Parliamo di generazioni. Il tema delle “staffette” al tempo stesso affettive e polemiche (Melfi, 17.5.2024) – Anche podcast n. 95.

Melfi, 17 maggio 2024

Stefano Rolando (professore all’Università IULM di Milano e presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” ) conclude il ciclo di quattro conferenze del 2024 sul tema “I colori del vostro/nostro tempo”) promosse dalla Associazione “Francesco Saverio Nitti” e patrocinate dal .Comune di Melfi presso l’I.I.S “Federico II di Svevia” a Melfi).

La videoregistrazione integrale della conferenza e’ sulle pagine FB di Fondazione e Associazione Nitti

https://www.facebook.com/100064402737204/posts/pfbid02eoy9GyYRcXJa9zdrTRfTqoFnChMcyEFFF974gZ1BbxPufmvFkZw513WKuEUa9Putl

Anche Podcast n. 95 – Il Mondo Nuovo -. 18.6.2024

Versione audio: https://www.facebook.com/share/v/1qxpeGfiQzKDaNv6

Versione scritta: http://stefanorolando.it/?p=9259

Buongiorno alle ragazze e ai ragazzi , agli insegnanti presenti, un saluto cordiale al Preside che torno qui a rivedere con piacere, dopo un anno dal nostro primo ciclo di incontri. Grazie indistintamente a tutti coloro che sono presenti e grazie a chi ci segue grazie allo streaming previsto.

Sono io che ho scelto di introdurre nel ciclo di questo anno il tema delle generazioni. Perché ci siamo dentro tutti in questo tema, ma ne parliamo poco. Invece e’ sulla bocca di tutti, e’ sui media ogni volta che si vede la fotografia di una persona, l’età. L’età di ciascuno. Per qualunque età. E’ una prassi con cui non sono sempre d’accordo. Perché penso che tutti noi dobbiamo essere giudicati, da chi non ci conosce personalmente, dalle cose che facciamo o che scriviamo o che diciamo. Non per l’età. Giovani o anziani. Cosa che può indurre a un pregiudizio (troppo giovane, troppo vecchio, sarebbe giovane ma se li porta male, eccetera) e non a un giudizio.

Ma la generazione e’ cosa diversa dall’età. E’ una appartenenza più ampia. A un tratto di storia, a molte più persone, a una vera e propria fetta dell’umanità che condivide più cose di quelle successe in un anno.
Ed e’ di questo che parliamo oggi. Perché nelle categorie che stanno dentro all’etichetta della mia o della vostra generazione ( e naturalmente quelle che stanno di mezzo) ci sono – per citare il titolo di questo ciclo – i miei colori, i vostri colori, i colori dei vostri insegnanti e dei vostri genitori. E vi assicuro che sono colori diversi.

Ed entriamo così in argomento.
È possibile che quando gli storici diranno quale può considerarsi l’anno spartiacque tra il ‘900 e questo secolo (come già alcuni di loro dicono) – e qui preciso: io figlio del ‘900, voi di questo secolo – l’anno non sarà quello formale, del calendario, cioè il 2000, che caso mai verrà ricordato come l’anno del raddoppio della spesa mondiale di fuochi d’artificio di quel Capodanno (il kit pirotecnico completo per forme e colori costava 100 euro!).

Penso che sarà il 1995, anno in cui nel mondo entrò in partita – riducendo immensamente le distanze e aumentando immensamente la velocità – il Signor Internet (che già era all’opera da un anno negli Stati Uniti, dove lo avevo incontrato).

Quella finirà per essere anche la data che, in qualche modo, permetterà di distinguere realmente le generazioni. I nati prima (manuali e verticali) e i nati dopo (orizzontali e digitali).

Mentre la mia generazione, comunque nata appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è stata trattata con la convenzione tra storici, sociologi, economisti e psicologi, distinguendola da quelli nati primi della guerra (scoppiata in Europa nel 1939 e in Italia nel 1940) e finita per tutti nel 1945, seppellendo circa 60 milioni di morti. 25 anni dopo la fine della Prima guerra mondiale che ne aveva sepolti altri 50 milioni.

Voi direte: e allora quelli nati durante quella guerra chi sono?

Già me lo chiedo spesso anch’io. Nati magari con le mamme sfollate e i padri al fronte.

Penso che quelli nati durante la guerra, mentre scoppiavano le bombe e le baionette si infilzavano nelle trincee nelle pance di un ragazzo come te, con la differenza che era biondo e alto, mentre tu eri scuro scuro e tracagnotto, beh penso che abbiano passato a chiedersi: ma io a che generazione appartengo? Nella speranza che non venisse creata una categoria solo per loro. Che magari sarebbe una categoria terribile (I figli delle bombe) mentre forse si potrebbero chiamare in modo più poetico:  I figli dell’amore contro quelle bombe.

A buoni conti per la generazione dei miei genitori, loro nati durante la Prima guerra mondiale (1914-1918) e con la gioventù sconvolta a causa della Seconda guerra mondiale, il 1945 sarà l’anno più bello della loro difficile vita. Fine delle guerre – in tutta Europa occidentale e, finora, per sempre – e magnifico spirito di ricostruzione delle città bombardate. E soprattutto festa della rigenerazione del lavoro, della ricostituzione delle famiglie e dell’inizio del benessere.

Insomma, con il buon senso di uno storico che volesse ragionare per grandi categorie, cioè prendendo la storia per i suoi cambiamenti di fondo, quindi davvero significativi, tra i miei genitori e voi – diciamo dunque un secolo – anche se tecnicamente ci stanno quattro generazioni, conterebbero piuttosto due coppie prima e dopo il 1945 e due coppie prima e dopo il 1995.

Come dire : il salto generazionale avviene quando c’è di mezzo una grande catastrofe o una immensa scoperta scientifica e tecnologica.

Perché queste cose mettono in movimento la percezione stessa di cosa sia una generazione. Come dicono i sociologi: “una generazione è condividere un comune sistema valoriale e una comune prospettiva sul futuro”.

La generazione dei miei genitori è stata chiamata Silent generation. Direi che più che silenziosa essa è stata silenziata.

La mia, scoppiata con il boom delle nascite nel dopoguerra, è stata chiamata (infatti) Baby Boomers.

Mentre il nome più significativo dato alla generazione nata attorno al 1995 – che mi sembra davvero un nome appropriato di chi, con nuovi strumenti, sta per entrare nel nuovo millennio – è appunto quella dei Millenials.

Ora non so perché in questi ultimi 30 anni (in cui siete nati ovviamente tutti voi, Preside escluso) è successo che bisognava dare un nome a ogni tratto breve della storia.

Magari un tratto solo di dieci anni. E così sono sbucati nomi uno in fila all’altro.

Questa è la tabella dall’anno di nascita della mia nonna a oggi:

Resta il tema di quali fondamentali differenze dovrebbero avere queste generazioni corte.

Eppure, mai come in questo periodo si sono trovate differenze abissali tra chi è venuto prima e chi è venuto dopo.

Io riuscivo a malapena a tenere a mente le differenze (e anche i conflitti) tra i Baby Boomers e i Millennials. Adesso sembra che si tratti di differenze tra Marziani, Lunatici, Plutonici e Mercuriali. Cioè, differenze planetarie siderali.

Ne approfitto per segnalare un altro dei caratteri di base del discorso sulle generazioni.

Come si capisce anche biologicamente,  si tratta di “staffette”. Staffette generative. Dovrebbero essere caratterizzate da affetto, solidarietà, convergenza.  Invece – pur restando molti tratti di unione e convergenza (a volte tratti naturali, con somiglianze evidenti) – per poter acchiappare la propria individuazione la generazione nuova tende allo strappo e quindi alla polemica.

Anche qui lo dicono gli studiosi del fenomeno: “Generazione è definibile solo a posteriori, cioè quando la sua influenza sulla storia e nella società è terminata;  una generazione è spesso in almeno una forma di conflitto con la  precedente, qualità che contribuisce a caratterizzarla”.

Ho chiesto di scrivere una nota a mia figlia, che si chiama Amelia e che è nata appunto nel 1995, ha dunque 28 anni, quasi il doppio della vostra età, ma è stata la prima che mi ha parlato delle “differenze abissali” che io percepivo e non percepivo proprio tra la sua e le altre immediatamente successive generazioni. Non vi dico le critiche e le prese di distanza…

È lunghetta e contiene una lunga citazione di Aristotele (dalla Retorica). Per cui la allego tutta intera al testo scritto che lascerò sul mio sito (per chi se la vuol vedere, il sito è stefanorolando.it). Ma un brano ve lo leggo volentieri, quello sulla sua scoperta del conflitto intergenerazionale oggi.

“Noi” eravamo i più giovani, i nuovi arrivati, quelli che stavano raccogliendo l’eredità e dovevano farci i conti, quelli che dovevano imparare a vivere in un mondo che era del tutto diverso da quello che ci era stato descritto da piccoli. Nessuna regola era più applicabile – dallo studio, al lavoro, alle relazioni personali. Tutto stravolto. Che fatica! E poi – e poi – poi è successo.  Gen Z versus Millennial – i Gen Z deridono i Millennial per come si vestono, per come parlano, per gli emoji che usano, per i social sui quali stanno, per la musica che ascoltano. Aiuto! Ma quando è successo? Noi che non avevamo ancora la minima idea del mondo nel quale eravamo finiti, che non sapevamo fare le tasse, fare il bucato, trovare un lavoro – ma quand’è che eravamo diventati quelli derisi? Quelli “sfigati”? Quando erano arrivati questi altri che fino a poco fa erano dei bambini? E poi, eccoci a oggi, che dobbiamo fare i conti con un’altra generazione ancora, un’altra serie di conflitti e colpevolizzazioni. Anche se per il momento, noi non abbiamo ancora rovinato abbastanza cose da essere additati, eh, casomai ringraziati per tutti i trend della nostra infanzia che progressivamente state facendo risorgere, per l’orrore di tutti noi.

Io traggo da queste basi alcuni spunti generali che desidero mettere dentro la conversazione di oggi che riguarda appunto il tema dell’importanza (o meno) di appartenere – ovvero di credere di appartenere – a questa o quella generazione con tutto quello che segue in termini identitari.

In sostanza il tema è: quale è la mia vera tribù?

E poi: chi sono i miei consanguinei? Chi sono i miei, alla fine lontani,  parenti? Chi sono i miei sostanziali estranei?

Oltre all’appartenenza generazionale, chiunque di noi sa (e a volte non sa) di appartenere ad altre forme di categorie identitarie che si mescolano, si scelgono, si scelgono in parti e frammenti,  per costituire l’originalità (e a volte anche una  serialità poco originale) di un “puzzle”.

Ve le passo in rassegna brevemente, queste “forme di appartenenza”. Perché mentalmente possiate corredare ciascuna voce con qualche pensiero insorgente. Diciamo una risposta mentale immediata. Non le cito né in ordine di importanza, né in ordine di mie preferenze. Ma per come mi vengono a caso.

  1. L’appartenenza di genere
  2. L’appartenenza territoriale
  3. L’appartenenza religiosa
  4. L’appartenenza sportiva
  5. L’appartenenza a gruppi relazionali
  6. L’appartenenza sociale ed economica
  7. L’appartenenza educativa e cognitiva
  8. L’appartenenza politica
  9. L’appartenenza alle mode (cibo, abbigliamento, accessori)
  10. L’appartenenza all’influenza delle celebrities dello spettacolo o dello sport
  11. L’appartenenza ai modelli familiari

Potrei continuare la lista. Ma questo schema basta a dirci che la frammentazione identitaria è complessa e deve fare i conti con queste (e altre) categorie che servono per capire la trama reale dei tratti comuni che abbiamo con gli altri. E quindi anche la trama delle distinzioni che avvertiamo nette rispetto agli altri.

In qualche modo il “fattore generazionale” diventa il paio di occhiali con cui costruiamo queste trame sui tanti aspetti che ci rendono in apparenza simili, ma in realtà diversi profondamente uno dall’altro.

Con l’evoluzione dell’età, con la crescita (per alcuni) di riflessioni filosofiche e psicologiche attorno alla caducità della nostra vita fisica, cioè riguardante i limiti ineludibili delle condizioni della vita stessa – diciamo le due parole che per i giovanissimi sembrano lontane e vaghe: l’anzianità e la morte – le distinzioni forti tendono a riguardare pochi aspetti che diventano fondamentali.

Una volta Giuseppe De Rita – un grande sociologo italiano – mi disse: ormai, alla fine delle ideologie, alla fine della politica, alla fine di tante cose che ci hanno reso distinti, a una certa età la classe di nascita diventa la forma di appartenenza più importante. Riconosci lì di avere visto con i tuoi coetanei  le stesse cose e avere percepito insieme lo stesso futuro.

Ma per anni – prima di questa visione anziana – viviamo tutti in una sorta di laboratorio in cui le nostre “appartenenze” sono passibili di grandi cambiamenti, di sperimentazioni, di contaminazioni con persone a cui siamo legati da amicizia e affetti.

Oppure  per prendere le distanze da ciò che ci appare iniquo, inadatto, intollerabile.  

Per i più in questo lungo viaggio alla ricerca di noi stessi, dunque della nostra vera identità (non solo quella dichiarata dalle poche cose certe che dichiara la nostra carta di identità), a poco a poco (ma può anche avvenire presto, nella stessa prima gioventù) questa ricerca viene inquinata da luoghi comuni e stereotipi.

Cioè, credenze – che appartengono all’opinione corrente degli ambienti che frequentiamo – che diventano tratti creduti nostri. Ma che in realtà stiamo assumendo dall’ambiente che ci circonda con poco spirito critico e molta passività.

È questa la peggiore malattia identitaria che possa esistere. E che colpisce – come l’influenza, il morbillo, la tonsillite –  chiunque. Alcuni si curano, imparano a evitare. Altri ne sono preda e per tutta la vita non credono più in loro stessi ma alle cose che, per convenzione, hanno fatto finta di credere.

Credo che la medicina ancora più efficace contro questa malattia sia quella di leggere dei buoni libri: letteratura, avventura, saggistica, poesia.

Perché il pensiero di fondo di quello scrittore o di quella scrittrice entra dentro di te in un rapporto a due, quindi sempre un po’ affettivo.

Perché sei tu che hai scelto di condividerlo. E dunque non è l’aria che tira, le cose che si dicono al bar o in spiaggia, a cui tutti possono accedere. Caso mai ripetendole, credendo di far colpo su qualcuno. Ma che altro non sono che la ripetizione delle dicerie.

Leggere è mettere nel magazzino della mente e del cuore un pensiero, una interpretazione, che personalmente un bel giorno della nostra vita abbiamo sentito la necessità di introiettare per distinguerci dagli altri.

Certo che qui l’appartenenza generazionale conta nelle specifiche scelte.

I classici restano i classici. Ma i segni del nostro tempo (nell’arte, nella musica, nella letteratura) hanno tutta la loro forza di proporsi come innovazione, come cambiamento.

I più non li capiscono, preferiscono ritrovarsi su segnali antichi, acquisiti. È loro diritto farlo. Ma a poco a poco questa tendenza li uniforma, lì trasforma in punti del sistema di massa.

E un bel giorno sono blindati in questi “luoghi comuni” del passato e non ne escono più.

Magari resta loro qualche fuoco d’artificio che l’appartenenza generazionale mette a disposizione. Vedere che altri condividono quel piccolo bagliore, è confortante, vince il rischio della solitudine.

Ma è infinitamente più gioioso trovare qualcuno – e io dico anche delle generazioni diverse dalla tua, anzi questo è un dono speciale per gli esseri umani – con cui condividere un pensiero originale, frutto di una ricerca personale, fatta in una sala di concerti, in un museo o una mostra, in un libro che ti ha dato un’emozione che non hai represso.

Quella condivisione diventa così un legame vero, un’amicizia.

Questo spunto finale – sia chiaro – non è detto per moralismo.

Ma per incitare a trovare, tutti, questa strada possibile, ma non banalmente a disposizione.

E rispetto al nostro argomento di conversazione di oggi, questo è anche uno stimolo a guardare con interesse alla questione delle generazioni, per come si va trasformando, con elementi certamente utili da capire.

Ma è anche utile capire che l’appartenenza generazionale non è una divisa da indossare uguale per tutti.

È una condizione di base per le cose che ogni generazione ha negli occhi alla vista di un mondo che cambia velocemente.

Ma poi, come sempre, c’è chi questo patrimonio simbolico lo subisce. E c’è invece chi questo patrimonio simbolico lo interpreta, lo seleziona, lo accoglie, vede molte cose e alcune le rimette nella scatola del tempo e le manda in soffitta.

Quanto alle cose che, arrivato alla mia età, penso nutrano ancora lo spirito generazionale – cioè, l’idea di dar retta in qualche modo a questa “appartenenza” – non posso non tener conto della classe di età, di cui parla Giuseppe De Rita.

Lo possiamo chiamare il patrimonio anagrafico.

Ma  aggiungerei almeno altri due fattori (mi raccomando, adesso potete fare qualche esperimento, ma ricordatevene soprattutto fra cinquant’anni e mandatemi un telegramma se troverete vera la cosa).

  • Il secondo è un fattore che riguarda il patrimonio ambientale. Insomma, credo che il territorio di nascita ma soprattutto quello che ha rappresentato la più lunga adozione  nella nostra vita abbia una forte risonanza.  Perché in esso riconosciamo le regole del rapporto tra la nostra libertà e quella degli altri. Dunque, costituisce il modello relazionale in cui riconosciamo i confini dei comportamenti sociali e le possibilità di combattere la solitudine.
  • E il terzo penso che sia la nostra personale colonna sonora. Intendiamoci non è solo fatta di suoni e musiche. Ma anche di immagini, icone, segni, alcune parole evocative, per i credenti anche alcune preghiere, insomma quello che possiamo chiamare il nostro patrimonio simbolico che si forma fin dai primi anni di vita e che è un film che scorre visibile a chi lo vuol vedere, che muta ma anche conserva,

E con questo il mio viaggio su una parola – la parola “generazione” – che ci riguarda e ci unisce qui tutti, ma, come abbiamo visto,  ci distingue anche tutti, finisce qui.

So che non è un tema che sta propriamente nei programmi di scuola. Ma come lo sanno bene i  vostri insegnanti è un tema che attraversa non solo tutti i programmi di scuola, ma anche tutte le vite di chi ha a che fare con la scuola. Giovani e meno giovani. Chi dalla scuola se ne è andato, chi ci sta per entrare.

“I giovani sono inclini ai desideri…”

Un commento integrato a questo testo di Amelia Popa-Rolando (13.5.2024)

I giovani sono inclini ai desideri e portati a fare ciò che desiderano. (…) Sono mutevoli e presto sazi nei loro desideri e, come desiderano intensamente, così cessano rapidamente di desiderare; […]. E sono impetuosi, facili all’ira e al seguire l’impulso. E sono succubi dell’impetuosità; per la loro ambizione, non sopportano la mancanza di riguardo, bensì s’adirano se ritengono di avere subito un’ingiustizia. E sono ambiziosi, e ancor più desiderosi di successo; la giovinezza infatti desidera la superiorità, e la vittoria è una superiorità (…)  E sono facili a sperare (…). E vivono la maggior parte del tempo nella speranza; infatti la speranza è relativa all’avvenire, così come il ricordo è relativo al passato; e per i giovani l’avvenire è lungo e il passato breve; infatti all’inizio del mattino non v’è nulla della giornata che si possa ricordare, mentre si può sperare tutto. (…) E sono più coraggiosi (…) E sono indignabili; poiché non ammettono che esistano altrove altre cose belle, ma sono educati solo dalla legge della tradizione. E sono magnanimi; poiché non sono ancora stati umiliati dalla vita […]. E sono amanti degli amici e dei compagni più che nelle altre età, poiché godono della vita in comune e non giudicano ancor nulla secondo il loro interesse e neppure, quindi, i loro amici. E peccano sempre per eccesso e per esagerazione (…) essi infatti fanno tutto con eccesso; poiché amano all’eccesso, odiano all’eccesso e così via. Essi credono di sapere tutto e si ostinano al proposito; questa è appunto la causa del loro eccesso in tutto. E anche le loro ingiustizie sono compiute per eccesso oltraggioso, non per malvagità. […]Tale è dunque il carattere dei giovani.”

Le riflessioni sulle generazioni sembrano essere accentuate ora più che mai.

Eppure, dai tempi in cui si riflette sul tempo e sul suo scorrere, inevitabilmente si fanno I conti anche con i tempi futuri, incarnati dalle giovani generazioni. Tant’è che questa descrizione sarebbe facilmente collocabile in qualsiasi momento della storia. Salvo qualche caratteristica espressiva, potrebbe passare facilmente per una considerazione contemporanea (forse un po’ troppo lusinghiera per i toni con cui si affronta il tema oggigiorno).

Sono invece le parole usate da Aristotele nella Retorica, più di duemila anni fa.

Questo tipo di riflessione ha assunto forme diverse nel corso degli anni.

L’arrivo della stampa ne ha intensificato la frequenza (ci sono numerosi articoli di fine ‘800 e inizio ‘900 pieni, soprattutto, di critiche alle giovani generazioni, con molte delle stesse argomentazioni ancora in circolazione).

L’arrivo della stampa online – e dunque, la possibilità di un’infinità di “riflessioni” e di “attacchi”  ha dato inizio,  nella metà degli anni 2010, a un’ondata di “noi contro voi” e dita puntate. In quanto millennial ricordo benissimo, circa dieci anni fa, quando la mia generazione e le varie abitudini sviluppate sembravano essere colpevoli di ogni tendenza socioeconomica negativa – l’esempio più lampante fu la guerra al consumo di avocado – il “vizio generazionale” che apparentemente ci impediva di comprare casa e trovare una stabilità economica. Bei tempi…

Il punto è che quella serie di articoli e quegli approcci di ricerca sociologica hanno dato vita all’era della consapevolezza categoriale nella quale vivono soprattutto le giovani generazioni.

Il nostro – e vostro – mondo ruota attorno a una sovrasaturazione di etichette e classificazioni. Tante di queste etichette sono sempre esistite ma la “vita reale”, al di fuori dall’immediatezza della rete, nascondeva ogni altra realtà che non fosse quella che ci circonda. Inoltre, il nome di queste categorie non arrivava se non dopo anni.

E  spesso ne venivano a conoscenza solo gli studiosi dai libri.

La mia generazione è l’ultima che si ricorda la vita prima della rete – e sicuramente della rete e le sue ramificazioni, specialmente i social, come sono oggi – ma la cui esistenza è stata profondamente segnata dall’arrivo di Internet.

Oserei dire che è la generazione che a sua volta ha drasticamente segnato lo sviluppo di Internet (tutti i social media che usiamo sono stati inventati da millennial).

La consapevolezza di appartenere a una generazione così ben definita, i cui tratti sono così ben delineati nel dibattito pubblico, è arrivata però soltanto in età quasi adulta.

Quei famosi articoli, usciti quando alcuni di noi erano appena arrivati all’università e i più grandi erano già trentenni, ci hanno segnalato chiaro e forte che c’era un “Noi” e un “Loro”. E che il conflitto era ben acceso.

“Noi” eravamo i più giovani, i nuovi arrivati, quelli che stavano raccogliendo l’eredità e dovevano farci i conti, quelli che dovevano imparare a vivere in un mondo che era del tutto diverso da quello che ci era stato descritto da piccoli. Nessuna regola era più applicabile – dallo studio, al lavoro, alle relazioni personali. Tutto stravolto. Che fatica!

E poi – e poi – poi è successo.  Gen Z versus Millennial – i Gen Z deridono i Millennial per come si vestono, per come parlano, per gli emoji che usano, per i social sui quali stanno, per la musica che ascoltano. Aiuto! Ma quando è successo? Noi che non avevamo ancora la minima idea del mondo nel quale eravamo finiti, che non sapevamo fare le tasse, fare il bucato, trovare un lavoro – ma quand’è che eravamo diventati quelli derisi? Quelli “sfigati”?

Quando erano arrivati questi altri che fino a poco fa erano dei bambini?

E poi, eccoci a oggi, che dobbiamo fare i conti con un’altra generazione ancora, un’altra serie di conflitti e colpevolizzazioni. Anche se per il momento, noi non abbiamo ancora rovinato abbastanza cose da essere additati, eh, casomai ringraziati per tutti i trend della nostra infanzia che progressivamente state facendo risorgere, per l’orrore di tutti noi.

Insomma, noi ancora non sappiamo da che parte girarci e tra un po’ il mondo non avrà più alcuna attenzione per i nostri problemi. Perché, come è giusto che sia, dovrà occuparsi dei vostri.

Che sono già iniziati. Che sono documentati, ancora più dei nostri.

Per i quali vi battete ancora prima di quanto lo abbiamo fatto noi.

Credo che in realtà siamo in un momento in cui questo cluster di generazioni si batte assieme. Un po’ tra di noi, un po’ con boomer e gen X, ma tutto sommato i problemi del mondo li viviamo in parallelo e, proprio tramite la rete, siamo (volontariamente o involontariamente) testimoni gli uni delle difficoltà e delle esistenze degli altri. Ed è forse questa la nostra fortuna più grande.

Il conflitto emerge maggiormente quando una fetta generazionale vive in un mondo diverso dall’altra e soprattutto quando non ha nessuna curiosità o volontà di comprendere un’altra realtà. Noi, in fondo, viviamo un po’ tutti nel mondo di Internet e ci dobbiamo fare forza nel conflitto più grande, quello con il mondo reale.

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