La carta stampata dopo Sanremo.

Messaggio nella bottiglia gettata oggi nell’oceano (domenica 11 febbraio 2024)

Stefano Rolando (scritto per il proprio blog)

Oggi, domenica 11 febbraio, il Corriere della Sera – nel suo insieme – offre una dimostrazione della ragione per cui, pur nella crisi di vendita dei quotidiani e soprattutto nella crisi impressionante delle edicole, dimostra il suo primato, di vendite e di credibilità.

Credo che sia  ancora un ruolo importante quello dei quotidiani, che propongono articoli meditati e scritti, non brevi lanci emozionali di opinioni assertive, regolati da selezione e controllo professionale, con il triplice obiettivo di informare, di spiegare e – se c’è un professionista colto che scrive  – anche di proporre interpretazione.  

Tre cose che – tutte insieme – formano la libertà di stampa e di essere adeguatamente informati. Se i media propongono – al contrario – solo notizia e polemica, come paradigma dell’attrattività all’ascolto o alla lettura, quella libertà è fortemente ridotta se non, a volte, compromessa.

Dico in breve ciò che mi è apparso girando, occhieggiando e anche molto leggendo delle 56 pagine  dell’edizione domenicale del Corriere oggi in edicola  (2,20€ a pari di un caffè e cornetto vuoto in un bar ordinario).

  1. Ferruccio De Bortoli in un editoriale ricco di intuizioni (il simbolo della matita, i segnali evocativi dei nuovi cantanti magari al servizio di una nuova partecipazione civile dei giovani, eccetera) in cui continua la sua linea di sollecitazione contro l’astensionismo e interpreta ciò che Sanremo 2024 mette a disposizione per ribaltare il segnale Censis 2023 sugli italiani “sonnambuli e non reattivi”.
  2. Aldo Cazzullo – anche lui partendo dalla prima pagina – fa (lui piemontese) un passaggio magnifico sul significato dell’exploit  di Geolier in dialetto napoletano sempre a Sanremo, “versione aggiornata dell’antico primato artistico di Napoli” e poi nella mezza colonnina finale fa un vero e proprio saggio sul pregiudizio e l’invidia di certi italiani nei confronti di Napoli, riaprendo il vero tema del rapporto nord-sud che prima di essere economico resta ancora identitario.
  3. Ancora su Sanremo, il Corriere arriva a dare la prima pagina, la doppia pagina spettacoli e la nota critica sulla tv che chiude l’impaginazione , alla grande sorpresa della vittoria di Angelina Mango, nata a Maratea, figlia di Pino Mango (lucano di Lagonegro, cantante simbolo, sette volte a Sanremo, stroncato dieci anni fa per arresto cardiaco a 60 anni sul palco di Policoro), e di Laura Valente (una dei Mattia Bazar, con due Sanremo alle spalle), in una storia della riscossa della Basilicata ma soprattutto di una generazione che “arriva dove non erano arrivati entrambi i pur ottimi genitori”). Poi c’è una pagina (Andrea Laffranchi)  che serve a chi non vede Sanremo per principio ma si interessa al dibattito pubblico per capire che la polemica su Geolier è un frammento che c’entra con  questo “dibattito pubblico”.
  4. La nota di critica mediatica a pagina 55 coglie il senso di un riposizionamento di contenuti della tv che trova nell’occasione anche un ponte con lo streaming e con la rete online. Tema complesso ma che qualcuno deve cominciare a spiegare “popolarmente”.
  5. Non c’è solo Sanremo, naturalmente. E le notizie in agenda hanno quasi tutte un trattamento non solo descrittivo (i trattori che dividono la politica, la memoria delle foibe tra le pagine trascurate dalla cultura storica degli italiani, le nostalgie della storica FGCI, i rischi dell’Italia sul mar Rosso, la doppia crisi dei fronti politici americani, il retroscena politico e sociale del “caso Ungheria”, l’”addio senza popolo a Vittorio Emanuele”, l’intollerabile episodio della Penitenziaria a Reggio Emilia, l’intervista molto vivace al “milanista” Federico Buffa, l’apprezzamento a Panetta sulla stimolazione all’aumento dei salari eccetera).

Mi fermo qui. Con un claim scritto nella mia bottiglia domenicale lanciata nell’oceano “riprendete a leggere i quotidiani”.

Karl Popper aveva definito la tv “cattiva maestra”, immaginando che essa abbassasse per definizione gli standard di qualità della comunicazione per includere più spettatori intesi come “consumatori/elettori” che come “cittadini responsabili”. Per contrastare questa tendenza si sono create le condizioni della tv di “servizio pubblico” che ha avuto episodi di rilievo, anche nella vicenda italiana; e momenti di perdita della propria rotta (questo che attraversiamo è accreditato in questo senso). In più il sistema mediatico fondato su una dialettica con altri mezzi (tra cui la stampa) ha in sé qualche antidoto a questa tendenza che nel ‘900 ha fatto passi avanti paurosi. E’ in questa cornice che vanno lette queste considerazioni su Sanremo.

Firmato da un antico diffidente del Corriere della Sera (quando la bandiera generazionale stava a Milano per Il Giorno) ma che, da tempo,  fa i conti con  la realtà. Nella quale c’è posto per tanti (anche amici) che “pesano” diversamente questa informazione, criticandola e ormai cestinandola senza pietà. Credo che, anche tra di noi (anzianotti in libertà provvisoria) una discussione sia legittima al riguardo.

PS – A nota scritta, vado avanti nella lettura dei giornali. E siccome non si può parlare di Coppi senza ammettere almeno l’esistenza di Bartali, ammetto subito che anche la Repubblica esprime il suo ruolo e la sua posizione. Sempre su Sanremo la doppia pagina di Silvia Fumarola sul “festival dei record” e soprattutto di Ernesto Assante sul “salto generazionale per cui finalmente Sanremo ha portato al potere la musica dei giovani”, ma anche con la cornice della nota critica di Concita De Gregorio che fa l’inventario dei fatti da non trascurare nel coinvolgimento di massa prodotto da Sanremo, sono tutte cose di un professionismo dell’informazione che va difeso, preservato e migliorato.

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