Podcast n. 85 – Il Mondo Nuovo – 10.3.2024 – Il decennale di “ capitale italiana della cultura”

Stefano Rolando

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Nel 2014, percepita l’importanza, vista la tensione progettuale, verificata l’attivazione di elementi di  economia pubblico-privata per ottenere l’aggiudicazione di un premio consolidato in Europa con il ruolo per un anno di “capitale europea della cultura”, Dario Franceschini, allora  ministro della Cultura  (allora si chiamava “Beni Culturali”)  pensò di non disperdere le energie di progettazione accumulate in occasione di quella accesa finale tra città italiane candidate.

L’aveva spuntata Matera. Si rivelerà un grande  evento per quella città, per il Mezzogiorno e per l’Italia.

Ma altre città di rilievo in quella gara erano risultate finaliste (italiane, perché nel turnover europeo una delle vincitrici nella terna annuale toccava all’Italia).  Era un bel quintetto: Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena, quest’ultima addirittura arrivata alla disputa finalissima con Matera.

Nel 2015 queste cinque città italiane, concentrate nel centro-sud e isole,  sarebbero state, con provvedimento poi entrato nella legge di bilancio, tutte insieme capitali italiane della cultura.

Dal 2016 si normalizzava l’approccio a una sola città per anno che per quell’anno toccò al nord. Prevalse Mantova che poi fece gran bella figura.  

Cultura. 40 anni di capitali europee, 10 anni di capitali italiane

Questa breve introduzione è per dire che  le capitali europee hanno una storia ormai quarantennale.  Quelle con titolo italiano festeggiano ora il primo decennale.

L’avvio in Europa  fu nel 1985 con Atene, l’anno dopo fu Firenze.

Nel 2000 tocca a Bologna insieme ad altre otto città europee in onore del nuovo secolo.

Nel 2004 è in campo Genova con grandi preparativi. Come detto, per il  2019 dura lotta, la spunta Matera. Per il 2025 il ruolo è  toccato a sorpresa a Gorizia, trainata dalla limitrofa slovena Nova Gorica e con la più lontana città tedesca di Chemnitz, vicina a Dresda, comunque città di confine.

Da adesso  per l’Italia non ci saranno possibilità prima del 2033.  Insomma, cinque italiane in 40 anni.

Mentre  l’albo d’oro italiano, cioè la disputa del titolo nazionale, arriva, come ho detto,  nel 2024  al decennale dell’istituzione.

Diciamo che, insomma,  ci sarebbero le prime condizioni per fare qualche riflessione sul nesso cultura, economia, società e sviluppo che è il vero senso “sistemico” per capire questa storia al di là dell’importanza che esiste per costruire dinamiche di evento nei territori, ormai tutti a caccia di turisti e per tonificare l’economia commerciale e dei servizi. Argomento serio che tuttavia  non dovrebbe propriamente essere la ragione numero 1 per fare cultura.

Ricordo qui allora le scelte fatte dalle commissioni giudicatrici per l’Italia, dopo il primo citato gruppo e dopo Mantova. Nel 2017 è Pistoia, nel 2018 è Palermo (la capitale di più alta dimensione storico- culturale tra quelle scelte), nel 2019 –  per concentrare ogni energia su Matera – si salta il turno. Nel 2020 è Parma che comprende il 2021 causa pandemia. Nel 2022 è sorprendentemente Procida. Nel 2023 (con riferimento alla violenza della pandemia su territori e comunità) la scelta lega le sorti di Bergamo e Brescia. Quest’anno tocca a Pesaro, recentissima l’apertura del programma annuale alla presenza del Capo dello Stato, dei sindaci del territorio e con l’intero distretto industriale delle Marche alle spalle. Infine, per l’anno prossimo, la scelta è stata per  Agrigento.

Vocazioni e strategie

Come si capisce meglio vedendo il percorso delle capitali europee (a 70 città è toccata l’esperienza, mentre 10 sono designate per gli anni immediatamente a venire), la tendenza in sviluppo non è più tanto dipendente dal riconoscimento storico, dallo sguardo al passato, dalla dimensione culturale accumulata.  Anche se questo è un  fattore che ha il suo peso, comunque,  nella formazione dei dossier di candidatura.  Comincia ad avere rilievo la  capacità strategica di cogliere aspetti vocazionali per consolidare processi di sviluppo, per adeguare infrastrutture e promuovere formazione di competenze.

Insomma, comincia ad assumere significato la percezione di chi ci mette risorse (istituzioni e in parte non irrilevante anche sistema di impresa e di sponsorizzazione) che le capacità progettuali (che mancano spesso nelle pubbliche amministrazioni) insieme a una  vera partecipazione, con orgoglio identitario e valoriale che questi eventi generano, non meritano di essere utili solo per comporre un palinsesto di intrattenimento. Anche se, naturalmente,  la qualità di quell’intrattenimento è poi decisiva per la riuscita e per la partecipazione stessa.

Questo tema rende – diciamo così –  la faccenda più politica (nel senso migliore del termine) che tecnica. Ma anche qui la parola “politica” indica la capacità dei tavoli di progettazione e anche di   competizione di  tenere conto davvero degli interessi generali.

Non solo a scopo autocelebrativo o per creare passerelle, ma proprio perché nelle dinamiche post-industriali che toccano tutta l’Europa e anche tutta l’Italia l’intreccio valori, patrimoni, rappresentazione, formazione professionale e creatività sono nuovo petrolio per consistere, per trasformarsi, per continuare a vivere e lavorare, per vedere insomma in modo meno sfuocato una parte importante di futuro.

Qui un rilievo fa fatto. Non sempre c’è effettivamente strategia nelle candidature.

A volte se ne colgono tratti dai progetti scelti. Altre volte essa invece è meditata ed esplicita.

Cerco di farmi capire. Questa visione degli obiettivi di medio e lungo periodo può essere locale, ovvero regionale, nazionale, internazionale (ottimo sarebbe leggere la connessione di questi profili).

Dipende molto dalle alleanze, dagli accordi (per esempio quelli co-produttivi) che stanno dietro alle proposte di programma.

Ma può dipendere anche da un fattore importante di contesto. Per esempio, l’agenda nazionale dell’anno in questione. Ora è discussione il 2026. Ebbene – faccio qui solo un breve riferimento  al progetto di cui mi sono occupato, quello di Maratea e della Basilicata.  Il 2026 sarà, per l’immagine nazionale e internazionale dell’Italia, l’anno delle Olimpiadi invernali.  I media porteranno messaggi nelle case di tutto il mondo l’Italia del nord e della montagna. È chiaro che Maratea, rispettando questa evidenza, pone l’interrogativo di un fattore di riequilibrio, sostenendo per quell’anno attorno alla proposta di immagine dell’Italia il nesso sud-mare (anzi due mari, congiunti da una lunga area interna), cioè il tema del Mezzogiorno.

In più postulando l’importanza regionale di avere ancora vivo il lascito (iniziative, professionalità attivazione di cantieri) di Matera 2019 (l’altra parte della regione) per una felice integrazione di tutti i fattori territoriali in movimento. Che è poi anche l’opzione manifestata dalla candidatura di Alba che ha avuto nel 2014 il rilevante riconoscimento di Langhe-Roero e Monferrato patrimonio culturale Unesco e poi alla ricerca di una agenda operativa per declinare quella conquista in modo concreto.

A proposito della candidatura di Treviso, il presidente del Veneto in persona Luca Zaia, ha rovesciato il ragionamento dell’equilibrio nord-sud, dicendo che la strategia per la sua città si è fondata sulla sinergia tra le Olimpiadi a Cortina e l’ipotesi della vicinanza di Treviso per visitare l’ipotetica capitale della cultura dell’anno. Non entro nel merito dei due significati che si sono misurati, ma registro appunto che la parola “strategia” ha libertà di declinazione molto flessibile.

Mi fermo a questi cenni, solo per far balzare agli occhi in buona sostanza le tante sfumature che sono tracciate nell’approccio al tema della strategicità.

Embrioni di nuove forme di impresa culturale

Ciò che si mette in movimento – nel comporre l’offerta di progetti – è il rapporto tra infrastrutture (a loro volta da rigenerare, migliorare, adeguare) e opportunità produttive e co-produttive con ambiti vicini e lontani. Schema che si rafforza quando nelle alleanze ci sono anche le università – vicine e lontane – che generano sapere e conoscenze attorno ai cantieri. E che si rafforzano ulteriormente quando insieme a enti e istituzioni agiscono soggetti di impresa non tanto perché “pagano” ma perché partecipano alla nozione della cultura come impresa con l’evidente connessione, ormai imprescindibile, di vivere questa agenda anche nel senso della trasformazione digitale.

Il frenetico e appassionato lavoro dei team di candidatura è così un banco di prova di ciò che non sarebbe mai o quasi mai possibile se al tema cultura e spettacolo fosse legata solo la competenza burocratica delle amministrazioni.  Questi legami sono anche legami di competenze professionali che, quasi sempre, non sono ancora logica di impresa. Quando si formano per la prima volta in un territorio, quei legami vanno subito patrimonializzati. Perché sono la prima vera grande legacy a disposizione comunque del futuro, si vinca o non si vinca.

Oggi la presenza coordinante di una fondazione culturale legata al territorio può essere garanzia di dar forma a queste connessioni che trovano anche le porte aperte di atenei intelligenti che possono cogliere opportunità di formazione, nuova offerta per la didattica e per la ricerca applicata.

Anche qui il caso di cui mi sto occupando mette in campo fondazioni di territorio (nel contesto dato la Fondazione Nitti, la Fondazione  Olivetti, la Fondazione Mattei e altre che verranno). Lo schema si ripete in molti casi e lo si coglie subito dal taglio di candidature che non si limitano all’orgoglio locale ma assumono anche responsabilità per nuovo consapevolezze formative e di lavoro per le nuove generazioni.

Le giurie – che sono tendenzialmente di formazione professionale più che amministrativo – hanno dunque il compito di interpretare il  “miglior dossier”. Certo c’è un bando che guida, ma sui paradigmi che portano alle scelte la griglia è ancora un po’ vaga. Dunque, sarebbe importante l’approfondimento del quadro esperienziale del decennio per vedere un po’ come affinare i  paradigmi di scelta.

Nuovo ciclo?

Tutta l’esperienza (europea e italiana) delle “capitali culturali” è probabilmente entrata in una seconda fase. Quella in cui si forma una cornice – intensità di iniziativa ma dentro un tempo limitato (progettare per implementare non per fare nuove cattedrali) – in cui le componenti pubbliche e private, collettive e individuali, artistiche e organizzative di un territorio tentano un salto di qualità. E questo in una forma in cui non c’è un processo di verticalizzazione (quello che fa rischiare il dirigismo  burocratico, che finisce per essere anche dirigismo politico) ma si prova a costruire orizzontalmente. Facendo sponda con altri fenomeni dei processi culturali in tutta Europa: i saloni, i festival, le nuove forme di musealità, le rassegne, eccetera.

Insomma,  resta l’importanza della rete istituzionale (accademie, musei, teatri stabili, eccetera), ma la società deve o comunque può esprimere forme di cultura e creatività che fanno leva sui patrimoni ma agiscono agilmente anche per assorbire energie professionali giovani e dinamiche. Soprattutto per cercare nuovo pubblico. Il modello delle “capitali” può così crescere e rappresentare regia tra il fattore istituzionale e quello sociale della cultura come esperienza, come economia, come rinnovamento professionale.

Uso, in tutto questo spunto, il condizionale. Che credo vada indagato e misurato.

Categorie della progettualità

Dopo di che le giurie dovrebbero scegliere  il “migliore dossier”. Ogni volta è difficile dire. Ma il tema non va tolto di mezzo anche per arginare l’onnipresente rischio di pressioni indebite.  Nelle recenti audizioni è parso che ciascuno avesse la sua chiave di lettura. L’insieme – credo si possa  dire – appare come una bella e reattiva Italia che in queste occasioni mette la faccia nell’esperienza. Perciò è ovvio che  ogni candidatura abbia il suo lato interessante. Da ciò che è emerso nelle dieci ore di esposizioni e risposte in question time, appaiono in questo 2024   quattro categorie di progettualità connesse a quella che potrebbe essere chiamata la   “cultura della cultura”.

  • Un certo localismo identitario, fatto di radici e riscossa.
  • Il primato del patrimonio, con la complessità di trasformare pietre in sentimenti.
  • La forza del contesto ambientale, cioè le città che si presentano come  anti-città.
  • Il cantiere del metodo, per fare organizzazione ed economia della cultura, andando oltre l’etichetta funzionale finora di questo o quel territorio (industriale oppure balneare, oppure turistico, oppure agro-alimentare,  eccetera).

Questa quarta tipologia esprime naturalmente una competenza decisiva nel portare a fare “impresa” ciò che parte come una sorta di “comitato”.

La figura dell’organizzatore culturale – che oggi finalmente si insegna – non è solo la figura dell’impresario ma, anche – tutt’uno – quella del progettista, del rigeneratore, del consulente istituzionale, del costruttore di finanza di scopo , del comunicatore. E tante altre cose.

Quanto all’esperienza in corso, l’esito sarà svelato giovedì  14 marzo. Dunque, scelta imminente. Mentre la contaminazione progettuale – lo sento dire in giro – ha già messo in movimento altre realtà e altre città per il futuro in cui i fermenti di volere  qualcosa che non sia  solo l’attuazione di competenze e di spese già definite nei bilanci prende soprattutto coloro che sanno superare confini tracciati.

E’ già una risposta alla diceria gattopardesca che nulla cambia, nulla evolve, nulla nasce in un certo senso dal basso.

Ciò detto, attorno a questo decennale, un passo avanti metodologico del progetto nel suo insieme potrebbe essere tentato.  E mi permetto, in conclusione, di mettere in rilievo una embrionale ipotesi di aggiornamento della formula proprio seguendo l’evoluzione del progetto ormai quarantennale europeo da cui quello italiano  ha  preso forma.

Al di là del risultato a cui perverrà la giuria,  potrebbero essere maturi i tempi per cui il MIC decida di triplicare il tutto sommato modesto premio in palio, triplicando però (così come fa l’Europa) le città vincitrici. Tre all’anno, magari nord, centro, sud e isole. Oppure differenziando le tipologie degli obiettivi strategici (infrastrutture, co-produzioni, crescita della domanda o altro). Creando tre bacini di fruizione, tre sistemi di alleanze, tre differenti appartenenze tipologiche.  In cui oltre alla vocazione culturale ci siano anche differenti obiettivi strategici: dal turismo all’impresa creativa,  dallo spettacolo tradizionale alle forme digitali, dalle performances ai processi formativi. Eccetera.

Il salto di qualità meriterebbe anche più misurazione. E il  premio finale (basterebbe un quarto milione ben speso) dovrebbe andare alla fine dell’anno alla città  più performante, obbligando ad una seria valutazione di tutti e tre i percorsi di attuazione.

Ma su tutto ciò – come si dice – il dibattito è aperto.

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