Presentazione al “Caldara” del libro “L’invenzione di Milano” di Lucia Tozzi


Circolo e Centro Studi “Emilio Caldara” – 5 dicembre 2023

Presentazione del libro “L’invenzione di Milano” di Lucia Tozzi (Cronopio ed, 2023).

Intervento introduttivo di Stefano Rolando

(partecipano, con l’autrice, Anna Catasta, Chiara Bisconti, Pierfrancesco Maran)

L’invito a Lucia Tozzi lo abbiamo fatto dopo che molti soci ci hanno segnalato il suo libro. Finché si è ritenuto cosa condivisa promuovere un confronto di opinioni. Dovrei dire, per l’esattezza,  “abbastanza condivisa”,  nel senso che una maggioranza si e’ espressa a favore, qualcuno perplesso, qualcuno contrario. 

Nella condivisione, si comprendeva che il tema generalmente sollevato dal libro e’ parte delle motivazioni stesse (alcune motivazioni)  della creazione del Circolo Caldara: temi che appartengono – come ha detto Anna Catasta  in apertura – al nostro programma di produzione di paper di analisi ; spunti che riguardano il disagio di una fase storica (che non e’ solo di Milano) di evaporazione della politica, di aumento vorticoso dell’astensione elettorale, di declino di quella tradizione critica della città nella quale essere un po’ malmostosi era una componente di crescita. 

Tra perplessi e contrari, queste le motivazioni (tra chi ha scritto o mandato messaggi):

  • “ la narrativa e’ incalzante, lo spettro tematico ampio, ma l’impronta e’ eccessivamente massimalista”;
  • “per giunta e’ povero di proposte”;
  • “ mette progressisti e speculatori sullo stesso piano”;
  • “ non le va bene niente di niente”.

Dico subito che un circolo riformista, come questo, considera non solo tradizionale ma anche esemplare mantenere la linea dell’apertura ad approcci dissimili. Walter Marossi, che e tra noi anche stasera, ci ricorda sempre che il sindaco Caldara, turatiano doc, era stato eletto da una maggioranza che comprendeva anche i massimalisti socialisti. 

In ogni caso ci muove da sempre una linea di tessitura ed equilibrio tra capitalismo regolato e garanzie per diritti e welfare. E consideriamo Milano un cantiere storico per sperimentare equilibri tra crescita ed equità.  Non sono parole a vanvera. Sono fatica e rammendo quotidiano nel quadro di evidenti conflitti. 

E’ vero che negli ultimi venti anni – e oltre – la lunga onda populista in Italia ha logorato un po’ dappertutto questo approccio. E la cultura berlusconiana dell’eterno successo, partita da Milano, ha trasformato quasi in stereotipo quello che in precedenza poteva essere considerato uno stimolo competitivo. 

In ogni caso pensiamo che se non si affronta preventivamente l’analfabetismo funzionale e’ molto difficile dare spazio ed esito alle proposte progressiste. 

Basta con le premesse. Diciamo subito cosa contiene il libro che stiamo presentando. 

Il paradigma milanese e’ stato a lungo questo: i principali fattori anti- conservatori che fanno una cultura di comunità (per Milano diciamo: l’etica del lavoro, la parità di condizioni per  nativi e  adottivi, quindi il rilievo anche dell’integrazione multietnica, il funzionamento del cosiddetto ascensore sociale) servono a contestare e comunque a negoziare con le tendenze (naturali in un sistema complesso) speculative, quelle tese alla gentrificazione, quelle elitarie. 

Il punto di partenza del libro di Lucia Tozzi potrebbe essere sintetizzato così: Expo e dopo Expo modificano, se non addirittura rompono, questa tensione, perché si forma una “bolla” comunicativa e di marketing dentro cui l’establishment (l’autrice vi comprende anche il Comune, altri potrebbero pensare che si tratti di “soggetto terzo”) sviluppa una narrazione poco critica e poco autocritica rispetto ai processi evolutivi per coprire – sintetizzo molto il trattamento – interessi, irrisolti, disuguaglianze. 

Da qui si comprende meglio il sottotitolo: “Il culto della comunicazione e le politiche urbane”.

E fa comprendere meglio anche il titolo, che esprime una sorta di meta-città che adotta cio’ che l’autrice  considera il confezionamento degli interessi. Il titolo e’ infatti “L’invenzione di Milano”. Insomma, una città “inventata”. 

Bisogna dire che dappertutto  e comunque in tutto l’Occidente l’età post-industriale e’ analizzata come un conflitto permanente tra forme di identità connesse a comportamenti collettivi. Conflitti tra tradizione e innovazione. Conflitti tra salvaguardia identitaria e globalizzazione. Conflitti tra forme di città aperte e modelli di potere chiuso.  

Come si pone questo libro rispetto a queste dinamiche?

Appare  – anche questo sono costretto a dirlo in modo molto sbrigativo – che la vecchia cultura commerciale milanese abbia innestato anche nel territorio dell’economia immateriale un modello finanziario speculativo che sta prendendo il sopravvento rispetto al modello sociale redistributivo.

Questo concetto si snoda nelle quattro parti del libro, che sono queste.

Intanto precedute da una densa introduzione in cui Milano, tra Expo e dopo Expo, si disegna come la  reazione alla “città grigia e introversa” che appariva quella a cavallo tra i due secoli, poco più di venti anni fa. Ma alla lunga in questa “reazione” l’autrice legge una forma di anestetizzazione del dibattito pubblico. 

  • Il primo capitolo e’ dedicato a “cultura e rendita”. In sostanza l’ economia della cultura – con forti sostegni accademici – sviluppa secondo l’autrice una progressiva ideologia di spostamento  dal pubblico al privato.
  • Il secondo capitolo e’ dedicato al “management della partecipazione”. Qui e’ preso di mira il “paternalismo istituzionale” e si racconta una sorta di devitalizzazione  del Terzo Settore (sulla cui generalizzazione debbo fare alcune riserve). M soprattutto si parla di “ nuovi centri di cultura” (particolarmente presa di mira appare la Triennale)  criticati per eccesso di interclassismo e per vaghezza dei contenuti.
  • Il terzo capitolo – basterebbe il titolo – riguarda la “miseria della rigenerazione urbana”. Per dirla in un lampo, l’analisi configura la “controurbanistica milanese”, con un iceberg della critica che riguarda il “poco verde programmato solo al servizio del crescente  lusso”. 
  • Una sola parola per intitolare il finale: “Desiderio”. Qui non faccio sintesi ma trasferisco le prime cinque righe del capitolo. “Milano vuole a tutti i costi essere desiderata, ma e avviluppata dall’aria patetica di chi non è affatto sicuro di essere  desiderabile e teme al primo approccio di essere respinto da uno “sparisci sgorbio”. Non ha più il glamour spavaldo degli anni ottanta, ma neanche l’esuberanza produttiva degli anni del boom. La sua goffaggine e’ accentuata dall’oscura consapevolezza di offrire una merce di cui non ha più disponibilità : il futuro”. 

Come capirete, e come capirà Lucia, facendo questa sintesi si tralascia  molto. Casistica, citazioni, polemiche specifiche. Certamente nella discussione si riprenderanno alcuni dettagli. Ringraziando gli assessori Maran e Bisconti di avere accolto la proposta di discutere qui questa sera.

Io limito le mie conclusioni a tre spunti di problematizzazione.

  • Non trovo nel testo una vera e propria analisi geopolitica e geoeconomica della città. Voglio dire che la trama competitiva della città e’ pressoché ignorata, credo assecondando l’ipotesi di essere questa una parte del processo involutivo. In realtà la dinamica locale-globale e’ un motore di Milano. Le sue filiere territoriali sono il perimetro del suo sistema produttivo. E le direttrici relazionali est-ovest e nord-sud (che significa anche “euromediterraneo”) sono il suo laboratorio di alleanze. Ma PIL, export e complessità dello scambio sono un po’ fuori dai radar. Questo sospinge la narrativa verso l’idea di una bolla sospesa nella sua entropia compiaciuta. Ma i dati di realtà della città parlano d’altro. Ed e’ la ragione per cui la parola attrattivita’ rischia di essere stigmatizzata per se’ stessa non per i contenuti dei suoi processi.
  • Tutta la riflessione sottesa nel libro ruota sul valore/ disvalore del rapporto tra pubblico e privato. Che e uno standard di tutto l’Occidente. Rapporto che qui viene considerato in crescente squilibrio. E in un certo senso si ironizza sui linguaggi che attenuano questo rischio criticando l’uso invalso di espressioni come flessibilitàpragmatismo
  • Alla fine e’ in discussione il concetto stesso di “progressismo”.    Forse anche noi continuiamo a usare questa espressione per connotazione affettiva, magari senza studiarne a fondo l’evoluzione semantica e soprattutto i significati socio-economici e etico- filosofici. Ma resta una parola chiave del nostro vocabolario che tuttavia l’autrice non credo ci conceda. 

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