Qualcuno era socialista perché era una persona per bene

Ugo Intini (Milano, 30 giugno 1941 – Milano, 12 febbraio 2024)

Stefano Rolando [1] 

Introduzione al Memorial Day[2]

Devo confessare,  prima di entrare nel merito, che ai promotori dell’iniziativa di oggi ho detto subito “dominus non sum signus”. Non per ritrosia, ma perché la caratura politica della vita di Ugo Intini, secondo me, chiede una lettura inter-pares.  Poi però mi sono arreso all’idea che l’amicizia, il rispetto, alcune radici comuni, possono essere al servizio di un momento così importante come è quello di mettere in comune la memoria di chi ci lascia.

Recalcati chiama questa cosa “la luce”. Che non è la vita eterna, per carità, conforto immenso per i fedeli.  Ma è comunque una scia, una consegna al domani. E soprattutto una giusta restituzione.

Con la consapevolezza di tralasciare aspetti che altri possono illuminare molto meglio di me, ma con il conforto che la riparazione possibile è attraverso i contributi che seguono, metto a disposizione alcune annotazioni. Con una preliminare affettuosa dedica ai familiari di Ugo.

Carla Scesa Intini, al Circolo De Amicis (23.3.2024)

Ricordando Ugo Intini, a poche ora dalla notizia del decesso al San Raffaele a Milano avvenuto il 12 febbraio scorso, Paolo Franchi (firma del Corriere della Sera e anche della stampa socialista) ha colto il carattere della sua coerenza come cifra principale della sua distinzione:

Se dovessi definirlo con una parola antica, direi piuttosto che è stato, per tutta la vita, un militante. Meglio: un militante onesto della sua causa e del suo partito, così onesto da restare loro fedele anche nei lunghi anni in cui questa causa e questo partito sono stati trattati alla stregua di un capitolo della questione criminale”.

Il punto di coerenza di Ugo nasce da lontano. Lui stesso ha scritto:

Eravamo due ragazzi, a Milano. Io vice-cronista comunale dell’Avanti! avevo 19 anni, ero autonomista e nenniano, Bettino era il più giovane eletto ed era il mio leader. Il primo articolo che scrissi su di lui raccontava una sua iniziativa per rimettere a posto le fontanelle della città”.

E prima ancora li legava – come, al tempo, la cosa legava;  perlomeno connetteva molto – non solo il liceo in comune (unico liceo classico cittadino fuori dal quadrilatero del centro storico aperto all’hinterland nord della città, cioè il Liceo Carducci, che fu anche di altri correligionari, tra cui Claudio Martelli, e io stesso in anni un poco più succedanei) ma anche, per loro due, la frequentazione del corso più severo, il corso A. Corso che tolse a Craxi la voglia di andare poi a fondo negli studi, mentre Intini ne ricordava sempre il carattere di rigore, la qualità dei docenti e la severità dell’impegno per gli studenti. Come è a tutti noto, lo stretto rapporto, a un certo punto non si misurò più sui fatti giovanili ma accompagnò in modo incessante la vita di entrambi.

Nella storia del PSI la direzione dell’Avanti! ha rappresentato – nel secolo pre-digitale – una posizione di primissimo piano nella vita politica. Perché, in epoche in cui la politica era argomentare (e poi anche difendere, attaccare, indagare, dimostrare, eccetera) un giornale militante valeva come un posto parlamentare, come il ruolo di un grande sindaco, oso dire come quello di un ministro.

Non per caso ciò valse per figure ben diverse ma con tempra politico-giornalistica indiscussa.

Da Benito Mussolini, massimalista poco prima di cambiare casacca; a Sandro Pertini, turatiano, resistente e liberatore, coerente tutta la vita con la sua casacca. Stessa indicazione vale per le direzioni storiche di Leonida Bissolati e di Claudio Treves e per la direzione cruciale di Pietro Nenni negli anni ’30.

L’Avanti! di Ugo Intini arrivava dopo la stagione giornalisticamente prestigiosa di Gaetano Arfé e di Paolo Vittorelli (stagione nella quale, con entrambi, collaborai assiduamente soprattutto con corrispondenze dall’estero).  Ma ebbe un compito altamente strategico e finalizzato, quello di accompagnare la preparazione alla centralità politica dei socialisti nel Paese, affiancare day by day l’azione di governo e arrivare fino alle conclusioni della lunga esperienza di Bettino Craxi a Palazzo Chigi (dal 1981 al 1987).

Questa posizione di “baluardo narrativo” lo obbligava ad assumere ruoli diversi, da concepire spesso come presidio di artiglieria: la confutazione, l’asseverazione, la spiegazione.

Rimandò forse la passione per l’indagine storiografica o la cura – poi sviluppata – per i nessi evolutivi di una grande radice storica della politica. Trovando tuttavia anche il tempo di aprire varchi proprio sul terreno di quell’evoluzione. Ne fu un esempio il libro scritto nel 1980 a quattro mani con quel grande giornalista del Corriere della Sera (poi anche europarlamentare indipendente eletto nelle liste del PSI) che fu Enzo Bettiza. Libro dedicato al sogno minoritario del rapporto tra socialismo e liberalismo, dunque la formula LIB-LAB di cui loro due furono se non artefici,  certamente promotori.

Ma – vorrei aggiungere – in epoca in cui non c’erano i social e la facile interattività, l’idea che un giornale di partito dovesse tener conto dello scambio interno a una comunità, questa cosa apparteneva al rapporto di Intini con il suo giornale. A quattro mani con il suo vice Roberto Villetti – in una mia analisi di quel dibattito interno in anni di forte cambiamento, dal 1976 al 1978, pubblicata da Marsilio nel 1979 con il titolo “Caro Avanti! Mille lettere dall’interno del Psi” –  scrisse, con chiarezza e con linguaggio del tempo,  questo concetto:

Si cerca di usare in forma rovesciata l’influenza dell’Avanti!: da strumenti che da unicamente la linea politica, sulla base di un potere delegato e legittimato statutariamente a uno spazio aperto, nel quale si confrontino due flussi di valutazioni e di indicazioni, dal vertice verso la base e dalla base verso il vertice”.

Febbraio 1979

Questa citazione è fatta anche per segnalare che cosa deve aver provato e pensato Ugo (il personaggio che sto per citare è tornato in cronaca in questi giorni)  quando il glorioso Avanti!, tutto o quasi tutto ormai finito, finì nelle mani di tal Valter Lavitola.

Dalla metà degli anni ’80 per un lungo tratto (dieci anni) io fui a capo del Dipartimento Informazione ed Editoria di Palazzo Chigi amministrando leggi e risorse dedicate ai media. Malgrado amicizia personale e condivisioni valoriali, Ugo, che aveva costanti preoccupazioni editoriali per la testata che dirigeva, aveva una interlocuzione frequente, sobria, tecnica, tesa a comprendere le pieghe della normativa e le spesso sottili demarcazioni tra opportunità e rischi. Tema abituale delle normative di sostegno, o di quelle riguardanti il credito o forme di defiscalizzazione.

Era molto sensibile – come responsabile delle politiche sull’informazione del Partito Socialista – all’evoluzione dell’azione normativa sulla stampa non solo per interessi corporativi ma anche rispetto alle finalità di consolidare l’art.21 della Costituzione sulla libertà di stampa e sull’equilibrio tra fonti forti e deboli dell’informazioni. Ricordo attenzione e ruolo nel progetto di estensione dei provvedimenti alla radiofonia che svolgeva servizio pubblico tesa a dare prospettive a emittenti come Radio Radicale. Attorno a cui non c’erano compatti consensi.

Quando dico “sobrio” mi riferisco – al di là dei tratti personali – allo spirito di rispetto dei ruoli istituzionali e all’assunzione di responsabilità nel comprendere bene i confini tra volontà, liceità e trasparenza dell’azione di governo. Ho il ricordo di alcuni esponenti di partiti che ti chiedevano, come fossimo davvero ancora al tempo del Minculpop, “ma quanti soldi avete a disposizione per i giornalisti”. O di aprire e chiudere gli occhi nei confronti delle condizioni di contribuibilità, come se essa non si svolgesse con procedure di assoluto rigore nel quadro di commissioni paritetiche. Capitava che  esponenti politici trattassero l’amministrazione competente nell’ambito del Governo come un bancomat. I frequenti interscambi con Ugo erano senza arroganze e con comprensione del processo di modernizzazione della legislazione che al tempo – per molti aspetti grazie agli indirizzi di Giuliano Amato – si andava compiendo. I socialisti per lo più sapevano che era epoca in cui si lavorava nelle istituzioni per cambiarle, per migliorarle, per riformarle. Non per altro.  Metti anche che qualcuno non  fosse bene informato. Ma pazienza.

A Palazzo Chigi, 1990.

Delle tante battaglie condotte con la scrittura e la parola – ne cito una, ma questo capitolo sarà certamente ampliato dalle testimonianze oggi programmate – nel ricordarlo al momento della scomparsa Bobo Craxi ha fatto riferimento al caso Moro e al caso Tobagi:

Nell’azione politica intrapresa durante il caso Moro per contenere l’offensiva del cosiddetto fronte della fermezza fu decisiva la sua azione politica e giornalistica affinché potesse essere liberato il giudice Urso per il quale l’Avanti! aprì le sue pagine per ospitare un delirante comunicato dei suoi rapitori. E poi  Intini non arretrò di fronte alla provocazione dei magistrati di Milano che fortemente criticò per vistose omissioni nelle indagini contro gli assassini di Walter Tobagi, giornalista cattolico e socialista a cui Ugo era legato”.

Tornando al percorso della sua storia negli anni ’90, lo sviluppo della sua esperienza politico-istituzionale verrà  in fondo dopo la crisi che travolse, nella sua forma di soggetto centrale della vita politica italiana, il Partito Socialista. Sempre mantenendo la rotta a sinistra, diventando sottosegretario agli Esteri con il secondo governo Amato  e viceministro agli Esteri con il governo Prodi e D’Alema ministro degli Esteri (con grande soddisfazione personale per i contenuti di quegli incarichi, forse subendo qualche reprimenda craxiana, non so dire se personale o di ambiente) e continuando a svolgere esperienze parlamentari ormai riservate a pochissimi esponenti che pur provenivano dalle robuste fila dei socialisti prima della crisi. Nel 2005 è stato tra i fautori del progetto di alleanza tra socialisti e radicali attorno al simbolo della “Rosa nel pugno”. Epoca di contesti difficili e irti di controindicazioni anche per sviluppare progetti sensati e coraggiosi.

Ha mantenuto fino alla fine un rapporto di scrittura con la stampa socialista (costantemente su Mondoperaio, con note di taccuino chiamate “Contrappunti” che variavano dalla storia del Novecento, alla politica interna, alla politica estera e con molti intarsi di esperienza personale) e anche con le sorti del Psi, non solo in chiave testimoniale ma riservandovi la tenace premura di chi diceva che “non doveva essere assolutamente spenta la fiammella”.

Sulle sorti della rivista (di cui sono stato parte a tratti, ma iniziando comunque dalla fine degli anni ’70 e riprendendo dal 2009) Ugo ha avuto sensibilità e assiduità soprattutto negli ultimi quindici anni, con la lunga direzione di Gigi Covatta, che ci manca dal 21 aprile del 2021 , e più di recente con la direzione di Cesare Pinelli. In questi giorni è arrivato in abbonamento il n. 2 con il suo ultimo accurato articolo dedicato all’aggiornamento di geopolitica e sicurezza euro-mediterranea in una competente analisi della situazione in Egitto.
Il libro a tante voci curato da Gennaro Acquaviva dedicato a Gigi Covatta è stato presentato nei giorni scorsi alla Sala Capitolare del Senato e da quel che ho colto sarà presentato anche qui in questo Circolo.

Nel tempo in cui si lanciano attenzioni ai “giovani” sollecitandone la partecipazione, Ugo Intini aveva preso a perorare – con accenti sociologici  e umanitari – la necessità di rifocalizzare una nuova e più adeguata attenzione agli anziani. Suo il saggio del 2016 Lotta di classe tra giovani e vecchi? con  prefazione di Giuseppe De Rita, che reagisce ad orientamenti che considera contro gli anziani da parte del movimento “grillino” di una decina di anni fa.  Scrive Ugo:

La piramide delle età, per millenni (e sino a pochi anni fa) ha avuto una grande base di giovani, a sostegno di un vertice esiguo di vecchi. Il clamoroso, drammatico capovolgimento della piramide è un tema oggi  spinoso perché  l’opinione pubblica ancora non conosce i fatti”.

Liberato anche da ruoli formali e da schemi legati agli equilibri politici, la sua scrittura si andava aprendo a forme infrequenti per la sua immagine storica di “portavoce ufficiale”. Un ruolo che rimase molto caratterizzante circa la sua immagine e la sua reputazione, mettendo in rilievo doti non comuni di duellante su molti fatti storici e di attualità nel quadro di una conflittualità politica che negli anni Ottanta aveva molti fronti. E che gli costò anche la necessità di mettere a prova la serenità d’animo rispetto a momenti di satira pungente come fu quella di Corrado Guzzanti.

Ricordo, nella fase successiva che ho definito di liberazione da ruoli  e per fare un solo esempio,  un passaggio scritto ad inizio 2023 in occasione della scomparsa di Giorgio Ruffolo. Solo cenni, ma che erano segnali di una ritrovata maggiore libertà espressiva:

Anch’io nutrivo qualche prevenzione verso Ruffolo, quando cominciai a frequentarlo dopo essere arrivato alla guida del quotidiano. Tuttavia, cominciai presto ad “amarlo” per il semplice motivo, innanzitutto, che era “amabile“: di una simpatia irresistibile. Avremmo comunque avuto un rapporto costruttivo, perché il prestigio dell’Avanti! appariva a tutti assoluto: era una istituzione del partito, ciò che chiedeva veniva fatto diligentemente, anche dal più autorevole e famoso dei professori. Forse Ruffolo mi vedeva come un ragazzetto un po’ naif, ma ero pur sempre il direttore dell’ Avanti! e lui, ancorché con molti anni in più, sembrava a sua volta un ragazzo, per l’allegria, la scanzonatezza, l’humour dissacrante con il quale, come spesso accade alle persone di cultura superiore, rendeva semplici le cose difficili”.

Sempre tra i ricordi recenti e personali – un’occasione degli ultimi anni, un venticinque aprile celebrato insieme nella città di Melfi (per me abituale impegno della Fondazione Francesco Saverio Nitti nella sua città natale e anche città di confino di illustri dirigenti socialisti, da Eugenio Colorni a Manlio Rossi Doria) in cui il giudizio storico sul ruolo sociale dei comunisti italiani – anche qui fuori dal “posizionamento” del tempo delle grandi battaglie – appariva più compenetrato nel riconoscimento di chi ha lavorato insieme contro disuguaglianze e disparità sociali. E ricordo anche, per testimonianza personale, che Ugo ha sempre coltivato un rispetto, esercitato con grande discrezione, nei confronti di Sandro Pertini da cui aveva ereditato, come diceva spesso, ben tre cose, per lui le più importanti:  la direzione del Lavoro a Genova, la direzione dell’Avanti! a Roma e soprattutto  a lungo il ruolo di capolista socialista in Liguria alle elezioni politiche.

Monumentale e ineludibile è la sua storia dell’Avanti! (titolo esatto Avanti! – Un giornale, un’epoca, edito da Ponte Sisto nel 2012). Un intero secolo in 754 pagine.

Melfi, Centro culturale Nitti – 25 aprile 2017 – Da sinistra Vincenzo Calò (ANPI Basilicata), Donato Verrastro (Università della Basilicata), Stefano Rolando (Fondazione Nitti), Ugo Intini (relatore), Livio Valvano (sindaco di Melfi), Gianluca Tartaglia (direttore Associazione Nitti) .

Una ricapitolazione del suo patrimonio di rapporti e relazioni, nazionali e internazionali, è arrivato proprio di recente con il corposo volume Testimoni di un secolo, pubblicato da Baldini&Castoldi nel 2022. Lo discutemmo con lui a Milano al Grechetto della Sormani.  E poi partimmo per Roma raccontandoci questa storia di una vita a navetta tra le due città, che resta (anche tra i socialisti) un certo spartiacque. Tra chi non viene a patti con la capitale. E chi non viene a patti, per dirla così, con una certa prolungata cultura cisalpina.

Quanto al suo ultimo libro, 652 pagine spese a raccontare il Novecento attraverso 48 protagonisti, da Nenni a Craxi, da Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi, da Giulio Andreotti a Indro Montanelli, nonché figure rilevanti come  Willy Brandt, i successori di Mao, Nicolae Ceausescu, Yasser Arafat, Kim Il Sung e i capi talebani: tutta gente che Ugo Intini ha conosciuto, più o meno da vicino, da giornalista o dirigente di partito, prima come rappresentante del PSI poi alla Farnesina. 

I suoi libri restano. Ha scritto quell’avvincente e un po’ nostalgico fustigatore della “prima Repubblica” che è Filippo Ceccarelli su Repubblica:

“Tutti leggibili, alcuni anche belli. Chiunque si sia trovato a studiare le culture politiche del secolo scorso prima o poi ha aperto quelle pagine con rispetto e gratitudine”.

La Camera dei Deputati ha svolto, con presidenza e introduzione del vicepresidente Mulè, una dignitosa seduta di memoria il 28 febbraio. Corale apprezzamento delle qualità umane, intellettuali  e della coerenza politica. Qualche passaggio di routine. Uno ha parlato di un suo libro scritto con Bettìza. Ma anche spunti belli, figli di relazioni personali e  su segmenti meno noti del suo profilo. Ettore Rosato, per esempio, ha fatto emergere – nell’impegno per la politica estera di Ugo Intini – la prolungata attenzione per l’allargamento europeo nell’area balcanica e l’interesse sempre vivo per non  spegnere il processo di occidentalizzazione della Turchia.

Altrettanto corale e sinceramente addolorato il congedo dei socialisti. Faccio qualche rapidissima citazione.

Claudio Martelli ha scelto di ricordarlo per la funzione più caratterizzante: “di questa nostra storia sei stato a lungo la voce, il testimone, il difensore pubblico“.

Giuliano Amato è stato tra i pochi che ha citato una pubblicazione recente di Ugo “La privatizzazione della politica”, una sorta di nuova frontiera del dibattito critico a sinistra, contro l’ eccesso della svolta liberista di una sinistra che fu molto ideologica.

Valdo Spini ha lodato fermezza, lealtà, correttezza.

Piero Fassino come tanti cita la posizione ferma e la forma che si è persa nella politica italiana ma smentisce con nettezza  dicerie sulla “faziosità” di Intini  Anzi lo definisce: “leale con la sua posizione craxiana, ma mai settario, mai fazioso, sempre alla ricerca di confronti seri a sinistra“.

Stefania naturalmente, insieme a parole di profondo affetto, ha ricordato la rocciosa posizione a difesa del padre grazie a “una penna straordinaria, acuta, pungente e intelligente

Non proseguo nell’elenco. I non citati non sono voluti. Ma credo di non dover fare un esaustivo necrologio.

Avevo scritto nell’immediato congedo dopo la sua scomparsa questa riflessione :

Se ne va un combattente dell’epoca in cui la politica si faceva con un raccordo costante alla trama storica, con un’elaborazione argomentata sia in punto di coerenza che in punto di responsabilità delle conseguenze del pensiero, con il rispetto per le legacy delle generazioni precedenti e un grande amore per il miglioramento collettivo in un Paese diventato libero ma non sempre guidato secondo adeguati “valori di  cultura, civiltà e convivenza tra gli uomini”.

Era, quest’ultima  riga,  una citazione della sua prefazione, citando Turati e Silone, al libro di Orazio Niceforo “I socialisti italiani e la rivoluzione bolscevica 1917-1920” che abbiamo presentato qui al Circolo De Amicis a Milano, proprio con Ugo Finetti, Aulo Chiesta, Antonio Carioti, Nicola Del Corno, Enrico Landoni, Walter Galbusera e lodando l’autore e il prefatore, entrambi assenti ma non sembrava per cause gravi.

Eravamo in parola comunque per rivederci presto.  Non è stato possibile. E oggi, con queste parole che riducono una lunga storia ma che sono espressione di stima e fraternità mantenutesi nel tempo, mi ricongiungo spiritualmente con quelle consuetudini.


[1] Professore di Comunicazione pubblica e politica all’Università Iulm di Milano, membro del comitato direttivo della rivista “Mondoperaio”, direttore scientifico del Circolo e Centro Studi “Emilio Caldara”.

[2] Promosso a Milano presso il Circolo De Amicis, dallo stesso Circolo e dalla Fondazione Anna Kuliscioff, con introduzioni di Aulo Chiesa, Walter Galbusera e Stefano Rolando, il 23.3.2024.

Un ricordo di Ugo Intini attraverso i documenti dell’Archivio di Radio Radicale (13.02.2024)

Intervento alla Camera 14 febbraio 1984; Assembea del Psi, 20 luglio 1993; Convezione laica, socialista, liberale e radicale, Fiuggi, 24 settembre 2005; 30 dal caso D’Urso, intervista di Roberto Spagnoli 14 gennaio 2011; Presentazione del libro “Testimoni di un secolo” 9 novembre 2022.  Puntata di “Un ricordo di Ugo Intini attraverso i documenti dell’Archivio di Radio Radicale” di martedì 13 febbraio 2024 condotta da Michele Lembo. Sono stati discussi i seguenti argomenti: ‘avanti, Camera, Craxi, D’urso, Decessi, Esteri, Governo, Intini, La Rosa Nel Pugno, Libro, Magistratura, Nonviolenza, Pannella, Parlamento, Partiti, Partito Radicale Nonviolento, Politica, Psi, Rapimenti, Socialismo, Societa’, Storia, Unione Europea.

La registrazione audio di questa puntata ha una durata di 3 ore e 48 minuti.

https://www.radioradicale.it/scheda/720774/un-ricordo-di-ugo-intini-attraverso-i-documenti-dellarchivio-di-radio-radicale

La audio-registrazione del discorso è contenuta nel podcast n. 87 del 24.3.2024 sul magazine online Il Mondo Nuovo

La videoregistrazione dell’intero evento è su Radio radicale (25.3.2024)

https://www.radioradicale.it/scheda/723723/ugo-intini-un-socialista?fbclid=IwAR0CcZYp_G8ftB2o8fNsB-KS_BXHVPQjg9zOCaODVmiha56Oy7qJ3z11Xxs

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