Podcast n. 82 – Il Mondo Nuovo – 18 febbraio 2024 – Il peso, anche da morto, di Aleksei Navalny

A man holds a poster with a portrait of opposition leader Alexei Navalny during a protest in front of the Russian embassy in Berlin, Germany, Friday, Feb. 16, 2024. Navalny, who crusaded against official corruption and staged massive anti-Kremlin protests as President Vladimir Putin’s fiercest foe, died Friday in the Arctic penal colony where he was serving a 19-year sentence, Russia’s prison agency said. He was 47. (AP Photo/Markus Schreiber)

Pubblicato dal magazine online Il Mondo Nuovo nella forma audio: https://www.ilmondonuovo.club/il-peso-anche-da-morto-di-navalny/

Pubblicato dal magazine online Democrazia futura/Key4biz nella forma scritta: https://www.key4biz.it/democrazia-futura-il-peso-anche-da-morto-di-aleksej-navalnyj/480481/

Stefano Rolando

Non è la prima volta che – a proposito di vicende russe o di genialità russe o di stereotipi russi, che ci sentiamo dire: attenzione, non giudicate i russi con i puri paradigmi degli occidentali. Pena non capirci nulla. Né se vi riferite alle classi sociali (lì da secoli, sono altra cosa). Né si vi riferite alle città o ai territori di nascita (poco da spartire con il nostro dna territoriale da tempo non infeudato).Né infine se volete leggere appartenenze ideologiche o partitiche espressione di tutte  le nostre nazioni più o meno tricolori figlie della Rivoluzione francese.

In più – quando si tratta di figure che invadono la scena con gesti clamorosi – c’è sempre un esperto che ricorda: attenzione che questo genere di russi ha quasi sempre un granello di follia.

Nel caso di Aleksei Anatolievich Navalny, tutti questi caveat ne hanno sempre accompagnato le cronache. Nato nell’Oblast di Mosca, immenso territorio che sta attorno alla capitale senza comprenderla, area di tradizione industriale fatta di pianure e alcune alture, considerato bacino del Volga, con sette milioni di abitanti, il 4 giugno 1976, in una famiglia di tradizioni militari, il padre pure lui ufficiale dell’esercito. Si laurea in legge, poi si specializza in finanza, sempre in atenei di tradizione. E comincia a far politica dopo i vent’anni. Nel 2000 si iscrive al partito Jabloko, forza centrista, anticomunista, europeista (jabloko vuol dire “mela”);  all’età di 30 anni è un  leader dell’area di Mosca. Quando ormai divenuto lo scomodo e rumoroso oppositore di Putin riuscirà – prima e unica volta – a presentarsi alle elezioni, proprio le amministrative di Mosca nel 2013, darà filo da torcere al candidato putiniano, arrivando secondo con 650 mila voti e conquistando il 30% del voto espresso.

Da quel momento nelle sue biografie in rete – in quasi tutte ormai c’è lo zampino dei “correttori” digitali del FSB russo (l’antico KGB), dunque di una potenza al mondo in fatto di manipolazione digitale – abbondano le citazioni del giovane nazionalista, con tendenze reazionarie, incitatore all’odio, simpatizzante nazi, xenofobo. E, ciliegina finale, con un grano di follia negli  occhi”.

Quando Putin spiega i suoi nemici lui sceglie di stare sempre dalla parte della vecchia bandiera rossa, anche se è il capo storico, fin dal servizio a  Eltsin, del rovesciamento totale del vecchio sovietismo. Ma siccome anche nella storia quel “vecchio sovietismo”  è un pezzo della catena imperiale russa, si sa che Putin, anche quando esercita la reincarnazione dello zarismo, cerca di attaccare da sinistra i nemici dello Stato, ovvero i suoi critici.

Quando Navalny fonda Democrazia Alternativa -DA (è il 2005) fa un gran regalo ai contro-biografi del Cremlino che finalmente possono raccontare che “piglia i soldi dagli americani”.

Se andate sulla biografia in italiano in rete di Wikipedia tutte queste pietre di inciampo le trovate sgranellate.

A buoni conti qui comincia la lunga marcia di un nazionalista che si racconta come liberale e che oggi – dopo tutto quello che è successo, sua morte compresa – Aldo Cazzullo, che scrive sempre in modo argomentato, ricapitola così:

Non lasciatevi ingannare.  Aleksei Anatolievich Navalny è un eroe. Da eroe ha vissuto. E da eroe è morto”. E ancora : “Intendiamoci, Navalny era un nazionalista russo. Non era un liberale, tanto meno un uomo di sinistra. Era un patriota che a differenza del criminale di guerra Putin, voleva il bene del suo Paese  per cui ha messo in gioco il suo patrimonio, i suoi cari, la sua stessa vita”.

La diffidenza planetaria sui misteri – per ancora ancora la parola va detta – della morte di Navalny, sanissimo per la sua famiglia fino a poco prima, ora con titubanze a restituire rapidamente la salma, eccetera, viene dalla documentata pratica dell’eliminazione fisica dei suoi avversari dichiarati da parte di Putin che avendo evocato qualche volta la Russia come la “quarta Roma” deve essere stato impressionato dalla lettura dei classici di storia politica dei nostri antenati, Sallustio, Tacito, Svetonio, che scrivendo della fine degli imperatori, ne salvano pochi morti nel loro letto. E vissuti nel quadro di tintinnare di spade e di veleni ad ogni piè sospinto anche per liquidare amicissimi e parenti stretti. Stessa storia nelle forti vicende del nostro Medioevo, quando Westfalia era ancora lontana e duchi e principi avevano diritto di vita e di morte su tutto e tutti.

Non c’è giornale dignitoso al mondo che in questi due giorni non abbia ripubblicato le fotografie di Anna Politkovskaja (48 anni), Alexander Litvinenko (43 anni), Sergei Magnitsky (37 anni), Boris Nemtsov (55 anni), eccetera eccetera. Nessuno dei quali è morto di covid o di mal di reni. Persecuzione e martirio sono atti documentati della stessa serie del nostro Giacomo Matteotti.

Per non parlare della fine di Prigozhin (fine che, quando trattammo qui, quasi in diretta podcast, la grottesca vicenda della colonna Wagner verso Mosca, non fu difficile da mettere in preventivo, a orologeria; come infatti accadde puntualmente).

E del resto esemplare era stata la vicenda – fin troppo sceneggiata per non prestarsi alle fantasie del cinematografo – dell’attentato mortale per avvelenamento che lo stesso Navalny subisce, dopo una serie di aggressioni e violenze,  nell’agosto del 2020 ad opera di un gas nervino come  le analisi successive su Navalnyj stesso  avevano riscontrato  indicando la presenza del Novichok, appunto un agente nervino già utilizzato per avvelenare l’ex spia Sergej Skripal nel 2018.

Fu Angela Merkel, allora Cancelliera tedesca,  a salvare con una spavaldissima azione aerea dei  servizi tedeschi l’oppositore numero uno di Putin raccontando autorevolmente al mondo fatti e misfatti della vicenda. E alla fine di quella vicenda ci fu il passaggio – questo sì eroico – di uno uomo, certamente provato dall’attentato, che avrebbe potuto stare in esilio a fare la sua battaglia di parole e che sceglie di tornare in Russia, mettendo in bilancio anche l’esito poi avveratosi.

Qualunque cosa metteranno in campo i prestigiatori della propaganda putiniana per spiegare che passeggiando per il Circolo Polare Artico hanno ceduto le arterie di un uomo abituato alle mollezze del denaro e quindi all’ottimo riscaldamento delle case dei ricchi e disabituato ai freddi polari – questa l’ho inventata io, ma quando le spie russe inventano hanno un umorismo di questo tipo – la serie storica della liquidazione degli oppositori da parte dello zar Vladimir Putin è già il corpo giuridico del giudizio universale sulla colpevolezza di questo decesso.  Checche’ pateticamente ne pensi Matteo Salvini.

Ogni concausa fa riferimento ad una spietata gestione di un condannato a cui, in due anni, è stata fatta attraversare la porta di una cella putrida di isolamento e punizione ventisette volte.

Queste cose in questa forma non sono successe né a Silvio Pellico, né ad Antonio Gramsci, né  a Sandro Pertini, tra i più famosi frequentatori delle patrie galere, chi per colpa austriaca, chi per colpa fascista, che facevano il carcere duro, certamente, ma non raggiungevano il sadismo carcerario che fu esercitato dai nazisti e che, da Stalin a oggi, e’ connotazione di quello che e’ stato chiamato “il dispotismo orientale” (Karl August Wittfogel). 

Parliamo insomma di storie raccordate da volontà di sterminio.

Che portano in campo tutta la portata della narrativa aggressiva della guerra di invasione che Putin da più di due anni conduce in Ucraina.

Putin andrà alle elezioni tra un mese e la morte di Navalny, che ha fatto scendere in piazza trecentocinquanta coraggiosi ragazzi a Mosca, manganellati subito dalla polizia e largamente rastrellati dopo un quarto d’ora, non peserà in modo sconvolgente sugli esiti nelle urne. Anche se il giorno dopo, quando si sono accorti che la polizia gettava via anche i fiori deposti, quei ragazzi in piazza sono diventati migliaia.

Ma il peso di questa morte sul fattore reputazionale a cui tanto Putin tiene è da prendere in considerazione per quella complessità degli equilibri delle apparenze che hanno tanto le vicende di guerra quanto i negoziati di pace ( si è vista l’immediata risonanza al G7 sulla sicurezza svoltosi a Monaco di Baviera). 

Solo pochi giorni fa – all’interno di una complessa e importante riflessione tra l’economia finanziaria, la crisi pandemica e la guerra di invasione in Ucraina fatta negli Stati Uniti da Mario Draghi (che parlava da ex-banchiere in Italia e a Francoforte ma anche da ex primo ministro di paese occidentale) – l’insignito all’MIT del prestigioso Premio Miriam Pozen, ha spiegato a tutto l’Occidente perché Putin non può e non deve vincere questa guerra. E il suo non  è un ragionamento sprigionato dalle narrative della NATO. È sprigionato, per certi versi al contrario, dallo sforzo in questo momento di immaginare una via per rafforzare l’integrazione europea contro spinte nazionaliste e protezionistiche interne. Leggo solo un brano del più lungo ragionamento che Draghi ha dedicato a questo argomento:

“I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica. Sono i valori emersi dopo il massacro della Seconda guerra mondiale. Ed è per questo che non c’è alternativa per gli Stati Uniti, per l’Europa e i suoi alleati, che garantire che l’Ucraina vinca questa guerra. Accettare una vittoria russa o un pareggio confuso indebolirebbe fatalmente altri Stati confinanti e invierebbe un messaggio agli autocrati che l’Unione Europea è pronta a rinunciare a ciò per cui si batte, a ciò che è. Inoltre, segnalerebbe ai nostri partner orientali che il nostro impegno per la loro libertà e indipendenza – un pilastro della nostra politica estera – non è così saldo come sembra. In breve, sarebbe un colpo esistenziale per l’Ue. Vincere questa guerra per l’Europa significa avere una pace stabile, e oggi questa prospettiva sembra difficile. L’invasione della Russia fa parte di una strategia delirante a lungo termine del presidente Putin: recuperare l’influenza passata dell’Unione Sovietica e l’esistenza del suo governo è ora diventata intimamente legata al suo successo”.

Resta vero, va aggiunto, che il pensiero di chi legge e scrive di guerra Ucraina deve andare alle anche minime indicazioni di pace possibile. Ma – come molti hanno scritto dopo la morte di Navalny – “troppe sono le illusioni che circolano ancora sullo zar russo Vladimir Putin

Lo sforzo della comunità popolare europea ora dovrebbe essere quello di non essere ondivaga a seconda della stagnazione della dinamica di guerra o a seconda di questo o quel sondaggio oppure dall’evidente logoramento dell’opinione pubblica che la priorità ancora alta delle questioni economiche porta a ricacciare le preoccupazioni per fatti ed eventi che non portano beneficio al PIL stagnante  o alla finta nuova occupazione. L’Europa che sta accogliendo al suo interno  l’Ucraina – diventando essa stessa parte dell’Ucraina – malgrado tutto una scelta che ha ancora sostegno diffuso, deve ragionare su se stessa, come qualcuno ha detto,  come “Europa nazione”. 

Questo è il tratto di ispirazione dell’europeista Mario Draghi. 

 E  questo tratto va anche citato per dare senso e valore ad una morte a cui lo stesso Aleksei Navalny ha fatto riferimento più volte come un potenziale di forza non di debolezza.

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