Podcast 83 – Il Mondo Nuovo – 25 febbraio 2024 – A proposito di parole simboliche: il manganello.

Stefano Rolando

Versione audio : https://www.ilmondonuovo.club/il-manganello/

Da qualche tempo tra la piazza urbana e la piazza mediatica è tutto un rialzo di toni.

Non c’è manifestazione senza insulto. Non c’è insulto senza replica. Non c’è replica senza polemica. Non c’è polemica senza risvolto politico.

E oggi – sabato 25 febbraio – dovremmo a buoni conti dire per terminare questo gioco del domino: non c’è risvolto politico senza sanzione morale di un capo dello Stato che – per chi non abbia ancora ben capito cosa sia la moral suasion (potere vero sole se esercitato in forma davvero autorevole) – vorrebbe innanzi tutto interrompere il domino, ma anche arginare derive. Derive che possono naturalmente creare un giro infinito. Cioè, il domino non si conclude ma apre un nuovo giro. L’ultimo degli insulti riporta rabbie e rancori in piazza alzando ulteriormente la temperatura.

Ne ha viste troppe il presidente Sergio Mattarella per non ponderare due volte le parole.

  • La prima volta per fermare la catena degli insulti che ha riguardato la presidente del Consiglio.
  • La seconda volta per stigmatizzare l’uso del manganello da parte della polizia per invalidare il diritto alle manifestazioni dei cittadini (in particolare dei giovani e degli studenti) purché condotte con modalità pacifiche e senza evidenti cenni di violenza.

Il ceto politico in parte apprezza, in parte si lagna. A seconda se si sente colpito o sostenuto dai vistosi messaggi del Quirinale. I media coronano ciò che il diritto di cronaca non può ignorare: cortei, turpiloquio, bandiere bruciate, azioni antisommossa, manganellate. E per ora (credo) nessuno è finito al pronto soccorso. E infine una parola strutturata in forma di ragionamento. Comunque, una forma preziosa in epoca di toni sempre più assertivi e sempre più sferzanti.

Prima della parolaccia del presidente della Campania Vincenzo De Luca – oggettivamente un fuorionda, non una dichiarazione ai media, pur con la frizione slittata per un politico di tale esperienza – il tono della premier era da comizio non da remarque istituzionale. Il presidente Mattarella ha dichiarato di dover esprimere protezione per le istituzioni e quindi per il vertice dell’Esecutivo. Ma è certo che non ha gradito nel suo insieme tutto quel litigio, tanto quello espresso platealmente quanto quello espresso in sordina.

Ma è nella ponderazione culturale, sociale e politica della seconda presa di posizione – dopo i manganelli della polizia contro gli studenti a Pisa nelle adiacenze di piazza dei Cavalieri –  che ha potuto esprimere un avvertimento su cose che vengono da lontano e rischiano di portare lontano.

Questo il fermo, intenso e non verboso testo pubblicato sul sito del Quirinale:

“Il Presidente della Repubblica ha fatto presente al Ministro dell’Interno, trovandone condivisione, che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento.”

Grande abilità nell’inciso “trovandone condivisione”, così da far leva su una possibile sinergia preventiva ma senza diminuire di una virgola la delegittimazione dell’operato specifico, connotato dalla parola “fallimento”.

Il giorno prima – il 23 febbraio – queste le precise parole usate per l’altro capitolo accennato:

Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa Presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà. Il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte. Ne viene travolta la dignità della politica che scompare, soppiantata da manifestazioni che ne rappresentano la negazione. Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori.”

L’insieme delle esternazioni del presidente Mattarella segnalano non solo fatti specifici, entrambi divisivi. Dunque, di complessa soluzione. Perché maneggiati in forma di reciproca aggressività tra parti politiche che sono per altro in campagna elettorale . E per questa ragione diventano esternazioni coraggiose, rispetto a tanti atti di omissione che le istituzioni quando conviene assumono come “via d’uscita”. A questo punto tali esternazioni diventano però anche un alto editoriale sul clima, le tendenze, i rischi di carattere generale della “rappresentazione politica” nel nostro Paese e nel nostro tempo (forma che per questa ragione mettiamo in rilievo qui, in questa rubrica, che si occupa, appunto, di rappresentazione nella politica nella società, nella comunicazione).

E il monito di carattere più generalizzato, diciamo più “di cornice” riguarda anche aspetti meno di cronaca e più di evoluzione di culture e di sub-culture.

Indicare agli italiani l’alterazione del dibattito pubblico e politico inteso come forma di – rileggo –  “insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale” è anche raccontare la svolta avviata negli anni Novanta e trasformata in una accentuazione populista della politica italiana, da un certo punto di vista in poi divenuta con un riferimento ideologico che non aveva più né connotati filosofici né economici. Era semplicemente un “vaffa” generalizzato. Questo clima in realtà – pur con tanti cambiamenti e trasformazioni degli ultimi trenta anni – ha mantenuto non tanto una perdita di controllo ma l’adozione diffusa di un altro registro rispetto  a quello che teneva legata l’Italia al novero delle democrazie liberali. Ovvero del regolamentato equilibrio tra poteri di governo e poteri di controllo.

In sostanza una vera malattia, mai davvero curata, figlia di una dequalificazione della politica stessa che ha raddoppiato infatti negli ultimi trenta anni l’astensione non casuale ma permanente da parte ormai di metà degli italiani. Pur senza dire queste parole, Mattarella ha negli occhi questo film. E ha nell’animo il rischio di una fine che è una parola che appartiene – come ben sappiamo – a qualunque film.

Immagine tratta da wikipedia

Ma c’è un’altra parola che oggi campeggia.  È la parola che circola a chiare lettere su tutti i media e sui comunicati ufficiali. La parola “manganello”. Che segnala un altro film, un altro quadro simbolico, un’altra storia che cento anni fa sembrava durare lo spazio di un’eruzione, lo spazio di un febbrone. E che invece durò ventitré terribili anni. Ed è la parola che si legge nell’oscurità di una storia che in questo anno costituisce il più fitto calendario degli eventi storici italiani. Perché si riferisce ai “manganelli” denunciati da Giacomo Matteotti nel suo celebre discorso a Montecitorio del 30 maggio del 1924 per parlare dell’insieme delle violenze dei fascisti. Così come aveva parlato dei brogli elettorali e si riprometteva di parlare di comprovate corruzioni nell’intreccio tra politica e polizia del regime. Il 10 giugno Matteotti fu prima rapito e poi ucciso (54 anni dopo, questa sorte – in altra dinamica –  toccherà ad Aldo Moro). E solo il  3 gennaio del 1925, di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini si assunse pubblicamente la «responsabilità politica, morale e storica» del clima nel quale l’assassinio si era verificato. Ma ormai non c’era più nemmeno un Parlamento a registrare l’arroganza, perché era prevalso il “manganello di Stato”.

Inutile girarci attorno, basta scorrere la voce “manganello/fascismo” e la narrativa è lunga e chiosata da molte analisi e da molte comprovazioni (“O tu santo Manganello/ tu patrono saggio e austero/ più che bomba e che coltello/ coi nemici sei severo/ di nodosa quercia figlio/ ver miracolo opri ognor/ se nell’ora del periglio/ batti i vili e gl’impostor”; così iniziava una stornellatura fascista sull’argomento).  Cinema e letteratura hanno ampiamente disegnato questa retorica, un’auto-rappresentazione, a “inculcare nei crani refrattari la verità patriottica e fascista” (anche questa è una citazione).

Da qui, si capisce che – proprio in questa fase, fatta di continue pietre di inciampo, alcune plateali, magari alcune anche un po’ forzate – non sarebbe propriamente difficile immaginare che la presidente del Consiglio stessa non dovrebbe avere – se non per eccesso di contraddizione – troppo interesse a passare il tempo a rintuzzare allusioni,  politiche e giornalistiche, che-  fa una certa pena dirlo – hanno la loro inevitabilità.

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