Podcast n. 86 – Il Mondo Nuovo – 17 marzo 2024 Elezioni USA. Ribaltate le basi sociali dei partiti.

Federico Rampini (Corriere della Sera) – Sulla 7 con un programma dedicato alle elezioni in USA

Stefano Rolando

Versione audio : https://www.ilmondonuovo.club/elezioni-usa-ribaltate-basi-sociali

Sono stato colpito dai due recenti programmi di Federico Rampini sulla 7 dedicati alle prossime elezioni negli Stati Uniti.

Serrate interviste a figure mai scontate, con intarsi di frammenti di realtà della mediatizzazione americana dello scontro  – così lo sintetizza lo stesso Rampini, ormai cittadino americano e quindi elettore americano –  “ tra un delinquente e un deficiente”.

Il 60% degli americani trova la candidatura di Trump certa matematicamente, ma politicamente pessima. Ma il 70% degli americani non vorrebbe assolutamente che il candidato democratico fosse Joe Biden.

Il tasso di astensione probabilmente schizzerà ulteriormente. E gli argomenti che sto per sintetizzarvi, dibattuti nei due programmi di Rampini, spiegano che i mesi della campagna sono destinati a spostare più su Trump che su Biden l’indecisione e soprattutto i fenomeni di radicalizzazione che si stanno conformando al cambiamento di identità dei due partiti che si fronteggiano.

Se vogliamo, l’interesse dei due programmi televisivi non è tanto su questi, piuttosto noti, aspetti di sfarinamento della capacità di progetto e di fasatura con l’elettorato da parte dei due storici partiti americani. Evidentemente la crisi dei partiti politici è nell’agenda del mondo, non solo dell’Italia.

L’interesse è piuttosto su alcuni aspetti sociali e culturali del ribaltamento ormai avvenuto della storica distinzione tra i due partiti: i democratici intesi come partito di sinistra con base sociale tra i lavoratori (base estesa alle minoranze etniche) e i repubblicani  che avevano base sociale bianca, conservatrice  e socialmente medio-alta.

Rampini e alcuni suoi intervistati spiegano la lunga parabola che connette i tempi di Reagan a oggi.

  • I democratici (il partito dell’asinello) hanno consolidato un gruppo dirigente che esprime la minoranza sociale americana laureata e ben inserita professionalmente e socialmente.
  • I repubblicani (l’elefante) hanno aggregato la maggioranza  sociale americana non laureata (il 60%) e ciò che viene considerata oggi la nuova classe operaia ( operai tradizionali, piuttosto garantiti e con salari migliori) ma anche l’infinità di mestieri esecutivi di servizio alle persone e alla comunità (più poveri, più esposti, meno garantiti).

Questa marea sociale di ceto medio e popolare avverte il “disprezzo” (è la parola che ha fatto più volte ritorno nelle interviste e nei commenti) del gruppo dirigente democratico nei confronti della vasta area sociale intellettualmente e culturalmente debole, tendenzialmente più conservatrice in materia di diritti, disprezzata perché non allineata alle nuove istanze molto dettagliate e assertive riguardanti diritti di genere, diritti civili e altro.

Un disprezzo anti-bianchi spesso proveniente da ceto sociale afro-americano ma con alta integrazione nel sistema americano. La figura infatti  più di mira dalla reazione ormai conflittualmente feroce piccolo-borghese ed operaia è l’ex presidente Barack Obama a cui si fanno risalire sia astio interno, sia più coinvolgimenti in contesti di guerra.

E così Trump appare alla trasformazione proletarizzata dell’elettorato repubblicano un difensore accanito (“fortissimo nella distruzione dell’avversario che attacca con violenza aggredendolo alla giugulare”, così lo racconta Federico Rampini) di questa maggioranza poco titolata, poco acculturata, molto disprezzata.

La rappresentazione che costituisce una parabola sociale e culturale lunga e molto specifica del contesto americano lascerebbe oggi ai democratici la rappresentanza sociale urbana delle professioni, dei redditi alti, dell’élite laureata che si forma negli atenei più reputati e che tuttavia conserva ancora la maggioranza del voto etnico. E ai repubblicani l’impasto di paura sociale operaia e di rancore piccolo borghese, con forti venature culturalmente approssimative, distanza totale dai media colti e spinta dai social a campagne continue di rabbia interna contro le élite.

Resta poi in piedi lo schema delle coste americane (sull’Atlantico e sul Pacifico) a maggioranza democratica e il voto profondo dell’interno a maggioranza repubblicana.

USA-Italia, fenomeni paralleli

Se si vuol capire che tutto il mondo è paese, non è difficile cogliere questo fenomeno nella costruzione prima di un certo populismo ondivago e poi nella delega dell’elettorato italiano prima per il movimento di Beppe Grillo, poi  verso la Lega di Salvini (che ha catturato ampie fasce del voto operaio) e poi verso il partito di  Giorgia Meloni, con una continua polemica politica nei confronti delle élite intellettuali, dei quartieri alti, dei “professoroni” e dei “giornaloni”.

Dunque, in qualche modo fenomeni paralleli nell’Occidente in cui questo schema rovesciato e capovolto sta anche mettendo a soqquadro le regole e le prassi del sistema democratico tout court. Nel senso che il leaderismo sta modificando le condizioni democratiche interne dei partiti.

E il conflitto socio-culturale sta entrando nella più generale guerra di rappresentanza tra ciò che chiamiamo “analfabetismo funzionale” e classi dirigenti, ormai intaccate (Trump ha già governato così come da noi il populismo prima e il melonismo adesso hanno creato un  continuum non di poco conto).
Potremmo dire che l’esperimento Elly Schlein a capo del PD si colloca nel modello di cambiamento del concetto di “sinistra” che oggi vede al centro il laboratorio americano.

Ma nella fase storica attuale, ancora molto dominata da crisi e incertezze, il peso sulla bilancia pare a favore dei gestori di paure e rancori, non di speranze e diritti, tanto da noi quanto negli USA. Per ora.

Il pragmatismo affabulatorio, imperioso, assertivo di Donald Trump corrisponde meglio all’idea di un certo ripiegamento americano verso le ragioni del proprio protezionismo e verso la riluttanza anti-migratoria per difendere meglio la fase di maggior benessere economico interno che i lavoratori garantiti percepiscono con soddisfazione ma anche con paura. 

L’evoluzione politica in Italia e in Europa ha, insomma,  tratti anche diversi ma molti sono gli elementi in parallelo.

Che poi Giorgia Meloni possa finire trainata da questa sirena – che corrisponde anche alla cultura media del suo gruppo dirigente – è un pensiero che scorre molto in questo periodo. Sempre facendo i conti con il dualismo tra politica europea e politica interna che la premier italiana sta esercitando almeno fino alle elezioni europee comprese. È un tema che ha anche qualche controindicazione nel forte allineamento, anche personale, che Meloni ha fin qui tatticamente espresso nei confronti di Joe Biden presidente in carica e nella linea di fermezza sulla guerra russo-ucraina.

Ma lasciamo nella sua indeterminatezza questo risvolto dei rapporti italo-americani.

Perchè i Dem USA non cambiano cavallo?

In materia di cambiamenti della “rappresentazione” il tema scelto per il podcast di oggi è quello fin qui accennato. Cioè il capovolgimento della rappresentanza sociale dei partiti americani e quindi anche della loro rappresentazione della gestione della questione interna che con Biden deve misurarsi sulla priorità del ruolo internazionale degli USA, con Trump invece si misura con un certo ritiro americano da troppi coinvolgimenti competitivi sia nei confronti della Cina che della Russia, per lasciare ai rapporti Usa-Europa il destino di una regolazione commerciale da agire più sul terreno delle convenienze che su quello dei principi.

La domanda che resta con risposte vaghe, a questo stadio della lunga campagna elettorale, è  – partendo dal cambiamento del concetto di sinistra che oggi vede al centro il laboratorio americano del sistema di partiti – come mai quello americano,  fatto più di comitati elettorali che di radicamenti culturali e ideologici, dunque con alta sensibilità al marketing elettorale, non ci metta cinque minuti a trovare un altro candidato.

Parlo dei democratici e di Biden ben inteso,  perché il suo elettorato Trump lo sta aggregando.

Mancano risposte argomentate. La stessa indagine di Rampini è debole. Nessuno va bene per il cambio radicale, credibile e senza spargimento di sangue. La tradizione vuole che l’incombent – cioè il presidente che va verso il secondo mandato – non abbia significativi rivali.

E le primarie infatti non hanno messo in campo quasi niente. Finora.

Quattro anni fa la lotta tra i nuovi leader democratici vedeva molte vedettes. Dove sono finite?

Vi ricordate Bernie Sanders (in finale)? E prima di lui una ampia pattuglia di candidati, Elizabeth Warren, Michael Bennet, Michael Bloomberg, Pete Buttigieg. E molti altri. Uno stuolo addirittura nella prima fase.

In realtà appare che la “macchina elettorale” democratica per ora sembra fidarsi – o debba fidarsi – della ipotesi formulata dallo stesso presidente Biden (che, per capire, è contento del successo della candidatura Trump in campo repubblicano considerandolo alla fine battibile).

Qual è l’ipotesi? Che alla fine gli americani – leggo qui virgolettata una corrispondenza giornalistica – “rifiuteranno un candidato così radicale che mina  profondamente la stabilità e le istituzioni del Paese”.

Da qui – oltre all’impreparazione di un’altra base finanziaria alternativa (per vincere si calcola che servano circa 1,5 miliardi di dollari) – si conta sul grande tour di comizi di Biden e della sua vice Kamala Harris. Il primo per enfatizzare il buon andamento economico (fattore che non va trascurato), la seconda per fidelizzare il voto afro-americano, il voto dei giovani e il voto generato dalla difesa dei diritti riproduttivi delle donne.

La narrazione sugli Stati Uniti in Europa è un po’ stereotipata. Viaggia su etichette a volte superate dagli eventi. Lo sguardo di nuove indagini si fa così interessante. È il caso di Francesco Costa, giornalista, saggista, blogger, vicedirettore del Post. Sua è la recente “inchiesta sul campo”, contenuta in Frontiera, fresco di stampa con Mondadori, in cui scommette che gli Stati Uniti saranno il caso del secolo. Che così spiega:

La narrazione di un paese che balla sull’orlo del precipizio, dove la radicalizzazione non è arrestata, le differenze fra conservatori e progressisti si sono allargate e le donne hanno perso persino il diritto a interrompere una gravidanza. Tutto vero. L’aria che si respira oltreoceano è elettrica, le tensioni razziali si sono inasprite e c’è un ex presidente che ha cercato di restare al potere dopo la sconfitta, che deve rispondere di oltre 90 gravi capi d’accusa e che nonostante questo – o proprio per questo? – è venerato da un’agguerrita minoranza della popolazione. Eppure, sta succedendo anche altro. Gli Stati Uniti hanno ampliato la forza lavoro come non era mai accaduto prima, stanno riducendo le diseguaglianze, hanno innescato una rinascita industriale, hanno approvato il più grande investimento di sempre contro il cambiamento climatico. Non hanno mai avuto così tante donne con un lavoro, così tante persone con disabilità con un lavoro; il reddito mediano non è mai stato così alto, le persone afroamericane sotto la soglia di povertà mai così poche. Il tutto mentre la Cina affronta una fase di grande incertezza e rinuncia al sogno del tanto atteso sorpasso. Gli Stati Uniti d’America stanno attraversando un momento affascinante e contraddittorio, poco compreso e per certi versi unico nella loro vicenda nazionale”.

Vedremo a primavera inoltrata come stanno le cose. Per ora ci basta capire che la crisi democratica occidentale ha dinamiche intrecciate. Forse c’è più spazio per escogitare adeguate reattività. E ci basta anche per capire che, prima di parlare di USA alla deriva, ce ne corre.

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