Podcast n. 72 – Il Mondo Nuovo – 10.12 2023- La Scala. Miseria e nobiltà dei riti laici.

Versione audio :

Stefano Rolando

Sandro Pertini, presidente della Repubblica, sceglie la platea per la prima del Boris Godunov.

Miseria e nobiltà fu un celebre (e azzeccato) titolo di un’opera teatrale di fine ‘800 di Edoardo Scarpetta, divenuto a metà degli anni ’50 un altrettanto popolare film con Totò, sulla figura di Felice Sciosciammocca, squattrinato napoletano con un passato da ‘sciupafemmine’, separato dalla moglie Bettina, che vive alla giornata lavorando come scrivano sotto i portici del Teatro San Carlo.

Miseria e nobiltà è insomma un paradigma di molte cose italiane, che avvengono nel dualismo di un paese antico e moderno, ricco e povero, elegante e trasandato, generoso e egocentrico, dignitoso e impudico. Appunto misero e nobile al tempo stesso.

Attenzione. Questo paradigma non è una prerogativa napoletana. E neppure genericamente  meridionale.  È applicabile a quasi tutto il territorio italiano, figlio di storie separate, usanze dissimili, codici civici diseguali. Ma unito da una geografia che lo rende un Paese unitario da millenni e da una storia che si è nutrita di occupazioni reciproche, migrazioni interne, ibridazioni continue.

Vale dunque anche per la capitale post-industriale d’Italia, che è Milano.

E vale anche per le modalità di svolgimento dei “riti laici”.  Che sono le occasioni pubbliche in cui –  dal protocollo ai valori simbolici, dai comportamenti individuali al riconoscimento collettivo, dalla liturgia dei gesti e delle parole al sottinteso di tutti i riferimenti di tradizione – un’intera comunità riconosce la natura pubblica e sociale di un evento.

L’inaugurazione del Teatro alla Scala, da quando il direttore artistico del tempo Victor De Sabata spostò la data dal giorno di Santo Stefano (26 dicembre) al giorno di Sant’Ambrogio, patrono della città (7 dicembre), cioè dal 7 dicembre 1951, assume persino una doppia valenza simbolica, sommando mitologia a mitologia, la Scala e la festività ambrosiana per definizione.

“Nobilità” è il registro etico-sociale principale del rapporto di questo Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala e la sua percezione pubblica.

Nobile la sua fondazione imperiale. Nobile per i suoi 250 anni di primati artistici. Nobile per le famiglie patrizie palchettiste che hanno consolidato nei secoli la cura e la responsabilità economica del primato, anche a spese dei privati. Nobile per le stelle dal canto, della danza, dei cori, delle scenografie, delle regie, delle orchestre,  che hanno riguardato il firmamento planetario del bel canto. Nobile per il decoro formale del suo pubblico che, per rispetto del luogo, tende a non avere eccessive offese. Dico “tende”.  

Ma poi anche nobile perché teatro del sentimento collettivo di libertà, che – Risorgimento, Resistenza, Ricostruzione – in quel luogo ha fatto esprimere insieme popolo e classi dirigenti.

Dal “Viva Verdi” di esplicita rivendicazione risorgimentale (cioè, viva Vittorio Emanuele Re D’Italia, gridato in sigla al Radetzky) alla bacchetta di Toscanini che l’l1 maggio del 1946 unì il coro del Nabucco a dieci altri brani di grande tradizione per suggellare alla città e all’Italia la fine del fascismo e la fine della guerra.

Eppure, anche il Regio Ducal Teatro ha conosciuto le sue miserie.

Vent’anni di esilio dello stesso Verdi dalla Scala – giusto due secoli fa – per disastri nella gestione economica fu una pagina infelice. Prima della ritirata degli austriaci (seconda guerra di indipendenza) il teatro subì chiusure e contraccolpi. A fine secolo (parliamo dell’800) l’arresto dei contributi comunali portò alla chiusura reiterata della programmazione. Nel 1929 il regime fascista impose vertici amministrativi ma anche artistici. Toscanini lasciò la Scala e il Paese, dopo essere stato  schiaffeggiato dalla milizia a Bologna per essersi rifiutato di eseguire “Giovinezza”. E certamente miseria delle miserie fu il bombardamento subito da Milano, cannoneggiata dagli anglo americani (’42-’43)  per indurre l’Italia all’armistizio in una guerra ormai persa disastrosamente su tutti i fronti, che ridusse la Scala ad essere sventrata.

Ora, i riti laici sono sempre difficili.

Mancano di quasi tutto ciò che rende suggestivi i riti religiosi. Ma in un teatro lirico alcune suggestioni  comuni sono naturali. Per esempio, la musica e il canto, fino a prove sublimi, celestiali. Ecco perché nei riti civili abituali la parola è tutto. La retorica emotiva, la tensione valoriale, la condivisione etica. Ma in un teatro di quella portata il “rito” può avere grande forza, grande connotazione.

Ricordo di essere stato  accanto al presidente della Repubblica Sandro Pertini in una inaugurazione del Teatro alla Scala in cui al suo solo ingresso in platea, accompagnato dal sindaco Carlo Tognoli, platea  dove  aveva deciso di sedersi, per un lunghissimo Boris Godunov, fu accolto da un boato. Ricorderò per tutta la vita l’emozione di tutto il pubblico – palchi e loggioni – in piedi per tantissimi minuti in una ovazione per quella sorta di magnetismo dei sentimenti che anche il presidente Sergio Mattarella ha provato più di recente in quello stesso luogo.

Questo genere di riti laici non è fatto di tante parole, ma di silenzi e sentimenti che sono la tessitura di storie precise. Non sono le ovazioni dei fans. Sono condivisioni civili. Tutto deve quadrare, perché quel rito si compia. Oppure perché  naufraghi nel dettaglio sbagliato. In più l’inaugurazione della Scala finisce per essere – appunto nel registro simbolico istituzionale – l’evento più importante (forse più importante del PIL, dell’export, della Borsa) dell’appartenenza di Milano, città locale e globale, alla realtà nazionale.

Ma il dettaglio sbagliato è quello che riporta in onda il paradigma di “miseria e nobiltà”.

L’ inaugurazione del 7 dicembre 2023, con una edizione del Don Carlo – non sottilizzo come alcuni critici sui limiti della regia, rispetto all’altissima prestazione dei cantanti, ovvero sulla meraviglia dei costumi rispetto alle dinamiche lente dei movimenti delle masse sul palco – non solo a me è parsa di straordinaria forza artistica. Ma non credo di aver bisogno di entrare in troppi dettagli se dico che, per l’insieme dei fatti di contorno e di contesto, essa ha avuto insieme caratteri miseri e caratteri nobili.

Il palco reale – non mi fa velo l’imprecisione evidente rispetto al rispetto dei ruoli istituzionali che, anche per mestiere, ho imparato a rispettare sempre –  aveva evidenti fattori sgrammaticati.

La reazione breve ma plateale del presidente del Senato rispetto al coraggio fermo e costituzionalissimo di un loggionista (peggiorata dall’affermazione fatta poi di non aver sentito nulla) resta tra le cose più sgrammaticate. La compostissima eleganza centrale della senatrice Liliana Segre resta l’ancoraggio significativo di quel teatro e di quella comunità alla storia ottocentesca e novecentesca della Scala. Punto.

Ecco l’attimo.

https://www.ilfoglio.it/cronaca/2023/12/08/video/grida-viva-l-italia-antifascista-al-teatro-alla-scala-identificato-dalla-digos-5988351/

(dopo il minuto 1.08

Il sindaco di Milano ha il merito di avere segnalato il presagio di questa sgrammaticatura ponendo il giorno prima  un problema di protocollo pur negli evidenti limiti di un rapporto tra istituzioni, in cui vigono prima di tutto le regole della democrazia.

Natalia Aspesi – che segnala la “forza inimmaginabile” di Liliana Segre su quel palco –  ha ragione a tratteggiare (anche qui miseria e nobilità) l’episodio dell’ingenuo eroe (lei così lo chiama) che apre clamorosamente dall’angolo di un loggione, lontano da luci e fotografi,  la contraddizione tra potere e sentimento che, al termine dell’inno nazionale, il palcoscenico del Don Carlo metterà in scena.

Ingenuo poi mica tanto. Tanto che in tv la sera dopo, da Lilli Gruber, il signor Marco Vizzardelli ha chiesto a tutti (sinistra compresa) di “non essere strumentalizzato”.

E’ ovvio, comunque, che la sgrammaticatura del palco reale  non fa parte delle Istituzioni di diritto pubblico (primo esame dei corsi di laurea in Scienze Politiche). Ed è altrettanto ovvio che essa finisca per passare alla storia non per chissà quali misfatti ma per un’altra sgrammaticatura all’italiana.

Quattro agenti della Digos che si scusano per l’irrituale richiesta al loggionista di identificarsi dicendogli che ha ragione lui, ma che è meglio che tiri fuori la carta di identità.

Accidenti, è proprio vero. Quando i riti laici contengono un punto sbagliato, finiscono non come tutti i salmi in gloria, ma vagamente nel ridicolo.

Emilio Giannelli, La Scala, Il Corriere della Sera, 10 dicembre 2023

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