In lode di una moderna idea degli Stati Uniti d’Europa.

Guardare a questo percorso non è agitare una vecchia bandiera, ma l’aprirsi di un cantiere dal basso per una ragionevole denazionalizzazione di ciò che copre protezionismo, parassitismo e morte della politica[1].

Stefano Rolando[2]


È uscito da poco un libro sull’Europa scritto da uno storico inglese  di chiara fama, Timothy Garton Ash, che, proprio perché l’autore è un inglese autorevole,  ha fatto dire al Guardian che si tratta di un  libro “rivelatore e provocatore”-

Basta citare il titolo per capire il senso di questo giudizio di sintesi. Il titolo è “Patrie” (edito in  Italia da Garzanti) e ripercorre come l’insieme delle patrie europee debba all’Europa la ricostruzione morale e materiale dopo la devastazione dei nazionalismi, cancellando i confini interni e mettendo a comun denominatore sia l’economia che l’etica pubblica.

Diciamo che desta qualche consolatoria sorpresa che una tale voce venga  proprio dal Paese che ha ritenuto a maggioranza (sia pure maggioranza dei votanti, pagando gli europeisti il prezzo di aver votato in pochi al referendum) di far girare la bussola verso l’exit.  In cui ha vinto quel retropensiero che non ha abbandonato gli inglesi nemmeno entrando nel terzo millennio, cioè che, se si parla di “patria”, meglio lasciar perdere le “compresenze”.  

Forse,  per il momento, voci di questo genere non creeranno grandi pensieri a chi, in UK,  ritiene di avere ancora numeri, mentalità e rango per aspirare ad essere un “global player”.

Ma sono voci come questa quelle che preannunciano – come anche una demoscopia sempre più frequente conferma – l’arrivo di un nuovo vento che le prossime elezioni politiche inglesi potrebbero vedere alzarsi.

Gli  inglesi hanno certamente contribuito alla  sterzata antieuropeista, sovranista e nazionalista, come quella che ha serpeggiato in mezza Europa dalla crisi finanziaria del 2008 in poi. E che ha avuto il sostegno della deriva americana nel 2017 – con l’elezione di Donald Trump –  con la più forte accelerazione data alla Dottrina Monroe nella storia degli USA.

Hanno tuttavia fatto notare molti osservatori che c’è stata di recente una resilienza dell’europeismo che assume oggi – a distanza di pochi mesi dalle prossime elezioni per il PE – una connotazione sia geopolitica che elettorale. La Spagna ha tenuto;  la Germania – pur attraversando criticità economiche e soprattutto una crisi di leadership – ha messo  all’opposizione l’europeismo moderato e di mediazione a favore di un europeismo più coraggioso sul piano della revisione dei modelli di sviluppo;  la Francia tiene a bada bene il lepenismo e resta al tavolo dei decisori di prima fascia;  la Polonia ha rotto la linea viscerale del nazionalismo dell’est europeo facendo convergere in una linea di “civismo anti-sovranista” i propri partiti europeisti. In aggiunta l’Europa a 26 ha deciso di ignorare l’avversione dell’Ungheria di Orban e di votare per l’ammissione dell’Ucraina che – come ci ha ricordato Claudio Signorile – significa “ucraini in Europa ma anche europei in Ucraina”. Quindi le fondamenta della “nazione Europa”.

È solo l’Italia (che è stata comunque parte dei “26”) ad  avvicinarsi alle elezioni del 2024 con ambiguità che appaiono inaudite per un paese fondatore. A destra il voto parlamentare contro il MES appena prima di Natale corrisponde alla decisione del governo di mantenere in piedi la cifra dell’ambiguità sul rapporto con l’Europa.

I governi a Bruxelles votano insieme il patto di stabilità, mentre i singoli parlamenti se vogliono hanno il diritto di far capire dove batte il cuore politico della maggioranza nazionalista della propria rappresentanza interna, sperando che ciò non abbia ripercussioni ma persino con la disponibilità a pagare qualche prezzo causato dall’evidente giudizio di inaffidabilità che viene all’Italia da Bruxelles, pur di accarezzare gli ambiti ineludibili di un elettorato che vuole contrapporre le sue parole d’ordine a quelle che appartengono a settant’anni di costruzione dell’Europa.

Diciamo bene e con chiarezza (al di là del MES) quale è il dualismo italiano che si contrappone.

  • Un elettorato che vuole protezionismo, contro la cultura della concorrenza e della competitività.
  • Un elettorato che vuole flessibilità fiscale fino a far coesistere condoni e tolleranza all’evasione, contro l’orgoglio democratico delle imposte eque a sostegno di welfare e crescita.
  • Un elettorato che vuole autarchia culturale e linguistica contro la progressiva integrazione del patrimonio materiale e immateriale degli europei.
  • Un elettorato che vuole l’ipocrisia dell’immigrazione filtrata e senza diritti,  per compensare lavoro esecutivo scoperto, contro la concessione dello ius soli e dello ius culturae  alla componente immigrata della popolazione (in una condivisione che ogni recente rilevazione demoscopica dichiara ampiamente maggioritaria).
  • Un elettorato, infine, che accetta il patto della paura contro cambiamenti, regolamentazione migratoria, sostenibilità ambientale e coraggiosa sperimentazione dei cambiamenti digitali per l’allargamento della conoscenza contro ogni evidenza del cosiddetto “interesse nazionale e interesse generale” che non è parte del convincimento strategico dei partiti al governo.

Non ha più alcun rilievo che questo o quel segmento dell’alleanza di governo si astenga o nasconda le responsabilità di fronte a questa messinscena.

Il vantaggio della tenuta del potere a qualunque prezzo, a questo punto non è più interesse né dello Stato né della comunità nazionale. È semplicemente segno di una irrilevanza etica e politica che lascia a forze storicamente residuali un europeismo di convenienza e non un europeismo con il coraggio del rilancio della prospettiva di integrazione.

L’intera area di governo è dunque complice di una codardia inutile rispetto al disegno del nuovo europeismo che potrebbe nascere dalle urne del 2024.

E non è con questa parte della politica rappresentata che possono contare le forze che si preparano a governare l’esito delle consultazioni. Anche i popolari europei, dopo il posizionamento polacco e la scelta dei popolari tedeschi di essere contro il nazionalismo sovranista, non sono più un salvagente spendibile solo allo scopo di mantenere posti di governo e sottogoverno in Italia.

Rimane l’area del centro e della sinistra in cui può prendere forma il disegno politico di stare dalla parte di questa probabile nuova corsa verso i necessari traguardi dell’integrazione.

Traguardi che rispondono agli interrogativi geopolitici, di sicurezza, di garanzia per la capacità competitiva internazionale delle imprese e per un governo responsabile di sistemi di produzione e consumo connessi a soglie accettabili di qualità della vita e dell’ambiente.

Ma, politicamente parlando, l’approssimazione teorica e politica del Movimento 5 Stelle che ha prodotto la più variopinta e rocambolesca evoluzione negli ultimi dieci anni, lascia la sua firma in Parlamento proprio nel giorno in cui la maggioranza di governo monta un voto che ha il solo scopo di mantenere consenso negli elettorati antieuropeisti prima descritti.

Persino i parlamentari di Forza Italia si rifugiano nel pur ridicolo voto di astensione comprendendo la contraddizione del comportamento dei governi europei nel quadro di un negoziato assicurato dai ministri degli esteri di cui quello italiano è il loro attuale leader nazionale. Ma M5S non ha remore al riguardo. Contro era e contro rimane. Anche in questo caso la percezione di una domanda sociale protezionista ed estranea all’investimento nel futuro, che è la posta in gioco per salvare l’autonomia, l’indipendenza e il benessere dell’Europa futura, fa ritenere che il voto “politico” – che non paga neppure il prezzo di rappresaglie contro gli interessi italiani già negoziati – debba tranquillizzare quell’elettorato che a parole ha fatto mille rivoluzioni ma che nelle opzioni concrete è stato, nella sua traiettoria prevalente, dentro le culture dell’assistenzialismo e dei contentini.

Nella logica di questa analisi della campagna elettorale che entra nel vivo del quadrimestre decisivo, anche M5S esce così dal radar dell’europeismo coraggioso.

Prima di capire se PD e partiti minori dell’area del riformismo siano compiutamente all’interno di questo radar, temo si debba anche non veder rientrare con le carte giuste il vecchio massimalismo a sinistra che non avrà tanti voti ma non ha neanche coerenza alle spalle per essere degnamente parte di questa battaglia che sta nascendo dal perimetro di un sistema politico che, al contrario, rielabora la coerenza della propria stessa storia misurandola con il Rubicone di un posizionamento senza infingimenti.

Il PD, è vero, contiene una parte non irrilevante di esponenti che appartengono ormai alla coerenza di quella storia. Ma come è spesso accaduto nella vicenda ambigua di un partito che ha compattato senza fonderle identità disomogenee, anche oggi un conto è la consapevolezza culturale, un conto è il tatticismo del posizionamento elettorale e delle opzioni in una complessa geometria delle alleanze.

Quindi lasciamo in sospeso il regolamento di conti finale che appare nello schermo in cui abbiamo provato a riconoscere chi sta dalla parte del cambiamento coraggioso e chi sta dalla parte di quelli che alla fine preferiscono tornare agli spazi frammentati di un sistema in cui ogni debolezza – teorica, politica, culturale – cerca di nascondersi negli anfratti di una casa per niente comune.

Quella casa in cui la parola “patria” non coincide in realtà con nessun orgoglio, perché è piena zeppa delle cianfrusaglie con cui si è preferito vivacchiare senza confrontarsi con i mutamenti profondi del mondo.

Si vedrà infine se le tre “piccole forze” che tendono a rappresentarsi al centro della politica nazionale assumeranno una netta e non negoziabile linea europea o manterranno distinzioni figlie di personalismi o per meglio dire di micro-tradizioni inventate al posto di una sana e moderna riconsiderazione della cultura liberaldemocratica capace di pensare, nel mondo, a come curare il capitalismo malato e come salvare la tutela dei ceti medi travolti dall’aggravarsi delle disuguaglianze.

In tale cornice, un breve racconto del cambiamento potenziale in atto.

Il cambiamento riguarda la  prospettiva di un’Europa per la quale torna ad avere valore simbolico la bandiera degli “Stati Uniti d’Europa”, che fu luce del Risorgimento contro imperi frastagliati e nazioni autoritarie e ora (come lo fu con il manifesto di Ventotene contro il fascismo) è  risposta emblematica alla ripresa del progetto del nazionalismo protezionistico che intende dichiarare la resa europea di fronte allo scontro tripolare delle potenze globali.

Come dice la parola stessa (Stati Uniti d’Europa), a fronte della possibile consistenza di questo progetto e contro il vento che ha tirato forte negli ultimi anni, le dimensioni nazionali entrano inevitabilmente nella fase storica di una necessaria cessione di sovranità.  Ne va, naturalmente,  accompagnata con saggezza la riduzione di potere decisionale e la sburocratizzazione di apparati che devono trovare nuovo ordine funzionale sulla più vasta scala.  La denazionalizzazione sarà processo lungo e contrastato da ogni retorica novecentista.  Non basterà immaginare un esercito europeo, un governo europeo, una carta costituzionale europea. Già poste molto alte. Ma si dovranno creare le condizioni praticabili di un bilancio comune, di un  debito gestito in comune, di una capacità di adeguare gli apparati produttivi a una cultura di impresa scomposta e con frammentaria visione. Naturalmente serviranno ancora fattori di sintesi culturale e identitaria in cui lo spirito delle nazioni e quello della nuova Europa sapranno rigenerarsi a vicenda. Una camera nazionale (con bilanciate rappresentanze dei territori) dovrà mantenere, ad esempio, il potere di recepimento e di adattamento di normative quadro. Oltre ad altre infinite cose, da cui forse non andrebbe nemmeno esclusa un’alta rappresentanza unitaria nazionale del valore dell’unità dei tre livelli della governance e della storia identitaria di questa “filiera”. Un bellissimo dibattito che deve ancora cominciare.

Si fatica vedere – salvo spunti lungimiranti – come politica e intellettuali siano già predisposti a questo librato e liberato spirito di accompagnamento. Ma un accompagnamento politico-culturale è necessario. Ed esso  ha ora attori che devono assumersi – con una prospettiva di cultura politica di enorme portata – una responsabilità diversa sia dalle epoche delle città-Stato, sia dalle epoche dei territori a capo dei distretti della rivoluzione industriale.

Oltre a un fattore generazionale che potrebbe scattare più velocemente di ciò che ora si prevede nel quadro dei contorcimenti identitari che abbondano nelle narrative mediatiche (giovani e donne), si deve far leva su ambiti esistenti di classe dirigente. I  soggetti bilancianti il processo di integrazione europea e di denazionalizzazione progressiva degli apparati da convertire, per questa ineludibile ragione, non possono essere visti a prescindere da quelli territoriali, corrispondenti ai nuovi patti – quelli in corso e quelli possibili – tra città e territori e soprattutto a nuovi patti generati dalle trasformazioni urbane in condizioni di esercitare ora (volendo) le più alte spinte di sviluppo tra condizioni materiali, tenuta identitaria, velocità digitale, sostenibilità ambientale, coesione sociale e ampliamento per tutti del nutrimento della conoscenza.

Guarda caso sono proprio questi i progetti da cui si sono distaccati i partiti tradizionali, per attaccarsi a forme di rappresentanza effimera rappresentate dalle scatole istituzionali pressoché svuotate (di poteri e di fiducia) degli apparati nazionali.

Dunque – so che questa riga del testo solleverà ironie – è l’energia civica quella che sta nutrendo, diciamo pure come può –   la progettazione del cambiamento del tessuto interno, con uno sguardo culturale al mondo, senza alcuna sudditanza, perché reso responsabile dal sistema arterioso principale dei territori, quello cioè dei processi di educazione e di istruzione superiore.

Ed è anche la stessa energia ad esprimere – per ora nei laboratori della piccola dimensione demografica, ovvero dell’articolazione molecolare dei tessuti urbani (quartieri, professioni, associazioni, ambiti solidali, organizzazione della cultura) – una tensione di carattere europeo che ha come contropartita le garanzie di libertà, di tutela dei diritti civili e sociali e di sollecitazione dell’etica competitiva.

Non dilungo questa visione di un civismo in progressivo cambiamento dal “primato basso” verso il cambio di perimetro della propria identità. In cui la spinta resta “dal basso”, ma la destinazione non si ferma più ai dazi di ottocentesca memoria. Anche se molti oggi non andrebbero oltre una benevolenza generica per movimenti noti per lavorare per “il bene comune”, ma non troppo di più. Non è un problema loro. È un problema del civismo stesso di trovare una quadra strategica proprio con quelle energie che stanno nei territori ma che si muovono ancora (Rapporto Censis 2023) come “sonnambuli”.

Recupero di democrazia

Questi brevi squarci – che hanno bisogno di ben altro spazio e ben altra narrativa per esprimersi adeguatamente – costituiscono il cantiere di sperimentazione dell’unico soggetto,  per ora federato nazionalmente tra nord, centro e sud Italia con sponde europee, che propone come primaria la battaglia per il recupero democratico di una quota dell’immensa astensione per lo meno nella parte del consapevole riconoscimento di chi mantiene tensione partecipativa ma non si riconosce più, nemmeno modestamente, nell’offerta politica esistente.

Ed è in questo cantiere che si fanno passi di confronto, ovviamente,  anche con parti di quel sistema dei partiti che avvertono gli stessi rischi e la stessa drammaticità di un percorso involutivo che soprattutto in Italia ha un copione già scritto e in parte già rappresentato. Anzi, di più, che è rappresentato oggi dal governo.

Non c’è lo scopo – parlando delle elezioni europee del 2024 – di comporre liste e fare eleggere rappresentanti. Lo scopo è piuttosto quello di mettere a punto una visione sostenibile del viaggio verso gli “Stati Uniti d’Europa” indicando alcune tappe che possono essere traguardate nella transizione anche nel quadro di istituzioni “in prorogatio”.

Il civismo progressista ed europeista italiano immagina (ma lo si vedrà nel concreto dell’avvio delle cose dopo la pausa natalizia) di offrire ai candidati soprattutto degli ambiti politici che considera interagibili, alcune piattaforme di consapevolezza e di responsabilità verso l’obiettivo che non si limita al raggiungimento del progetto costituzionale della nuova Europa ma anche al parallelo progetto costituzionale del percorso di denazionalizzazione.

Un domanda di interazione rappresentata da sindaci, amministratori eletti nelle articolazioni della democrazia politica e sociale dei territori, coraggiosi imprenditori con visione dei cambiamenti raggiungibili, operatori dell’educazione e dell’istruzione che non antepongono il posto di lavoro al lavoro orientato da alti fini sociali.

La sottoscrizione del Manifesto che concluderà il percorso del primo quadrimestre del 2024, sarà ritenuta la base per la creazione di una rete di nuovi eletti da realizzare con il voto e da impegnare nella fase su scala europea di ricerca di condizioni omogenee di sperimentazione.

[1] Buonasera Sud – Giornale di Taranto – 29.12.2023

[2] Professore universitario, presidente del Consiglio nazionale della FCE-Federazione Civici Europei


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