Quando nacque il duello a sinistra di tutto un secolo

Massimalisti e riformisti nel primo Novecento. Un saggio di Orazio Niceforo[1].  

Stefano Rolando

Un sicuro pregio di questo libro[2] è quello di offrire un contributo argomentato per riportare la crucialità della Prima guerra mondiale nel senso storico del Novecento dopo che naturalmente per decenni la discussione per le generazioni della seconda metà del secolo è stata polarizzata sulla Seconda guerra mondiale. Per la sua modernità, per la sua grandiosità, per la sua discontinuità (l’atomica), per la sua globalità (in campo oltre agli europei gli americani e i giapponesi). Per i suoi progetti di sterminio (la questione ebraica). E soprattutto per la sua legacy (Yalta).

Questo libro – che ha la lucida prefazione di Ugo Intini [3]– non è centrato sugli eventi della guerra, che scorrono quasi in permanenza a lato. Ma sulle due anime del socialismo italiano – i massimalisti e i gradualisti – che su questo tema e poi, dopo il ’17, sull’esito rivoluzionario in Russia, confliggono quasi su tutto e continuano a polemizzare adattando l’ideologia ai fatti e soprattutto i fatti all’ideologia.  Quasi sempre mettendo, come cerotto occasionale alle polemiche, il sacro principio della unità del partito che, alla fine, nel ‘21 cederà il passo al vento della storia.

Va detto che nella rappresentazione “nazionalistica” della Prima guerra mondiale, la narrativa italiana è quasi sempre sulle resurrezione militare da Caporetto a Vittorio Veneto. Mentre la rappresentazione del filone anti-interventistico sta – per dirla in larghissima sintesi – sui versi sofferti di Ungaretti. Quel che emerge nel libro di Orazio Niceforo,  è in un certo senso inquadrato nel recupero del filo storico dell’evoluzione identitaria italiana in riferimento al conflitto tra politica delle riforme e insorgenze rivoluzionarie  (massimalisti e fascisti). Intreccio che il primo ventennio del secolo scorso traccia con affanni, generosità, errori e violenze che finiranno per essere un macigno che tuttora ingombra l’immaginario collettivo italiano.

Le anime del Psi in conflitto

Le due anime in conflitto seguono lo spartito che in tutta Europa è  un filo rosso teso tra la rivoluzione francese e la rivoluzione russa. In mezzo si colloca (prima parte del libro) una sorta di molecola impazzita, cioè la figura di Mussolini che passa da una parte all’altra. Di per sé tratteggiato come una figura limitata e opportunista.  Collocato nella componente di maggioranza, i massimalisti, che lo porta a guadagnare la posizione politicamente cruciale della direzione dell’Avanti, in un vago sorelismo che gli fa agognare una soluzione rivoluzionaria. Una qualunque rivoluzione. Anche al tempo mal definita. Diventa interventista perché pensa che “armare un popolo faccia un popolo”. La romagnolità lo trasporta con una retorica che magari coincide con i bagliori del futurismo, quelli che adorano il punto esclamativo. Ma a conti fatti, tra le parti in gioco, è lui che imbrocca il pronostico.

Mussolini imbrocca il pronostico nel senso che la sinistra massimalista non capisce che il bolscevismo si trasformerà nella dittatura burocratica dell’apparato staliniano (mentre il tema della libertà e del diritto di informazione critica è ben presente a Turati e ai gradualisti). I riformisti che coltivano una posizione giusta sembrano invece talmente presi dal duello interno da vedere lo schema di evoluzione delle responsabilità di governo del Paese come secondarie, e quindi non percepiranno a fondo cosa la storia sta per produrre nella slavina che trascinerà l’Italia nella dittatura. Mussolini pensa o per lo meno intuisce che armando un popolo si sarebbe arrivati a milioni di reduci rabbiosi e delusi che avrebbero fatto quella rivoluzione  che lui vagheggia (diventerà fascista quando la sua giravolta sarà completa). Quella rivoluzione che intanto né gli operai, né i contadini, né gli impiegati, né i borghesi sono pronti e interessati a fare. La maggioranza nazionalista vagheggia invece il “faremo come in Russia”. Come scrive bene Antonio Carioti (nella recensione del libro sul Corriere della Sera[4]): “Il fascino dell’epopea bolscevica era troppo forte per i bolscevichi  e ancor più per coloro che avrebbero poi dato vita al Partito Comunista. Poco importava loro della tragedia che si era abbattuta sul popolo russo. “La solidarietà – scrive Niceforo – andava alla rivoluzione come fatto globale, come affermazione di principio, come speranza”.

La prefazione di Ugo Intini non si limita al conflitto originario (Turati-Serrati) ma si concentra sugli sviluppi anche nella fase immediata dalla presa del potere da parte dei fascisti e quindi attorno alla posizione della frazione divenuta comunista (Bordiga-Gramsci) osservando che anche nella svolta drammatica i massimalisti facevano prevalere la logica del “tanto peggio, tanto meglio”: “Nelle ore decisive non parteggiavano né per i democratici né per i fascisti”. 

La minoranza turatiana e i riformisti al governo

In ogni caso nel libro di Niceforo è struggente la giustezza delle analisi di Turati, condannate tuttavia alla quasi irrilevanza della storia. Tra l’emergere dei comunisti e poi l’emergere dei fascisti, queste voci torneranno ad avere visibilità con la Costituente. Ma ancora una volta in forma minoritaria. Avrebbero avuto – con i governi Giolitti e Nitti – più importanza di quella che gli stessi riformisti vi attribuiscono. Ma l’assorbimento nel permanente duello interno spostano le priorità. Torneranno in scena negli anni ’60 con il primo centrosinistra del dopoguerra (Nenni, Lombardi, Giolitti jr insieme a Moro, Fanfani, La Malfa). Spazzati via da ribellismo ideologico a sinistra e servizi segreti a destra. E torneranno minoranza tenace negli anni ’80 ma ormai nella tenaglia tra la stessa sinistra ideologica e il bastone duro della CIA (come lo squarcio anche di ultime discussioni, da Ustica al caso Moro, ripropone).

Una parola per motivare il mio interesse anche come presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” per questo segmento di storia del secondo decennio del ‘900 che contiene per intero la Prima guerra mondiale, contiene il “Diciannovismo” nella complessa interpretazione di Nenni [5]ma anche di altri tra cui lo stesso Nitti e D’Annunzio. E contiene quel governo guidato da Nitti (dopo essere stato, come ministro del Tesoro nel governo Orlando,  il vero tessitore dei rapporti tra diplomazia, industria, apparato dello Stato e forze armate, per portare l’Italia da Caporetto a Vittorio Veneto), governo dunque guidato da un radicale a cui concorrono popolari, liberali e i socialisti riformisti.

Di questa vicenda non c’è traccia nel libro di Niceforo. Solo una riga che segnala il cambio della guardia alla guida del governo da Orlando a Nitti. Come è marginale negli scritti di Nenni sul ’19. Insomma, non è quella la partita dei socialisti italiani.  In realtà fu la partita di una grande possibilità di modernizzazione del paese, di una prima decisiva riforma dello Stato e rinnovamento della classe dirigente. Fu anche la base di una politica estera euromediterranea con grandi potenzialità, nelle posizioni assunte alla pace di Versailles e nelle conferenze collaterali. Ma pur essendo parte di quel governo per i socialisti al tempo si trattava di un semplice tratto nuovo della stessa continuità governativa borghese. Dunque, trascurabile. Il fatto che Nitti tenga per sé, a un certo punto,  il dicastero dell’Interno, nel quadro dei disordini del dopoguerra, fa omologare a Nenni Nitti e Giolitti come “i governi dei prefetti”, non cogliendo il conflitto tra i due e soprattutto le rilevanti discontinuità.  E il trattamento delle argomentazioni di Niceforo registra questa estraneità alle vicende del governo del Paese, collocando altrove – cioè, nella loro disputa per il controllo del partito –la stragrande energia dei socialisti (che poi nell’esilio – tra Turati, Saragat, Treves, Nitti, Modigliani  e Nenni, ritroveranno la forza della sintesi e dell’interpretazione).

Segnalo qui che l’altro fronte a tenaglia rispetto a quel governo  (da un lato vi era  la pagina ambigua degli scioperi “senza costrutto” di quel periodo, per mascherare la conflittualità interna al Partito Socialista, a cui Niceforo fa ottimo riferimento) era costituito dal fascismo insorgente, la cui trama porterebbe troppo lontano la nostra discussione, ma di cui va tenuto conto per il peso propagandistico che assume nel dopo guerra e fino alla marcia su Roma, nella confusione tra reduci e profughi, il ruolo di D’Annunzio. Una sola citazione per capire il senso sanguinario di quella tenaglia. Scrive in avvio di governo Nitti D’Annunzio a Mussolini: “Voi vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro Pese, anche la Lapponia, avrebbe cacciato quell’uomo”. Quell’uomo era il presidente del Consiglio dei Ministri che governava con i popolari, i liberali e i riformisti un’Italia che sulla carta aveva vinto la guerra ma nella sostanza si preparava a sprofondare negli abissi.

In conclusione, due brevi cenni che traggo ulteriormente  dalla lettura del libro di Orazio Niceforo.

  • Il primo è un posizionamento culturale e politico dei socialisti in materia concettale sulla parola patriache oggi sembra essere nel quadro di una strumentalizzazione che vede più impreparata di allora la sinistra italiana. I riformisti accettano la legittimità del tema del “territorio nazionale da difendere”. I massimalisti non accettano il rango della priorità politica della parola “patria” se non all’interno di un riconoscimento generale delle patrie. Anche su questo aspetto il taglio culturale con il Risorgimento sembra evidente e un certo “presentismo”, che lamentiamo molto riguardo all’oggi, in questo dibattito sembra affiorare.
  • L’altro tema si riferisce al ruolo di un altro socialista allora al “governo”, questo però della città di Milano,  Emilio Caldara, che è trattato  nelle pagine finali del libro, primo sindaco socialista della città, turatiano e amico di Matteotti, inventore del municipalismo, della Fiera di Milano, dell’Anci e di altre cose. Caldara viene accennato nel suo pragmatismo sociale e di costruzione dello sviluppo nell’equità, a sua volta dovendo fare i conti con la direzione del suo partito che Nenni chiama al tempo “sopraffatta dal mito russo”, con i massimalisti che – queste le parole di Niceforo – “sono certi dell’imminente crollo del sistema borghese mentre i gradualisti sostengono le esperienze di governo come segno che le priorità restavano la libertà e una politica contro la violenza.

[1] Pubblicato sul n. 2/febbraio 2024 della rivista Mondoperaio.

[2] Orazio Niceforo – I socialisti italiani e la rivoluzione bolscevica (1917-1919), Biblion edizioni, novembre 2023.

[3] La prima presentazione è avvenuta al Circolo De Amicis a Milano il 17.1.2024 con gli interventi di Aulo Chiesa, Antonio Carioti, Ugo Finetti, Walter Galbusera, Enrico Landoni, Stefano Rolando, introdotti e moderati da Nicola Del Corno.

[4] Antonio Carioti, Il Psi e Lenin. L’inutile monito di Turati, Il Corriere della Sera, 8.1.2024.

[5] Pietro Nenni, Il diciannovismo – Come l’Italia divenne fascista, prefazione di Luigi Covatta, Harpo, 2020.

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