Congedi. Flavia Franzoni Prodi (1.2.1947 – 13.6.2023)

Quando la memoria di un’amicizia risale alla prima adolescenza, al comune stabilimento balneare in Versilia in cui si passavano tante ore della giornata di quella che al tempo si chiamava ancora “villeggiatura”, per poi vedersi crescere in una giovinezza con tratti già delineati di inclinazioni, opzioni, propensioni alla vita adulta, lì si forma una sorta di patto per la vita. Che quella sarà un’amicizia per sempre, che la parola “amico” si potrà vantare con certezza (non come fanno talvolta i giovani a cui basta un aperitivo per entrare nella cerchia), a fronte delle gioie e dei dolori che il tempo riserverà.

1964-1965 Fiumetto, Marina di Pietrasanta.

E quel patto non comprende per principio la scomparsa, la trasformazione irreversibile, la morte stessa.

All’occorrenza, vedersi o non vedersi, avere la certezza di una corrispondenza.

Sui miei rimandi a settembre in matematica, Flavia ebbe un ruolo più importante che l’occorrenza occasionale. Fu anche la prima e forse l’unica che mi offrì una chiave per capire il senso di una materia ostile.

E all’annuncio di un mio primo viaggio a Parigi, da solo e per un certo periodo, la piccola richiesta che mi fece si smarcava da tante superficialità dell’adolescenza. Portami tracce di un pittore che mi ha molto impressionato, mi disse. Georges Rouault, un nome fuori dai leggendari impressionisti francesi, lui anzi espressionista, attento alla natura e al divino, abbasta noto allora per un uso così particolare e simbolico del colore.

Cosa che feci. E poi, noi più stretti amici di quel tempo, ammessi al suo matrimonio, giovanissima, nel 1969, con Romano, entrambi reggiani, che la veniva a trovare negli ultimi tempi su quella spiaggia, marcando un po’ le differenze, lui già assistente universitario, simpatico come gli emiliani, serio come i professori.

Il percorso della sua vita, della loro vita, ha avuto una grande coerenza con l’approccio già visibile per la qualità sociale e culturale che si manifestava negli studi della giovinezza.

Bologna dopo il ‘68 era divenuta una città anche di mia frequentazione, per la fortuna di poter partecipare all’esperienza di un cantiere culturale, politico e generazionale,ventenni e quarantenni nella ricomposizione della redazione del Mulino, con la direzione di Giorgio Galli, proprio nel quadro della tumultuosità sessantottina.

Romano faceva parte di quella comunità, pur se in una generazione di mezzo rispetto ai due piccoli schieramenti. Che avevano la forza di insegnare ai più giovani la virtù del dialogo in un pluralismo politico e culturale del tempo (cattolici, socialisti e liberali) che rispetto agli strappi estremisti d’epoca guardava al meglio degli anni sessanta ma anche al futuro.

Per un lungo tratto la scelta universitaria riguardo’ anche Flavia che si formò, allieva di Achille Ardigò, nel campo della metodologia della ricerca sociale, tema che darà sempre poi basi scientifiche al suo impegno civile. E che la porto’ poi a dirigere a lungo l’Istituto regionale per i servizi sociali.

La costruzione virtuosa della sua famiglia, i figli Giorgio e Antonio, divenuti poi il segnale della vita che scorre, nel vedersi e parlarsi nel corso del tempo, il raggiungimento di 50 anni di vita matrimoniale all’insegna di una dialettica di coppia forte e solidale, lontana da modelli di “apparenza” che regolano spesso i matrimoni degli uomini di potere, sono la cifra di un percorso di sostanza, con i riferimenti valoriali di sempre ma anche con principi di etica pubblica, di cui ricordo perfettamente il senso,  in particolare nel quadro dei ruoli più alti ricoperti da Romano. Lei mai in ombra, sempre in ombra.

Pur nelle loro differenze – di storia e di età – ho sempre considerato la loro linea di coppia tra pubblico e privato assai simile a quella di Carla e Sandro Pertini, per i quali ho avuto vicinanza di una vita.

Capace di interessarsi a fondo a problemi umani, quando l’informazione tra chi è rimasto abituato a parlarsi e scriversi, non è portatrice solo di allegrie. Ne ho avuto molteplici esempi. Come l’ho avuta gradita e inattesa ospite ad occasioni di dibattito pubblico a Bologna o per presentazioni di libri.

Le testimonianze di una certa esemplarità compaiono in tutti i commenti alla scomparsa, da parte di amici e avversari, nel riconoscimento di un tratto di personalità grande e indipendente rispetto al rilievo che ha avuto per lei certamente la vita matrimoniale.

Insomma, un contributo autorevole alla parità di genere.

Mi sono dichiarato impreparato al dolore per la sua scomparsa, avvenuta persino nelle circostanze così simboliche di un cammino francescano compiuto con Romano da Perugia ad Assisi, perché, anche da coetanea, la consideravo tra le poche persone a cui poter ricorrere per aiuti morali.

E per questa impreparazione fatico nella compilazione di questo “congedo” che mai avrei voluto dedicarle.

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