Podcast n. 90 – Il Mondo Nuovo – 14.4.2024 – Comunicazione pubblica e politica – A margine di un “premio alla carriera”, una riflessione e due interviste sulle criticità del settore.

Pubblicato sul magazine online Il Mondo Nuovo – Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/comunicazione-pubblica-e-politica/


Milano, Belvedere del Grattacielo Pirelli, 11.4.2024 – The Prize – “Una Comunicazione”

Buongiorno a tutti, sono Stefano Rolando.

Nei giorni scorsi, per la precisione l’11 aprile, ho ricevuto (garantisco che, quando succede una cosa così, ci sono sempre sentimenti misti, un po’ di orgoglio, un po’ di disagio) quel che va sotto il nome di “premio alla carriera”.

Il posto : Milano, al Belvedere del Grattacielo Pirelli (per qualche anno molti piani più sotto quella spianata nel cielo ho svolto in tempi diversi pezzi di quella mia un po’ eterogenea carriera, alla fine degli anni ’90 come segretario generale del Consiglio regionale della Lombardia, quindici anni dopo come membro del Corecom della  Lombardia, espressione della minoranza del Consiglio).

Il dante causa : l’associazione nazionale professionale delle circa diecimila agenzie che operano nel campo delle relazioni pubbliche e della comunicazione d’opinione (non tanto pubblicità, ma causa sociale), associazione che ha riunificato sigle precedenti e che ora si chiama “UNA Comunicazione”.

La motivazione. Leggo: “Per il grande contributo dato al riconoscimento e allo sviluppo del valore della comunicazione pubblica  intesa quale funzione centrale della democrazia”.

Io ringrazio molto l’estensore di questa motivazione che credo corrisponda anche intimamente all’esperienza fatta. Ma chiarisco subito che non voglio dedicare questo podcast (n. 90 di una serie quasi biennale) a questa che  riconosco come una piccola notizia.

Ma vorrei invece allargare un pochino la condivisione di tre  momenti di riflessione fatta su questo contenuto della faccenda.

  • Il primo è stato oggetto di un’intervista durante la cerimonia stessa, fatta da Massimo Romano, ceo di Spencer&Lewis, cioè una di quelle agenzie.
  • Il secondo è stato pubblicato il giorno dopo, grazie all’iniziativa del Master in giornalismo della mia Università, lo IULM a Milano,  per la quale Alessandro Dowlatshahi (non so se pronuncio bene questo cognome di origine iraniana), laureato in Lettere Moderne  e frequentante il master biennale, per il giornale on line dello stesso Laboratorio che si chiama Master X, che accompagna la loro esperienza didattica, ha voluto approfondire il nesso tra comunicazione pubblica (in senso generale) e comunicazione politica rispetto ad alcune criticità del nostro tempo.
  • Questi due contributi fanno seguito in sonoro alla mia nota di oggi.
  • Il terzo è in elaborazione e chi fosse interessato lo troverà nella versione scritta di questo podcast che è recuperabile (fin da oggi ma diciamo nei prossimi giorni con questo terzo documento) nel sito stefanorolando.it. Esso riguarda la preparazione dell’evento che i docenti che insegnano materie connesse alla comunicazione pubblica  (quindi anche comunicazione sociale e politica) previsto alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze la mattina dell’8 maggio dedicato ai 30 anni degli insegnamenti di questo settore (e quindi anche al tema delle riforme e dei nuovi adattamenti della materia). La professoressa Letizia Materassi, di quell’ateneo (autrice, tra l’altro, di un’importante analisi della letteratura scientifica della disciplina) proprio il giorno prima dell’evento di Milano ha registrato con me al “Cesare Alfieri” di Firenze un’ampia intervista che sarà proposta in una certa sintesi al convegno dell’8 maggio.

I due primi colloqui, per quel piccolo miracolo del digitale molecolare, cioè, connettere piccoli pubblici ad altri piccoli pubblici, cioè un modo oggi interessante di articolare il sistema dei destinatari, sono proposti qui al termine della mia per altro breve nota.

Ringrazio molto gli intervistatori e chi ha promosso le iniziative  che hanno dato adito agli approfondimenti. E aggiungo qui solo qualche parola  nel merito di questo tema, che riguarda il mondo professionale di chi ha promosso l’evento di Milano a cui mi sono riferito, aprendolo al settore della comunicazione pubblica (oggetto dell’altro evento di Firenze e al terzo documento che sarà disponibile presto).

Due parole sul mondo della “pubbliche relazioni”. Esso  tende a mantenere viva questa espressione che ha subito  non poche prove. Innanzi tutto, le PR si riferivano (professionalmente) soprattutto al sistema delle imprese, private e pubbliche, contenendo un fattore di punta costituito dalle relazioni istituzionali. Questo segmento ha avuto varie vicissitudini. Una linea importante di rappresentazione legittima di interessi e soprattutto competenze del mondo delle imprese. Però anche una linea di lobbying che ha avuto sviluppi corretti ma anche contaminati con la politica, nel senso di mescolare affari e voti. Il sistema associativo ha appunto lavorato per sagomare etica, deontologia e formazione. Ed è riuscito a far maturare un profilo responsabile. Tanto è vero che il grosso della produzione di iniziativa oggi (come si è visto nella rassegne dei progetti vincitori a Milano) si orienta non sulla pubblicità riguardante i consumi – che è rappresentato da un altro ambito professionale, con sue logiche, sue caratteristiche creative e di servizio – ma da iniziative, anche in triangolazione con le istituzioni e le imprese, che hanno ad oggetto cause sociali e di pubblico interesse. Dunque, entrando così anche nel perimetro largo della comunicazione pubblica. Mentre la pubblicità resta dominante nei media di tradizione, queste forme di iniziativa ha caratteristiche di prevalente adattamento nell’ambito degli sviluppi digitali e nel quadro dei socialmedia. Sempre da distinguere dall’evoluzione della professione delle PR è oggi l’esploso percorso degli influencer, che in larga parte trova alimento nel sistema dei consumi, con qualche sperimentazione nel campo culturale, sociale e sanitario e dunque anche qui con forme di commistione tra pubblico e privato.

Per quello che riguarda la mia esperienza e dunque alcuni tratti significativi della “carriera” presa in considerazione dalla giuria, certamente vi è stato il lungo tratto di mia formazione professionale svolto al servizio della comunicazione di grandi imprese pubbliche e private in una di quelle agenzie di PR che negli anni ’70 avevano grande forza e creatività, per poi trasferirmi in Rai per altri cinque anni in una forma un po’ speciale delle relazioni istituzionali. E poi ancora per agire al servizio dello Stato – trasformando le caratteristiche di una antica direzione generale alla Presidenza del Consiglio –  in una vera e propria realtà che si configurava come un’agenzia interna a tutto campo della gestione coordinata dell’Immagine Italia. Struttura oggi ricondotta a compiti più burocratici e a trattamenti prevalentemente di procedure. Cito questi spunti per far capire che anche in questo campo ci sono evoluzioni che non separano più nettamente le forme della comunicazione istituzionale, di quella sociale e di quella delle imprese che hanno, a mio avviso e lo ripeto spesso, buone ragioni per riprendere il dialogo e la collaborazione soprattutto a fronte di crisi e transizioni che tagliano trasversalmente l’organizzazione sociale e quella istituzionale.

Il senso della relazione tra i cinque  ambiti citati (le istituzioni, la politica, il sociale, il tessuto di impresa, gli ambiti della formazione e dell’apprendimento) possono essere attraversati da una esperienza professionale che percorre vari cammini. Ma in realtà sono contaminazioni a disposizione di tutti gli operatori a cui fa bene navigare – qualunque sia la loro specializzazione – tra queste non separabili istanze: quella della  normazione e dell’attuazione di regole; quella della stimolazione valoriale delle scelte di interesse generale; quella che origina dal bisogno dei cittadini; quella che agisce nel terreno produttivo e dell’innovazione; quella che entra nelle scuole e negli atenei come esperienza ed esce come sviluppo teorico.  

Ed è per questo che è all’ordine del giorno il tema di riformare le norme della comunicazione pubblica. Non solo per dare più spazio ai processi digitali (grande mezzo ma non l’unico fine di una eventuale riforma), ma per costruire di più le connessioni sociali e professionali della disciplina.

Colgo, in conclusione, l’occasione infine per dire che una forma di approfondimento della materia nel senso più generale di comunicazione della sfera pubblica rinvia al libro che è di imminente  uscita nelle librerie, edito da Guerini, che si intitola “La divulgazione civile – Politica, società, comunicazione” (ampiamente proposto in rete) che raccoglie tutti i testi scritti di questi miei podcast settimanali dal luglio del 2022, inizio della rubrica, alla fine di dicembre 2023, in tutto una settantina di pezzi articolati in cinque aree tematiche ispirate al tema della spiegazione attorno a ciò che è oggetto di pubblica rappresentazione.

Per chi fosse interessato ecco ora i due brani registrati.

Grazie a tutti per l’ascolto.

Testo dell’intervista al giornale online del Master in Giornalismo dell’Università IULM “Master X” (secondo allegato sonoro)

Trasferisco dunque in audio ciò che all’origine è stato registrato dall’intervistatore del giornale online Master X, dunque Alessandro  Dowlatshahi, e poi pubblicato in una forma più sintetica nell’organo del Master in Giornalismo dell’Università IULM. Quel che è stato pubblicato il 12 aprile lo riporto qui a voce, domande comprese.

ALESSANDRO DOWLATSHAHI, l’autore dell’intervista, nel giornale si presenta così:

CLASSE 1998, HO CONSEGUITO LA LAUREA MAGISTRALE IN LETTERE MODERNE PRESSO L’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, CHIUDENDO IL MIO PERCORSO ACCADEMICO CON UN LAVORO DI RICERCA TESI A SANTIAGO DEL CILE. LE MIE RADICI SI DIVIDONO TRA L’IRAN E L’ITALIA; IL TRONCO SI STA ELEVANDO NELLA PERIFERIA MENEGHINA; SEGUO CON UNA PENNA IN MANO IL DIRAMARSI DELLE FRONDE, ALLA RICERCA DI TRACCE UMANE IN GIRO PER IL MONDO.

Prima domanda:  che cosa si intende attualmente  per comunicazione pubblica?

Il concetto di comunicazione pubblica fa riferimento al processo comunicativo tra cittadini, istituzioni e imprese ed è funzionale alla triangolazione tra questi attori. All’interno della comunicazione pubblica ci sono quattro aree. Tre considerate abitualmente: la comunicazione politica, quella istituzionale, quella sociale. Ma io da tempo aggiungo anche quella   d’impresa (naturalmente nella sua componente non commerciale).

In cosa si distinguono le quattro aree?

La comunicazione politica riguarda le attività di fare un progetto politico, di sollecitare il voto  e di creare una classe dirigente (legislativa e governativa)  per il Paese. La comunicazione istituzionale, invece, è relativa alle amministrazioni pubbliche: parla (non casualmente ma per dovere di accesso) al cittadino,  che è tanto utente quanto  contribuente. La comunicazione sociale è fatta da sistemi associativi aventi uno scopo che la collettività riconosce come un valore. E infine, la comunicazione d’impresa, per ciò che riguarda le diverse realtà produttive quando si tratta di regolare il  rapporto con il territorio e con i problemi di  interesse generale (ambiente, lavoro, salute, sicurezza, eccetera).

Come si è evoluta la comunicazione pubblica negli ultimi anni?

Nella prima metà del ‘900 (negli anni diciamo del fascismo) la comunicazione pubblica era la propaganda del regime. Ma anche nel dopoguerra essa è stata gestita principalmente dalla politica, che si faceva interlocutrice direttamente dei cittadini. Ma i cittadini avevano e hanno bisogno di parlare con chi si assume la responsabilità di servizi e prestazioni che comportano  una certa informazione da erogare in maniera diretta da parte degli intermediari istituzionali dell’amministrazione pubblica. A partire dagli anni 80 e 90 si sono create le condizioni perché ci fosse una disciplina, delle normative, dei principi organizzativi. Come in tutta Europa.

Come sono cambiate le cose con l’avvento di Internet?

Prima di Internet l’informazione era più verticale, più lenta e meno interattiva. Con Internet è diventata orizzontale, velocissima e interattiva. È stata una rivoluzione epocale. Con la rete ha avuto avvio un processo dove un ricettore può diventare un interattore, libero di dire la sua. Ciò ha generato molto più traffico informativo che comporta scelta e selezione.

Cosa si è perso con questo cambiamento?

Qualcosa si è anche guadagnato, naturalmente. Velocità e accesso a molte opportunità.  Forse si è ridotta la potenzialità della narrativa. La comunicazione è spesso diventata assertiva, sono state annullate le sfumature nei messaggi. Spesso  tutto si riduce a “sono d’accordo”, oppure “non sono d’accordo”. Il politico va in televisione per dire in trenta secondi le stesse cose che poi scrive sui social. L’assertività ha trasformato il processo comunicativo da pedagogico a polemico.

E questo ha avuto delle conseguenze sulla “salute della democrazia”?

Certamente. Ora i  politici – e fanno bene – cercano di porre mano a questo problema, organizzando eventi, forum e assemblee. Il problema è che questa a volte non è una soluzione ma un compromesso: le iniziative, oltre a presentare una componente relazionale, prevedono un fattore ineludibile  di show. E questo è a scapito di una comunicazione democratica, nel senso di produrre una necessaria spiegazione che deve facilitare tutela e consapevolezza dei  diritti.

I talk show possono essere occasione di comunicazione democratica?

A volte sì, ma spesso no. Il talk show si regge il più delle volte sulla rissa tra due rivali politici. Questo fa rimanere lo spettatore attaccato allo schermo, certamente. Ma spesso non c’è un vero dialogo sui temi. E cioè in soldoni anche la crisi della comunicazione pubblica! Oggi i ragazzi sono più informati, ricevono una miriade di dati ogni giorno. Ma dovrebbero soprattutto disporre di maggiore  interpretazione dei fatti. Cioè, i nessi tra le notizie. Credo che i  comunicatori pubblici debbano  farsi carico di questo compito.

Non c’è il rischio che una linea interpretativa prevalga sulle altre, annullando la pluralità delle voci?

Non dovrebbe essere così  in  vera  democrazia. Innanzitutto, perché si presuppone che chi governa abbia pari poteri di chi controlla   (regola a cui tendere).  E poi perché, il cittadino è libero di accedere alla fonte informativa che più desidera perché in democrazia non  non ne esiste solo una.

Alla luce di questo, che cosa pensa della par condicio della Rai?

Partiamo da una premessa: il pluralismo non si fa per decreto, ma per domanda sociale. Se i cittadini non esprimono una preferenza su un tema, nessun “prodotto” (detto così tra virgolette)  regge, nemmeno la felicità. Il bravo politico è quello che mette in moto un meccanismo solo quando avverte che c’è un bisogno nella società: è quella che – quando si devono fare norme che prevedono costi – viene per esempio  detta “democrazia della spesa”.

Quindi la comunicazione politica deve basarsi sulla domanda sociale?

Sì, ma non solo. Serve che questa domanda sociale sia corretta dalle regole del servizio pubblico. Mi spiego: in un paese democratico bisogna trovare modi per affrontare  la domanda collettiva all’interno di correttivi finalizzati a garantire il pluralismo delle voci. Occorre trovare un equilibrio tra la voce di chi esprime attese e bisogni e chi propone soluzioni e risposte.

Chi è un bravo politico oggi?

È difficile da dire. Se vogliamo seguire il criterio dell’efficacia apparente, oggi i “bravi” politici appaiono  quelli che intercettano il rancore sociale, presente per lo più nelle fasce meno istruite della popolazione. Per questo motivo, direi che la comunicazione dei vari Trump di oggi passa per essere più efficace di quella di altri politici.

E in Italia?

Comunicatori “efficaci” sono stati considerati quelli super semplificati come Salvini o spettacolari come  Grillo. Con le loro parabole. Anche Meloni appare abile. Ma se per abilità si intende   far credere a tutti che a votarla sia stato il 30 per cento degli italiani; quando si deve considerare che  la metà della popolazione non si è recata alle urne, la realtà è che quella lista ha ottenuto la metà della quota di consensi dichiarata. Voglio dire che il ceto politico sta esprimendo più che comunicazione di vero interesse sociale una comunicazione “furba”, che si fonda più sul percepito che  sui dati reali.

Quali possono essere i tre ingredienti per una buona comunicazione politica?

Il primo ingrediente è la Costituzione. In quel testo sono racchiuse le norme fondamentali, le priorità morali e gli ordinamenti del nostro Paese. Per i politici è decisivo conoscere la Costituzione per governare correttamente. Il secondo è l’equità. Il politico non può lucrare sull’ignoranza del popolo; al contrario, deve creare le condizioni affinché tutti dispongano degli strumenti per conoscere la realtà. Il terzo, infine, è la rappresentanza. Il discorso del politico deve realmente difendere l’interesse nazionale, inteso come collettivo. Non limitarsi a tutelare quello del partito o del governo. Questa universalità della missione deve porre al centro i bisogni generali del Paese.

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