Salone del libro a Torino – Italia alla Buchmesse 1988-2024 – In dialogo con il commissario italiano all’edizione 2024 (9.5.2024)

Mauro Mazza e Stefano Rolando – Sala Blu – 9.5.2024 –  h. 15.15-16.30

Mauro Mazza – Giornalista e scrittore, 26 anni alla Rai, già vicedirettore del Tg1 e direttore del Tg2, poi direttore di Rai 1 tv. Commissario al Padiglione italiano alla Buchmesse del 2024.

Stefano Rolando – Professore all’Università IULM di Milano, già Capo Dipartimento dell’Informazione e dell’Editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (1985-1995) responsabile del programma “Italia ospite d’onore alla Buchmesse 1988

Intervento di Stefano Rolando predisposto (poi svolto parzialmente rispondendo alle domande della moderatrice)

La proposta all’Italia di essere capofila del progetto di trasformazione del format della Buchmesse

  1. La nuova formula della Buchmesse fu messa a punto nel 1987, per ovviare – come dichiaravano i responsabili stessi dell’evento annuale – a uno scarso interesse della città di Francoforte verso quella fiera, pur se molto prestigiosa internazionalmente e importante per la Germania, realmente al centro dell’economia  internazionale dell’economia libraria. Ma poco vissuta dalla città in assenza di contenuti di cultura e spettacolo fuori dal perimetro espositivo. Questo fu quanto mi disse il direttore generale allora della Buchmesse Peter Weidhass immaginando nell’anno successivo un paese ospite d’onore capace di realizzare un grande padiglione nazionale attrattivo e molti eventi in città. I tre paesi selezionati come possibili “apripista” erano l’Italia, la Francia e il Giappone. Ma i francesi optarono per il 1989, per far coincidere tutti gli eventi internazionali con il bicentenario della Rivoluzione francese. Il Giappone – molto tentato dall’avventura europea – richiedeva molto più tempo di preparazione e organizzazione.
  2. Per questo Weidhass fu caloroso (anche di complimenti alla creatività italiana) per farci assumere in tempo utile un impegno. Era evidente che la decisione ricadeva sul governo e sulla forte motivazione degli editori italiani. Essi si riunirono rapidamente e l’intervento nella assemblea nazionale dell’AIE, che fece sintesi dell’orientamento favorevole del settore, fu di Gianni Merlini, allora presidente della Utet, mentre l’Associazione del settore aveva come presidente Sandro Rivolta, esponente dell’editoria scolastica, che fu nettamente a sostegno del progetto.   
  3. Con questo grande favore del comparto primariamente interessato (non più di due o tre editori espressero critiche riprese dai media) preparai l’istruttoria per il Segretario generale di Palazzo Chigi (allora il prof. Andrea Manzella, presidente l’on. De Mita) che analizzava aspetti generali, fattibilità e costi (non indifferenti, tanto da immaginare una norma finanziaria con passaggio parlamentare, in ordine a cui agì l’allora Ministro per i rapporti con il Parlamento Sergio Mattarella). Dirò ancora qualche argomento che fu oggetto di quelle rapide valutazioni per poter avere il tempo di una adeguata progettazione. Le scelte furono rapide, il Governo fu consenziente e la macchina organizzativa si mise in modo entro la fine del 1987. Mia assistente operativa a quel progetto, tra i funzionari che si occupavano di editoria libraria, fu la dott.ssa Clara Abatecola.

Con Andrea Manzella                              

Peter Waidhass V. Bono Parrino G. Andreotti H.D Genscher C. Abatecola

Con tutti i rappresentanti del Ministero degli Esteri alla conferenza stampa a Francoforte di presentazione del progetto Italia alla Buchmesse 1988: da sinistra, Michele Valensise, Gianfranco Facco Bonetti, Elisabetta Kelescian, Luigi V. Ferraris e a destra C. Abatecola (DIE-PCM).

  • Nel quadro del concerto portato a termine dal segretario generale a nome del presidente De Mita per ampliare il consenso, fu importante il favore espresso dal presidente del Senato Giovanni Spadolini (con cui lavoravamo per gli eventi in Italia connessi all’imminente bicentenario della Rivoluzione francese),  dal vicepresidente del Consiglio Gianni De Michelis, dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti, dal ministro del Tesoro Giuliano Amato, dal ministro del Turismo e Spettacolo Franco Carraro, della ministra dei Beni Culturali Vincenza Bono Parrino, dal ministro per il Commercio Estero amb. Renato Ruggiero (sotto la cui egida preparammo l’anno seguente un programma evento a San Paolo del Brasile dedicato alla relazione tra cultura e comunicazione). L’adesione della città di Torino – in cui, sempre con istruttoria svolta dal Dipartimento per l’Editoria, decollava nello stesso anno il Salone nazionale del libro – fu portato a Francoforte dalla Sindaca della città l’on. Maria Magnani Noja. Molto efficace fu dall’inizio il ruolo dell’ambasciatore d’Italia a Bonn Luigi Vittorio Ferraris e del console generale a Francoforte Gianfranco Facco Bonetti. L’allora sottosegretario ai Beni Culturali Gianfranco Astori – attualmente consigliere al Quirinale del presidente Mattarella – partecipò a Francoforte, insieme all’amb. Ferraris e a me, alla conferenza di presentazione del programma. Rilevante fu l’evento dell’improvvisa decisione del Presidente della Repubblica tedesca Richard von Weizächer di compiere – sull’onda della forte attenzione mediatica tedesca per l’evento stesso – una visita al Padiglione italiano, accolto dal nuovo ambasciatore italiano a Bonn Raniero Vanni D’Archirafi (in seguito commissario italiano alle UE) e da chi qui scrive.

 Con il Ministro degli Esteri Giulio Andreotti              

Con il presidente Richard von Weiszächer   e l’ambasciatore   Raniero Vanni d’Archirafi

Con il ministro Franco Carraro e a destra Mario Garbuglia  (Premio Oscar Scenografia)    

Con il sindaco di Torino (a Francoforte) Maria Magnani Noja                       

  • Il 1988 sarà comunque un anno cruciale tra il vertice di Milano del 1985 e – anche se allora nulla si percepiva al riguardo – la caduta del muro di Berlino nel 1989, con conseguente nuove centralità della Germania nel contesto europeo. Uno degli argomenti dell’istruttoria riguardava l’importanza di mettere in campo il fattore arte, creatività, cultura e spettacolo come paradigma della nuova fase di integrazione europea, tenuto conto che fino al vertice di Milano i fattori di integrazione oggetto dei trattati continuavano a riguardare primariamente l’economia, il mercato, lo sviluppo produttivo e commerciale. Ma maturavano tempi per fare emergere anche altri fattori.
  • In ogni caso maturavano anche “convergenze competitive” nei rapporti del “quartetto di punta” dell’economia europea (Germania, Italia, Francia Gran Bretagna). Certo in quegli anni era forte la progettazione di unità e in questo senso le identità nazionali non avevano più un carattere prevaricante nella reciproca rappresentazione. Ma ora gli obiettivi di convergenza creavano nuove condizioni per immaginare una rete di eventi e di scelte a favore di maggiori scambi culturali e linguistici (basti ricordare che nelle scelte del vertice di Milano ci furono misure poi attuate negli anni successivi come l’istituzione di Erasmus). La cultura entrava così nelle strategie competitive ma anche nella trama di molti rapporti bilaterali. E su questo terreno l’Italia aveva un consapevole ruolo primario (gli eventi bilaterali culturali erano al tempo all’ordine del giorno delle iniziative della direzione generale degli affari culturali del MAE).
  • Anche se non compreso nel programma degli eventi, ma accentuato nell’organizzazione che gli editori approfittando della centralità italiana alla Buchmesse avevano più occasioni di trattare, era, ovviamente, la questione legata al mercato internazionale dell’editoria. All’Italia serviva un salto di qualità nelle traduzioni e nella vendita dei diritti. E andava affrontato soprattutto con i tedeschi il problema di due lingue non molto veicolari in alleanza rispetto all’inglese e al francese.

Oltre i muri della Buchmesse, il rapporto con la città nella contaminazione letteratura-musica-cinema-teatro.

  1. In ordine all’allestimento e all’organizzazione Palazzo Chigi mise il Dipartimento nelle condizioni della massima libertà di scelte operative all’interno dei termini di bilancio prestabiliti e con coerenza con gli obiettivi contenuti nello schema iniziale della proposta: responsabilità dello Stato per creare le migliori forme di rappresentazione e di agibilità culturale con il massimo coinvolgimento dell’associazionismo professionale e imprenditoriale per le liberta espressive in ordine ai contenuti offerti, pur nel confezionamento di un programma generale degli eventi (209 eventi oltre alla gestione del Padiglione nazionale) in ordine a cui le responsabilità erano condivise tra il Dipartimento competente della Presidenza del Consiglio e la direzione generale Affari culturali degli Esteri (presso la quale ebbe ruolo costante la cons. Elisabetta Kelescian, in futuro ambasciatrice d’Italia a Helsinki).

Una immagine (tratta da video) dei padiglioni storici italiani alla Buchmesse 1988 (questo riguardante il ‘500)

  • Il nostro designer Fulvio Ronchi predispose il logo dell’evento italiano. Una maschera inventata di sana pianta, sintesi delle maschere italiane, avvolta nella I delle targhe automobilistiche italiane note in Germania ma soprattutto ai molti turisti tedeschi estivi in Italia.  

Il logo dell’Italia alla Buchmesse 1988 (Fulvio Ronchi)

  • La scelta di Cinecittà – nel cui ambito avevo operato fino a pochi anni prima come direttore generale dell’Istituto Luce – fu molto importante per la realizzazione del nucleo simbolico dell’allestimento (con progetto di Mario Garbuglia, Premio Oscar per la scenografia) con al centro il set cinematografico del Nome della rosa e poi sei palazzi storici (dal ‘400 al ‘900) ognuno con alle spalle le vicende del rapporto tra il libro, la cultura e lo spettacolo dal tempo di Gütenberg in Italia fino all’età contemporanea. Ai lati dell’allestimento la ricostruzione scenica perfetta dei caffè letterari storici italiani (Caffè degli Specchi di Trieste e Caffè Greco, a Roma).

H.D. Genscher G. Andreotti (tra loro l’interprete Giovanna Mirelli) – a d. in alto Mario Garbuglia e Stefano Rolando

  • Gli anni ’80 costituivano una stagione brillante della cultura e della creatività italiana. I fuoriclasse italiani (nella percezione tedesca) erano Eco, Fellini, Abbado. Nel 1986 era morto Italo Calvino (di cui nell’88 viene pubblicato “Lezioni americane”). Nel 1986 scompare anche Maria Bellonci (il salotto dello Strega). Ma sono scrittori rilevanti di quel periodo Sciascia, Bufalino, Tondelli, ma anche Ginzburg, Maraini, Magris, Tabucchi.  Naturalmente Moravia. E non smette la scia di Pasolini pur morto nel 1975. Erano gli anni della teorizzazione del post-moderno nella letteratura e nel pensiero (Vattimo, Rovatti). Il quadro degli eventi (oltre 200 in tutta la città, alcuni oltre il tempo della Buchmesse) portò a raggiungere gli obiettivi auspicati di interesse e partecipazione.  Cento gli autori italiani in delegazione. Poi spettacolo, cinema, musica, teatro. Umberto Eco assunse il ruolo di “bandiera” della delegazione italiana. La prima conferenza di presentazione del progetto fu svolta in Germania dalla sottosegretaria agli Esteri Susanna Agnelli. L’apertura della Buchmesse e del Padiglione venne fatta dai ministri degli Esteri dei due paesi Giulio Andreotti e H.D. Genscher

 

Umberto Eco alla Buchmesse 1988

Con Susanna Agnelli, sottosegretaria agli Esteri, al Caffè degli Specchi ricostruito alla Buchmesse                               

Con Antonio Tabucchi                            

  • Il tema delle relazioni italo-tedesche costituiva naturale venatura importante del progetto. Importante perchè veniva a maturazione una caduta reciproca di stereotipi e luoghi comuni. Avevamo realizzato in quel periodo due giornate a Villa Adenauer a Cadenabbia sulla reciprocità di immagine. La modernizzazione compiuta dall’Italia cominciava a essere riconosciuta. Ma andavano consolidandosi anche molti rapporti grazie alla circolazione internazionale di autori tedeschi (dopo il Nobel a Heinrich Böll nel 1972, attraverso autori come Günther Grass, che avrà il Nobel nel 1999) e altri. Rilevante il lungo percorso fatto dalla cinematografia tedesca, dagli anni ’60 in poi, con una ampia leva di autori, affermati in Italia: Kluge, Fassbinder, Wenders, Shlondorff, von Trotta e Reitz, quest’ultimo autore di Heimat che avevo incontrato per portare in Italia la versione cinematografica della sua opera.  
  • Una sinergia del progetto era evidente con un tavolo istituito nel 1986 dal governo Craxi in materia di “Immagine Italia (presieduto dal sottosegretario Amato, con Giuseppe De Rita e io come vicepresidenti operativi, con al tavolo rappresentanti di ministeri rilevanti, rappresentanze di impresa e associazioni), con cinque direttori generali degli Esteri che ne erano parte (segnalando qui tra l’altro la stagione di notevole qualità della prima linea della diplomazia italiana in quegli anni Ottanta), tavolo all’inizio istituito per razionalizzare il calendario, poi anche per entrare nel merito di indirizzi strategici[1]. Il cantiere di attuazione di politiche Immagine Italia cominciava a diventare (pur con prudenza) materia di governo (in Italia e in altri paesi europei. Tema presente in una mia dichiarazione al Frankfurter Rundshau[2] appunto sulla connessione con il made in Italy oltre il manifatturiero (cioè l’area della creatività e della cultura in una saldatura storica con l’immagine italiana).

Con Giuseppe De Rita  e  Giuliano Amato                 

Ricerca promossa da DIE-PCM                

Critiche al programma italiano alla Buchmesse 1988

  1. Come si è accennato alcuni editori italiani (sui giornali andarono le posizioni di Inge Feltrinelli e Mario Spagnol) furono critici con il progetto governativo italiano alla Buchmesse 1988 (“ingerenza dello Stato“, in prima istanza). Pochissime dissonanze, ma i media enfatizzarono un po’ la questione rendendo necessario un certo dibattito di puntualizzazione. Nel caso di una legittima ripresa di queste critiche nel commento di Ida Dominjanni sul Manifesto, il direttore di quel quotidiano Valentino Parlato, reputò giusto consentirmi – con affaccio in prima pagina – un diritto di replica che, con il consenso della mia Amministrazione, svolsi pur in una certa inusualità della cosa.  
  2. Un po’ fine a se stessa la critica di alcuni architetti (sui giornali ne fu espressione l’arch. milanese Vittorio Gregotti) per avere lo Stato scelto di far progettare gli allestimenti dalla scenografia cinematografica e non da architetti esperti di “fiere”. Anche in questo caso si provò ad argomentare l’opzione (come da alcune considerazioni prima esposte).
  3. Alberto Arbasino – scrivendone su Repubblica il 29 agosto 1988 (“Marionetta che invenzione!”) criticò la scelta del logo (“l’utilizzo di un buffone italiano per niente somigliante a uno Svevo o a un Pirandello”). Nessuna replica, salvo segnalare nelle pubblicazioni di accompagnamento l’intendimento di accompagnare soprattutto l’ambito di spettacoli con cui si chiedeva all’evento italiano di coinvolgere la città oltre i confini della Buchmesse.
  4. Nel suo lavoro analitico su quell’esperienza – scritto in lingua spagnola  e ancora non pubblicato in forma libraria – lo studio recente di Matteo Attanasio, ricercatore italiano presso l’Università tedesca di Flensburg, con un rapporto di ricerca su: SIMULACROS DE UNA NACIÓN:  ITALIA (1988) Diario italiano: “escenas” y “escenarios” del primer Invitado de honor, insieme a molte valutazioni interessanti, anche molto dettagliate, alcune generose, si fa carico di una critica percepita in commenti di critica letteraria, sull’incerto risultato di aver concretamente contribuito a formare, in forza del presunto “effetto Eco”,  all’estero e in Germania in particolare, “l’effettiva consapevolezza di una concreta innovazione e modernizzazione della letteratura italiana”. Nella libertà di esprimere e accogliere, nel caso, valutazioni di questo genere, resta al riguardo un caposaldo degli approcci disciplinari dedicati alla reputazione per cui un evento – anche quello più corposo ed efficace – abbia la forza da solo di mutare convincimenti radicati nell’opinione pubblica, soprattutto mescolati ad elementi pregiudiziali ovvero di slittamento nel tempo di forme di stereotipo. E’ solo il persistente processo di eventi che possono reiterare proposte convincenti a determinare sostanziali mutamenti di opinioni di carattere generale che investono la pubblica opinione e spesso anche gli addetti ai lavori, a ottenere ma nei tempi medio-lunghi alcune trasformazioni auspicate.

Dichiarazione alla stampa al termine dell’incontro

https://www.adnkronos.com/cultura/italia-alla-buchmesse-2024-stefano-rolando-auspico-lo-stesso-successo-di-allora_A7dWYE0xF8QtzmpFgmron?refresh_ce

Logo Italia alla Buchmesse 2024

Torino, Salone del libro – Sala Blu – 9.5.2024 – Mauro Mazza, Carola Carulli, Stefano Rolando

 

ADN Kronos

09 maggio 2024 | 18.10

Italia alla Buchmesse 2024. Stefano Rolando: “auspico lo stesso successo di allora”

“Auguro la stessa possibilità di avere in Europa il rispetto che la nostra storia merita”.

1988-2024, l’Italia a Francoforte: radici e futuro”.

Questo il titolo del panel organizzato a SalTo da Italia Ospite d’Onore alla Fiera del Libro di Francoforte 2024. Un confronto tra passato e futuro sulla scia delle ‘Radici nel futuro’ scelte come motto della partecipazione italiana alla 76esima edizione della Buchmesse.

L’’88 è un anno molto importante nella vita dell’Europa – ricorda Stefano Rolando, già capo del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri – tre anni dopo il vertice di Milano che decide il mercato unico, che deciderà poi l’euro, e un anno prima della caduta del muro di Berlino. È un momento in cui l’Europa si apre non solo all’economia, ma anche alla cultura. L’economia non è più il solo collante, la cultura, le lingue, lo spettacolo contano per le nuove rivalutazioni dei rapporti interni. L’Italia viene scelta come ospite d’onore alla fiera di Francoforte, la più importante fiera del libro del mondo. Noi accettiamo la sfida, si realizza così un meraviglioso padiglione a cui partecipano 100 autori, 200 eventi in tutta la città, uomini e donne dello spettacolo e della cultura italiana. Ed è un grande successo: soprattutto di rapporti tra due paesi che non parlavano lingue veicolari, il tedesco e l’italiano, e che nutrivano un grande rispetto per la storia culturale l’uno dell’altro“.

“Oggi ricordiamo quell’’88 come ‘l’altra volta’ – conclude Rolando – e auguro all’Italia la stessa fortuna, lo stesso successo e la stessa possibilità di avere in Europa il rispetto che la nostra storia merita”.


[1] SR dichiarazione al Giornale d’Italia al tempo: “È chiaro che dobbiamo giocare sull’effetto immagine. Stiamo parlando di un paese considerato fra i migliori del mondo dal punto di vista della produzione spettacolare”. E finita la paura dell’ombra del Minculpop.

[2] Rolando, Stefano (1988): “Bücher, Verlage, Märkte: Image einer Kultur” [Frankfurter Rundschau, 5.10.1988]. En: AuM 1989, p. 158.


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