Conclusione della celebrazione del “Venticinque Aprile” nella Città di Melfi – Intervento di Stefano Rolando (presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti”) in piazza Umberto I°.

 

Melfi, piazza Umberto I°, 25.4.2024, h. 12

La videoregistrazione: https://www.facebook.com/reel/2387900508077801

La versione scritta del testo https://stefanorolando.it/?p=9126

Buongiorno a tutti, vi parlo come presidente della Fondazione Nitti, che è stata fondata qui a Melfi, nel Consiglio comunale di Melfi, perché si rifà alla storia di un grande concittadino melfitano, che ha avuto una storia importante per questo Paese, che ha subito un grave esilio, raccontato poco fa dalla nipote stessa di Nitti. E che ha poi, tornato in Italia, ha contribuito a generare le nuove regole per un Paese civile, libero e democratico. La Costituzione.

Una fondazione legata a un nome importante della nostra storia, del nostro pensiero democratico, ha un primo compito. Quello di sorvegliare sulla vitalità dei valori che rappresenta. Quello di essere vicina alle istituzioni e al tempo stesso ascoltare la gente. Raccordare sempre le istituzioni del Paese e la società. Far capire la storia. Questo è il nostro modesto ma anche importante compito.

Anche in questi eventi c’è sempre qualcosa che bisogna capire.

Per esempio, questa mattina – come faccio sempre – apro i giornali e trovo sulle prime pagine questo dato. Indagine demoscopica tra gli italiani per vedere se la società, cioè gli italiani si dichiarano “antifascisti”. Il dato, che viene presentato come positivo, è questo: 72% degli italiani si dichiara antifascista. Diciamo pure, come vorrebbe la Costituzione. Nata da quella lunga storia e da quella esperienza. Prima riflessione che farebbe chiunque di noi, magari qualcuno con  i capelli bianchi che ci ha già un po’ ragionato: allora questo vuol dire che il 28% degli italiani non si dichiara antifascista.

Già. Il 28% degli italiani fatica a dire questa parola. Comunque, non sono d’accordo. Magari hanno una storia personale per la quale non la sentono come la propria identità. O ancora, non la vogliono condividere con altri.

Io non mi arrabbio, rispetto a questo dato. Penso che sia un dovere e un compito ragionarci.  

Per valutare le ragioni per cui, naturalmente, la grande maggioranza si sente figlia della storia che oggi come altre volte abbiamo qui raccontato. Una parte, grosso modo un terzo degli italiani, sente avversione per questo sentimento. Che cosa dobbiamo fare noi, in una piazza, in una giornata di festa, persone di età, ma anche ragazzi, ragazzi che hanno letto in pubblico oggi bellissime storie, cosa che sarà importante per la loro vita? Cosa dobbiamo fare, anche per loro?

Capire che questo 28% non è tutto uguale. E forse non potremo chiamarlo nemmeno “fascista”. Perché probabilmente è più complessa questa storia.

C’è chi non è d’accordo su come è stato trattato l’antifascismo. Può avere il diritto di critica. È stato trattato in un  modo dalla storia, in un modo dalla politica, in un modo dai media e dagli intellettuali. In democrazia è possibile non essere d’accordo su come un tema vanga trattato. Oppure c’è qualcuno che sente profonda nostalgia per un’epoca, anche se ormai non ce ne sono più tanti in vita di testimoni di quell’epoca. Ma qualcuno pensa a un padre, a un nonno, a una storia di famiglia. E poi hanno il loro ruolo i luoghi comuni. C’era bisogno di ordine nel Paese. I treni funzionavano e andavano in orario. Ci voleva pure qualcuno che comandasse

In via di principio dico che non bisogna criminalizzare nessuna “ragione”.

Quello che bisogna fare però è avere sempre una certa vigilanza per dire, con un monito giusto della storia, come è andata realmente quella storia. Il problema per le nuove generazioni è sempre lo stesso. Quello che ci sia qualcuno di credibile che ti aiuti a distinguere il vero dal falso.

Esiste il diritto di “non accordo”. Esiste il diritto di non scegliere. Guardate che dietro l’astensione non c’è solo un “me ne frego”, c’è anche un pensiero di dissenso, di non accordo, di non accoglienza, Guai a non capirlo. Guai a non affrontarlo.

E di fronte a questo 28%, nessuna criminalizzazione a priori. Ragioniamo, costruiamo il monito della storia. Perché il monito della storia è evidente.

La storia di Giacomo Matteotti, su cui abbiamo impostato queste due giornate, non permette a nessuna persona di buona volontà, di spirito libero, che non voglia accettare la manipolazione, di non capire che cosa ciò  abbia rappresentato nella storia di tutti. La fine di un tentativo di fare ordine in forma autoritaria, mantenendo però la forma democratica del Parlamento. Finché dentro questo Parlamento si alza uno che critica liberamente il Governo. Prima per le squadre violente. Avete sentito la storia di Nitti? Nitti se ne va perché gli sfasciano la casa a Roma, se ne va per le minacce subite ad Acquafredda. Se ne va, come altri, perché la violenza c’era davvero. Matteotti lo dirà alla Camera nel ’21. Dirà i luoghi della violenza. E citerà Melfi tra i luoghi della violenza. Tornerà a farlo nel ’24 per raccontare i brogli elettorali e per criticare un certo “laissez faire” che il governo aveva fatto nei confronti di usi un po’ violenti. Avete visto quando di recente abbiamo visto i militari russi che andavano a imporre il voto dentro gli ospedali? Una brutta scena. Una brutta scena. Non puoi ottenere il voto con i militari che ti portano in cabina elettorale. Il voto è libero. Non si vuol votare? Non si vota. Ma come è che nelle dittature tutti vanno a votare e nelle democrazie c’è per metà l’astensione? C’è il diritto di esprimersi anche con il non voto.

Ecco, dunque, che tutta questa vicenda, la vicenda di un uomo che con la libertà della parola racconta dei fatti in modo normale per una democrazia, cosa ottiene? Lui viene ammazzato, il Parlamento viene chiuso, tutti i sindaci eletti vengono rimossi, tutti i deputati dell’opposizione vengono cacciati.

Questa è la storia ineludibile del 1924.

Questa cosa raccontata oggi è una noiosa lezione di storia?  No. È il monito che aiuta un ragazzino come quello che mi sta ascoltando adesso qui davanti a dire: fammi capire da me stesso se quella cosa che tutto funzionava, che i treni andavano in  orario, che il Paese aveva assoluto bisogno di un capo, è vera o falsa? Io so che c’è stato un episodio che non era conforme a questo racconto, so che la storia è andata in un altro modo.

Il primo problema che noi abbiamo nel fare un lavoro con la società è quello di aiutare a capire.

Il secondo – come voi immaginate bene, essendo qui – è quello di aiutare a partecipare.

Anche qui, ora, cosa state testimoniando? Noi, voi, insieme…  Che c’è bisogno di dirlo. Di andare in piazza. Di testimoniare. Di partecipare.

Perché in fondo dietro a questo fatto simbolico, che è partecipare, c’è l’idea che la gente non deve solo subire la storia. Ha il diritto di svolgere quello che si chiama “controllo sociale”.

“Io mi occupo delle tue cose”, si dice al Potere. “Io mi interesso delle cose che fai”. “Io sono qua per dirti che sto attento a come viene esercitata la democrazia”.

È evidente che il ruolo che abbiamo insieme, proprio in questo momento, partecipando a questa assemblea, c’è un principio di educazione. Un principio di educazione che parte dal fatto che non esiste l’uomo solo al comando. Non esiste il padre a cui affidiamo, per incapacità, il destino comune. Che dietro, in fondo, a questo fenomeno del fascismo c’è una “delega”. “Io non mi interesso, fai tu!”. “In non voglio partecipare, fai tu!”. La delega a un potere autoritario non nasce solo perché c’è un uomo autoritario ma perché c’è anche un popolo che gliela dà la delega. Perché c’è anche qualcuno che lo applaude.

Ecco allora che l’ultima parte del ragionamento – capire, partecipare, educare – non è quella di far calare le cose dall’alto. Ma comporta spiegare, spiegare, spiegare.

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