Club of Venice – Sessione plenaria a Palazzo Franchetti (30.11/1.12.2023) sul futuro della comunicazione pubblica in Europa.

Relazione introduttiva e Conclusioni

Stefano Rolando ( presidente del CdV)

CdV – Plenaria 30.11.2023 – Key Adress

Stefano Rolando e Vincenzo Le Voci (presidente e segretario generale del CdV)

Autorità, cari colleghi e amici, ringrazio calorosamente tutti coloro che hanno preso la parola per i saluti istituzionali. Saluti che noi mettiamo doverosamente in testa ai nostri lavori e rispetto a cui noi misuriamo una parte della domanda che riguarda le funzioni qui rappresentate.

Dall’altra parte, la domanda è costituita anche dalla nostra storia e dalle nostre esperienze.

Quando 37 anni fa, qui a Venezia, si aprì questo cantiere di dialogo, confronto, forse persino di sinergia, tra i capi della comunicazione istituzionale dei paesi membri dell’Unione europea (allora in passaggio da 9 a 12) e delle tre principali istituzioni europee (Commissione, Parlamento, Consiglio) – un tavolo smilzo rispetto a oggi – venti, venticinque partecipanti contro i più di cento di oggi – c’erano pensieri simili e contesti dissimili  rispetto a oggi.

Erano simili tre aspetti.

  • La tensione professionale a far bene questo difficile mestiere; allora riguardava come avere la stessa efficacia della comunicazione di impresa (il tema cruciale era la pubblicità) sapendo bene che diversi erano i fini e diverso il commitment.
  • L’orientamento ad essere al servizio delle istituzioni e al tempo stesso al servizio dei cittadini, argomento diffusamente percepito.
  • L’idea che tra Stato e Mercato non si deve creare né dipendenza gerarchica né conflitto ideologico, allora e ora cultura piuttosto condivisa.

Erano dissimili almeno tre altri aspetti contestuali.

  • La politica (intesa come mediazione e visione del futuro) è oggi più debole, conta troppo sulla esigenza della propria visibilità, occupa spazi eccessivi rispetto al rapporto indipendente che sarebbe necessario nell’equilibrio tra sistema istituzionale e sociale. E questo, ben inteso, è un limite.
  • La dinamica comunicativa delle imprese era fortemente orientata ai consumi  e quella istituzionale alle regole e ai servizi, con una separazione sostanziale; mentre oggi le situazioni di crisi (socio-sanitarie, migratorie, ambientali, occupazionali) portano a opportune e a volte necessarie convergenze. E questa, con evidenza, e’ un’opportunità.
  • In più la tecnologia delle comunicazione – è persino superfluo dirlo – si muoveva nell’architettura del ’900 pre-digitale. Oggi la tecnologia non è più un mezzo ma è un ambiente, un linguaggio, un format relazionale; ma è anche la dicotomia dei poteri contemporanei. Cioè moltiplica la velocità e la capacità cognitiva ma moltiplica anche la manipolazione e la falsificazione. E questo terzo aspetto è al contempo un’opportunità e un rischio.

Questa terza contestualizzazione – fatta di continui punti di equilibrio- ci dice anche la ragione per cui la C.P. non può vivere l’evoluzione tecnologica (pur importantissima e modernizzante) come un fine, ma come un mezzo. Il fine resta quello del servizio sociale. Che a volte necessita di lentezza e metabolizzazione più che di velocità e immagine.

Vorrei dire, con chiarezza, che non rappresento questa differenza per la nostalgia di quegli anni. La nostalgia della mia stessa gioventù (avevo 38 anni in quella prima seduta qui a Venezia, alla Fondazione Cini all’isola di San Giorgio).  Parto invece dalla tavola rotonda che prenderà il via tra poco e che è dedicata al “futuro della comunicazione pubblica”.

La modera un mio amico e nostro vicepresidente, Erik den Hoedt,  che ha fatto una larga parte di questo lungo tratta di strada con noi. E può considerarsi un senior, anche se ancora in autorevole attività, come capo della comunicazione del Ministero dell’Economia olandese. E la introduce un giovane collega, moderatamente giovane e ben affermato, forse uno dei migliori della emergente generazione degli studiosi della materia. Ed è uno degli interpreti più originale del rapporto tra questa disciplina e la trasformazione digitale. Non posso dire che Alessandro Lovari sia uno junior, ma certo è parte delle discontinuità a cui ho accennato. Insomma, è un’ottima coppia per immaginare i cambiamenti diciamo da qui alla fatidica metà del secolo in corso. Non perché sia facile immaginare qui cosa succederà nel 2050. Ma perché quella data è il traguardo minimo per parlare di cose che non sono ancora compiutamente decise.

E con questo voglio anche dire grazie al nostro Segretario generale Vincenzo Le Voci e allo Steering Group per il senso di opportunità che hanno avuto nel confezionare un programma che – in un’epoca di imperante presentismo – usa la parola “futuro” in una agenda di lavoro di chi ci crede e non fa convegni pro-forma. 

Anche qui provo a esprimere tre postulati. Il panel se vorrà li criticherà ovvero utilizzerà qualche frammento per validare o no un’ipotesi.

  • Il primo postulato appartiene alla cornice istituzionale della comunicazione governativa dei paesi europei che si confronta oggi con il rispetto dei limiti delle competenze che appartengono al sistema comunitario. Esso ha voce per alcuni temi, ma non ha voce rispetto a questioni cruciali di oggi e dell’immediato futuro. Per chi crede nell’Europa che garantirà welfare e diritti , l’essere mangiati dalle multinazionali o dai produttori di energia o essere al contrario riportati alle autarchie della prima meta del ‘900 ,appaiono scenari da evitare. La domanda è frequente. Le crisi che sono sotto i nostri occhi – crisi globali e planetarie, che pongono l’esigenza degli Stati Uniti d’Europa, perché ci sia un soggetto con la forza globale di un “global player” – saranno, nei 27 anni che ci separano al 2050, un fattore più forte dello scontro in atto con la ripresa dei nazionalismi e dei sovranismi che sono interni non ad una nazione, a uno stato, ma ad un semplice sistema  di trattati con cessioni di limitate sovranità?  Nessuno ci vieta di formulare una previsione. Non abbiamo poteri decisionali, dunque siamo liberi di immaginare una cornice oppure un’altra che definisce l’evoluzione del  vero commitment della materia di cui noi qui discutiamo. La mia modesta opinione è che in questo lasso di tempo la Gran Bretagna tornerà sui suoi passi. Perché la geopolitica mondiale lo richiede e perché ci sarà un’evoluzione di classe dirigente in cui conterà di più l’opinione degli attuali giovani e non lo sguardo indietro a un ‘900 tramontato. E questo riporterà un asse appunto geopolitico che oggi va trovando un equilibrio di posizione attorno alle crisi e alle guerre e che – vedremo che cosa dirà la relazione di Mario Draghi sul futuro della competitività europea che gli è stato chiesto dalla presidente von der Leyen – è sempre più obbligato a ragioni di bilancio comune, di gestione comune del debito e di comune politica della sicurezza. Insomma c’è l’auspicio e la domanda attorno alla possibilità che l’ Europa sia pienamente un global player, entrando con una decisione che ora manca negli equilibri planetari.
  • Il secondo postulato riguarda il chiarimento e la necessaria separazione – concettuale e di prassi istituzionale – tra la comunicazione politica, che è la benzina della democrazia, e la comunicazione appunto istituzionale che riduce la componente faziosa ed elettorale e fa crescere le strategie di spiegazione e di servizio. Questa riduzione di eccesso di invasione, materia di molti paesi ma anche vizio sempre più segnalato da studiosi e professionisti seri, deve essere decretato dalla rappresentanza politica in seno alle nostre istituzioni. E questo è un classico cane che si morde la coda. Il postulato è pensare che la forza progettuale di professionisti e studiosi (con alle spalle università e centri di ricerca, diciamo pure il modello con cui è evoluto questo “Club di Venezia”) motivi la società ( economia, cultura, sociale organizzato) a sostenere i pregi e le opportunità di interesse generale attorno ad un modello di regolata separazione, facendo leva proprio sul rinnovamento dei modelli formativi della materia. Oggi limitati ad aggiornare le tecniche ma non molto orientati a visioni connesse alla qualità della democrazia, al vantaggio competitivo di  istituzioni più raccordate con la società e alla ripresa di dialogo di componenti del sistema comunicativo. Cose oggi troppo separate.
  • Quest’ultimo aspetto riguarda appunto il terzo postulato. Lo esprimo con parole semplici e spero chiare. Liberare la comunicazione istituzionale da un eccesso di imposizione politica, non vuol dire retrocedere la cultura istituzionale al vecchio paradigma giuridico-amministrativo, da cui ci è voluto mezzo secolo per fare brecce necessarie. Quelle che hanno fatto passare un po’ di cultura economico-gestionale e un po’ di cultura sociologica e filosofica per salvare istituzioni avulse. Dico che la visibilità della politica deve essere parte dei costi della politica, non caricata in modo vessatorio sulle risorse che servono per far funzionare il sistema paese e per dialogare con i soggetti sociali. Si deve insomma tornare a parlare di “servizio pubblico” come lo e’ modernamente anche la cooperazione tra istituzioni e imprese, non più solo la prestazione “burocratica” delle amministrazioni.
  • Quindi il terzo postulato riguarda lo spazio che deve intervenire per far crescere modelli sussidiariRispetto al ruolo comunicativo delle imprese. E rispetto al ruolo comunicativo del privato sociale e dell’associazionismo di scopo. Non c’è crisi del nostro tempo (migrazioni, ambiente e sostenibilità, transizione digitale, trasformazione del mercato del lavoro, diritti umani e civili, eccetera) che riesca a veder ridotto il peso dell’analfabetismo funzionale senza che si mettano in campo forme strategiche di cooperazione tra istituzioni, imprese e rappresentanze sociali. Il modello sussidiario che si può immaginare dispone di alcuni studiosi ed esperti che già ci sono e quindi parte da cantieri già avviati che richiedono implementazione e investimenti energetici e creativi. 

Da qui il mio suggerimento finale alla piccola ma molto significativa comunità che oggi si raccoglie qui nella sua esperienza di cenacolo laico e di interpretazione critica di una professione che è anche una missione.

Due sono conclusivamente i paradigmi perseguibili.

  • Comprendere la natura transitoria dei processi di cui stiamo parlando in ordine a cui o restiamo in un contesto in cui la libertà di pensiero, parola ricerca è garantita dalle scelte costituzionali o le professioni della comunicazione pubblica ritornano sotto l’egida delle spinte che, nella storia e in larga parte del mondo, rendono queste professioni asservite alla propaganda; mentre quella appartenenza di libertà permette un margine bottom up rispetto a cui le tragedie alle nostre spalle e alla nostra attuale vista mostrano una residua possibilità.
  • Bisogna poi avere chiaro che le garanzie democratiche non sono una polizza eterna, hanno una natura rinnovabile e negoziabile. La crescita paurosa dell’astensione elettorale e’un veleno. La crisi di etica pubblica e’ un veleno. La sfiducia dei cittadini e delle imprese e’ un veleno. E il mondo (compreso il nostro) e pieno di venditori di promesse che non agitano piu’ la carta delle regole simboli come una sega elettrica.
  • Comprendere infine che la cultura dell’ascolto sociale è oggi una componente di base di queste professioni non per spiare il popolo ma per concepire la comunicazione sempre in un eterno servizio tra mutazione della domanda e l’aggiornamento del sistema dei diritti individuali e collettivi; è una cultura che può significare servizio oppure marketing commerciale ed elettorale per lo sfruttamento ingiustificato dei dati che la potenza dell’evoluzione digitale mette a disposizione.

Credo che i comunicatori pubblici abbiano il diritto di schierarsi in materia di etica professionale.  Questi due paradigmi sono infatti leve di militarizzazione degli apparati oppure leve  di integrazione sociale degli apparati che mettono gli operatori istituzionali del futuro di fronte ai modelli che il ‘900 ha già sperimentato come antagonisti (pur in epoca di macchine da scrivere meccaniche e non di scoperta dell’Intelligenza artificiale). 

  • Uno è stato un modello ricavato dai principi costituzionali della responsabilità e dell’obiezione di coscienza
  • L’altro è il modello ricavato dall’obbedienza alla filiera gerarchica. 

Ai giovani che entrano nelle carriere – finché ciò sarà possibile – deve essere conservato il diritto di usare queste parole soprattutto quando le loro motivazioni vengono largamente da quelle applicazioni – educazione, salute, sicurezza, sostenibilità ambientale, tutela dei diritti, lavoro  – in cui la funzione pubblica grazie alle tecniche e alle scienze si rende utile e quindi necessaria.  

Club di Venezia – Palazzo Franchetti — Il futuro della comunicazione pubblica in Europa (30 novembre – 1° dicembre 2023).

Conclusioni

Stefano Rolando (Presidente del CdV).

Mi rallegro molto con voi tutti per l’andamento, la serietà, la qualità analitica di questa plenaria.

Più di quaranta interventi fondati su competenza, responsabilità, ottima integrazione tra operatori istituzionali ed esperti che, da alcuni anni, lavorano ai nostri tavoli una volta riservati solo alla testimonianza del management dei governi.

Questa integrazione rispetta la testimonianza ma amplia l’interpretazione.

E i temi – come quelli abbordati in queste due giornate – per esempio quelli della valorialità e della eticità della professione – ne guadagnano.

Premetto poi che le presenze personali di membri e invitati dipendono spesso da agende complesse e da concomitanze di eventi incombenti; tuttavia, un pensiero per il prossimo anno è sul ritorno di colleghi per noi importanti, per la storia stessa di questo sodalizio, come lo sono quelli che rappresentano Francia e Spagna. E fatemi anche dire mi aspetto, nel calendario del 2024, la presenza, che non c’è stata qui a Venezia in questi giorni (pur con un numero complessivo di partecipanti che è al limite della capienza di questa grande sala) di Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Resta, per tutti, la nostra garanzia di pluralismo e di indipendenza.

E si lavorerà per ogni integrazione di presenze di chi ha fondato e di chi ha ampliato questo organismo che rimane informale e non produttivo di decisioni politico-istituzionali.

Credo di avere omesso nella mia relazione di apertura di far cenno a un tema che considero importante a monte di qualunque comunicazione pubblica e istituzionale.

Parlo del rapporto identitario e di appartenenza che c’è tra la fonte della comunicazione e i destinatari. In poche parole, si tratta del rapporto tra Nazioni ed Europa.

Ma più antropologicamente si dovrebbe dire tra patria e patrie.

Si dice (con demoscopia alla mano) che gli europei finora credono all’ Europa – intesa come “patria comune” – solo in terza battuta e se glielo si ricorda. Mai o quasi mai come identità primaria.

I territori locali (diffusamente anche tra i giovani, per cui l’identità locale arriva nelle città fino ai quartieri) e quelli nazionali, in seconda battuta, vengono prima.

Sia ben chiaro, capisco e non critico questa dinamica.

Credo però che ci siano ormai molti elementi razionali e culturali per parlare dell’importanza delle identità come  compresenze.

Questa analisi i comunicatori istituzionali possono farla anche in assenza del fattore cogente.

Gli “Stati Uniti d’ Europa” infatti non ci sono ancora.

Ma in questi anni l’evoluzione culturale e dei consumi ha fatto acquisire elementi imprescindibili.

  • Chopin è polacco o “nostro” ?
  • Kafka è ceco o “nostro”?
  • Picasso è spagnolo o “nostro” ?
  • I Beatles sono inglesi o “nostri”?

Metà degli europei guidano auto prodotte in altri paesi europei.

Sempre più le città europee hanno conoscenza e fruizione non turistica da parte di altri europei.

Gastronomia e abbigliamento si sono uniformati.

Potrei allungare molto la lista.

Credo che questo sia il cantiere culturale e creativo più interessante per alzare la soglia della comunicazione pubblica reale, indipendentemente dalle tendenze politiche dei governi attualmente al potere.

Mi piacerebbe che se ne discutesse, che ci lavorasse chi si occupa di scienza della complessità (lo dico dopo aver sentito, qui oggi, da Londra, il prof. Andrea Baronchelli).

E fatemi concludere con un “aneddoto tratto dal futuro”.

Nel 2025, tre città europee svolgeranno il compito assegnato dall’Europa di essere “capitali europee della cultura”. Nel loro dossier di candidatura c’è scritto quello che c’è sempre in questo genere di dossier. Hanno qualità ambientali, strutture culturali, contesto sociale e civile da spronare culturalmente con una grande responsabilità. Ma non è questa la ragione per cui l’Europa ha assegnato a loro tre il titolo.

Sono Nova Goriza, città slovena, insieme a Gorizia, città italiana. E insieme a Chemnitz città tedesca vicina a Dresda.

Esse sommano distruzioni, morti, conflitti e profondi disagi del ‘900 causati dai confini e dalle guerre. E non a caso il titolo del progetto 2025 è “Borderless”.

Ho preso parte ad un loro dibattito progettuale e credo che un’Europa che ha cancellato questi confini, creato pace, cooperazione, dialogo e integrazione ha ragione di chiedere di rappresentare culturalmente e artisticamente questa trasformazione.

Mi piacerebbe che anche il Club di Venezia fosse lì, in una di queste città, nel 2025, per ragionare di “Borderless” e di nuovi processi di comunicazione europea.

Foto di gruppo dei partecipanti a conclusione della plenaria (1.12.2023)

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