Maggy Barankitse – Trenta anni di impegno in Africa per dare a perseguitati e rifugiati vita, libertà e futuro.

Per la rivista “Democrazia Futura” (dicembre 2023) – Pubblicazione anticipata sul magazine online Key4biz il 5.12.2023

La voce forte e libera di Maggy Barankitse, oggi a Roma, poi a Bruxelles e venerdì in audizione alla conferenza rifugiati alle Nazioni Unite a Ginevra.

Stefano Rolando

(professore universitario a Milano, già direttore generale alla Presidenza del Consiglio dei ministri, membro della Fondazione internazionale costituita in Belgio per il sostegno a Maggy Barankitse).

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Versione in lingua italiana

Maggy Barankitse è nata nel 1956 nella città di Ruyigi in Burundi.

Oggi è una bandiera del cristianesimo umanitario nel mondo. Una storia di fatti concreti, di iniziative miracolose, per impatto e risultati. Una vitalità strategica. Ma anche immensa fatica e sacrifici.

Appartiene a un’importante famiglia burundese, ha avuto i mezzi per studiare in Europa (economia e teologia, in Svizzera e in Belgio) e ha iniziato la sua esperienza negli anni ’90 come assistente del vescovo di Ruyigi, la seconda città del paese dopo la capitale Bujumbura.

Come è scritto ormai nei libri di storia tra il 1993 e il 1994 la gravissima guerra civile tra Hutu e Tutsi aveva provocato in Burundi (prolungando le conseguenze per un decennio) 300 mila morti. E creato in Rwanda una delle maggiori carneficine della storia dell’umanità: 800 mila tutsi massacrati a colpi di machete e – proprio nei cento giorni tra aprile e luglio del ’94 –  il 20% della popolazione ruandese sterminata.

A mani nude, usando una chiesa come ricovero e a rischio per giorni della vita in quella tragedia, Maggy, che al tempo aveva 23 anni, portò in salvo diecimila bambini. Molti divenuti orfani.  Dedicando tutte le sue energie a creare un centro di accoglienza con il tempo divenuto un esemplare centro socio-sanitario ed educativo per far crescere le giovani[SR1]  generazioni, per accudire le donne, soprattutto nell’ambito della maternità.

Alla fine per tessere una rete di solidarietà internazionale, che ha fatto di Maison Shalom un modello di efficacia e di organizzazione dei diritti umanitari nel mondo.

È stato uno straordinario centro che non solo ha salvato la pelle a migliaia di bambini finiti nell’ecatombe fratricida tra Toutsi e Hutu,  ma che ha ridato dignità e futuro a paesi in macerie. 

Maison Shalom è stato un faro per l’Africa e un concreto ambito di solidarietà e cooperazione a cui ha partecipato mezzo mondo, attivato dalla missione laica di una donna divenuta poi “Premio Rifugiati ONU” e “Prix Aurora“ in Canada.  Insieme ad tanti altri riconoscimenti molto rilevanti, anche in Italia. Negli ultimi anni il suo nome è nel passaparola internazionale che compone la trama delle nomination del Nobel per la Pace.

Purtroppo, l’evoluzione politica violenta e dittatoriale del Paese ha obbligato Maggy a tornare a difendere la gente e la libertà dei cittadini e delle famiglie. A metà dello scorso decennio la situazione è precipitata. Queste sono state alcune delle dichiarazioni fatte da Maggy con appelli all’opinione pubblica internazionale.

Il Burundi è teatro di una tragedia che si svolge indisturbata sotto gli occhi del mondo. Un regime feroce è all’origine di un’autentica catastrofe umanitaria che deve farci riflettere sulla capacità della comunità internazionale di proteggere un popolo in pericolo”.

E ancora: “Dal 2015 a oggi sono stati assassinati più di 2.500 oppositori, le persone “scomparse” si contano a migliaia, e i rifugiati nei paesi confinanti superano il mezzo milione: Intanto, gli 11 mila prigionieri politici nelle carceri sopravvivono in condizioni subumane, mentre la contabilità delle donne violentate e dei giovani uomini torturati e castrati fa segnare cifre spaventose”.

Nel passaggio di governo del Burundi da Pierre Nkurunziza (morto per Colvid, negazionista come Bolsonaro) a Evariste Ndaydhimiyr, un altro membro dell’apparato militare e di polizia del sistema che ha raccontato ai cittadini che la sua nomina “è stata voluta da Dio“, la situazione si è ulteriormente degradata con dati intollerabili.

Da qui Maggy è stata oggetto di persecuzione diretta, in anni in cui Europa e USA hanno messo sotto sanzioni il Burundi (poi sospese per interessi diplomatici, ma senza cambiamenti sostanziali). Persecuzioni che sono arrivate alla farsa di un processo in contumacia e senza diritto di difesa,  per “eversione” e “attentato alla sicurezza del Paese”, eccetera.

La furia poliziesca ha chiuso e mandato alla malora tutte le realizzazioni (scuole e ospedali compresi) e ha costretto la stessa Maggy all’esilio (con tutta la sua organizzazione).

Tra l’altro distruggendo una rete di iniziative di cooperazione sanitarie e sociali nel cui quadro anche l’Italia e in particolare la Regione Lombardia si era prodigata con i suoi ospedali pediatrici e con molti centri di iniziativa sociale.

Aiutata dalla condizione di “rifugiata” che le ha concesso il Granducato del Lussemburgo e dall’accoglienza nel vicino Ruanda in cui è stata incaricata di creare un centro rifugiati di tutti i paesi della regione dei Grandi Laghi, Maggy in questi anni ha messo in atto le condizioni per un secondo miracolo a favore di decine di migliaia di profughi di vari paesi dei Grandi Laghi che hanno così trovato qui non semplicemente accoglienza ma una vera riorganizzazione del futuro.

Una Fondazione internazionale con il traino della Fondazione belga Mairlot-Peterboek è stata creata in Belgio con rappresentanti di molti paesi europei e americani per ampliare le condizioni di solidarietà e sostegno.

I risultati di quanto è stato fatto a Kigali è stato visto il 24 ottobre dai tanti partecipanti provenienti da ogni parte del mondo per questo trentennale: scuole primarie e secondarie molto efficienti, una istituzione universitaria superiore, centri di formazione professionale, strutture sanitarie, ambiti di accoglienza di famiglie, con una qualità speciale che fa impressione perché non c’è dettaglio che non sia curato con una immensa tenacia pedagogica e predicando sempre la filosofia della pace e del perdono.

Ed eccola di nuovo a Roma (dove a giugno è stata a lungo colloquio con il segretario di Stato del Vaticano, cardinale Pietro Parolin su alcuni temi che riprende nell’intervista che segue) e poi in settimana a Bruxelles e a Ginevra per parlare alla conferenza internazionale sui rifugiati delle Nazioni Unite.

Un’intervista,  questa che segue – in parallelo con quella fatta dal quotidiano La Stampa in uscita 5 dicembre – per riannodare le ragioni di una battaglia in cui la comunità internazionale è parte decisiva (ma non sempre reattiva e soprattutto preventiva) per tenere in equilibrio situazioni che nella regione dei Grandi Laghi presentano criticità irrisolte e aspetti nodali di una pacificazione importante anche per le relazioni euro-africane.

A Maggy Barankitse è molto piaciuta l’idea di portare le sue parole e le sue riflessioni in una rivista che si chiama “Democrazia futura”, essendo questo lo scenario della sua costante “profezia” malgrado i molti ostacoli affrontati. Ed è ugualmente piaciuta l’idea di una anticipazione su un magazine online (Key4biz) letto dalla comunità degli operatori italiani ed europei della comunicazione, considerando che senza la comunicazione quella “profezia” rischia l’invisibilità.

L’intervista

Il “trentennale” di Maison Shalom è avvenuto il 24 ottobre a Kigali. 52 delegazioni da tantissimi paesi del mondo. Operatori, personalità, amici, che conoscono e ammirano questa immenso lavoro umanitario, sociale e culturale per la pacificazione che tu hai animato, affrontando serenamente macigni ostili e difficoltà. Prima di parlare di queste difficoltà, possiamo scambiare qualche parola sul successo di questo evento?

Si, è vero. Abbiamo avuto una testimonianza internazionale molto importante per questo evento, che ha significato una continuità e un consolidamento di un’esperienza di un modello non voglio dire unico ma certo originale e singolare nel trattamento della questione mondiale  dei rifugiati. In questi trent’anni non ho mai pronunciato la parola “campo”, che ha il significato di un confinamento, ma appunto la parola “casa” che significa vita, relazione, riorganizzazione delle speranze. Maison Shalom ha il suo radicamento nella regione africana dei Grandi Laghi ma le sue ramificazioni internazionali ormai sono ampie.

Il Centro per i rifugiati che hai ricreato a Kigali ha oggi una dimensione e un ruolo che interessa infatti molte situazioni della regione africana dei Grandi Laghi. Quale è questa dimensione e quale è questo ruolo?

Il punto concettuale, in fondo, è molto semplice. Un “rifugiato” è prima di tutto una persona normale. Pur con il peso delle condizioni, spesso tragiche, che hanno motivato quella condizione, già solo un’accoglienza compiuta con tutte le regole della solidarietà umana rovescia stigma, sospetti, emarginazioni. La nostra storia è cominciata accogliendo bambini gravemente traumatizzati. Con frequenza continua arrivano donne gravemente violate. Lo scopo della “professionalizzazione” di chi opera nell’accoglienza ha una dominante da cui dipende tutto il resto. Restituire dignità. Dunque, studiare e lavorare. Due vie pratiche per rimettersi in piedi. Oggi a Kigali ci sono 70 mila rifugiate e rifugiati, larga parte burundesi ma anche in parte congolesi. E altri 11 mila sono accolti in altri ambiti collocati nelle vicinanze delle frontiere con altri paesi (tra cui Tanzania e Uganda). Avere creato centri sanitari ma anche scuole e ora anche università, significa riparare e rigenerare condizioni di estrema sofferenza. Poi – nel quadro anche di storie drammatiche pregresse – ci sono altri problemi da presidiare, come quello della intolleranza identitaria. Provocata dai regimi autoritari e violenti. La nostra scuola “Ubuntu” significa scuola di valori. E su questo terreno che è cresciuta la solidarietà internazionale che ha creato condizioni di autonomia, indipendenza e praticabilità dell’azione umanitaria.

La catena è dunque:  accoglienza, educazione, salute e avviamento professionale. Tutto il contrario di quel che si vede spesso in campi rifugiati o immigrati in cui, oltre a un letto e una minestra, non si può andare perché le disposizioni sono contro la prefigurazione di “integrazioni”. Ormai siete anche in grado di valutare gli esiti in generale di questo modello.

Per questo ho detto che non si tratta di un “campo”. Io dico “casa”, ma potrei dire persino “città”. Perché i grandi numeri dei rifugiati, che scappano da situazioni catastrofiche, non possono essere trattati con sistemi polizieschi. Il solo Ruanda oggi, nel complesso delle situazioni che si vanno creando, accoglie e provvede a più di 100 mila rifugiati, il cui numero cresce a vista d’occhio. E tenendo conto dell’esperienza storica fatta in Burundi effettivamente possiamo monitorare infinite storie di rieducazione civile e morale che portano a reinserimenti familiari, sociali, lavorativi lasciando a tutti un legame fraterno che significa molto nel contesto africano. A buoni conti – e per rispondere meglio alla domanda – vorrei dire che lo scopo del nostro lavoro è di non avere più “rifugiati”. Come ho sperimentato prima in Burundi con i bambini: lo scopo era non avere più “orfani”.

Molti potrebbero farsi la domanda del perché il Ruanda – segnato da una storia terribile e con alcuni controversi sviluppi  – si sia fatto promotore di questo modello così alternativo.

Nel mio paese c’è un vecchio adagio che dice: “Puoi odiare un coniglio, ma devi riconoscere che sa correre molto bene”. Mi rendo conto che ci sono coloro che non amano Paul Kagame, presidente del Ruanda. Ma si deve sapere che lui stesso è stato un rifugiato.  Aveva tre anni quando è scappato con i suoi genitori. Ed è stato in un campo per rifugiati in Uganda. Pure sua moglie è stata rifugiata in Burundi, è diventata grande come rifugiata. Conoscono bene la condizione degli esiliati, dei rifugiati. Oggi la condizione di accoglienza è diventata una regola del funzionamento di queste realtà ospitanti. Lo statuto  di “rifugiato” è una garanzia. Ed è concesso dopo una istruttoria piuttosto veloce.

Da quanti anni hai dovuto subire personalmente questa condizione, costretta a lasciare il tuo paese?

Sono ormai otto anni. Da quando sono stata privata di tutto ciò che è stato costruito a Ruyigi sui terreni che avevo ricevuto in eredità dai miei genitori e messi a disposizione del grande progetto sociale e umanitario di “Maison Shalom”.  Scuole, un ospedale, una azienda di trasformazione agro-alimentare, altre imprese sociali.

Affronto quindi ora  un tema spinoso. Il risultato di un assurda e immotivata condanna avvenuta in contumacia e senza diritto di difesa, provocata politicamente dal governo burundese (come anche nei confronti anche di molte altre personalità “scomode”) è stato alla base di dovere tu stessa assumere la condizione di rifugiata, trovando sia il Lussemburgo che il Ruanda in condizioni di farti proseguire la tua grande impresa umanitaria. Anche se questo episodio ha creato scandalo in molti paesi del mondo, non si è ancora riusciti a creare condizioni  di giustizia. Che speranze concrete ci sono per poter tornare in piena libertà e senza condizioni nel tuo Paese?

Sono convinta che io come altri miei compatrioti condannati con totale ingiustizia, faremo ritorno nel nostro Paese. Tutti sanno che mi sono dedicata solo a questo obiettivo umanitario e che ogni accusa di “attentato nazionale” o altro è una mistificazione dovuta alle parole che necessariamente ho dovuto esprimere di fronte a continue violenze di Stato e a diritti umani calpestati. Non mi sono mai mescolata alla lotta politica. E ho protestato solo quando il regime ha ordinato di sparare contro la gente che manifestava legittimamente. Non sono una che chiude gli occhi.  Una “umanitaria” che non difende diritti umani negati non ha più etica. E voglio aggiungere anche una cosa: il popolo burundese ha molto subito, ma ha un carattere resiliente e, per questo, non rinuncerà mai a vedere confiscarti quei diritti umani elementari. Resto convinta che saremo liberi e che rientreremo. Perché, come diceva il Mahatma Ghandi,  tutti i dittatori della storia del mondo finiscono per cadere. Francamente sento che ci sia ormai una maturità popolare per creare queste condizioni. Spero che la comunità internazionale intercetti questo grido e questa speranza.

Nel caso ciò risultasse possibile, intendi riprendere anche  lì, in Burundi,  l’opera interrotta e trasferita a Kigali?

Dico sempre che la carità non ha frontiere. Ho sempre vivo il ricordo di mio nonno. Mi accompagnò lui, ragazzina, per iniziare le scuole superiori a 200 chilometri dal mio villaggio. Avevo perduto mio papà a cinque anni di età. E mio nonno era molto importante nella mia vita. Quando mi disse “arrivederci” in quella occasione mi guardò con sguardo obliquo sotto il suo cappello. Non mi chiamava mai con il mio nome, Marguerite. Mi disse: “Mon enfant, le educatrici sono belghe. Non ti insegneranno mai ad amare la tua patria, il Burundi. Perché tu devi sapere che hai due madri. Quella terrestre che ti ha messo al mondo. E quella immateriale che si chiama Burundi”.  Da quel giorno so che non si abbandona la propria madre quando agonizza.

Anche il Ruanda nel 1993-94 agonizzava…

Esattamente. E non è un caso che il leader attuale del Paese proprio in quel tempo abbia fatto ritorno e contribuito a ricomporre una crisi violentissima. E comunque quando tutto tornerà alla normalità ci troveremo anche un passaporto della Comunità africana che renderà più facile la cooperazione, le intese, la mobilità tra i paesi confinanti. Un esempio: oggi in Canada ci sono 18 mila burundesi che hanno sentimenti patriottici molto forti. Voglio dire che la nostra diaspora sarà parte della ricostruzione. Se chiediamo a noi stessi se siamo depressi o se conserviamo una visione, la vera risposta che ci dobbiamo dare è che nessuno al mondo ha il potere di fermare l’amore.  Ora è il momento di avere anche qualche audacia.

A proposito di “Maison Shalom” – una parola simbolica che oggi risuona per tante situazioni di conflitto, dall’Ucraina al Medioriente – che messaggio viene oggi per il mondo (che per altro con tanti riconoscimenti ha già dato riscontri) dalla tua esperienza di fronte alla difficoltà di riportare pace e coesistenza in realtà ancora drammatiche?

È vero che è un’espressione simbolica. Ma ci sono state delle incomprensioni. Anche a proposito della parola “Maison”. C’è chi ha pensato, al tempo, che si trattava di una “casa” dove mettere gli orfani di guerra. Punto.  Papa Francesco dice spesso che dobbiamo curare la “nostra casa”, intendendo con questa parola la Terra. Il mio pensiero è sempre andato alla famiglia che abitava quella casa e quindi alla parola ebraica – lo dico anche da cristiana – che voleva intendere la pacificazione profonda del nuovo contesto. Era ed è una sfida al mondo: noi vogliamo che regni la pace. Il nostro logo è la semplice traduzione di questo sentimento. Era il pensiero di Martin Luther King: non volete vivere come fratelli? ebbene morirete come degli imbecilli.

Quanti episodi nella storia del mondo di questo nuovo secolo ci ripropongono il senso di questa affermazione, vero?

Ricordo infatti che al tempo del bombardamento di Baghdad (un nome che vuol dire “la città della pace”), nel 2003, avevo immaginato che Maison Shalom avrebbe dovuto agire in concreto in quelle circostanze. E che – avendone i mezzi – dovrebbe tuttora agire nei contesti drammatici di guerre, come quelle che oggi sono sotto i nostri occhi, dall’Ucraina al Medioriente, dalla Siria alla Somalia. Non parlo per megalomania, ma perché il modello che abbiamo sperimentato nel corso di quella catastrofe che è stata la guerra civile del 1993 e 1994 insegna cose inimmaginabili fuori da quei contesti.

E da questo punto di vista la tragedia della guerra civile del 1993-94, che hai ora ricordato,  che ha riguardato Ruanda e Burundi,  cosa ha lasciato di insoluto e come va vista con gli occhi al futuro?

La traccia della violenza è rimasta nella memoria del mondo, giustamente. Ma non si è fatto abbastanza per raccontare la complessità dell’azione di ricostruzione, con criminali sottoposti a giudizio, con riconciliazioni operate nel tessuto sociale e in quello istituzionale, in cui ha preso corpo anche un’esperienza come la nostra. Che si possa resistere e ritrovare dignità, anche partendo da una catastrofe, si è rivelato possibile.  Si è ritrovato persino un terreno pubblico di umanità che appariva impensabile. Ma – come è successo negli ultimi dieci anni in Burundi –  è successo anche che non è stato sufficiente a prevenire un ritorno di violenza, che ha riguardato l’apparato dello Stato. Dunque, questo cantiere, per significare un paradigma per il mondo, deve ancora fare strada.

Si dice che l’Africa sia sempre più terra di penetrazione degli interessi russi e cinesi. Cosa ne pensano gli africani più responsabili? E come viene considerata la politica europea attuale nei confronti di un continente materno per l’Europa stessa?

Fammi dire, con franchezza, che penso che siamo tutti parte della stessa umanità. Che si tratti di russi o cinesi.  L’Europa dovrebbe mettere a punto una strategia vincente non tanto basata sulla concorrenza a russi e cinesi. Perché forse l’apertura dell’Africa verso russi e cinesi nasce anche per provocare un po’ la debolezza d’iniziativa degli europei che hanno – o almeno avrebbero – molti argomenti per rilanciare un grande progetto. Sia per le ragioni che hai ricordato di un’antica maternità africana, sia per le ragioni delle più recenti colonizzazioni. L’Europa porta una storia di lotte per i diritti umani e civili. Sono argomenti forti. Ci vuole più progettualità e meno paternalismo. Io – simbolicamente parlando – chiedo di essere trattata come una sorella non come una “poverina” (in italiano n.d.r.) da assistere.

Di recente, a giugno nel Palazzo Apostolico in Vaticano, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha ascoltato per più di un’ora in udienza personale, il tuo punto di vista su molti di questi tremi e soprattutto sulla situazione del tuo Paese. Che sguardo ha oggi la Chiesa verso l’Africa e verso la regione dei Grandi Laghi in particolare?

Sai come è chiamato – religiosamente parlando – il Burundi? È chiamato “la Polonia africana”. Grande maggioranza cattolica. Ma – parlo adesso più in generale per la regione –  la Chiesa Cattolica ha perso una parte della fiducia, proprio perché ha perso molte volte e in molte occasioni coraggio. È stata intimidita, certo. Ma ha anche spesso rinunciato a denunciare soprusi e violenze. Credo che oggi sarebbe importante che la Chiesa si facesse più audace. Il male resta il male. Se non è la Chiesa a riconoscerlo, chi lo deve fare? Essa conserva ancora una grande forza morale. La deve usare. Sento di potere dire queste cose – e le ho dette ad autorevoli interlocutori – perché la mia fede è saldissima e di essa fa parte anche un messaggio di liberazione che il cristianesimo esprime.

Che importanza annetti all’Italia e agli italiani (nella loro pluralità) nei riguardi del futuro di tutto ciò che hai pensato e realizzato per la dignità, la sicurezza, l’educazione e la salute delle popolazioni di cui tu ti occupi abitualmente?

In Italia ho sempre trovato attenzione e serietà di comportamenti. La nostra struttura ospedaliera in Burundi si chiamava, in italiano, Casa della Pace. Erano i medici italiani che vi collaboravano assiduamente. Sono italiane e italiani che hanno adottato alcuni nostri orfani. È stata una banca italiana che ha sostenuto per tre anni i costi della formazione dei nostri infermieri.  E poi ogni volta che sono stata in Italia ho potuto esprimermi, ho potuto confrontarmi, ho potuto comprendere la generosità e non gli interessi che di solito vengono sollecitati per darsi da fare nei confronti di paesi con problemi. E in Burundi ci sono missionari e missionarie italiane all’altezza della difficoltà di quelle funzioni.

Hai sostenuto i valori di pacificazione e di coesistenza in due paesi africani che hanno espresso una vera e propria catastrofe umanitaria soltanto trenta anni fa. Pensi che questo modello abbia fatto strada e conquistato condizioni di stabilità?

Non ho mai pensato di predicare nel deserto. Premi, riconoscimenti, atti di solidarietà sono stati in questi anni il segnale di un dialogo internazionale prima di tutto attorno a un “modello”, come dici, riconosciuto, il cui esito è importante per tutti. I duecento ospiti venuti da tutto il mondo a proprie spese a Kigali per un evento simbolico, come il nostre trentennale, sono un riscontro che ci motiva molto. Così come ho considerato preziosa la benevolenza di figure europee importanti, come Louis Michel in Belgio o la Granduchessa del Lussemburgo. Ma ora non è il tempo del compiacimento. È il tempo per ripristinare, con l’aiuto del mondo, una condizione di libertà di contesto preziosa come l’aria. In questi prossimi due anni Congo, Ruanda e Burundi vanno ad elezioni. Non entro nel merito né dei candidati, né della trasparenza di questi eventi. Dico solo che quel contesto potrebbe farsi ancora più tenebroso oppure aprire squarci di grande opportunità. E su questo l’appello a chi ha forza e potere negoziale è proprio alla coscienza che sento di poter sollecitare verso miglioramenti divenuti inderogabili. L’Europa, l’ONU possono agire proprio in questo tempo che guardando il rapporto tra opportunità e rischi potrebbe anche essere un tempo di prevenzione.


Version française

La voix forte et libre de Maggy Barankitse, aujourd’hui à Rome, puis à Bruxelles et vendredi à l’audience de la conférence sur les réfugiés aux Nations Unies à Genève.

Trente ans d’engagement en Afrique pour donner la vie, la liberté et un avenir aux persécutés et aux réfugiés.

Maggy Barankitse est née en 1956 dans la ville de Ruyigi au Burundi.

Aujourd’hui, c’est un drapeau du christianisme humanitaire dans le monde. Une histoire de faits concrets, d’initiatives miraculeuses, en termes d’impact et de résultats. Une vitalité stratégique. Mais aussi d’immenses efforts et sacrifices.

Elle appartient à une importante famille burundaise, avait les moyens d’étudier en Europe (économie et théologie, en Suisse et en Belgique) et a débuté son expérience dans les années 1990 comme assistant de l’évêque de Ruyigi, deuxième ville du pays après la capitale Bujumbura. .

Comme il est désormais écrit dans les livres d’histoire, entre 1993 et ​​1994, la très grave guerre civile entre Hutu et Tutsi avait fait 300 mille morts au Burundi (prolongant les conséquences pendant une décennie). Et l’un des plus grands massacres de l’histoire de l’humanité a eu lieu au Rwanda : 800 000 Tutsis massacrés à coups de machette et – précisément en cent jours entre avril et juillet 1994 – 20 % de la population rwandaise a été exterminée.

À mains nues, utilisant une église comme abri et risquant sa vie pendant des jours dans cette tragédie, Maggy, alors âgée de 23 ans, a mis dix mille enfants en sécurité. Beaucoup sont devenus orphelins. Consacrant toutes ses énergies à la création d’un centre d’accueil qui, au fil du temps, est devenu un centre socio-sanitaire et éducatif exemplaire pour la croissance des jeunes générations, pour s’occuper des femmes, notamment dans le domaine de la maternité.

Tisser à terme un réseau de solidarité internationale, qui a fait de la Maison Shalom un modèle d’efficacité et d’organisation des droits humanitaires dans le monde.

Ce fut un centre extraordinaire qui a non seulement sauvé la vie de milliers d’enfants qui ont fini dans le massacre fratricide entre Toutsi et Hutu, mais qui a redonné la dignité et un avenir aux pays en décombres.

La Maison Shalom était un phare pour l’Afrique et un espace concret de solidarité et de coopération auquel participait la moitié du monde, activé par la mission laïque d’une femme qui devint plus tard le « Prix des Nations Unies pour les réfugiés » et le « Prix Aurora » au Canada. Avec de nombreuses autres reconnaissances très pertinentes, également en Italie. Ces dernières années, son nom est apparu dans le bouche à oreille international qui constitue l’intrigue des nominations au prix Nobel de la paix.

Malheureusement, l’évolution politique violente et dictatoriale du pays a contraint Maggy à revenir à la défense du peuple et de la liberté des citoyens et des familles. Au milieu de la dernière décennie, la situation s’est aggravée. Telles sont quelques-unes des déclarations faites par Maggy en faisant appel à l’opinion publique internationale.

  • Le Burundi est le théâtre d’une tragédie qui se déroule tranquillement sous les yeux du monde. Un régime féroce est à l’origine d’une véritable catastrophe humanitaire qui doit nous faire réfléchir sur la capacité de la communauté internationale à protéger un peuple en danger”.
  • Et encore : “De 2015 à aujourd’hui, plus de 2 500 opposants ont été assassinés, les personnes « disparues » se comptent par milliers et les réfugiés dans les pays voisins dépassent le demi-million : pendant ce temps, les 11 000 prisonniers politiques dans les prisons survivent dans des conditions inhumaines. conditions, alors que le bilan des femmes violées et des jeunes hommes torturés et castrés montre des chiffres effrayants”.

Dans la transition du gouvernement burundais de Pierre Nkurunziza (décédé de Colvid, un négationniste comme Bolsonaro) à Evariste Ndaydhimiyr, un autre membre de l’appareil militaire et policier du système qui a déclaré aux citoyens que sa nomination “était voulue par Dieu“, la situation s’est encore aggravée. détériorée avec des données intolérables.

De là, Maggy a été l’objet de persécutions directes, au cours des années où l’Europe et les États-Unis ont placé le Burundi sous sanctions (puis suspendues pour des intérêts diplomatiques, mais sans changements substantiels). Des persécutions qui ont atteint la farce d’un procès par contumace et sans droit de défense, pour « subversion » et « atteinte à la sécurité du pays », etc.

La fureur policière a fermé et détruit tous les bâtiments (y compris les écoles et les hôpitaux) et a contraint Maggy elle-même à l’exil (avec toute son organisation).

Entre autres choses, détruire un réseau d’initiatives de coopération sanitaire et sociale au sein duquel l’Italie et en particulier la Région Lombardie avaient travaillé dur avec ses hôpitaux pédiatriques et de nombreux centres d’initiative sociale.

Aidée par le statut de « réfugiée » que lui accorde le Grand-Duché de Luxembourg et par l’accueil au Rwanda voisin où elle a été chargée de créer un centre de réfugiés pour tous les pays de la région des Grands Lacs, Maggy a mis en œuvre ces dernières années le les conditions d’un deuxième miracle en faveur de dizaines de milliers de réfugiés venus des différents pays des Grands Lacs qui ont ainsi trouvé ici non seulement un accueil mais une véritable réorganisation de l’avenir.

Une Fondation internationale dirigée par la Fondation belge Mairlot-Peterboek a été créée en Belgique avec des représentants de nombreux pays européens et américains pour élargir les conditions de solidarité et de soutien.

Les résultats de ce qui a été fait à Kigali ont été vus le 24 octobre par les nombreux participants venus du monde entier pour ce trentenaire: des écoles primaires et secondaires très performantes, un établissement universitaire supérieur, des centres de formation professionnelle, des établissements de santé, des espaces d’accueil pour les familles, avec une qualité particulière qui impressionne car il n’y a aucun détail qui ne soit soigné avec une immense ténacité pédagogique et en prêchant toujours la philosophie de la paix et du pardon.

Et la voilà de nouveau à Rome (où elle a eu en juin un long entretien avec le secrétaire d’État du Vatican, le cardinal Pietro Parolin sur certains sujets qu’elle reprend dans l’entretien qui suit) puis cette semaine à Bruxelles et à Genève pour intervenir à la conférence internationale sur les réfugiés des Nations Unies.

Une interview, la suivante – en parallèle avec celle réalisée par le journal La Stampa, publiée le 5 décembre – pour rétablir les raisons d’une bataille dans laquelle la communauté internationale est une partie décisive (mais pas toujours réactive et surtout tous préventifs) pour maintenir l’équilibre des situations qui, dans la région des Grands Lacs, présentent des problèmes critiques non résolus et des aspects clés d’une pacification également importante pour les relations euro-africaines.

Maggy Barankitse a beaucoup aimé l’idée de rapporter ses paroles et ses réflexions dans un magazine intitulé « Future Democracy », qui est le scénario de sa « prophétie » constante malgré les nombreux obstacles rencontrés. Et l’idée d’une avant-première dans un magazine en ligne (Key4biz) lu par la communauté des opérateurs de communication italiens et européens a également été appréciée, considérant que sans communication cette « prophétie » risque d’être invisible.

L’interview

Le « trentième anniversaire » de la Maison Shalom a eu lieu le 24 octobre à Kigali. 52 délégations de nombreux pays du monde. Opérateurs, personnalités, amis, qui connaissent et admirent cet immense travail humanitaire, social et culturel de pacification que vous avez animé, face sereinement aux rochers et aux difficultés hostiles. Avant d’évoquer ces difficultés, pouvons-nous dire quelques mots sur la réussite de cet événement ?

Oui c’est vrai. Nous avons eu un témoignage international très important pour cet événement, qui a signifié une continuité et une consolidation d’une expérience d’un modèle qui n’est pas unique mais certainement original et singulier dans le traitement de la question globale des réfugiés. Durant ces trente années je n’ai jamais prononcé le mot « camp », qui a le sens d’enfermement, mais plutôt le mot « foyer » qui signifie vie, relation, réorganisation des espoirs. La Maison Shalom a ses racines dans la région des Grands Lacs africains mais ses ramifications internationales sont désormais étendues.

Le Centre pour Réfugiés que vous avez recréé aujourd’hui à Kigali a une dimension et un rôle qui touchent de nombreuses situations dans la région des Grands Lacs africains. Quelle est cette dimension et quel est ce rôle ?

Le point conceptuel, en fin de compte, est très simple. Un « réfugié » est avant tout une personne normale. Même avec le poids des conditions souvent tragiques qui ont motivé cette condition, un simple accueil effectué dans le respect de toutes les règles de la solidarité humaine renverse la stigmatisation, la suspicion et la marginalisation. Notre histoire a commencé par l’accueil d’enfants gravement traumatisés. Des femmes gravement violées arrivent continuellement. L’objectif de “professionnalisation” de ceux qui travaillent dans l’hôtellerie a un aspect dominant dont dépend tout le reste. Restaurer la dignité. Alors, étudiez et travaillez. Deux façons pratiques de se remettre sur pied. Aujourd’hui, à Kigali, il y a 70 000 réfugiés, pour la plupart burundais mais aussi en partie congolais. Et 11 000 autres sont accueillis dans d’autres zones situées à proximité des frontières avec d’autres pays (dont la Tanzanie et l’Ouganda). Avoir créé des centres de santé mais aussi des écoles et désormais aussi des universités, c’est réparer et régénérer des conditions de souffrance extrême. Ensuite – également dans le contexte d’histoires dramatiques antérieures – il y a d’autres problèmes à résoudre, comme celui de l’intolérance identitaire. Causée par des régimes autoritaires et violents. Notre école « Ubuntu » signifie école des valeurs. C’est sur ce terrain que la solidarité internationale s’est développée, créant les conditions d’autonomie, d’indépendance et de praticabilité de l’action humanitaire.

La chaîne est donc : l’accueil, l’éducation, la santé et la formation professionnelle. Tout le contraire de ce que l’on voit souvent dans les camps de réfugiés ou d’immigrés où, à part un lit et une soupe, on ne peut pas aller car les dispositions vont à l’encontre de la préfiguration des “intégrations”. Vous êtes désormais également en mesure d’évaluer les résultats généraux de ce modèle.

C’est pour cela que j’ai dit que ce n’est pas un “camp”. Je dis « maison », mais je pourrais même dire « ville ». Parce que les nombreux réfugiés fuyant des situations catastrophiques ne peuvent pas être pris en charge par les systèmes policiers. Aujourd’hui, à lui seul, le Rwanda, dans le contexte des situations qui se créent, accueille et prend en charge plus de 100 mille réfugiés, dont le nombre augmente visiblement. Et en tenant compte de l’expérience historique réalisée au Burundi, nous pouvons effectivement suivre une infinité d’histoires de rééducation civile et morale qui conduisent à la réinsertion familiale, sociale et professionnelle, laissant à chacun un lien fraternel qui signifie beaucoup dans le contexte africain. Dans l’ensemble – et pour mieux répondre à la question – je voudrais dire que le but de notre travail est de ne plus avoir de “réfugiés”. Comme je l’ai vécu auparavant au Burundi avec des enfants: le but était de ne plus avoir d’« orphelins ».

Beaucoup peuvent se demander pourquoi le Rwanda – marqué par une histoire terrible et avec des développements controversés – a promu ce modèle alternatif.

Dans mon pays, il y a un vieil adage qui dit : “On peut détester un lapin, mais il faut reconnaître qu’il sait très bien courir“. Je me rends compte qu’il y a ceux qui n’aiment pas Paul Kagame, président du Rwanda. Mais il faut savoir qu’il était lui-même réfugié. Il avait trois ans lorsqu’il s’est enfui avec ses parents. Et c’était dans un camp de réfugiés en Ouganda. Sa femme était également réfugiée au Burundi, elle a grandi en tant que réfugiée. Ils connaissent bien la condition des exilés et des réfugiés. Aujourd’hui la condition d’accueil est devenue une règle de fonctionnement de ces réalités d’accueil. Le statut de « réfugié » est une garantie. Et cela est accordé après une enquête assez rapide.

Depuis combien d’années avez-vous personnellement souffert de cette condition, contraint de quitter votre pays?

Cela fait maintenant huit ans. Depuis que j’ai été privé de tout ce qui se construisait à Ruyigi sur le terrain que j’avais hérité de mes parents et mis à disposition du grand projet social et humanitaire de « Maison Shalom ». Des écoles, un hôpital, une entreprise de transformation agroalimentaire, d’autres entreprises sociales.

J’aborde donc maintenant un sujet épineux. Le résultat d’une condamnation absurde et non motivée, intervenue par contumace et sans droit de défense, politiquement provoquée par le gouvernement burundais (ainsi que contre de nombreuses autres personnalités « gênantes »), a été la base pour devoir assumer le statut de réfugié. vous-même, trouvant le Luxembourg et le Rwanda en mesure de vous permettre de poursuivre votre grande entreprise humanitaire. Même si cet épisode a fait scandale dans de nombreux pays du monde, il n’a pas encore été possible de créer les conditions de justice. Quels espoirs concrets avez-vous de pouvoir rentrer dans votre pays en toute liberté et sans conditions?

Je suis convaincu que, comme mes autres compatriotes condamnés à l’injustice totale, je retournerai dans notre pays. Tout le monde sait que je me suis consacré uniquement à cet objectif humanitaire et que toute accusation d’« attaque nationale » ou autre est une mystification en raison des paroles que j’ai nécessairement dû exprimer face à la violence étatique continue et aux droits de l’homme bafoués. Je n’ai jamais été impliqué dans la lutte politique. Et j’ai seulement protesté lorsque le régime a ordonné de tirer sur des personnes qui manifestaient légitimement. Je ne suis pas du genre à fermer les yeux. Un « humanitaire » qui ne défend pas les droits de l’homme bafoués n’a plus d’éthique. Et je veux aussi ajouter une chose : le peuple burundais a beaucoup souffert, mais il a un caractère résilient et, pour cette raison, il ne renoncera jamais à voir ces droits humains fondamentaux confisqués. Je reste convaincu que nous serons libres et que nous reviendrons. Parce que, comme le disait le Mahatma Ghandi, tous les dictateurs de l’histoire du monde finissent par tomber. Franchement, j’ai l’impression qu’il existe désormais une maturité populaire pour créer ces conditions. J’espère que la communauté internationale entendra ce cri et cet espoir.

Si cela s’avère possible, comptez-vous reprendre là aussi au Burundi le travail interrompu et transféré à Kigali?

Je dis toujours que la charité n’a pas de frontières. J’ai toujours un souvenir vif de mon grand-père. Il m’a accompagnée petite fille pour commencer le lycée à 200 kilomètres de mon village. J’avais perdu mon père à l’âge de cinq ans. Et mon grand-père a été très important dans ma vie. Lorsqu’il m’a dit « au revoir » à cette occasion, il m’a regardé obliquement sous son chapeau. Il ne m’a jamais appelé par mon nom, Marguerite. Il m’a dit : « Mon enfant, les professeurs sont belges. Ils ne vous apprendront jamais à aimer votre patrie, le Burundi. Parce que tu dois savoir que tu as deux mères. Le terrestre qui vous a mis au monde. Et l’immatériel qu’on appelle le Burundi.” Depuis ce jour, je sais qu’on n’abandonne pas sa mère lorsqu’elle est mourante.

Le Rwanda était également en train de mourir en 1993-94…

Exactement. Et ce n’est pas un hasard si l’actuel dirigeant du pays est revenu à cette époque et a contribué à recomposer une crise très violente. Et de toute façon, lorsque tout redeviendra normal, nous disposerons également d’un passeport de la Communauté africaine qui facilitera la coopération, les accords et la mobilité entre pays voisins. Un exemple : aujourd’hui au Canada il y a 18 mille Burundais qui ont des sentiments patriotiques très forts. Je veux dire que notre diaspora fera partie de la reconstruction. Si nous nous demandons si nous sommes déprimés ou si nous gardons une vision, la vraie réponse que nous devons nous donner est que personne au monde n’a le pouvoir d’arrêter l’amour. C’est aussi le moment de faire preuve d’audace.

En parlant de « Maison Shalom » – un mot symbolique qui résonne aujourd’hui dans de nombreuses situations de conflits, de l’Ukraine au Moyen-Orient – ​​quel message cela envoie-t-il au monde d’aujourd’hui (qui a déjà fait part de ses retours avec de nombreuses reconnaissances) de votre expérience face au difficulté de restaurer la paix et la coexistence dans des réalités encore dramatiques?

C’est vrai que c’est une expression symbolique. Mais il y a eu quelques malentendus. Et aussi à propos du mot « Maison ». Certains pensaient, à l’époque, qu’il s’agissait d’un « foyer » où l’on pouvait placer les orphelins de guerre. Indiquer. Le pape François dit souvent que nous devons prendre soin de « notre maison », c’est-à-dire par ce mot la Terre. Mes pensées sont toujours allées à la famille qui vivait dans cette maison et donc au mot hébreu – je le dis aussi en tant que chrétien – qui signifiait la profonde pacification du nouveau contexte. C’était et c’est toujours un défi lancé au monde : nous voulons que la paix règne. Notre logo est la simple traduction de ce sentiment. C’était la pensée de Martin Luther King : ne voulez-vous pas vivre en frères ? eh bien, vous mourrez comme des imbéciles.

Combien d’épisodes de l’histoire du monde de ce nouveau siècle nous rappellent le sens de cette affirmation, n’est-ce pas ?

En fait, je me souviens qu’au moment du bombardement de Bagdad (nom qui signifie « la ville de la paix »), en 2003, j’imaginais que la Maison Shalom devrait agir concrètement dans ces circonstances. Et qui – en ayant les moyens – devrait encore agir dans les contextes dramatiques de guerres, comme celles qui sont aujourd’hui sous nos yeux, de l’Ukraine au Moyen-Orient, de la Syrie à la Somalie. Je ne parle pas par mégalomanie, mais parce que le modèle que nous avons vécu lors de la catastrophe que fut la guerre civile de 1993 et ​​1994 enseigne des choses inimaginables en dehors de ces contextes.

Et de ce point de vue, qu’est-ce que la tragédie de la guerre civile de 1993-94, que vous venez d’évoquer, qui a impliqué le Rwanda et le Burundi, a laissé en suspens et comment l’envisager dans une perspective d’avenir ?

La trace de la violence est restée, à juste titre, dans la mémoire du monde. Mais on n’a pas fait assez pour parler de la complexité de l’action de reconstruction, avec les criminels jugés, avec les réconciliations réalisées dans le tissu social et institutionnel, dans lesquelles a également pris forme une expérience comme la nôtre. Il est prouvé que nous pouvons résister et retrouver notre dignité, même après une catastrophe. Même un terrain public d’humanité qui semblait impensable a été découvert. Mais – comme cela s’est produit au cours des dix dernières années au Burundi – il s’est également avéré que cela n’a pas suffi à empêcher un retour de la violence, qui a affecté l’appareil d’État. Ce chantier, pour représenter un paradigme pour le monde, a donc encore du chemin à parcourir.

On dit que l’Afrique est de plus en plus une terre de pénétration des intérêts russes et chinois. Qu’en pensent les Africains les plus responsables ? Et comment est considérée la politique européenne actuelle en faveur d’un continent maternel pour l’Europe elle-même ?

Permettez-moi de dire franchement que je pense que nous faisons tous partie de la même humanité. Que ce soit des Russes ou des Chinois. L’Europe devrait développer une stratégie gagnante qui ne repose pas tant sur la concurrence avec les Russes et les Chinois. Car peut-être l’ouverture de l’Afrique vers les Russes et les Chinois a-t-elle aussi été créée pour provoquer une certaine faiblesse d’initiative chez les Européens qui ont – ou du moins auraient – de nombreux arguments pour relancer un grand projet. À la fois pour les raisons que vous évoquez d’une maternité africaine ancienne, et pour les raisons des colonisations plus récentes. L’Europe apporte une histoire de luttes pour les droits humains et civiques. Ce sont des arguments forts. Nous avons besoin de plus de planification et de moins de paternalisme. Je demande – symboliquement parlant – à être traitée comme une sœur, et non comme une « pauvre chose » (en italien, ndlr) dont on prend soin.

Récemment, en juin, au Palais apostolique du Vatican, le cardinal secrétaire d’État Pietro Parolin a écouté pendant plus d’une heure, en audience personnelle, votre point de vue sur nombre de ces tremblements et surtout sur la situation de votre pays. Comment l’Église considère-t-elle l’Afrique aujourd’hui et la région des Grands Lacs en particulier ?

Savez-vous comment s’appelle le Burundi – religieusement parlant – ? On l’appelle « Pologne africaine ». Large majorité catholique. Mais – je parle maintenant plus généralement de la région – l’Église catholique a perdu une partie de sa confiance, précisément parce qu’elle a perdu courage à maintes reprises. Elle était intimidée, bien sûr. Mais il a aussi souvent renoncé à dénoncer les abus et la violence. Je crois qu’aujourd’hui il serait important que l’Église devienne plus audacieuse. Le mal reste le mal. Si l’Église ne le reconnaît pas, qui devrait le faire ? Il conserve encore une grande force morale. Il doit l’utiliser. Je sens que je peux dire ces choses – et je les ai dites à des interlocuteurs faisant autorité – parce que ma foi est très forte et qu’elle contient également un message de libération qu’exprime le christianisme.

Quelle importance attachez-vous à l’Italie et aux Italiens (dans leur pluralité) en ce qui concerne l’avenir de tout ce que vous avez pensé et réalisé pour la dignité, la sécurité, l’éducation et la santé des populations avec lesquelles vous avez l’habitude de côtoyer ?

En Italie, j’ai toujours trouvé de l’attention et du sérieux dans mon comportement. Notre établissement hospitalier au Burundi s’appelait, en italien, Casa della Pace. Ce sont les médecins italiens qui ont collaboré assidûment. Ce sont des hommes et des femmes italiens qui ont adopté certains de nos orphelins. C’est une banque italienne qui a pris en charge les frais de formation de nos infirmières pendant trois ans. Et puis chaque fois que j’étais en Italie, j’ai pu m’exprimer, j’ai pu discuter, j’ai pu comprendre la générosité et non les intérêts qu’on sollicite habituellement pour s’occuper des pays en difficulté. Et au Burundi, il y a des missionnaires italiens qui sont à la hauteur de la difficulté de ces fonctions.

Vous avez soutenu les valeurs de pacification et de coexistence dans deux pays africains qui ont connu il y a seulement trente ans une véritable catastrophe humanitaire. Pensez-vous que ce modèle a fait son chemin et atteint sa stabilité ?

Je n’ai jamais pensé à prêcher dans le désert. Les récompenses, les reconnaissances, les actes de solidarité ont été ces dernières années le signal d’un dialogue international d’abord autour d’un « modèle » reconnu, comme vous dites, dont l’issue est importante pour tous. Les deux cents invités venus du monde entier à leurs frais à Kigali pour un événement symbolique, comme notre trentième anniversaire, sont un retour qui nous motive grandement. Tout comme je considérais comme précieuse la bienveillance de personnalités européennes importantes, comme Louis Michel en Belgique ou la Grande-Duchesse de Luxembourg. Mais l’heure n’est pas à la complaisance. Il est temps de restaurer, avec l’aide du monde, une condition de liberté de contexte aussi précieuse que l’air. Dans les deux prochaines années, le Congo, le Rwanda et le Burundi se rendront aux élections. Je ne m’étendrai ni sur les mérites des candidats ni sur la transparence de ces événements. Je dis simplement que ce contexte pourrait devenir encore plus sombre ou laisser entrevoir de grandes opportunités. Et sur ce point, l’appel à ceux qui ont de la force et du pouvoir de négociation s’adresse précisément à la conscience que je sens pouvoir inciter à des améliorations devenues obligatoires. L’Europe et l’ONU peuvent précisément agir en cette période qui, dans la relation entre opportunités et risques, pourrait aussi être une période de prévention.

English version

The strong and free voice of Maggy Barankitse, today in Rome, then in Brussels and on Friday at the hearing at the refugee conference at the United Nations in Geneva.

Thirty years of commitment in Africa to give persecuted and refugees life, freedom and a future.

Maggy Barankitse was born in 1956 in the city of Ruyigi in Burundi.

Today you are a flag of humanitarian Christianity in the world. A story of concrete facts, of miraculous initiatives, in terms of impact and results. A strategic vitality. But also immense effort and sacrifices.

He belongs to an important Burundian family, had the means to study in Europe (economics and theology, in Switzerland and Belgium) and began his experience in the 1990s as assistant to the bishop of Ruyigi, the second city in the country after the capital Bujumbura.

As is now written in the history books, between 1993 and 1994 the very serious civil war between Hutu and Tutsi had caused 300 thousand deaths in Burundi (prolonging the consequences for a decade). And one of the greatest massacres in the history of humanity was created in Rwanda: 800 thousand Tutsis massacred with machetes and – precisely in the hundred days between April and July 1994 – 20% of the Rwandan population was exterminated.

With her bare hands, using a church as a shelter and risking her life for days in that tragedy, Maggy, who was 23 years old at the time, brought ten thousand children to safety. Many became orphans. Dedicating all her energies to creating a reception center which over time has become an exemplary socio-health and educational center for the growth of the young generations, to look after women, especially in the area of maternity.

Ultimately to weave a network of international solidarity, which has made Maison Shalom a model of effectiveness and organization of humanitarian rights in the world.

It was an extraordinary center that not only saved the lives of thousands of children who ended up in the fratricidal massacre between Toutsi and Hutu, but which restored dignity and a future to countries in rubble.

Maison Shalom was a beacon for Africa and a concrete area of solidarity and cooperation in which half the world participated, activated by the secular mission of a woman who later became the “UN Refugee Prize” and “Prix Aurora” in Canada. Together with many other very relevant recognitions, also in Italy. In recent years his name has been in the international word of mouth that makes up the plot of the Nobel Peace Prize nominations.

Unfortunately, the violent and dictatorial political evolution of the country has forced Maggy to return to defending the people and the freedom of citizens and families. In the middle of the last decade the situation worsened. These were some of the statements made by Maggy with appeals to international public opinion.

  • Burundi is the scene of a tragedy that unfolds undisturbed before the eyes of the world. A ferocious regime is at the origin of a true humanitarian catastrophe which must make us reflect on the ability of the international community to protect a people in danger.”
  • And again: “From 2015 to today, more than 2,500 opponents have been murdered, the “missing” people number in the thousands, and the refugees in neighboring countries exceed half a million: Meanwhile, the 11 thousand political prisoners in prisons survive in subhuman conditions , while the accounting of women raped and young men tortured and castrated shows frightening figures.”

In the transition of Burundi’s government from Pierre Nkurunziza (who died from Colvid, a denier like Bolsonaro) to Evariste Ndaydhimiyr, another member of the system’s military and police apparatus who told citizens that his appointment “was wanted by God” , the situation has further deteriorated with intolerable data.

From here Maggy was the subject of direct persecution, in years in which Europe and the USA placed Burundi under sanctions (then suspended for diplomatic interests, but without substantial changes). Persecutions that have reached the farce of a trial in absentia and without the right of defense, for “subversion” and “attack on the security of the country”, etc.

The police fury closed and ruined all the buildings (including schools and hospitals) and forced Maggy herself into exile (with her entire organization).

Among other things, destroying a network of health and social cooperation initiatives within which Italy and in particular the Lombardy Region had worked hard with its pediatric hospitals and many social initiative centers.

Helped by the status of “refugee” granted to her by the Grand Duchy of Luxembourg and by the welcome in nearby Rwanda where she was tasked with creating a refugee center for all the countries of the Great Lakes region, in recent years Maggy has implemented the conditions for a second miracle in favor of tens of thousands of refugees from various countries of the Great Lakes who have thus found here not simply a welcome but a true reorganization of the future.

An international Foundation led by the Belgian Mairlot-Peterboek Foundation was created in Belgium with representatives from many European and American countries to broaden the conditions of solidarity and support.

The results of what was done in Kigali were seen on 24 October by the many participants from all over the world for this thirty-year anniversary: very efficient primary and secondary schools, a higher university institution, professional training centres, healthcare facilities, areas of welcoming families, with a social quality that makes an impression because there is no detail that is not taken care of with immense pedagogical tenacity and always preaching the philosophy of peace and forgiveness.

And here she is again in Rome (where in June she had a long conversation with the Vatican Secretary of State, Cardinal Pietro Parolin on some topics which she takes up again in the following interview) and then this week in Brussels and Geneva to speak at the international conference on UN refugees.

An interview, the following one – in parallel with the one carried out by the newspaper La Stampa, published on 5 December – to re-establish the reasons for a battle in which the international community is a decisive part (but not always reactive and above all preventive) to keep the balance situations which in the Great Lakes region present unresolved critical issues and key aspects of a pacification which is also important for Euro-African relations.

Maggy Barankitse really liked the idea of bringing her words and her reflections into a magazine called “Future Democracy”, this being the scenario of her constant “prophecy” despite the many obstacles faced. And the idea of a preview in an online magazine (Key4biz) read by the community of Italian and European communication operators was equally liked, considering that without communication that “prophecy” risks invisibility.

The interview

The “thirtieth anniversary” of Maison Shalom took place on October 24th in Kigali. 52 delegations from many countries around the world. Operators, personalities, friends, who know and admire this immense humanitarian, social and cultural work for the pacification that you have animated, serenely facing hostile boulders and difficulties. Before talking about these difficulties, can we have a few words about the success of this event?

Yes, it’s true. We had a very important international testimony for this event, which meant a continuity and consolidation of an experience of a model that is not unique but certainly original and singular in the treatment of the global refugee issue. In these thirty years I have never uttered the word “camp”, which has the meaning of confinement, but rather the word “home” which means life, relationship, reorganization of hopes. Maison Shalom has its roots in the African Great Lakes region but its international ramifications are now extensive.

The Refugee Center that you recreated in Kigali today has a dimension and a role that affects many situations in the African Great Lakes region. What is this dimension and what is this role?

The conceptual point, ultimately, is very simple. A “refugee” is first of all a normal person. Even with the weight of the often tragic conditions that motivated that condition, just a welcome carried out with all the rules of human solidarity overturns stigma, suspicion, marginalization. Our story began by welcoming severely traumatized children. Seriously violated women arrive continuously. The aim of the “professionalisation” of those who work in hospitality has a dominant aspect on which everything else depends. Restore dignity. So, study and work. Two practical ways to get back on your feet. Today in Kigali there are 70 thousand refugees, mostly Burundians but also partly Congolese. And another 11 thousand are welcomed in other areas located near the borders with other countries (including Tanzania and Uganda). Having created health centers but also schools and now also universities means repairing and regenerating conditions of extreme suffering. Then – also in the context of previous dramatic stories – there are other problems to address, such as that of identity intolerance. Caused by authoritarian and violent regimes. Our school “Ubuntu” means school of values. It is on this terrain that international solidarity has grown, creating conditions of autonomy, independence and practicability of humanitarian action.

The chain is therefore: reception, education, health and professional training. Quite the opposite of what is often seen in refugee or immigrant camps where, apart from a bed and soup, you cannot go because the provisions are against the prefiguration of “integrations”. By now you are also able to evaluate the general outcomes of this model.

This is why I said that it is not a “camp”. I say “home”, but I could even say “city”. Because the large numbers of refugees, fleeing from catastrophic situations, cannot be treated with police systems. Rwanda alone today, in the context of the situations that are being created, welcomes and provides for more than 100 thousand refugees, the number of which is growing visibly. And taking into account the historical experience made in Burundi we can actually monitor infinite stories of civil and moral re-education that lead to family, social and work reintegration, leaving everyone with a fraternal bond that means a lot in the African context. On balance – and to better answer the question – I would like to say that the aim of our work is to no longer have “refugees”. As I experienced before in Burundi with children: the aim was to no longer have “orphans”.

Many may ask themselves why Rwanda – marked by a terrible history and with some controversial developments – has promoted this alternative model.

In my country there is an old adage that says: “You can hate a rabbit, but you have to admit that he can run very well”. I realize there are those who dislike Paul Kagame, President of Rwanda. But it should be known that he himself was a refugee. He was three years old when he ran away with his parents. And he was in a refugee camp in Uganda. She too, his wife, was a refugee in Burundi, she grew up as a refugee. They know well the condition of exiles and refugees. Today the condition of reception has become a rule of the functioning of these hosting realities. The status of “refugee” is a guarantee. And it is granted after a rather quick investigation.

How many years have you personally had to suffer this condition, forced to leave your country?

It’s been eight years now. Since I was deprived of everything that was built in Ruyigi on the land that I had inherited from my parents and made available to the great social and humanitarian project of “Maison Shalom”. Schools, a hospital, an agri-food processing company, other social enterprises.

So I now address a thorny topic. The result of an absurd and unmotivated conviction which took place in absentia and without the right of defence, politically provoked by the Burundian government (as well as against many other “inconvenient” personalities), was the basis for having to assume the status of refugee yourself, finding both Luxembourg and Rwanda in a position to allow you to continue your great humanitarian undertaking. Even though this episode has created a scandal in many countries around the world, it has not yet been possible to create conditions of justice. What concrete hopes are there for being able to return to your country in complete freedom and without conditions?

I am convinced that I, like my other compatriots condemned with total injustice, will return to our country. Everyone knows that I have dedicated myself only to this humanitarian objective and that any accusation of a “national attack” or otherwise is a mystification due to the words that I necessarily had to express in the face of continuous state violence and trampled human rights. I have never been involved in the political struggle. And I only protested when the regime ordered shooting at people who were legitimately demonstrating. I’m not one to close my eyes. A “humanitarian” who does not defend denied human rights no longer has ethics. And I also want to add one thing: the Burundian people have suffered a lot, but they have a resilient character, and, for this reason, they will never give up on seeing those basic human rights confiscated. I remain convinced that we will be free and that we will return. Because, as Mahatma Ghandi said, all dictators in the history of the world end up falling. Frankly I feel that there is now a popular maturity to create these conditions. I hope that the international community intercepts this cry and this hope.

If this proves possible, do you intend to resume the work interrupted and transferred to Kigali there too, in Burundi?

I always say that charity has no borders. I always have vivid memories of my grandfather. He accompanied me as a young girl to start high school 200 kilometers from my village. I had lost my dad at five years of age. And my grandfather was very important in my life. When he said “goodbye” to me on that occasion he looked at me obliquely under his hat. He never called me by my name, Marguerite. He told me: “Mon enfant, the teachers are Belgian. They will never teach you to love your homeland, Burundi. Because you must know that you have two mothers. The earthly one who brought you into the world. And the immaterial one called Burundi.”

Since that day I have known that you don’t abandon your mother when she is dying.

Rwanda was also dying in 1993-94…

Exactly. And it is no coincidence that the current leader of the country returned at that time and contributed to recomposing a very violent crisis. And in any case, when everything returns to normal, we will also have an African Community passport which will make cooperation, agreements and mobility between neighboring countries easier. An example: today in Canada there are 18 thousand Burundians who have very strong patriotic feelings. I want to say that our diaspora will be part of the reconstruction. If we ask ourselves if we are depressed or if we retain a vision, the real answer we must give ourselves is that no one in the world has the power to stop love. Now is the time to have some boldness too.

Speaking of “Maison Shalom” – a symbolic word that today resonates in many conflict situations, from Ukraine to the Middle East – what message does this send to the world today (which has already given confirmation with many recognitions) from your experience facing to the difficulty of restoring peace and coexistence in still dramatic realities?

It is true that it is a symbolic expression. But there were some misunderstandings. Also about the word “Maison”. There were those who thought, at the time, that it was a “home” where war orphans could be placed. Point. Pope Francis often says that we must take care of “our home”, meaning with this word the Earth. My thoughts have always gone to the family who lived in that house and therefore to the Hebrew word – I also say this as a Christian – which meant the profound pacification of the new context. It was and is a challenge to the world: we want peace to reign. Our logo is the simple translation of this feeling. It was Martin Luther King’s thought: don’t you want to live as brothers? well you will die like imbeciles.

How many episodes in the history of the world of this new century remind us of the meaning of this statement, right?

In fact, I remember that at the time of the bombing of Baghdad (a name that means “the city of peace”), in 2003, I imagined that Maison Shalom would have to act concretely in those circumstances. And which – having the means – should still act in the dramatic contexts of wars, such as those that are before our eyes today, from Ukraine to the Middle East, from Syria to Somalia. I am not speaking out of megalomania, but because the model we experienced during the catastrophe that was the civil war of 1993 and 1994 teaches things unimaginable outside those contexts.

And from this point of view, what did the tragedy of the 1993-94 civil war, which you have just mentioned, which involved Rwanda and Burundi, leave unresolved and how should it be seen with an eye to the future?

The trace of violence has remained in the world’s memory, rightly so. But not enough has been done to talk about the complexity of the reconstruction action, with criminals subjected to trial, with reconciliations carried out in the social and institutional fabric, in which an experience like ours also took shape. That we can resist and regain dignity, even starting from a catastrophe, has proven possible. Even a public terrain of humanity that seemed unthinkable was found. But – as has happened in the last ten years in Burundi – it also happened that it was not enough to prevent a return of violence, which affected the state apparatus. Therefore, this construction site, to represent a paradigm for the world, still has some way to go.

It is said that Africa is increasingly a land of penetration by Russian and Chinese interests. What do the most responsible Africans think? And how is the current European policy towards a maternal continent for Europe itself considered?

Let me say, frankly, that I think we are all part of the same humanity. Be it Russians or Chinese. Europe should develop a winning strategy not so much based on competition with the Russians and Chinese. Because perhaps the opening of Africa towards the Russians and Chinese was also created to provoke a certain weakness of initiative among the Europeans who have – or at least would have – many arguments to relaunch a great project. Both for the reasons you mentioned of an ancient African motherhood, and for the reasons of the more recent colonizations. Europe brings a history of struggles for human and civil rights. These are strong arguments. We need more planning and less paternalism. I – symbolically speaking – ask to be treated like a sister, not like a “poor thing” (in Italian editor’s note) to be cared for.

Recently, in June in the Apostolic Palace in the Vatican, Cardinal Secretary of State Pietro Parolin listened for more than an hour in a personal audience to your point of view on many of these tremors and above all on the situation of your country. How does the Church view Africa today and the Great Lakes region in particular?

Do you know what Burundi is called – religiously speaking –? It is called “African Poland”. Large Catholic majority. But – I am now speaking more generally for the region – the Catholic Church has lost part of its confidence, precisely because it has lost courage many times and on many occasions. She was intimidated, of course. But she has also often given up reporting abuse and violence. I believe that today it would be important for the Church to become bolder. Evil remains evil. If the Church does not recognize it, who should do it? It still retains great moral strength. She has to use it. I feel I can say these things – and I have said them to authoritative interlocutors – because my faith is very strong and it also includes a message of liberation that Christianity expresses.

What importance do you attach to Italy and Italians (in their plurality) with regard to the future of everything you have thought and achieved for the dignity, security, education and health of the populations you usually deal with?

In Italy I have always found attention and seriousness of behavior. Our hospital facility in Burundi was called, in Italian, Casa della Pace. They were the Italian doctors who collaborated assiduously. They are Italian men and women who have adopted some of our orphans. It was an Italian bank that supported the costs of training our nurses for three years. And then every time I was in Italy I was able to express myself, I was able to discuss, I was able to understand the generosity and not the interests that are usually solicited to get busy with countries with problems. And in Burundi there are Italian missionaries who are up to the difficulty of those functions.

You supported the values of pacification and coexistence in two African countries that experienced a true humanitarian catastrophe only thirty years ago. Do you think this model has made its way and achieved stability?

I never thought of preaching in the desert. Awards, recognitions, acts of solidarity have in recent years been the signal of an international dialogue first and foremost around a recognized “model”, as you say, whose outcome is important for everyone. The two hundred guests who came from all over the world at their own expense to Kigali for a symbolic event, like our thirtieth anniversary, are feedback that motivates us greatly. Just as I considered the benevolence of important European figures, such as Louis Michel in Belgium or the Grand Duchess of Luxembourg, to be precious. But now is not the time for complacency. It is the time to restore, with the help of the world, a condition of freedom of context as precious as air. In the next two years, Congo, Rwanda and Burundi will go to elections. I will not go into the merits of either the candidates or the transparency of these events. I’m just saying that that context could become even darker or open up glimpses of great opportunity. And on this the appeal to those with strength and negotiating power is precisely to the conscience that I feel I can urge towards improvements that have become mandatory. Europe and the UN can act precisely in this time which, looking at the relationship between opportunities and risks, could also be a time of prevention.

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