Podcast  n. 88 – Il Mondo Nuovo – 30 marzo 2024 – L’Europa è il fine della nostra democrazia, perché la democrazia è il fine della nostra Europa.

Con la sintesi dei lavori del Seminario promosso da FCE-Federazione Civici Europei e organizzato a Milano dal Circolo e Centro Studi “Emilio Caldara”, mercoledì 27 marzo 2024.

Videoregistrazione integrale dell’intero seminario: https://www.facebook.com/circolocaldara/videos/679891354173708

Stefano Rolando [1]

Versione audio (Il Mondo Nuovo):

Versione scritta (Buonasera Sud):

Nei giorni scorsi c’è stata una delle non molte occasioni per parlare d’Europa non per dividersi in sterili invettive o per far finta di avere un contenuto per imbastire un’ennesima campagna elettorale fatta di visibilità e ariafritta al di là dei contenuti della vera posta gioco di quelle elezioni.

Come si sa, appunto, elezioni europee.

Che cadono in  un anno cruciale. Con due guerre in corso,  elezioni farsa in Russia (già fatte) ed elezioni incertissime negli Stati Uniti (a fine anno). In mezzo a inquietudini economiche, sociali, militari che riguardano ogni popolo, ogni generazione, ogni ceto sociale.

La giornata seminariale ha avuto per titolo “Oltre il voto di giugno. L’Europa è il fine della nostra democrazia”. Si è svolta a Milano, mercoledì 27 marzo, prima dell’esodo di Pasqua (solo in Italia 11 milioni di auto in movimento), con dieci relatori in presenza –  al  Circolo e Centro Studi Emilio Caldara in via De Amicis 17 – e con altri 10 relatori da remoto.

L’idea era di mescolare operatori coinvolti nelle elezioni ed esperti e studiosi coinvolti nelle decisioni che scaturiranno dagli esiti di dialogo. Chi per segnalare contraddizioni e ambiguità. Chi per fare emergere una maggiore verità sulla domanda d’Europa. Chi per mettere in campo i rischi di un esito in  cui l’Europa dovesse scegliere più barriere nazionalistiche, più fughe protezionistiche, più ritiro dalla costruzione di una identità e di un’appartenenza all’altezza dei valori e delle sfide che settanta anni fa i costruttori dell’Europa Unita hanno  fatto emergere dalla loro stessa appena deposta identità di nemici reciproci.

Prima di fare qualche sintesi sull’intensità di un dibattito che è videoregistrato sulla pagina di Facebook del Circolo Caldara e che dovrebbe essere raccolto con interventi sintetizzati in un instant book prima del voto di giugno, fatemi partire da questo spunto storico, che dominò l’immaginario di alcune generazioni, per raccontarvi il minuto dopo la chiusura di questo convegno.

Un minuto dopo è apparsa in rete (vuol dire viralmente circolata in mezza Europa) la foto della signora Marion Le Pen, con taglio curato di capelli e fascia tricolore francese, onore dei sindaci d’ oltralpe, che ha dichiarato:

L’Unione europea non è l’Europa. È una ideologia senza terra, senza popolo, senza radici, senza anima e senza civiltà. L’Unione europea sta lentamente uccidendo nazioni millenarie”.

Marion Le Pen ha 35 anni, è la nipote del neofascista francese Jean Marie Le Pen e sorella minore di Marine Le Pen. Ha utilizzato il cognome Maréchal  (già capo del Front National), suo padre naturale, oppure il cognome Le Pen per fare politica nella scia del movimento più a destra della politica francese oppure per confliggervi stando più a destra. È stata partner della candidatura all’Eliseo del giornalista razzista Eric Zémmour  con cui ha realizzato la convention  Union des droites. Ora è capo del movimento Reconquête. Ha sposato in seconde  nozze l’europarlamentare italiano di Fratelli d’Italia Vincenzo Sofo,  con cui  nel giugno 2022 ha messo al mondo  la figlia Clotilde.

Stiamo dunque parlando di esponenti alleati ai due terzi del governo italiano attuale.

Le nazioni millenarie declamate dalla Le Pen-Maréchal, hanno prodotto trentasette milioni di morti nella prima guerra mondiale contati nel 1918 (Spagnola esclusa) e poi, a distanza di una sola generazione, altri cinquanta milioni di morti contati nel 1945.

È alla fine di quest’ultima ragioneria della ditta “Nazioni Millennarie” che alcuni esponenti per lo più dell’Europa cristiana, moderati nelle forme ma radicali nelle intenzioni, hanno ragionato sul modo più efficace per agire strutturalmente sulla fine di quella pratica appunto millenaria che ha caratterizzato i rapporti tra nazioni dalla caduta dell’impero romano in poi.

Avrebbero molto voluto cominciare dalla cultura e dalle identità. Ma hanno considerato questo piuttosto il punto d’arrivo del processo. Cominciando dall’interdipendenza economica. Carbone e acciaio: divisa la produzione, scambiato il consumo.

Dalla CECA che organizzò l’intreccio delle materie prime, l‘unità europea avrebbe poi intrecciato i mercati, i confini, la moneta, i fondamenti dei diritti civili e delle libertà democratiche, le garanzie per vivere, lavorare, concorrere, innovare. E molte altre importantissime cose. 

Alcune cose hanno generato successi immensi. Altre hanno richiesto molta tessitura e lasciati ancora oggi degli insoluti. Ma quella sfida ha generato la più lunga pace interna della storia dei popoli europei e la più alta caduta di stereotipi e pregiudizi che i loro precedenti millenari rapporti avevano ingenerato a volte alti come muri. O per meglio dire come cavalli di frisia.

I cosiddetti padri della patria avevano uno straordinario segreto tra di loro. Robert Schuman, francese, era più precisamente alsaziano e parlava dunque tedesco. Il renano Konrad Adenauer ovviamente tedesco parlava tedesco. Il trentino Alcide De Gasperi era stato deputato dell’impero austro-ungarico e parlava tedesco. E lo parlava anche il nostro Altiero Spinelli, che sognò una Europa federalista, e che aveva sposato una tedesca. E via discorrendo. Capito il segreto? Costruivano la nuova Europa parlando tra di loro la lingua dei vinti, cioè il tedesco. Non  commettendo l’errore grave della pace di Versailles dopo la prima guerra mondiale di punire i vinti e generare altro odio.

Senza popolo, senza anima, senza cervello saranno state le classi dirigenti nazionalistiche e belliciste  che hanno fatto le guerre per rettificare confini o per sottomettere altri popoli e altri territori.

Tuttavia, la conquista della pace e la sua garanzia ha avuto un ciclo nell’immaginario valoriale degli europei.

Poi si è parlato loro troppo di economia, quando forse era venuto il momento di dirsi che Chopin era vanto di tutti non tanto perché polacco. E lo stesso valeva per lo spagnolo Picasso, il francese Voltaire, il tedesco Kant, l’italiano Alighieri, l’inglese Shakespaere.  L’allargamento è arrivato per tirare le somme del fallimento del comunismo e creare opportunità per popoli privati troppo a lungo delle libertà. Ma questa scelta – e forse il modo e la velocità di realizzazione – aggiungevano allo storico dualismo nord-sud (protestanti-cattolici) anche un nuovo dualismo (est-ovest, con culture sociali e produttive  che avrebbero richiesto altri tempi di metabolizzazione). Il progetto culturale, scientifico e identitario arrivò così con il Trattato di Lisbona  nel 2007 per riprendere il tema identitario di fondo. Ma fu fermato dalla crisi finanziaria mondiale dell’anno successivo aprendo  una nuovo dualismo, tra paure della globalizzazione e fughe neo-nazionalistiche.

Gli ultimi quindici anni hanno visto una disunione politica interna figlia dei dualismi precedenti ma anche dell’insorgente populismo. E oggi in un mondo in cui il ruolo unito, compatto, radicato nella scelta della democrazia dell’Europa terrebbe testa alla triangolazione di potere tra America, Russia e Cina,  noi corriamo il rischio di essere fatti fuori da questo scenario e riconsegnati frammentati, spolpati e senza proposta unitaria.

Il patto ora tra Europa e Ucraina diventa così  una condizione per reagire a questa deriva. Come lo sarebbe anche una percezione di ruolo più importante per condurre la guerra in Medioriente nel porto del negoziato.

Ma lo sgretolamento carsico del sentimento che pervade la cittadinanza europea – colpita tra l’altro anche dalla perdita del concorso britannico nella propria corsa unitaria – disegna oggi mappe disunite, divaricate, sensibili non solo al richiamo europeista e al richiamo euroscettico in parti pressoché uguali, ma anche ormai separate nella stessa idea che primaria sia la necessità di esprimersi nelle urne, tanto che l’intenzione di andare a votare non raggiunge nemmeno la metà degli elettori potenziali.

Da queste mappe è partito il seminario di Milano, su cui vi propongo come sintesi alcuni passi della breve introduzione che ho fatto all’inizio dei lavori per dare senso e significato alle sessioni dell’incontro. Tre snodi

  • Nel primo snodo, Roberto Santaniello (che ha anche completato il titolo del seminario coniugando “L’Europa è il fine della nostra democrazia” con la sua verità speculare: “La democrazia è il fine della nostra Europa”)  e poi Paolo Anselmi (che ha ben raccontato il percorso di sfilacciamento identitario dell’europeismo negli ultimi vent’anni) si sono espressi su ciò che viene indicato come un quadro divaricato. Metà Europa di qua, l’ altra di là. Si parla in realtà di tre divaricazioni: di identità, di fiducia, di voto.  C’è un livello della politica che dà per scontate e inamovibili le divaricazioni, astensione compresa. E ragiona con il paradigma che una volta era solo della destra americana: la democrazia è chi c’è. Ecco, noi apriamo qui una domanda: va dato per scontato lo schema divaricato? E lo abbiamo chiesto a un panel di sindaci, assessori esponenti dei sistemi amministrativi territoriali: Andrea Fora (Umbria), Giorgio Gori (Bergamo), Edoardo Gaffeo (Rovigo), Alessandro Panico (Melfi), Piefrancesco Maran e Franco D’Alfonso (Milano) per capire se dalle città e dai territori potrebbe esprimersi  una nuova domanda di Europa tesa a riconquistare un pezzetto di rifiuto sia dell’Europa delle Nazioni, sia dell’Europa tecnocratica. Si è  registrato il doppio livello di conflitto in atto al riguardo (non solo con la dimensione nazionale ma anche con quella regionale,  quando essa riproduce i caratteri del centralismo) provando anche a immaginare il potenziale di un mandato in cui la cassaforte economica e culturale dell’Europa (i sistemi urbani)  trovino finalmente la loro rete di progettazione comune.
  • Il secondo snodo è stato dedicato a un’altra divaricazione connessa agli interessi, ai mercati, alle imprese, ai sistemi di lavoro. È la partita del progetto competitivo rispetto alla diffusa domanda interna di protezionismo. A fronte anche delle transizioni complesse, quella ambientale innanzi tutto (sulla quale si è efficacemente soffermata Monica Frassoni nel suo contributo da Bruxelles) e quella digitale, per esempio.  Una domanda di protezionismo oggi in condizioni di far prevalere la deriva nazionalista e sovranista. Ma imprese, sindacati, soggetti della rappresentanza hanno idee per guadagnare un pezzetto di consenso attorno al tentativo di dare voce economica contro queste deriva? Qui  l’introduzione di un macro-economista come Marco Leonardi e di un economista aziendale come Luciano Pilotti hanno  messo in evidenza che la capacità di proposta e di attuazione che, a fronte di crisi e transizioni, l’Europa ha fatto in campo economico  sarebbe da sola schiacciante per smontare le illusioni dei sovranisti e dei nazionalisti. “Il costo della non Europa è stato oggi calcolato in 3 trilioni di euro all’anno” ha detto Leonardi. Restano aperte ancora le incognite attorno al debito comune, all’allargamento e alla governance. Mentre Alberto Meomartini (già presidente di Assolombarda) ritiene che siano in  maggioranza gli imprenditori che in Italia continuano a sostenere la visione dell’integrazione tenendo conto che finora il mercato unico resta ancora negativamente e dannosamente “frammentato a 27 mercati non connessi tra loro”,  Luca Stanzione (segretario della Camera del lavoro di Milano)   riconosce che l’astensione ha investito molto l’onda non partecipativa dei lavoratori, soprattutto negli ambiti nazionali che non hanno praticato adeguamenti salariali, premessa per “un rischio di ruolo marginale anche per le rappresentanze sindacali e di impresa”.
  • Il terzo snodo è stato connesso a un punto ipotetico. Cioè, che nell’oceano dell’astensione al 50% vi sia una quota importante di indecisione con caratteri comunque interessati alle poste in gioco.  Ci si chiede se questo sia anche lo spazio per la rigenerazione e la costruzione di alleanze del consenso politico non fondate sulla casualità, i personalismi e la contraddittorietà con cui fin qui si è visto rappresentare il tema  delle alleanze. Dunque, la discussione alla fine è se e come la politica riuscirà a dar voce allo spostamento da un baricentro statico verso un baricentro dinamico. Insieme ad una conversazione con Lia Quartapelle (vp, Commissione Affari Esteri della Camera)sugli aspetti problematici dell’offerta politica a poco più di due mesi dall’apertura dei seggi (che è stato videoregistrato prima del seminario ed è rintracciabile in rete su Youtube)  il contributo esperienziale di Pier Virgilio Dastoli (Movimento europeo) ha aiutano l’ultima parte degli interventi a  capire quali road map si fronteggiano non solo in Italia ma in tutta Europa a partire dai contrapposti esiti del voto. Sono intervenuti l’europarlamentare milanese Patrizia Toia e nella chiusura del panel Franco Barbabella, Marco Ghetti, Aldo Ferrara.
  • Le conclusioni – tratte da Claudio Signorile (FCE), anche a beneficio di una possibile successiva iniziativa assunta dai civici progressisti italiani più orientata al voto di giugno – sono partite dallo spartiacque dl vincolo assunto con l’ingresso in Europa della Ucraina (e quindi anche dell’Europa in Ucraina) per segnalare che vi è un terreno dell’emergenza che accelera processi che, al contrario, la pur nobile espressione degli “Stati Uniti d’Europa” subordinano ancora alla lunga marcia di adeguamenti negoziali, normativi e costituzionali. “Se l’Ucraina rappresenta oggi il tavolo della sconfitta, l’Europa rappresenta il tavolo del negoziato possibile. Questo dato emergenziale pone alle famiglie politiche europee di non poter restare solo legate al ragionamento degli equilibri apparenti”.

Circolo Caldara, 27.3.2024 – Apertura dei lavori – da sinistra: Alessandro Panico, Simona Riboni Paolo Anselmi, Claudio Signorile, Franco D’Alfonso, Stefano Rolando, Anna Catasta, Luciano Pilotti, Aldo Ferrara, Giorgio Gori.

Una breve sintesi non restituisce il fitto intrecci di argomenti durato sei ore ma permette di dar corpo ai riferimenti storici e politici di chi chiede ai candidati al prossimo parlamento europeo di misurarsi mai come ora con un mandato valoriale. Tema  che mi fatto citare, intervenendo in apertura, l’idea dell’Europa come fine della nostra democrazia,  ispirata al concetto che Edgar Morin elaborò nel suo distacco dal comunismo (che affermava in certi anni che l’Europa è un’idea bugiarda) e dunque Europa immaginata come idea invece della complessità e dunque come comunità di destino.


[1] Direttore scientifico del Circolo e Centro studi “Emilio Caldara” di Milano

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