha memoria ed esperienza per sapere che il nazionalismo ha prodotto in Europa due guerre mondiali catastrofiche, rispetto a cui l’idea d’Europa ha permesso finora a tre generazioni di non sapere nemmeno cosa sia una guerra sul tetto della propria casa.

Il nazionalismo rischia di essere il freno a mano proprio rispetto all’integrazione piena di un’Europa che un illustre confinato politico a Melfi come Eugenio Colorni – insieme ad Altiero Spinelli e a Ernesto Rossi – disegnarono nel non dimenticato manifesto di Ventotene.

Ma oltre a questo tema che è una nuvola nera sul 25 aprile di questo 2023, ci sono altre tre grandi nubi che si sono addensate sul cielo del nostro Paese, da Aosta a Lampoedusa.

Cito solo per titoli.

  • L’astensione per progressiva disaffezione rispetto alla politica che va definendosi attorno alla metà degli elettori, con i partiti che non affrontano le ragioni di una scelta spesso sofferta e che contano solo il voto di chi vota dicendo tutti ormai “la democrazia è chi c’è”.
  • Il ritorno a forme polarizzate di politiche che rischiano (proprio a favore di elettorati estremisti rimasti in campo grazie alle polarizzazioni) di rendere il dialogo democratico un continuo pugilato esibizionistico.
  • Un rigurgito di sentimenti che appartengono in Italia a un dna che dimostra che la lezione antifascista nel connesso spirito costituzionale (ciò che nel ‘900 ha salvato l’onore dell’Italia) non è un valore pienamente condiviso.

Guardate, non sono per niente contento di dire qui queste cose. Ma da quando ho avuto dal presidente del Consiglio Ciampi, di cui ero direttore generale (come di suoi predecessori e di suoi successori), l’onore a 45 anni di essere insignito della onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, ho sempre pensato che questo comporti la responsabilità di considerare che lo spirito repubblicano è non dissimulare la realtà.  Queste cose non sono mie impressioni, ma dati ufficiali.

  • L’astensionismo è arrivato al 40% alle ultime politiche, a più del 50% alle ultime regionali, a sfiorare il 60% alle ultimissime consultazioni.
  • La polarizzazione si va rendendo possibile grazie all’inerzia civile di un 45% di analfabeti funzionali contro cui non c’è più lo scatenamento di volontà che c’era nell’Italia degli anni ’50 contro il vero primario analfabetismo.
  • Quando all’antifascismo non largamente condiviso arriva il rapporto demoscopico SWG della settimana scorsa – su cui ho scritto nei giorni scorsi[1]) che mi sento in obbligo oggi di sintetizzare qui sui dati prevalenti.
Alla domanda che riprende la frase spartiacque di Gianfranco Fini “Il fascismo è stato il male assoluto”, il 66% degli italiani risponde di essere d’accordo. Ma, attenzione, il 34% risponde di non essere d’accordo.
Alla domanda “Fascisti e partigiani comunisti vanno posti sullo stesso piano?”, il 62% dice di essere in disaccordo, ma il 38% risponde di essere d’accordo.
Tener vivo il ricordo dei danni prodotti dal fascismo? Per il 43% degli elettori di Fratelli d’Italia è “una cosa sorpassata di cui è inutile parlare”.
Alla domanda diretta “Lei si considera antifascista?”, il 63% degli italiani risponde “sì”, ma il 24% risponde no e il 13% si trincera dietro il “preferisco non rispondere”. Un’altra volta il 37%.
E infine alla domanda “Lei ritiene che FdI” sia in qualche modo legato al fascismo? il 27% risponde “Si molto”, il 36% risponde “Sì, un po’”, il 37% risponde “No”. E solo il 28% degli italiani pensa che il governo Meloni (attenzione, non Giorgia Meloni, ma il suo governo) “non ha alcun rapporto con il fascismo”.

Cercando proprio in questo we i dati disaggregati, ho notato che il divario Sud-Nord qui si rovescia un po’: il 64% degli italiani del sud si considerano antifascisti mentre questo sentimento costituzionale è dichiarato dal 59% degli italiani del Nord-Ovest e dal 56% degli italiani del Nord Est (poi dal 66% degli italiani del Centro e dal 76% degli italiani delle isole).

Certamente, ci sono cambiamenti.

Concludo. Auspicando che si ritrovi un baricentro di volontà in cui non contano solo i partiti, le alleanze parlamentari, i governi, ma anche i territori, le città, l’associazionismo – che arriva ad avere fino al 45% l’interesse la fiducia degli italiani – il tessuto intermedio culturale, professionale e civile, per dimostrare

  • che l’astensionismo è una malattia che va curata,
  • che l’analfabetismo funzionale è una catastrofe democratica che produce populismo,
  • che la pulsione antieuropeistica – con tutti i difetti che l’Europa può ancora presentare – è benzina per la crescita del nazionalismo che riporta le lancette della storia dove sarebbe meglio che esse non andassero.

Grazie ai nostri relatori e grazie a chi partecipa come sempre con calore.

Un breve video di sintesi dell’evento sul sito della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”

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[1] Podcast n. 41, Il Mondo Nuovo – 22 aprile 2023 – Stefano Rolando, 25 aprile. Il fascismo e la pancia degli italiani – Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/il-fascismo-e-la-pancia-degli-italiani/ – 

Versione scritta: https://stefanorolando.it/?p=7562

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