Podcast n. 73 – Il Mondo Nuovo – 16.12.2023 – Mezzogiorno, tra talenti in fuga e miliardi (forse) in arrivo

Stefano Rolando

Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/deserto-sud/

Nei giorni scorsi un giornale italiano, anzi “il giornale italiano”, targato Milano ma con dorsi in tutti i territori e tra i più radicati quello del Mezzogiorno, parlo del Corriere della Sera, ha pubblicato un editoriale del suo vicedirettore, Daniele Manca, il cui titolo avrebbe potuto finire con un punto esclamativo, bastando solo quel dato a fare notizia. Dal 2002 al 2021 – dunque vent’anni – 808 mila under 35 hanno lasciato il Sud, compresi 263 mila laureati.

Ma questo dato, nello stesso articolo, è contenuto in un altro dato che mi sembra enorme. In questo arco di tempo, ma considerando ogni età, sono 2 milioni e mezzo di meridionali ad aver lasciato il Sud. L’81% si è stabilito al Nord.

E poi nel testo altri dati sensibili. Per esempio migliaia di donne che hanno lasciato il lavoro per l’impossibilità di conciliarlo con gli impegni familiari. O, per fare un altro esempio, il rendimento medio in matematica tra gli studenti che penalizza ulteriormente la situazione meridionale: uno su due strappa appena la sufficienza nella materia (io settentrionale – preferisco dirlo – sarei stato, a buoni conti, uno di loro).

E ancora: quest’altro dato è riportato, di fonte Svimez. La crescita del 2023, ormai è cosa statisticamente chiusa: al Centro-Nord, dato modesto, +0,7. Al Sud, dato grave, +0,4%. E non si può chiudere questo “zoom” senza citare il dato sull’occupazione, anche perchè il dato medio italiano viene sbandierato con soddisfazione. Il dato medio europeo è 72,5%. Quello del Sud Italia è dimezzato (31% in Campania, 32% in Puglia, eccetera).

Come si può capire questo genere di segnali non sono riferiti inerzialmente. Ma per suscitare anche nelle nostre piccole audiences legittime reazioni critiche. Ora immagino alcuni riscontri “ufficiali”, fondati sul “si, ma”: adesso ci sono risorse da investire; la realtà non è uniforme; non facciamo terrorismo territoriale. E altro.

Alimento quotidianamente una cartella di ritagli stampa con scritto in copertina Sud&Nord (è il tema di una sperimentazione che abbiamo avviato negli ultimi anni – parlo come presidente della Fondazione Nitti, radicata in Basilicata – proprio a Villa Nitti a Maratea. L’idea è di riprendere questi colloqui immaginando una riscossa culturale e civile attorno a questi dati. Ed è in questa cartellina che trovo altri spunti recenti. Mi limito a tre argomenti. Parto dall’Istat che quest’anno ha prodotto un rapporto intitolato “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente”. I trend riguardano i due anni precedenti (2021-2022) in cui i flussi migratori interni sono stati del 4% e quelli dall’estero del 13%. Si coglie che, a causa del Covid, l’emigrazione dei laureati italiani all’estero in questo tratto di tempo ha avuto una certa contrazione (4 mila casi in meno), ma il testo spiega che il trend reale è lungo e il saldo, nel lungo, è chiaro: chi va via è quasi il doppio di chi arriva. Nel decennio 2012-2021, l’Istat indica 337 mila giovani italiani espatriati, di cui 120 mila laureati.

Ora succede che la battuta sulle risorse per affrontare queste criticità non è campata per aria, anche se ancora in larga parte è un annuncio. Bisogna sommare varie cose che dipendono da fonti diverse: PNRR, Fondi strutturali 2021-2027, REactEU, Fondo di coesione, Just Transition Fund.  Qui è Svimez a fare i conti e a dirci che ci sarebbero 220 miliardi aggiuntivi per fronteggiare problemi di cui i dati prima forniti sono una componente rivelatrice. Si parla di uno spettro di interventi spalmati su 6 anni, quindi fino al termine del decennio in corso.

Sullo sfondo di questo annuncio c’è una vecchia questione inquietante: il tema della lentezza amministrativa nel processare l’attuabilità di questi fondi, tema per il quale non basta certo un podcast, sarebbe necessario un  Giudizio Universale. Anche qui il divario si esprime con un dato che è quello riferito al delta del confronto Nord-Sud per tipologia media di processamento di questa materia: 300 giorni.  

Insomma stiamo parlando di una questione lunga, vasta, profonda, irrisolta. Che non a caso da un secolo e mezzo, cioè dall’unità d’Italia, si chiama “questione meridionale”. O diversamente chiamata “dualismo tra Nord e Sud”. Le opinioni storicamente in campo si rinfacciano le accuse. Chi incolpa i Borbone, chi i Savoia. Chi incolpa i generali, chi i briganti. Chi incolpa le istituzioni, chi la società. Chi incolpa il legislatore, chi la classe dirigente. E anche gli scritti più recenti non privilegiano le stesse cause. Chi vede ormai le divaricazioni strutturali cresciute perché il divario è considerato quello del Nord e del Sud del mondo. Chi persiste a considerare la continuità di una malattia di cultura economica diffusa: puntare più sulla rendita che sulle attività produttive.

Certo non sarà un podcast domenicale a fare ordine in questa biblioteca. Ma un punto chiaro non rinunciamo ad esprimerlo. Mentre sul tema dell’unità vi è ormai – pur con molti distinguo – una certa idea comune che essa sia stata una condizione necessaria per dare basi allo sviluppo e alla modernizzazione, la somma delle criticità prima sommariamente indicate (demografiche, imprenditoriali, occupazionali,  di qualità amministrativa, di velocità dei processi) messe a fronte del fiume di denaro che viene annunciato per il Mezzogiorno italiano, pongono l’evidente necessità di una politica regolatrice di prim’ordine che, siccome siamo fuori dalle condizioni di competenza che l’emergenza ha creato attorno alla figura di Mario Draghi, lasciano ora emergere diffusi e motivate inquietudini.

Nello schema della morsa delle statistiche su vecchi ritardi e della complessità di gestione delle ingenti risorse annunciate, si dovrebbe pensare a una sorta di convocazione degli Stati Generali della responsabilità. Ma fuori da ogni retorica, da ogni propaganda nazionale o regionale, soprattutto fuori da ogni contaminazione elettorale, mentre il 2024 contiene un rischio atomico di propagandismo attorno alle ormai imminenti elezioni europee.  

Proprio il riferimento a Francesco Saverio Nitti mi fa venire in mente la rarità di figure magari severe ma non faziose nell’affrontare questi nodi. Se doveva sollevare critiche alla società o all’impresa parimenti lo faceva con lo Stato che lui stesso impersonava. Diceva, per esempio, esattamente cento anni fa, da capo del Governo: “L’Italia meridionale ha poca ricchezza e poca educazione industriale: pure lo Stato quando ha speso per essa, ha speso più per mantenere il parassitismo, che per combatterlo. Invece è l’educazione industriale che bisogna formare”.

Nel quadro del centenario del governo Nitti, il Senato ha pubblicato gli atti della celebrazione istituzionale, svolta l’8 novembre 2019, alla presenza del Capo dello Stato. Gli atti completi del Centenario (promosso dalla Fondazione “Francesco Saverio Nitti”, Comitato presieduto da Giuliano Amato), sono in via di pubblicazione presso ES-Editoriale Scientifica di Napoli.

La lucidità, la visione, la preparazione e la competenza gestionale della classe dirigente non sono più cose valutate da una maggioranza di cittadini che hanno invece scelto l’astensione. E quindi il nodo gordiano non sarà probabilmente sciolto dalle dinamiche democratiche. Creando quindi condizioni di pessimismo riguardo al dilemma qui posto (sempre secondo l’adagio secondo cui un pessimista è un ottimista ben informato).

A mia volta, proprio per non voler esprimere un pessimismo di maniera,  provo a lasciare il campo a una figura, magari anomala ma rappresentativa del tessuto intermedio della classe dirigente amministrativa meridionale, che ha i requisiti per dare forma ad un approccio  serio alla contraddizione. Poi da vedere se sono vive anche le condizioni di leve effettive per esercitare quasi una rivoluzione.

Non è un professore universitario, non è un guru mediatico, non è leader politico in campagna elettorale. E’ un melfitano, laureato in economia alla Bocconi che godendo di autonomia professionale ha accettato di guidare l’assessorato al Bilancio e alla programmazione economica della sua città, che ha profilo di città industriale confrontata anche con i problemi di transizione post-industriale e in cui demografia, occupazione, investimenti produttivi non sono materia solo di convegni ma preoccupazione con casi concreti quotidiani.

Do quindi volentieri la parola ad Alessandro Panico, a cui ho chiesto di valutare la contraddizione di cui stiamo parlando e soprattutto di indicare cosa manchi nella cassetta degli attrezzi degli amministratori meridionali per offrire fiducia e garanzia circa il loro ruolo di adattatori e attuatori delle politiche necessarie.

Melfi – Stefano Rolando a colloquio con Alessandro Panico (nella foto anche con Vincenzo Destino, presidente del Consiglio comunale e Gianluca Tartaglia, direttore della Associazione “Francesco Saverio Nitti”)

Strategie moderne contro la crisi demografica

Alessandro Panico

L’articolo di Daniele Manca apparso sul Corriere un paio di giorni fa riapre l’antico dibattito sullo spopolamento del Sud. Un dato talmente consolidato e drammatico, anche in prospettiva, che ci induce a pensare se esso non vada forse ripotato e affrontato con un approccio disincantato e pragmatico, come era già nell’idea di Nitti agli inizi del secolo scorso. In altri termini, più che inseguire velleitarie inversioni di tendenza, dobbiamo chiederci se non sia il caso di affrontarlo come un fenomeno da governare, pensando a un nuovo equilibrio demografico su cui ridisegnare il territorio, accettando il fatto che avremo meno popolazione, più anziana e che tutto ciò è un dato irreversibile.

Una popolazione inferiore, certo, ma che avrà a disposizione gli stessi asset: spazio, risorse ambientali, naturali e culturali di buon pregio, con alcune eccellenze.

L’obiezione è scontata: si tratta di risorse che finora sono state palesemente insufficienti a garantire la tenuta demografica del Sud. Tuttavia, nella rapida evoluzione delle tendenze del mercato del lavoro, sono risorse che oggi potrebbero emergere con maggiori chance di successo e anche con qualche sorpresa, trasformandosi in elementi di vantaggio competitivo territoriale sotto certe condizioni.

Ad esempio, pensiamo all’evoluzione rapida ed esponenziale dell’intelligenza artificiale in questi mesi.

Un fenomeno che fa emergere sempre più un intrinseco paradosso: la nuova tecnologia rende sempre più inutile la competenza tecnica, il come fare. Sarà, questo, un compito sempre più affidato alla learning machine.

Le nuove funzioni lavorative si trovano così a evolvere rapidamente verso profili creativi, che si concentrano sul cosa fare, sappiano cioè porre alla macchina questioni e problemi originali, elaborare nuovi bisogni che la tecnologia più risolverà o soddisferà con i propri automatismi.

IKEA ha affidato tutto il suo customer service all’intelligenza artificiale senza licenziare alcun lavoratore, ma formandoli  come interior designer.

Quanto può essere fonte di vantaggio competitivo, in ciò, l’ambiente lavorativo? Pensiamo a settori e attività che richiedono tempi di riflessione più lunghi e dilatati, come la ricerca di base, le politiche culturali, lo sviluppo e la ingegnerizzazione di prodotto.

Probabilmente un ambiente con caratteristiche come quelle del Sud, pensiamo alla Basilicata, potrebbe giocare un ruolo positivo. Olivetti ne era convinto quando progettò la fabbrica di Pozzuoli.

Certo, per stimolare questo processo dobbiamo reinterpretare e dilatare il concetto, un po’ ritrito, di economia della cultura: non riducendolo solo alle attività proprie dei tradizionali settori industriali della valorizzazione dei beni storici, dell’editoria, del cinema, del turismo culturale, ma allargandolo per includere, molto più in generale, qualsiasi processo economico che faccia riferimento alle cosiddette soft skills, prime tra tutte la formazione, le politiche educative e i processi di apprendimento a ogni livello.

In questo, se proprio dovessi dire cosa manca, dal punto di vista di un decisore pubblico chiamato a operare nel Mezzogiorno, sono proprio le connessioni tra le politiche pubbliche e le nuove tendenze del mondo del lavoro. Connessioni che può essere promosse e sviluppate solo tramite un forte coinvolgimento e potenziamento delle agenzie educative e di facilitazione, possibilmente indipendenti, le quali assumano su di sé il compito di mettere in connessione questi due mondi, colmando le lacune informative che oggi impediscono loro di parlarsi.

Da un lato, infatti, il decisore pubblico spesso ignora le traiettorie più recenti di innovazione del mondo dell’impresa. Dall’altro quest’ultima non comprende la fatica e la necessità dei processi amministrativi, che soggiacciono a principi di trasparenza, parità di trattamento, contrasto a comportamenti illeciti e devianti, spesso visti a torto come inutili rallentamenti burocratici.

Per questo difficile compito di ricucitura e mediazione penso ovviamente alle università (non solo a quella lucana, la Regione in cui opero), ma anche al variegato mondo delle academy aziendali, a forme partenariali Pubblico-private in questo campo come gli ITS, al ruolo di fondazioni e istituzioni culturali indipendenti.

Una rete di soggetti che possano alimentare con continuità lo scambio di informazioni tra mondo produttivo e pubblica amministrazione, mediando e traducendo anche i linguaggi dei due attori in scena, spesso non compatibili o addirittura reciprocamente incomprensibili.

Credo, in conclusione, che l’infrastrutturazione di questo campo di gioco comune, soprattutto al Sud (non sottovalutiamo in questo il peso dell’economia pubblica nel Mezzogiorno) sia il primo e più importante investimento da realizzare in questi anni a venire. Ciò senza nulla togliere all’importanza e alla capacità propulsiva di altri investimenti materiali, come le infrastrutture di trasporto (soprattutto ferroviario) e le reti di telecomunicazione, indispensabili ad abbattere il divario fisico e ad aprire nuovi spazi di attrattività territoriale a sud.

Gli strumenti li abbiamo, a partire dalle nuove politiche di coesione europee 2021-27, e forse abbiamo anche una strategia. Ora ci servono le politiche e le azioni concrete. In definitiva, penso che sia forse il momento di accantonare i due miti alternativi dello sviluppo del Sud del secondo Novecento: sia quello di un Mezzogiorno oggetto di industrializzazione programmata da interventi straordinari, sia quello opposto di un sud destinato a fare turismo o a essere un grande parco o polmone ambientale. O meglio, ritengo quest’ultimo uno spreco di risorse che possono essere direzionare anche verso lo sviluppo di una nuova industria creativa, trasversale a tutti i settori, anche quelli industriali più avanzati, poggiata sulle nuove tecnologie che abbattono le economie di scala e il divario tecnologico, aprendo spazi e scenari interessanti anche per territori dai numeri e dal peso demografico sempre più esile, come il Mezzogiorno di questo inizio di terzo millennio.


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