Europa, comunicazione, città e confini – Un ampio colloquio con la rivista veneziana Ytali

In occasione dell’ultimo meeting a Palazzo Franchetti a Venezia del “Club of Venice” (rete europea della comunicazione istituzionale di governi membri e istituzioni UE) ha partecipato –  tra esperti con esperienze professionali, studiosi e accademici, che io stesso e il segretario generale Vincenzo Le Voci abbiamo invitato – anche  Guido Moltedo (che fu tra l’altro anche portavoce del Sindaco di Venezia, Paolo Costa, già ministro ed europarlamentare e che ebbe il merito di riportare a Venezia, dopo alcuni anni di altre sedi in Europa,  la conferenza principale  del sodalizio). Guido è  attualmente direttore della rivista Ytali, e mi ha impegnato per un’intervista poi ottimamente realizzata da Barbara Marengo e che ora trova pubblicazione.

Sono incrociati tre temi: il riepilogo storico del “Club di Venezia” dopo 35 anni di esperienze; i nuovi sviluppi dell’area disciplinare e professionale della comunicazione pubblica con il radicamento di nuovi campi tra cui il Public Branding; il campo di iniziative che in questo 2024 mi coinvolge in Italia e in  Europa a proposito di brand di città e territori nel quadro anche di grandi eventi culturali (cosa che dà il titolo all’intervista stessa).

Il colloquio è stato fluente e quindi necessariamente ha trovato sintesi. Incide dunque più il “parlato” che lo “scritto”. Ma devo ringraziare Barbara Marengo e lo stesso Guido Moltedo per l’attenzione dedicata, proprio in questo periodo in cui la relazione tra Europa, dinamiche urbane e sforzi per riportare a qualità la comunicazione istituzionale (tra crisi, pandemie ed elezioni) è a mio avviso cruciale.

RITRATTI VENEZIA

Città di confine in un’Europa senza confini

Il ruolo strategico della comunicazione nella costruzione dell’UE e nella difesa dei suoi valori.

Parla Stefano Rolando, fondatore del Club di Venezia

BARBARA MARENGO

 8 Gennaio 2024

Stefano Rolando, milanese, ha vissuto tra la sua città e Roma, con esperienze e responsabilità nel sistema istituzionale, nel sistema aziendale e nel sistema universitario. Negli anni recenti anche nel quadro di fondazioni culturali e civili. Presidente di varie fondazioni culturali e del Club di Venezia per dieci anni, ha fatto per ytali.com un quadro esauriente su come l’Europa si è avvicinata ai cittadini spiegando i più diversi progetti e ordinamenti legislativi con un processo che ancora continua attraverso la comunicazione. Un percorso che è iniziato nel secondo dopoguerra ai primordi di quell’Europa che oggi è sempre più presente nelle vite di oltre trecento milioni di cittadini nelle più varie sfaccettature delle vita sociale, politica, economica e culturale. 

Come si arriva a comunicare da  parte di un organismo chiamato Europa (Unione Europea,  composta da Commissione, Consiglio e Parlamento, Corte di Giustizia, Banca Centrale  oltre ad altre istituzioni ) che appare a volte distante e complicato, spesso criticato quando non rifiutato da rigurgiti nazionalisti presenti in molti dei 27 Paesi che ne fanno parte ?

La comunicazione pubblica in Europa si sviluppa oggi in materie specialistiche, conseguenze di un’idea che serve all’interesse generale e alla gente per capire, diversa dalla concezione della comunicazione d’impresa. Tra le molte sfaccettature di tale comunicazione c’è l’idea dei territori e della loro promozione di attrattività, il public branding. In questi ultimi anni mi sono occupato di dare le basi a queste settorialità  per occuparmi delle nostre città e dei problemi legati alla loro identità in particolare ciò che riguarda il tema dei confini.

All’entrata del Parlamento europeo, Bruxelles, con la sagoma di Altiero Spinelli alle spalle

Ci racconti la storia di questa comunicazione comunitaria.

Partiamo dal 1986. Si riunisce a Venezia ma anche a Bruxelles, in molte occasioni comunitarie, e nei Paesi che assumono la presidenza di turno dell’UE, sotto il nome di Club di Venezia un comitato che fino a oggi annovera oltre cento meeting che hanno riguardato all’inizio l’Europa a dodici fino a quella di oggi composta da 27 Paesi. La fuoruscita degli inglesi dalla UE, causata da un sordo odio del Paese profondo contro la sua capitale e le grandi città, è inquadrato in un sogno di global player legato a un passato che non è più, spinto da propulsioni verso il nazionalismo con una decisione che aveva contro soprattutto i giovani e gli ambienti urbani legati alle università e all’economia consapevoli di quanti vantaggi la Gran Bretagna abbia avuto dall’appartenenza all’Unione. Gli inglesi sono tuttora nel Club di Venezia perché il nostro organismo è informale, non prende decisioni, non ha una sede, non ha soldi: serve a confrontarsi sulla comunicazione pubblica – materia oggetto di una sorta di gelosie nazionali che non ha mai  permesso armonizzazione – aprendo un tavolo di vero scambio. Nel 1985, inizia il mio mandato come direttore generale dell’Informazione, chiamato da Giuliano Amato a Palazzo Chigi. La parte legata alla comunicazione e all’informazione dei cittadini era allora veramente scarsa. Erano quarant’anni che la materia era in naftalina, con minime funzioni di informazione e contatti con l’estero, una comunicazione che invece era presente negli altri Paesi europei, come nel Regno Unito (che possiamo dire abbia vinto le seconda guerra mondiale grazie a un’informazione e comunicazione capillari), mentre Italia e Germania, che avevano provocato e condotto la guerra anche con la propaganda, avevano messo queste funzioni in condizione di assoluto letargo, subalterne alla politica. La pubblica amministrazione nel dopoguerra era composta da funzionari e impiegati ereditati dal ventennio. Intanto la nuova politica democratica esigeva di parlare con i cittadini, così che nel corso del tempo in tutto il mondo occidentale le cose erano cambiate, le informazioni arrivavano ai cittadini in maniera puntuale, da specialisti del settore capaci di dare informazioni corrette e adeguate. Tutto questo forma un’onda che da Francia, Germania, Regno Unito raggiunge in nostro Paese affinché la promulgazione di ogni legge sia seguita passo passo  per essere via via spiegata ai cittadini. L’Europa  è stata esempio di una realtà che aveva  preso la distanza dalla cultura propagandistica dei tempi di guerra.

Quali dunque gli elementi nuovi mutuati dall’Europa in cambiamento?

Due cose erano accadute. A Milano il vertice dell’UE nel 1985 incentrato sulla dialettica tra la visione di italiani, tedeschi e francesi per quel che riguardava il superamento delle barriere doganali e la necessità  di creare un mercato unico interno (le premesse di Schengen e dell’Euro) che vedeva gli inglesi sfavorevoli, lo scontro tra Margaret Thatcher e Mitterrand, Kohl e Craxi fu vinto dagli europei, una speranza che Delors concretizzò creando e progettando l’idea degli Stati Uniti d’Europa. La crisi economica e finanziaria del 2008 e i processi di globalizzazione fermeranno questo processo e oggi abbiamo un’Europa separata e divisa, incerta su quale cammino intraprendere. Per questo aspettiamo le prossime elezioni del prossimo mese di giugno. Il vertice del 1985 aveva anche approvato un secondo dossier importante curato da un parlamentare italiano, Pietro Adonnino, che aveva avuto il compito di preparare il passo successivo e cioè riunificare e conciliare le istituzioni ai cittadini. Un esempio concreto  fu la messa in funzione del programma Erasmus (ideato da Sofia Corradi nel 1967 entrò in funzione nel 1987).

Da qui partirono altre iniziative, tra cui il recepimento italiano delle spinte europee per riavvicinare istituzioni e cittadini.  Non posso dimenticare uno scatto di orientamenti di cui si fece carico Giuliano Amato, allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che facilitò misure per  fare entrare il nostro Paese nel solco della modernità in fatto di informazione e contatto con i cittadini.

Avevamo alla Presidenza del Consiglio oltre trecento dipendenti, molti dei quali  giovani, che si misero al lavoro sulla comunicazione. Studiammo i vari programmi europei, che erano più avanti di noi, e verificammo che nei ministeri dei Paesi europei esistevano dipartimenti appositamente formati per la comunicazione, come l’inglese Central Office of Information, di grande competenza e molto seguito. Tali organismi nei diversi Stati non si erano mai incontrati e confrontati dalla fine della seconda guerra, quindi per oltre quarant’anni. Ognuno trattava le materie come voleva, non era pensabile a questo punto che si creasse una politica comune, perché l’Europa concepita come governo degli stati nazionali e non come Stato unito non  permetteva un’armonizzazione sul come si trattano le cose rispetto ai cittadini che sono poi elettori.

Delegati s’incontravano in riunioni formali a Bruxelles in cui i rapporti erano regolati con le forme del negoziato diplomatico. Da qui l’idea di rimettere attorno a un tavolo comune nuovi manager, più  giovani com’ero io a quel tempo. In questo quadro incontrai  a Parigi  il direttore generale che omologo a Matignon (governo Rocard) che apprezzò l’idea, aspettando le decisioni dei tedeschi e degli inglesi. I tedeschi del Bundespresseamt e gli inglesi del Central Office of Information furono contattati: il collega inglese, che dipendeva dalla signora Thatcher, all’idea di mettere in pratica il nuovo sodalizio, fu scettico. Spiegai che l’organismo non avrebbe preso decisioni, perchè l’intendimento era di svolgere le riunioni in una città che apparteneva a tutta Europa: Venezia. La grandezza della storia di questa città sarebbe servita a creare una sorta di neutralità, pur nella sua italianità, città che racchiude e possiede tutte le cose che piacciono agli stranieri e agli europei, l’ambiente, la cultura, la cucina, l’arte….

Per convincere l’inglese Neville Taylor annunciai che avremmo potuto ospitare la delegazione all’Hotel Monaco per svolgere gli incontri presso la Fondazione Cini. Il collega inglese riuscì a convincere la Premier, il percorso continuò con i Paesi dell’allora BeNeLux, la Danimarca e con i Paesi che in quegli anni uscivano dalle dittature, Portogallo, Spagna e Grecia.

L’ultima plenaria a Palazzo Franchetti (dicembre 2023), foto di gruppo alla fine dei lavori

Furono dialoghi informali ma che interessarono molto le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio che videro in tali incontri l’occasione per confrontarsi come si dice fuori dai denti. Il Club di Venezia iniziò a confrontare le esperienze professionali, tecniche, civili e sociali e mettere le Istituzioni  comunitarie in una situazione non di rivendicazione reciproca ma di dialogo. La cosa ebbe un’eco positiva immediata, approvata da molti governi, anche l’Europa mandò il suo rappresentante per l’informazione, il commissario Carlo Ripa di Meana. Tali incontri avvennero per dieci anni, poi cambiai occupazione e dal 2001 divenni docente universitario insegnando comunicazione pubblica e politica. Tuttora sono presidente del Club di Venezia, il segretario generale è un funzionario italiano del Consiglio della Ue, Vincenzo Le Voci, che riesce a mettere intorno a un tavolo stabilmente un centinaio di persone, una volta all’anno a Venezia, con il favore del Dipartimento degli Affari Europei della Presidenza del Consiglio. Il Club di Venezia accoglie oggi anche rappresentanti di Università, centri di ricerca ed agenzie che si occupano dello sviluppo della  comunicazione soprattutto su scala europea: un luogo dove la competenza e lo scambio e soprattutto l’analisi  dei problemi e delle difficoltà è costante, non è legato alla ragione politica  del momento ma è retto dal bisogno che i migliaia di dipendenti che in Europa lavorano nel settore mettano insieme esperienze e interpretazione di queste esperienze.

Quattro tra i primi attivatori del Club di Venezia – Hans Brunmayr (Austria, Consiglio UE), Philippe Caroyez (Belgio), Stefano Rolando (Italia), Aurelio Sahagun Pool (Spagna) – Nel corso della assemblea a Venezia del 2016.

Come è cambiata negli anni la comunicazione, come si riesce a far arrivare ai cittadini  nei 28 Paesi UE in modo chiaro le informazioni relative a norme e leggi promulgate  in Europa?

Oggi nel sistema  occidentale  si avverte  un po’ il declino di una strategia europea forte. La libertà di informazione rimane un grande tema sociale ed  è quello che ancora unisce quei Paesi che ritengono che la comunicazione generale dei Governi e delle Istituzioni non debba essere propaganda.

La presenza in Europa di Paesi che non brillano per leggi democratiche  in fatto di libertà di stampa come viene affrontato dal Club di Venezia?

Il Club, per la sua informalità, ha messo in atto un’operazione che si è rivelata interessante soprattutto in momenti cruciali. Quando cade il muro di Berlino si prende la decisione di chiedere a tutti i Paesi fuorusciti dal blocco sovietico di entrare con un osservatore a vedere cosa significa discutere di comunicazione istituzionale in chiave non propagandistica. Alcuni delegati non avevano idea di cosa significasse comunicare fuori della propaganda, altri avevano la spinta dei nuovi governi di giovani politici che avevano studiato all’estero. In questi decenni i cambiamenti sono stati molti, il tema della propaganda  è entrato anche nelle logiche  delle democrazie, conflitti e competitività internazionale in atto oggi producono condizioni propagandistiche, anche se l’Europa continua ad avere la visione secondo cui la comunicazione è un servizio alla partecipazione libera e democratica dei cittadini alla cosa pubblica: chi opera in questo campo deve essere leale con le istituzioni e con i cittadini, è un’etica “bifronte” che è la caratteristica delle democrazie dell’Europa. Esiste contraddizione anche nei Paesi che vengono da esperienze di chiusura e che mirano a non farsi sottrarre sovranità dall’Europa. È come se questi Paesi dicessero:  il comunismo ci ha tolto la libertà  per cinquant’anni e ora arriva Bruxelles a fare lo stesso. In qualche caso non hanno consapevolezza che sono loro i veri azionisti di questa Europa e che non  viene loro sottratta sovranità. Durante le discussioni del Club di Venezia non ho mai visto nessun delegato alzare la voce come avviene a livello politico a Bruxelles, perché si rendono conto politicamente e civilmente che i ragionamenti sono un valore. Molte volte i delegati sono perplessi ma molte volte sono premiati per questa loro “europeità”.

La 37esima edizione della plenaria del Club di Venezia si è svolta il 30 novembre e il primo dicembre a Palazzo Franchetti

Il polacco Donald Tusk,  presidente del Consiglio europeo quando il Club di Venezia ha compiuto trent’anni., ha inviato una lettera di apprezzamento ribadendo l’importanza che il Club aveva avuto per far capire tante cose anche a livello della filiera dei loro funzionari. Tusk, oggi a capo di uno schieramento europeista, ha cambiato il quadro politico della Polonia con molto riverbero sulla situazione europea: il caso della Polonia dimostra che la situazione in vista delle elezioni europee è fluida. Non entro nel merito dei singoli Paesi, ma il Club di Venezia ha  mantenuto la presenza di delegati e di un presidente indipendenti che non sventola bandiere nazionali.

Il Club lancia raramente appelli o messaggi: quando si parlava di Costituzione europea  con la Commissione presieduta da Giscard d’Estaing  e Giuliano Amato vice,  dalla Grecia, dove eravamo riuniti, lanciammo tuttavia un appello chiedendo di costituzionalizzare il diritto  all’informazione, perché in Paesi come il nostro, dove è sancito per costituzione il diritto di informare senza censura, non esiste formalmente il diritto di essere informati. Non è vero che il combinato disposto dei due fattori, di fronte alla gran quantità di articoli che escono quotidianamente faccia sì che esista il diritto a essere informati. Quando un bisogno è normato diventa un diritto e quando diventa un diritto la funzione amministrativa è obbligatoria.

Forti dell’esperienza di alcuni Paesi, abbiamo detto che l’Europa avrebbe dovuto normare nella sua costituzione non solo il diritto del cittadino a essere informato, ma anche in ambito europeo tutti i cittadini allo stesso modo devono accedere alle stesse informazioni. Quindi da Tallin a Siracusa i diritti devono essere uguali. Le politiche europee nei confronti dell’informazione sarebbero così cambiate. Ma il trattato costituzionale fu fermato da francesi e olandesi in particolare. E questo perché un trattato comune arriva a normare la materia mediando tra Paesi che godono di  tali diritti in maniera molto alta ( e non vogliono abbassare il livello) e tra  chi li ha normati a livello inferiore:  l’impianto a quel punto è caduto ma si riproporrà come si riproporrà il rientro degli inglesi nella Comunità Europea.

Dall’Europa senza confini alle città che sono state liberate dai loro confini conflittuali. Le città di confine come si inseriscono nel programma del Club di Venezia?

In questa cornice negli ultimi dieci anni ci siamo accorti che la comunicazione pubblica (istituzionale, politica, sociale), nel suo perimetro astratto, si affianca alla pratica, toccando con tutti i suoi sviluppi, cose concrete come il settore della comunicazione di crisi e di emergenza che ha i suoi percorsi e ha i suoi esperti e addetti, tra i quali la Protezione Civile. In momenti come questi, con le guerre alle porte di casa ,la public diplomacy deve fare la sua parte per trattare con coerenza le informazioni all’esterno con quello che si comunica ai cittadini dei singoli Paesi: non si possono avere due verità, ed è per questo che è fondamentale il contrasto alle fake news, la parte prevalente dei servizi di informazione in alcuni paesi. Un settore vastissimo nel quale oggi s’inserisce una forte attenzione agli sviluppi dell’intelligenza artificiale (educazione, imprese, istituzioni).  e su come la tecnologia sta sviluppando una sua componente nella comunicazione pubblica.

Il rapporto con i con diversi coinvolgimenti dei territori e delle città  in questo settore è importante?

Non in tutti i paesi ma in alcuni è determinante. In Francia conta più l’associazione di comunicatori territoriali che quella nazionale, come avviene forse anche in Italia. Il terreno in questo campo mescola pubblico e privato e si è chiamato inadeguatamente “marketing territoriale”, pensando che i territori abbiano il diritto di promuovere la propria attrattività fatta di attori pubblici (le istituzioni)  e privati  (turistici, gastronomici, commerciali). Il marketing è una disciplina economica che spiega come un prodotto materiale o immateriale di consumo possa essere venduto con ritorni importanti.  Ma di “marketing territoriale” si può anche morire. Il caso di Venezia insegna.

La visione che il territorio sia solo in vendita non risolve il problema più importante che non è vendere ma conseguire un’attrattività sostenibile e gestire le potenzialità e l’evoluzione dei processi identitari. Venezia è l’esempio di come non si sia gestito tutto il potenziale culturale, storico, della qualità di vita che la città offre, sfruttando invece l’idea di riempire, come in un incubo di horror vacui, ogni angolo della città perché tutti vengano a mangiare un panino. Il risultato ha aspetti catastrofici per tutte le città, come Firenze, Napoli, Roma.  Nasce così l’idea di un nuovo impatto comunicativo nel quale l’attrattività è orientata, oltre che al turismo, agli investimenti, all’internazionalizzazione degli studi, all’attrazione immateriale, regolando meglio  la conflittualità che c’è tra lo stereotipo e la costruzione del futuro.

Prendiamo Napoli come esempio, dove in questo momento in città ci sono diciotto set cinematografici impegnati a promuovere una narrativa sulla città. L’impressione è che ci sia ancora uno sguardo troppo al passato ovvero a indulgere a stereotipi correnti: non è nell’interesse della città e del suo futuro, se non si racconta il futuro nessuno si fiderà a investire in attività produttive. Ecco come nasce l’idea di considerare il brand delle città tra storia e narrative e questioni di contrasto allo stereotipo e all’immagine dell’insieme nel mondo. Da qui gli “study branding” che il Club di Venezia ha esaminato in vari seminari, comprendendo che il “marketing” territoriale è un potente strumento considerato da  tutte le società di consulenza per assecondare cose che hanno importanza ma ormai importanza secondaria rispetto alle vare grandi strategie di sviluppo sostenibile e di competitività ripensata per mantenere qualità sociale e della vita.,

Milano è stato un cantiere importante per questa tematica, soprattutto attorno a Expo 2025. Con che evidenze?

È vero. Tutta questa storia ha un cantiere  di modernizzazione nell’approccio datato nel 2012 quando Milano si è trovata cambiata  e dopo l’Expo del 2015 ancora più cambiata secondo la percezione internazionale:  Milano  ha preso l’iniziativa di creare un Comitato brand Milano con un tavolo di tutti gli stakeholders della città, del quale sono stato presidente, ed abbiamo sperimentato come una città grande di fronte ad un grande evento  cambi la luce con la quale mondo e cittadini vedono le cose, operazione importante sull’immagine. In tale comitato dal 2012 al 2017 si è lavorato ascoltando e registrando molti interventi e molte posizioni  fino a due anni dopo Expo. Procedura apprezzata anche dal Presidente della Repubblica che ha commentato la presentazione dei documenti affermando che tutti i sindaci d’Italia dovrebbero avere tale tipo di approccio: un approccio laborioso, che nasce dalla voglia di studiare, di confrontarsi, di mediare gli interessi alternativi che ci sono nelle città: una città deve mantenere un’identità sostenibile, nei suoi aspetti culturali, di volontariato, scientifici, energetici, manifatturiero, arte, lirica, comunicazione, sociale, un aspetto poliedrico da preservare. Ora, dopo gli anni di pandemia,  ci siamo trovati tutti i paradigmi che agivano sull’attrattività profondamente cambiati: mobilità, gestione dello spazio pubblico, il modo di lavorare, per questa ragione la domanda su tali possibilità sono aumentate, richieste di lavorare su eventi o amministrazione, aspetti importanti e specifici di ogni città che volevano essere sempre più valorizzati ed aggiornati.

In quali ambiti sta lavorando adesso e nella prossima prospettiva?

Sono tre gli ambiti  che  si incrociano nella mia esperienza attale (universitaria e associativa) che intrecciano  comunicazione pubblica e public branding. La  prima è la più straordinaria: il sindaco di Napoli ha promosso un cantiere di studio sull’evoluzione dell’immaginario collettivo di questa città, un progetto ancora non divulgato che è affidato alla collaborazione dell’ Osservatorio sulla comunicazione pubblica e il public branding dell’Università IULM di Milano che dirigo e l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli che sta lanciando un corso magistrale di scienze politiche che contiene anche diritto amministrativo, politiche per il turismo e comunicazione istituzionale.  Il rapporto conclusivo arriverà prima dell’estate.

Il secondo progetto mi riguarda  come presidente della Fondazione Francesco Saverio Nitti (che fu capo del governo italiano tra il 1919 e il 1920 e che scrisse tutti i suoi libri più importanti sull’Europa nella sua villa di Maratea, dove si rifugiò con l’avvento del fascismo, subendo poi dopo vent’anni di esilio e di prigionia), abbiamo avviato, a Villa Nitti, un Festival delle Città Narranti nel quadro delle cui iniziative  il Sindaco della città ha deciso di entrare nella competizione per l’assegnazione del titolo di città capitali per un anno della cultura in Italia  italiane della cultura (per il 2026). Grande opportunità  per un piccolo territorio della costa della Basilicata, Maratea, bellissima nell’immaginario collettivo,   campione di risorse e simboli da valorizzare proprio nell’anno in cui l’immagine dell’Italia sarà molto concentrata dalle Olimpiadi attorno al binomio nord e montagna.  A fine di marzo, dopo le audizioni presso il MIC, sapremo se i cento progetti del comitato saranno stati accettati e se Maratea otterrà questo riconoscimento (con due anni di grande cantiere).

Da ultimo,  nel 2025, tre città europee svolgeranno il compito assegnato dall’Europa di essere “capitali europee della cultura”. Nel loro dossier di candidatura c’è scritto quello che c’è sempre in questo genere di dossier. Hanno qualità ambientali, strutture culturali, contesto sociale e civile da spronare culturalmente con una grande responsabilità. Ma non è questa la ragione per cui l’Europa ha assegnato a loro tre il titolo. Sono Nova Goriza, città slovena, insieme a Gorizia, città italiana. E insieme a Chemnitz città tedesca vicina a Dresda. Esse sommano distruzioni, morti, conflitti e profondi disagi del Novecento causati dai confini e dalle guerre. E non a caso il titolo del progetto 2025 è “Borderless”. Oggi il confine tra Gorizia e Nova Gorica è segnato da una piccola striscia disegnata sull’asfalto, ma per giungere a questo bisogna raccontare la storia con profondità e per questo dobbiamo essere riconoscenti all’Europa.

BARBARA MARENGO

Barbara Marengo, veneziana, laureata in Scienze Politiche con una tesi di storia contemporanea sulla censura della stampa a Venezia sotto l’Austria, giornalista pubblicista, ha collaborato con varie testate ed agenzie di stampa dall’Italia e dall’estero dove ha vissuto molti anni. Si occupa di ricerche incentrate sulla storia veneziana, oggetto di conferenze e lezioni.

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