Stati Uniti d’ Europa. Una riflessione a caldo in un momento di rallentamento del progetto politico civico.

Stefano Rolando

Si va manifestando una scarsa idea di quale Europa vogliamo che esca dal voto del 2024 per il PE.

Una cosa che avviene secondo tradizione. Nel quadro di un dibattito in cui i temi interni prevalgono e soprattutto  i regolamenti di conti interni agli schieramenti contrapposti (PD alternativo a 5 Stelle da una parte, Lega e Meloni in collisione sottobanco) prendono largamente il sopravvento.

Tra poco  la parola andrà agli elettorati non ai governi. E le rappresentanze che usciranno dalle urne potranno esprimere due vie di uscita, una opposta all’altra. Potranno comporre la maggioranza di chi procede per una integrazione europea sostanziale (comprensiva anche di nuove regole non unanimistiche), ovvero per il ritorno dei muri nazionali non solo per coprire interessi politici locali che non hanno trovato compattezza sovranazionale ma anche interessi  di sistemi di impresa che stanno perdendo slancio competitivo e si accontentano di brucare l’erba di casa.

Il nazionalismo che sta per saldarsi  in una proposta protezionistica forma alleanze tra imprese non innovative, sindacati che speculano sulla loro tenuta localistica, amministrazioni che non hanno più nemmeno gli strumenti burocratici di base per utilizzare i fondi annunciati e sbandierati destinati a non toccare terra proprio dove ci sarebbe il maggior bisogno.

Attenzione, non sto parlando solo di piccole e medie imprese che cercano riparo con pezzi di politica che coprono il gioco. Parlo anche di grandi imprese con i piedi d’argilla e i conti non in ordine che mettono da parte grandi progetti di sviluppo e sagomano i loro margini sempre più in piccolo. Prima di finire ulteriormente  in mani cinesi, l’industria dell’auto sta su questa linea e alcune grandissime imprese, anche nostre, che credevamo invincibili –  non posso fare nomi perché ho dati solo confidenziali – non reggono più la prospettiva globalista.

Vedremo presto come motiveranno le argomentazioni per rilanciare il mercato unico e la competitività europea, Enrico Letta  (sul primo tema) e Mario Draghi (sul secondo tema). Due italiani che hanno avuto incarico europeo di scrivere i due rapporti di rilancio.

Peccato che lo spappolamento elettorale che avviene in uno dei paesi a più alta astensione d’Europa (l’ultima prova elettorale nel florido monzese ha fatto arrivare l’ astensione all’81%!), cioè l’Italia,  allontana non solo cittadini ma anche pezzi crescenti di classe dirigente –  politica, economica, intellettuale – da prendere la parola nelle occasioni di dibattito regolato da annunci e promesse, come sono appunto le elezioni.

Questo aspetto non fa sollevare neanche una palpebra  ai partiti. Loro contano e conteranno solo il  voto espresso.  Condurranno le campagne nel modo più generico, infantile, plateale possibile. Nessuno porterà in campo sul serio (o anticiperà) la rielaborazione politico-programmatica che uscirà  dai due citati rapporti, credendo che per scuotere ancora l’albero di un voto ormai quasi ridotto al voto militante contano insulti, boatos e agitazione delle paure.

Penso che questo sia  il campo di iniziativa a cui devono guardare ora tutti coloro che si richiamano al civismo attivo. Non devono rinunciare a essere in partita a nome di comunità che non possono più rischiare la desertificazione demografica o la rinuncia ad uso rigenerativo dei fondi strutturali e aggiuntivi. La proposta dei civici di collocare il loro sforzo, fin qui difficile,  di tenere uniti  il nord, il centro e il sud (con le  loro evidenti differenze) dovrà dunque essere quella di alzare con forza il vessillo degli Stati Uniti d’ Europa. Che, sia chiaro, non è affatto una fuga in avanti. Significa invece offrire a quel pezzo “civico” di società e di classe dirigente silente di prendere in modi diversi la parola per scegliere l’obiettivo strategico del voto e poi magari, poco prima del voto, sostenere quelle liste o quei candidati che accettassero a fondo tutte le argomentazioni elaborate in ordine a quella bandiera.

Per questo riprendo lo spunto lanciato nelle chat da Marco Ghetti e ripreso oggi in riunioni da Franco D’Alfonso, che anch’io ho ripreso e un po’ argomentato, tanto che provo qui a fare una breve sintesi.

Si tratta di compiere una scelta civica su un grande tema tenuto in penombra. Per far riflettere una parte dell’astensione non tanto e non solo sul fatto che gli insulti e le promesse generiche degli uni rispetto agli altri non sono per nulla  “convenienti”. Ma per provare a interloquire con un’Italia in fuga dalla primaria responsabilità civica (quella di votare) che il 2024 potrebbe diventare la tomba del sogno di pace, progresso, sviluppo che dal dopoguerra l’idea Europa ha rappresentato. Se vincessero i nazionalismi, se retrocedesse il mercato unico, se l’Europa non fosse più l’idea di una grande sintesi competitiva nel mondo, le conseguenze sarebbero evidenti e dirompenti. Nessuna delle nazioni europee in isolamento reciproco – nemmeno le maggiori per economia e demografia – potrebbe partecipare  a una che sia una delle battaglie che si vanno aprendo per ridisegnare le strategie di una globalizzazione che oggi è fragilizzata e produttrice di mega-scorribande (tra cui l’uso della guerra per regolare i rapporti conflittuali dei global player in campo).

Bisogna lavorare su una idea semplice. Riprendere la dicitura FCE- Federazione Civici Europei individuando i contenuti giusti (selezionando quindi subito le competenze  che ci sono per fare questa analisi) per tentare di definire non il posizionamento accodato a questo o quel partito, partito con l’acqua alla gola che farebbe patti con il diavolo per una manciata di voti senza obiettivo  e senza prospettiva,  ma capovolgendo invece il rapporto con la scadenza elettorale. Mettere in campo a nome di tante comunità territoriali l’unica idea che salva quelle comunità anche dall’accentuato accentramento che i governi nazionalisti hanno attuato dappertutto.  E proponendo a liste e singoli candidati la possibilità  di distinguersi in una delle peggiori campagne elettorali dell’ età moderna, appoggiando dichiaratamente  le tesi e il documento che invitano a scegliere l’esplicito sostegno a maggioranze europee orientate a fare gli Stati Uniti d’Europa.

Idea secolare e plurale nella storia d’Europa, che ha attraversato il Risorgimento (per noi da Cattaneo a Garibaldi) e che ha fatto reagire una generazione (il nuovo conio fu dato da altri italiani come Ernesto Rossi e Altiero Spinelli) alle conseguenze tragiche del nazionalismo.

Così facendo si trasformerebbero delle mediocri elezioni, con incremento ulteriore di astensioni, in una campagna  decisiva per il bisogno di futuro delle giovani generazioni. E si creerebbe una reputazione nazionale del civismo europeista da spendere nel quadro degli appuntamenti elettorali regionali e territoriali che occupano un ampio calendario.

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