Comunicazione pubblica in Europa a fronte di nuovo analfabetismo e disinformazione – Strasburgo 22-24 maggio 2024 / IT FR EN

Cap Com  e Club di VeneziaConferenza europea a Strasburgo 22-24 maggio 2024

IT – Comunicazione pubblica e incremento delle capacità a fronte della manipolazione dell’informazione in un mondo di analfabetismo e del rafforzamento della lotta alla disinformazione.

Intervento inaugurale di Stefano Rolando

Presidente del Club di VeneziaProfessore di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano

Autorità, rappresentanti di istituzioni e di associazioni, cari colleghi e amici,

innanzi tutto, voglio esprimervi l’apprezzamento per la scelta che Cap Com ha compiuto – in collaborazione con il Club di Venezia e di intesa con istituzioni e enti rilevanti in Europa –  di svolgere questo meeting a Strasburgo, una delle città simbolo dell’Europa unita.

Grazie a Yves Charmont e a Vincenzo Le Voci per avermi ritenuto utile per questa apertura di conferenza, sapendo entrambi che la mia filosofia non è quella di chi dice che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Cercherò, malgrado tutto, di far prevalere le speranze sulle critiche.

L’Europa va al voto prossimamente e vorremmo ritrovarla nelle urne ancora più unita e più liberata dalle ombre, le paure, i ripiegamenti che hanno rallentato un processo aprendo talvolta un altro percorso. Quello dell’eccesso di  protezionismi interni, che nascondono il pericolo maggiore che la storia europea contiene, il pericolo del nazionalismo.

Comincio da un aneddoto personale, un frammento che ha a che fare con questo discorso.

Il mio primo lavoro stipendiato, giovanissimo, essendo stato scelto all’inizio degli anni ’70 da qualcuno che non selezionava con riscontri burocratici ma cercando di cogliere anche la soglia di competenza necessaria ma soprattutto  la voglia di imparare a lavorare con una visione, una speranza, una riduzione di disuguaglianze, è stato importante per il mio attaccamento all’Europa.

Quel “qualcuno”  era Altiero Spinelli. Era il commissario agli affari industriali, commerciali  e tecnologici dell’Europa. Era il 1971. Credevo che il lavoro fosse a Bruxelles. Mi spedì –  il giorno stesso in cui mi presentai al suo cospetto –   ad Algeri. Poi sarebbero state le altre capitali del bacino. Era infatti un grande studio – da condurre con altri ricercatori – sul futuro del bacino del Mediterraneo. A me spettava il coordinamento del segmento sulla siderurgia. Durò un anno quell’esperienza. L’approccio non era per l’immediato. Guardava a dieci anni dopo. Si doveva cercare di capire quali sarebbero stati i bisogni di sviluppo – settore per settore – di tutti i paesi del Mediterraneo.

Rispetto a cui quel grande federalista e utopista che  Spinelli era, lui  non pensava di rovesciare sui paesi confinanti il surplus commerciale europeo, come si usava fare di solito con i paesi meno ricchi. Allora Spinelli pensava che fosse necessario  prevedere commerci corrispondenti all’effettivo punto di sviluppo di quei paesi, dieci anni dopo.

C’erano pochissimi dati statistici. In certi casi  non c’era nemmeno chi fosse in grado di fornire  dati a medio-termine. Ma il rispetto per quel metodo aprì molte porte. L’Europa generosa – vi dico la verità –  era un modello luminoso.  Consegnammo dodici rapporti. Uno per paese.

E in seguito la storia andò a mescolare grandi speranze e grandi delusioni.

Ora siamo di nuovo ad un anno cruciale. E forse vorremmo che ci guidasse uno spirito simile.

Non importa a quale dei nostri paesi questo spirito appartenga. Importa che si  tratti di una di quelle quella figure progettuali e coraggiose – perché nella politica europea sono certo che queste figure ancora esistono –  che deve tornare ad appassionare soprattutto i giovani (ma anche le nostre classi dirigenti) verso la possibilità di orientare  la storia non  verso la parte a cui  hanno tentato di dirigerla leaders a volte inadeguati. Inadeguati sono stati i dittatori, i politici asserviti a impropri interessi, i nostalgici degli equilibri di un tempo passato, che ha prodotto più guerre che benessere e giustizia. Ma inadeguati sono stati anche quelli inchiodati alla tattica e al presente.

Dico questo non per fare retorica. Ma perché sono cosciente – e lo dico come presidente del Club di Venezia che da 38 anni ha lavorato in termini informali senza assumere decisioni ma creando una cultura più armonizzata tra gli operatori della comunicazione istituzionale – che tra le crisi europee che attraversiamo (ambiente, disuguaglianze, salute, occupazione, spaesamento, migrazioni, competitività) c’è anche quella della comunicazione pubblica.

Intesa come la sfera degli interessi generali comuni in cui se il commitment interno è diviso in due la forza comunicativa si riduce quasi a zero.

Tra europeisti e sovranisti, tra centralisti e federalisti, tra nord e sud e tra est e ovest, l’equilibro si trova spesso facendo silenzio, lavorando tra gli addetti ai lavori, mantenendo linguaggi che hanno a che fare con il processo regolamentativo e non con il dialogo concreto  con i cittadini.  

Tutto necessario, si dirà. Certo. Ma alla fine anche velenoso per l’immagine di un’Europa che – confrontata con le crisi, le trasformazioni e anche le tragedie del tempo che viviamo – può avere molta più energia creativa e trasformativa da trasmettere rispetto a quella che almeno negli ultimi quindici anni ha saputo e potuto trasmettere.

Colloco in questo impasse la scommessa culturale, civile e professionale che riguarda anche i temi che sono stati scelti per discutere in questa occasione. 

Mi sono misurato per anni – come operatore e per gli anni più recenti come professore universitario della disciplina di cui parliamo – con l’immenso cambiamento generato dall’avvento dei processi digitali e con le ambiguità del rapporto tra opportunità e rischi. Si tratta di quelle ambiguità rese evidenti dall’opzione tecnologica di stressare – in un modo  impensato per migliaia di anni precedenti –  la velocità, la spazialità, la profondità, la complessità del patrimonio comunicativo. Negli ultimi 20 anni l’intero corpo sociale dei nostri paesi – anziani compresi – è passato dal 25% all’85% di capacità di fruizione dei mezzi digitali.

Nella nostra conferenza sono in programma colleghi più giovani, certamente più esperti e aggiornati, a cui lascio volentieri la parola per entrare in media res su questi argomenti.

Vorrei solo provare ad iscrivere i loro contributi nel senso dell’agire , che può essere  all’interno di paradigmi di pura protezione e difesa (che, sia chiaro, non sono né inutili né illegittimi) oppure all’interno di paradigmi che definirei “oltre”. 

Mi riferisco a quelli attorno a cui in cui l’Europa potrebbe provare  a misurare un suo nuovo progetto di sostenibilità ambientale, sociale e culturale. Avendo ancora da spendere un patrimonio simbolico e valoriale che conta molto, anche se esso è minoranza  negli equilibri planetari.

Ecco allora che le due parole chiave di questa conferenza – analfabetismo e disinformazione – che saranno poi trattate nella giornata con il realismo che esse richiedono, possono avere ancora qualche breve trattamento connesso alle radici forse ancora produttive della nostra identità comune. E anche  connesso al rovesciamento di una deformazione comunicativa.

Considero infatti una deformazione il fatto che si vadano moltiplicando segni, segnali, immagini e parole a disposizione di tutti ma che la loro incidenza reale relativa alla qualità sociale e alla qualità della vita appaia discontinua e non uniforme.

  • L’analfabetismo, sia  funzionale che  di ritorno,  è una malattia regressiva che colpisce i ceti meno abbienti, ma anche una parte declinante del ceto medio e una parte diseducata di ambiti sociali arricchiti troppo in fretta. Si tratta di impossibilità o di rifiuto di metabolizzare interpretazioni, nessi tra notizie, spiegazione di significati impliciti. Così da non capire né linguaggi, né contesti, né elaborazioni concettuali.  Esso forma l’architettura biologica e psicologica di interi settori  sociali (secondo l’OCSE arriva in alcuni nostri paesi ad oltre un terzo della popolazione residente) e influenza largamente l’offerta politica, mediatica e di consumi. Quanto alla politica una parte dell’offerta si piega ai suoi stereotipi. Un’altra parte li favorisce e li coltiva.
  • La disinformazione è uno dei processi alimentato da questo nesso interno tra domanda povera  e offerta su misura. Ma essa ha anche un altro versante. Quello della manipolazione volontaria prodotta da truffatori politici, culturali e commerciali e anche prodotta nella guerra geopolitica da apparati (in cui si mescolano sovversivi professionali e apparati al servizio di poteri costituiti, nazionali e stranieri) che hanno l’obiettivo di ampliare la non cognizione sociale della differenza tra il vero e il falso.

Non  ho dati aggiornati per fissare percentuali attendibili. Ma anche in questo caso si parla di un terzo del “flottante notiziabile”, sui media tradizionali e nei sistemi digitali, che benda gli occhi di una parte importante di un popolo allo scopo di costruire comportamenti di consenso manipolato.

Normalmente le scienze politiche segnalano che se un terzo del rapporto tra domanda e offerta si colloca in mezzo ad altri due terzi polarizzati su opposte certezze, per come è normalmente nelle democrazie soprattutto bipolari questa apparente minoranza pende da una parte o dall’altra alterando sia la qualità del bipolarismo sia la certezza della rappresentanza. Il pericolo, insomma, è immenso. E tuttavia per una parte non irrilevante dei sistemi decisionali questa trasformazione diventa anche “un rischio da correre” per gli arricchimenti commerciali, elettorali, reputazionali che concorre a formare. Le condizioni di guerra alterano e ampliano in forma impensabile questi fenomeni. Tanto da far scrivere ormai polemologi e massmediologi che l’informazione è diventata una delle principali armi nei conflitti oggi disseminati. Due dei quali – enormi – alle porte dell’Europa unita.

In ordine a questa percezione del pericolo dobbiamo tuttavia riconoscere che l’Europa non è né ferma né passiva. Parlo di come alcune recenti evoluzioni hanno messo in atto percezioni e misure adeguate. Mi riferisco sia alla materia dell’intelligenza artificiale, sia alle misure di trasparenza nella governance del sistema mediatico.

Negli ultimi mesi della legislatura europea che sta per concludersi, le istituzioni europee sono riuscite a chiudere due importanti misure legislative che mirano al futuro e guardano lontano. Entrambe hanno la forma di regolamenti, anziché direttive, in modo da lasciare aperta la porta ad implementazioni in corso d’opera e ad evitare divergenze interpretative da paese a paese.

  • Partiamo dallo EMFA – European Media Freedom Act,  che supera il noto protocollo di Amsterdam, che lasciava la regolamentazione delle tv (e della stampa) alla sola discrezione dei singoli governi. Con questo nuovo regolamento si affermano dei principi minimi di indipendenza dei media e di non interferenza dei governi, a partire dal principio che ogni cittadino europeo ha diritto -in qualsiasi paese dell’Unione risieda- ad accedere ad una informazione non manipolata, indipendente e di qualità.
  • Il secondo invece è il cosiddetto “A.I. act”, un regolamento che stabilisce delle linee guida per stabilire cosa si può fare e cosa non si può fare con l’intelligenza artificiale nei paesi dell’Unione Europea. È il primo tentativo al mondo di regolare qualcosa che è destinata a rivoluzionare il nostro modo di vivere, lavorare e perfino pensare. Il cui impatto sulla comunicazione è ancora inimmaginabile, ma sarà comunque profondo e destinato a rivoluzionare tutti i settori: dalla produzione alla distribuzione ed alla ricezione.

Finisce qui la mia mini-sociologia della manipolazione – del tutto insufficiente, è inutile dirlo – che tuttavia obbliga una conferenza come la nostra anche a immaginare che le competenze e i valori  degli operatori che ne fanno parte possono costituire una parziale risposta.

Una risposta interdittiva, svelante, preventiva, di accudimento.

Ho dedicato la maggior parte dei miei anni di insegnamento della comunicazione pubblica a provare di sostenere questa tesi formulando alcuni paradigmi deontologici che qui, verso la conclusione, vorrei riassumere.

  • Il primo riguarda le leggi di regolamentazione della disciplina e della professione.

Alcuni paesi hanno normative; altri non hanno normative. Chi crede nell’Europa – sapendo benissimo che chi ci crede meno considera questa materia una riserva gelosa per il trattamento nazionale, venendo così meno al principio secondo cui un cittadino europeo deve essere trattato allo stesso modo da Helsinki a Siracusa – auspica oggi che almeno una normativa quadro (cioè quella che riguarda finalità generali, principi etici del trattamento, definizione degli scopi sociali, regole della formazione) l’Europa dovrebbe essere messa in grado di produrla (avverto che lo stesso Club di Venezia che nasce come espressione del dialogo tra esponenti nazionali ed esponenti delle istituzioni europee, di recente allargato ad esperti e studiosi, non ha ancora trovato il modo di discutere veramente su questo punto).

In ogni caso in questo primo paradigma bisogna tener in considerazione che quando l’Italia ha prodotto, tra il 1994 e il 2000, la sua legge di settore, c’è stato il buon senso di immaginarla come legge di raccordo tra esecutivo e legislativo, dunque come normativa bipartizan. Diversamente ogni elaborazione o ogni riforma verrebbe messa in mano ad un’ottica di parte.

  • Il secondo riguarda – nella gerarchia delle ragioni che sostengono l’importanza della disciplina e della professione – il convincimento di chi vi parla che la ragione  sociale deve essere più rilevante sia di quella tecnologica che di quella del diritto di un governo di illustrare il suo operato. Dunque, creando meccanismi di valutazione in cui al combattimento contro l’ignoranza delle leggi, ovvero l’ignoranza dei principali processi collettivi,  venga concesso il primo posto degli investimenti (bilancio, competenze professionali, obiettivi assegnati). Ma anche l’obbligo di accompagnamento sociale nella fruizione di qualunque servizio pubblico, al fine di impedire la marginalizzazione dei più disagiati.
  • Il terzo riguarda la complessità di ciò che ho chiamato “il governo della spiegazione che ha i suoi livelli applicati distinti per aree (comunicazione scientifica, comunicazione civica, comunicazione normativa, comunicazione legata alla trasparenza e all’accesso, eccetera).
  • Il quarto riguarda la sottrazione all’esclusività degli ambiti militari (che pure devono gestire la loro parte naturalmente assegnata) dei compiti di contrasto alla manipolazione e alterazione dei processi informativi, con nuovi cahier de charge per i servizi pubblici radiotelevisivi e anche per soggetti operanti nel digitale con possibilità di uniformarsi convenientemente a certe discipline di  trattamento. Dunque, con compiti largamente attribuiti ad ambiti delle istituzioni civili, in raccordo ovviamente tra ambiti europei, nazionali e territoriali.
  • Il quinto riguarda l’adeguamento e l’uniformità europea dei processi di valutazione che per tutte le trasformazioni in corso non deve essere influenzato dalla minimizzazione governativa del ruolo e nemmeno dal rischio oggi non remoto di finire nella sfera di influenza delle multinazionali della digitalizzazione.
  • Il sesto riguarda la relazione tra le recenti misure europee a cui ho fatto cenno e questo specifico tema di evoluzione della comunicazione pubblica Prendiamo l’A.I. act, la cui implementazione dovrà presto intervenire su questioni delicatissime della comunicazione come, ad esempio, l’obbligo (o meno) di comunicare se l’informazione è fornita da un giornalista/comunicatore o se è stata prodotta da Intelligenza artificiale; di chi è la responsabilità in caso di danni provocati da informazioni fornite dall’A.I. (dell’editore che pubblica l’informazione, del giornalista/comunicatore che non ha verificato, del produttore del software, eccetera).

Anche in questo caso preferisco limitarmi a questi semplici cenni.

Che vogliono semplicemente riferirsi al programma delle discussioni che seguono, affinché i relatori aiutino a comprendere le analisi ma anche a sforzarsi di individuare una certa soglia di proposta. Cosa che, nel caso di questa conferenza, ha anche il pregio – non frequentissimo – di beneficiare di relatori collocati nell’ottica di istituzioni sovranazionali, di istituzioni nazionali e di esperienze territoriali. Tre dinamiche che   hanno bisogno di abbattere un po’ delle muraglie di separazione che in molti paesi le riguarda molto.

E se posso concludere sul terreno delle “muraglie” un altro aspetto vorrei segnalare come un fattore generativo di nuove risposte alle citate patologie sistemiche della disinformazione e dell’analfabetismo.

Una muraglia si è infranta effettivamente in questi anni. Ma non si tratta di una cosa sempre positiva. È quella tra la comunicazione istituzionale e la comunicazione politica. In una parte dell’Europa la  divisione, la separazione, restano ancora piuttosto chiare. Anche circa gli interventi dell’autorità politica preposta alla gestione di una istituzione. In altra parte dell’Europa – e debbo dire purtroppo – la separazione ha ceduto. Lasciando alle amministrazioni compiuti di sportello, ma riprendendo la politica, quella operante dentro le istituzioni, un ampio controllo di tutte le esternazioni, rendendo così più difficile il contorno chiaro di ciò che è servizio e ciò che è contenuto suggestivo (qualche volta anche propagandistico).

Si tornerà indietro quando i cittadini avranno più chiara e motivata la loro domanda al riguardo.

Ma siccome  il processo di trasformazione della politica segue onde lunghe, ora bisogna essere realisti.

E nel realismo c’è la centralità delle crisi connesse a processi di transizione in cui versano tutti i nostri paesi e tutti i nostri territori. Enorme è stata al riguardo la lezione della pandemia.

Crisi che hanno bisogno di più sussidiarietà, rispetto ai compiti della comunicazione pubblica intesa come istituzionale. A mio avviso dove è possibile e come è possibile – ma la natura della crisi spinge naturalmente a questa prospettiva – si devono aprire tavoli tra comunicazione istituzionale (il raccordo generale), la comunicazione di impresa (l’economia dei processi e la natura tecnica delle prestazioni) e la comunicazione sociale (l’ascolto del bisogno).

E aggiungerei qui anche una cosa di buon senso: l’incremento del dialogo e delle operatività tra comunicazione istituzionale e sistema dei servizi pubblici radiotelevisivi e ormai operanti in forma multicanale.  

Basti pensare alla questione che sarà centrale nel futuro mondo digitale della fiducia e dell’autenticità, in un mondo in cui distinguere il vero dal falso sarà sempre più difficile. Un problema che investe sia le società dei media che le istituzioni. Una società in cui non si sa di chi ci si può fidare, è una società allo sbando. Il passaggio dal broadcasting (un messaggio centralizzato ed unico distribuito a molti) alla comunicazione individualizzata del futuro digitale (tanti messaggi diversi quanti sono i riceventi) costringerà inevitabilmente media digitali pubblici e istituzioni pubbliche a collaborare sempre più strettamente, se non vogliono essere spazzati via da una generale crisi di credibilità di qualsiasi fonte.

I tavoli esistono già nelle cose. Ma un po’ di proceduralizzazione, di costruzione di progetti comuni, di iniziative concordate (qui gli aspetti territoriali ancorano opportunamente alla casistica), migliorerebbe la mutuazione. Intendendo in questi casi la necessaria caduta di muraglie.

E, alla fine, un ‘ultima da dire. Il giorno in cui Cap Com e Club di Venezia, volessero estendere questo modello di ragionamento all’area del bacino del Mediterraneo – non lo dico per ritornare retoricamente sull’aneddoto con cui ho cominciato ma lo dico per mettere finalmente contenuti al vuoto pneumatico che c’è stato finora nella comunicazione in Europa sulle migrazioni –  una bella conferenza sarebbe pronta insieme ai nostri amici di Euromed e di ICMPD, con cui il Club da alcuni anni si sforza di promuovere quel disegno che i singoli paesi faticano a mettere nelle priorità.

FRCap Com et Club de VeniseConférence européenne à Strasbourg 22-24 mai 2024

Communication publique et renforcement des capacités en réponse à :

  • la manipulation de l’information dans un monde d’analphabétisme
  • renforcer la lutte contre la désinformation.

Discours inaugural

Stefano Rolando

Président du Club de VeniseProfesseur de communication publique et politique à l’Université IULM de Milan

Autorités, représentants d’institutions et d’associations, chers collègues et amis,

Tout d’abord, je tiens à exprimer mon appréciation pour le choix que Cap Com a fait – en collaboration avec le Club de Venise et en accord avec les institutions et organismes concernés en Europe – de tenir cette réunion à Strasbourg, l’une des villes symboliques de l’Europe unie.

Merci à Yves Charmont et Vincenzo Le Voci de m’avoir jugé utile pour cette ouverture de conférence, sachant tous deux que ma philosophie n’est pas celle de ceux qui disent que nous vivons dans le meilleur des mondes possibles. J’essaierai malgré tout de faire prévaloir les espoirs sur les critiques.

L’Europe va bientôt se rendre aux urnes et nous aimerions la retrouver aux urnes encore plus unie et libérée des ombres, des peurs, des retraits qui ont ralenti un processus, ouvrant parfois une autre voie. Celle des excès de protectionnisme interne, qui cache le plus grand danger que comporte l’histoire européenne, celui du nationalisme.

Je commence par une anecdote personnelle, un fragment de racine qui a à voir avec cette discussion.

Mon premier emploi salarié, très jeune, ayant été choisi au début des années 70 par quelqu’un qui n’avait pas sélectionné avec des retours bureaucratiques mais essayait aussi de saisir le seuil de compétence nécessaire mais surtout l’envie d’apprendre à travailler avec une vision, un espoir , une réduction des inégalités, a été importante pour mon attachement à l’Europe.

Ce « quelqu’un » était Altiero Spinelli. Il était commissaire aux affaires industrielles, commerciales et technologiques de l’Europe. C’était en 1971. Je pensais que le travail était à Bruxelles. Il m’a envoyé, le jour même de ma comparution devant lui, à Alger. Il y aurait ensuite les autres capitales du bassin. Il s’agissait en fait d’une étude majeure – à mener avec d’autres chercheurs – sur l’avenir du bassin méditerranéen. J’étais responsable de la coordination du segment sidérurgie. Cette expérience a duré un an. L’approche n’a pas été immédiate. Il regardait vers l’avenir dix ans plus tard. Il fallait essayer de comprendre quels seraient, secteur par secteur, les besoins de développement de tous les pays méditerranéens.

Par rapport à quoi le grand fédéraliste et utopiste qu’était Spinelli ne songeait pas à transférer l’excédent commercial européen vers les pays voisins, comme on le faisait habituellement avec les pays les moins riches. Mais à cette époque, il croyait qu’il fallait prévoir les échanges commerciaux en fonction du point de développement reel, dix ans après,  des pays voisins mais extérieurs à l’Europe.

Il y avait très peu de données statistiques. Dans certains cas, personne n’était même en mesure de fournir des données à moyen terme. Mais le respect de cette méthode a ouvert de nombreuses portes. L’Europe généreuse – je vous dis la vérité – était un brillant modèle. Nous avons remis douze rapports. Un par pays. Et plus tard, l’histoire mêlait de grands espoirs et de grandes déceptions.

Nous voilà de retour dans une année cruciale. Et peut-être aimerions-nous qu’un esprit similaire nous guide. Peu importe à quel pays appartient cet esprit. Il est important qu’il fasse partie de ces personnalités capables de réaliser des projets courageux – car dans la politique européenne, je suis sûr que ces personnalités existent encore – qui doivent une fois de plus enthousiasmer surtout les jeunes (mais aussi nos classes dirigeantes) vers la possibilité d’orienter l’histoire.  Pas du côté vers lequel des dirigeants parfois inadaptés ont tenté de l’orienter. Les dictateurs, les hommes politiques soumis à des intérêts inappropriés, les nostalgiques de l’équilibre d’un temps passé, qui a produit plus de guerres que de bien-être et de justice, ont été inadaptés. Mais ceux qui étaient attachés à la tactique et au présent étaient également inadéquats.

Je dis cela pour ne pas être rhétorique.

Mais parce que je suis conscient – et je le dis en tant que président du Club de Venise qui, depuis 38 ans, a travaillé de manière informelle sans prendre de décisions mais en créant une culture plus harmonisée entre les opérateurs de communication institutionnels – que parmi les crises européennes que nous traversons (environnement , inégalités, santé, emploi, dépaysement, migration, compétitivité) il existe également une certaine crise en matière de communication publique.

Pourquoi je dis le mot crise? Car si l’on comprend cette forme de communication comme une force pour intervenir chaque jour dans des affaires d’intérêt général commun, si les sujets qui décident de la ligne et des adresses se retrouvent divisés en deux partis sur presque tout, une chose est sûre et automatique : dans des cas comme celui-ci, la force communicative est réduite à presque zéro.

Entre pro-européens et souverainistes, entre centralistes et fédéralistes, entre Nord et Sud et entre Est et Ouest, l’équilibre se trouve souvent en se taisant, en travaillant entre experts, en maintenant des langages qui ont à voir avec le processus réglementaire et non avec un dialogue concret avec les citoyens. Tout est nécessaire, dira-t-on. Bien sûr. Mais finalement aussi toxique pour l’image d’une Europe qui – face aux crises, aux transformations et même aux tragédies de l’époque dans laquelle nous vivons – peut avoir à transmettre une énergie bien plus créatrice et transformatrice que celle qu’il a connue au moins au cours des quinze dernières années et a pu transmettre..

Je place dans cette impasse le défi culturel, civil et professionnel qui concerne également les thèmes qui ont été choisis pour débattre à cette occasion.

Pendant des années, je me suis mesuré – en tant qu’opérateur et plus récemment en tant que professeur universitaire de la discipline dont nous parlons – à l’immense changement généré par l’avènement des processus numériques et aux ambiguïtés de la relation entre opportunités et risques. Ce sont ces ambiguïtés mises en évidence par l’option technologique consistant à souligner – d’une manière inédite depuis des milliers d’années – la rapidité, la spatialité, la profondeur et la complexité du patrimoine communicatif.

Au cours des 20 dernières années, l’ensemble du corps social de nos pays – y compris les personnes âgées – est passé de 25 à 85 % de capacité à utiliser les moyens numériques.

Notre conférence comprend des collègues plus jeunes, certainement plus expérimentés et plus actuels, à qui je laisse volontiers la parole pour entrer en communication sur ces sujets.

Je voudrais juste essayer d’inscrire leurs apports dans le sens de l’action, qui peut s’inscrire dans des paradigmes de protection et de défense pures (qui, soyons clairs, ne sont ni inutiles ni illégitimes) ou dans des paradigmes que je définirais comme « au-delà ».

Je fais référence à ceux autour desquels l’Europe pourrait tenter de mesurer son nouveau projet de durabilité environnementale, sociale et culturelle. Devoir encore dépenser un héritage symbolique et valorisant qui compte beaucoup, même s’il est minoritaire dans l’équilibre planétaire.

Ainsi les deux mots clés de cette conférence – analphabétisme et désinformation – qui seront ensuite traités dans la journée avec le réalisme qu’ils exigent, peuvent encore faire l’objet d’un bref traitement lié aux racines peut-être encore fécondes de notre identité commune.

Elle est également liée au renversement d’une déformation communicative. En fait, je considère comme une distorsion le fait que les signes, signaux, images et mots accessibles à tous se multiplient mais que leur impact réel sur la qualité sociale et la qualité de vie apparaisse discontinu et non uniforme.

  • L’analphabétisme, à la fois fonctionnel ou qui revient, est une maladie régressive qui touche les classes les plus défavorisées, mais aussi une partie en déclin des classes moyennes et une partie peu instruite de milieux sociaux qui se sont enrichis trop vite. C’est l’impossibilité ou le refus de métaboliser les interprétations, les liens entre les actualités, l’explication des significations implicites. Afin de ne comprendre ni les langages, ni les contextes, ni les élaborations conceptuelles. Elle forme l’architecture biologique et psychologique de secteurs sociaux entiers (elle touche, selon l’OCDE, plus d’un tiers de la population résidente dans certains de nos pays) et influence largement l’offre politique, médiatique et de consommation. Quant à la politique, une partie de l’offre se plie à ses stéréotypes. Une autre partie les favorise et les cultive.
  • La désinformation est l’un des processus alimentés par ce lien interne entre une faible demande et une offre adaptée. Mais cela a aussi une autre facette. Celui de la manipulation volontaire produite par des escrocs politiques, culturels et commerciaux et également produite dans la guerre géopolitique par des appareils (dans lesquels se mélangent subversifs professionnels et appareils au service des pouvoirs établis nationaux et étrangers) qui ont pour objectif d’élargir la non-cognition sociale des la différence entre le vrai et le faux.

Je n’ai pas de données mises à jour pour établir des pourcentages fiables. Mais même dans ce cas, nous parlons d’un tiers des “nouvelles diffusées”, sur les médias traditionnels et dans les systèmes numériques, qui aveuglent les yeux d’une partie importante de la population dans le but de construire des comportements de consensus manipulés.

Normalement, la science politique indique que si un tiers de la relation entre l’offre et la demande est placé au milieu de deux autres tiers polarisés sur des certitudes opposées, comme c’est normalement le cas dans les démocraties particulièrement bipolaires, cette minorité apparente penche d’un côté ou de l’autre, altérant à la fois la qualité du bipolarisme et la certitude de la représentation.

Bref, le danger est immense.

Et pourtant, pour une partie non négligeable des systèmes de décision, cette transformation devient aussi « un risque à courir » pour les enrichissements commerciaux, électoraux et réputationnels qu’elle contribue à créer.

Les conditions de guerre modifient et amplifient ces phénomènes d’une manière impensable. À tel point que les polémologues et les experts des médias écrivent désormais que l’information est devenue l’une des principales armes dans les conflits généralisés d’aujourd’hui. Dont deux guerres  énormes  aux portes de l’Europe unie.

Cependant, face à cette perception du danger, il faut reconnaître que l’Europe n’est ni arrêtée ni passive. Je parle de la façon dont certains développements récents ont mis en place des perceptions et des mesures adéquates.

Je fais référence à la fois au sujet de l’intelligence artificielle et aux mesures de transparence dans la gouvernance du système médiatique.

Au cours des derniers mois de la législature européenne, qui est sur le point de s’achever, les institutions européennes ont réussi à clôturer deux mesures législatives importantes qui visent l’avenir et regardent loin vers l’avenir. Les deux ont la forme de règlements plutôt que de directives, afin de laisser la porte ouverte à une mise en œuvre continue et d’éviter les divergences d’interprétation d’un pays à l’autre.

  • Commençons par l’EMFA – European Media Freedom Act, qui remplace le célèbre protocole d’Amsterdam, qui laissait la réglementation de la télévision (et de la presse) à la seule discrétion des gouvernements individuels. Avec ce nouveau règlement, les principes minimaux d’indépendance des médias et de non-ingérence des gouvernements sont affirmés, à partir du principe selon lequel tout citoyen européen a le droit – quel que soit le pays de l’Union où il réside – d’accéder à des informations non manipulées, indépendantes et qualité.
  • Le second est ce qu’on appelle « A.I. act », un règlement qui établit des lignes directrices pour déterminer ce qui peut et ne peut pas être fait avec l’intelligence artificielle dans les pays de l’Union européenne. Il s’agit de la première tentative au monde de réglementer quelque chose qui est destiné à révolutionner notre façon de vivre, de travailler et même de penser. Dont l’impact sur la communication est encore inimaginable, mais il sera néanmoins profond et destiné à révolutionner tous les secteurs : de la production à la distribution et à la réception.

Ici se termine ma mini-sociologie de la manipulation – totalement insuffisante, cela va de soi – qui oblige pourtant un colloque comme le nôtre à imaginer aussi que les compétences et les valeurs des opérateurs qui en font partie peuvent constituer une réponse partielle. Une réponse interdictive, révélatrice, préventive et nourrissante.

J’ai consacré la plupart de mes années d’enseignement de la communication publique à tenter d’étayer cette thèse en formulant quelques paradigmes que je voudrais résumer ici, en guise de conclusion.

  • Le premier concerne les lois régissant la discipline et la profession. Certains pays ont des réglementations, d’autres n’en ont pas. Ceux qui croient en l’Europe – sachant pertinemment que ceux qui y croient moins considèrent cette question comme une réserve jalouse du traitement national, ne respectant ainsi pas le principe selon lequel un citoyen européen doit être traité de la même manière d’Helsinki à Syracuse – espère aujourd’hui qu’au moins une législation-cadre (c’est-à-dire celle qui concerne les finalités générales, les principes éthiques des traitements, la définition des finalités sociales, les règles de formation) que l’Europe puisse produire (je préviens que le même Club de Venise qui est né comme un l’expression du dialogue entre représentants nationaux et représentants des institutions européennes, récemment étendu aux experts et aux universitaires, n’a pas encore trouvé le moyen de véritablement discuter de ce point). Quoi qu’il en soit, dans ce premier paradigme, il faut tenir compte du fait que lorsque l’Italie a élaboré sa loi sectorielle entre 1994 et 2000, il y avait le bon sens de l’imaginer comme une loi de liaison entre l’exécutif et le législatif, donc comme une législation bipartite. Autrement, chaque élaboration ou chaque réforme serait confiée à une perspective partisane.
  • La seconde concerne – dans la hiérarchie des raisons qui soutiennent l’importance de la discipline et de la profession – ma conviction que la « raison sociale » doit être plus importante que la raison technologique et que celle du droit d’un gouvernement à illustrer ses actions.  Ainsi, en créant des mécanismes d’évaluation dans lesquels la lutte contre la méconnaissance des lois, ou plutôt contre la méconnaissance des principaux processus collectifs, occupe la première place dans les investissements (budget, compétences professionnelles, objectifs assignés). Mais cela implique également l’obligation d’un accompagnement social dans l’utilisation de tout service public, afin d’éviter la marginalisation des plus défavorisés.
  • Le troisième concerne la complexité de ce que j’ai appelé « le gouvernement de l’explication» qui a ses niveaux appliqués distingués par domaines (communication scientifique, communication civique, communication réglementaire, communication liée à la transparence et à l’accès, etc.).
  • Le quatrième concerne la suppression de l’exclusivité des milieux militaires (qui doivent aussi gérer la part qui leur est naturellement assignée) des tâches de lutte contre la manipulation et l’altération des processus d’information, avec un nouveau cahier de charge pour les services publics de radio et de télévision ainsi que pour entités opérationnelles dans le numérique avec la possibilité de se conformer commodément à certaines disciplines de traitement). Avec donc des tâches largement attribuées aux domaines des institutions civiles, évidemment en lien entre les espaces européens, nationaux et territoriaux).
  • Le cinquième concerne l’adaptation européenne et l’uniformité des processus d’évaluation qui, malgré toutes les transformations en cours, ne doivent pas être influencés par la minimisation du rôle de l’État ni par le risque, aujourd’hui non éloigné, de se retrouver dans la sphère d’influence des multinationales de la numérisation.
  • Le sixième concerne la relation entre les récentes mesures européennes que j’ai évoquées et ce thème spécifique de l’évolution de la communication publique. Prenons l’IA. loi, dont la mise en œuvre devra bientôt intervenir sur des questions de communication très délicates comme, par exemple, l’obligation (ou non) de communiquer si l’information est fournie par un journaliste/communicant ou si elle a été produite par une intelligence artificielle.  Qui est responsable en cas de dommage causé par les informations fournies par l’IA ? (de l’éditeur qui publie l’information, du journaliste/communicant qui n’a pas vérifié, de l’éditeur du logiciel, etc.).

Même dans ce cas, je préfère me limiter à ces simples indications.

Qui souhaitent simplement se référer au programme des discussions qui suivent, pour que les intervenants aident à comprendre les analyses mais aussi s’efforcent d’identifier un certain seuil de proposition. Ce qui, dans le cas de ce colloque, a aussi le mérite – peu fréquent – de bénéficier d’intervenants placés dans la perspective d’institutions supranationales, d’institutions nationales et d’expériences territoriales. Trois dynamiques qui doivent abattre certains des murs de séparation qui les touchent beaucoup dans de nombreux pays. Et si je peux conclure sur le thème des « murs », je voudrais souligner un autre aspect comme facteur générateur de nouvelles réponses aux pathologies systémiques susmentionnées de désinformation et d’analphabétisme.

Un mur s’est effectivement effondré ces dernières années. Mais ce n’est pas toujours positif.

C’est celle entre communication institutionnelle et communication politique. Dans une partie de l’Europe, la division, la séparation, reste encore très nette. Également concernant les interventions de l’autorité politique chargée de gérer une institution. Dans une autre partie de l’Europe – et je dois le dire malheureusement – ​​la séparation a cédé. Laisser les administrations accomplir des contre-tâches, mais assumer la politique, celle qui opère au sein des institutions, un large contrôle de toutes les externalisations, rendant ainsi plus difficile la définition claire de ce qu’est un service et de ce qu’est un contenu suggestif (parfois voire propagandiste).

Nous y reviendrons lorsque les citoyens auront une question plus claire et plus motivée à cet égard.

Mais comme le processus de transformation politique suit de longues vagues, nous devons désormais être réalistes. Et dans le réalisme, il y a la centralité des crises liées aux processus de transition affectant tous nos pays et tous nos territoires. La leçon de la pandémie a été énorme à cet égard.

Il faut ouvrir discussions entre la communication institutionnelle (le lien général), la communication d’entreprise (l’économie des processus et la technicité de performance) et de communication sociale (écoute des besoins).

Et j’ajouterais ici quelque chose de bon sens : l’augmentation du dialogue et des opérations entre la communication institutionnelle et le système de services publics de radio et de télévision fonctionnant désormais sous une forme multicanal.

Il suffit de penser à la question qui sera centrale dans le futur monde numérique de la confiance et de l’authenticité, dans un monde où il sera de plus en plus difficile de distinguer le vrai du faux.

Un problème qui touche aussi bien les entreprises médiatiques que les institutions… une société dans laquelle on ne sait pas à qui on peut faire confiance est une société en plein désarroi.

Le passage de la radiodiffusion (un message centralisé et unique distribué au plus grand nombre) à la communication individualisée du futur numérique (autant de messages différents qu’il y a de destinataires) obligera inévitablement les médias numériques publics et les institutions publiques à collaborer toujours plus étroitement, s’ils le font. Je ne veux pas être emporté par une crise générale de crédibilité, quelle qu’en soit la source.

Les tables de discussions existent déjà dans les choses. Mais un peu de procéduralisation, de construction de projets communs, d’initiatives concertées (ici les aspects territoriaux sont bien ancrés dans les études de cas), améliorerait la mutualisation.

Cela signifie dans ces cas la nécessaire chute des murs.

Le jour où Cap Com et le Club de Venise ont voulu étendre ce modèle de raisonnement à la zone du bassin méditerranéen – je ne dis pas cela pour revenir rhétoriquement à l’anecdote avec laquelle j’ai commencé mais je le dis pour finir mettre du contenu dans le vide pneumatique qui existe jusqu’à présent dans la communication en Europe sur la migration – une belle conférence serait prête avec nos amis d’Euromed et de l’ICMPD, avec lesquels le Club s’efforce depuis quelques années de promouvoir ce plan qui les différents pays ont du mal à établir des priorité

Cap Com and Club of Venice – European conference in Strasbourg 22-24 May 2024

ENPublic communication and capacity building in response to:

the manipulation of information in a world of illiteracy

• strengthening the fight against disinformation.

Inaugural speech Stefano Rolando

President of the Venice ClubProfessor of Public and Political Communication at the IULM University of Milan

Authorities, representatives of institutions and associations, dear colleagues and friends,

First of all, I want to express my appreciation for the choice that Cap Com has made – in collaboration with the Club of Venice and in agreement with relevant institutions and bodies in Europe – to hold this meeting in Strasbourg, one of the symbolic cities of united Europe

Thanks to Yves Charmont and Vincenzo Le Voci for considering me useful for this conference opening, both knowing that my philosophy is not that of those who say that we live in the best of all possible worlds. I will try, despite everything, to make hopes prevail over criticism.

Europe is going to the vote soon and we would like to find it at the polls even more united and freed from the shadows, the fears, the withdrawals that have slowed down a process, sometimes opening up another path.

That of the excess of internal protectionism, which hides the greatest danger that European history contains, the danger of nationalism.

I’ll start with a personal anecdote, a fragment that has to do with this discussion.

My first paid job, very young, having been chosen at the beginning of the 70s by someone who did not select with bureaucratic feedback but also trying to grasp the necessary competence threshold but above all the desire to learn to work with a vision, a hope , a reduction in inequalities, was important for my attachment to Europe.

That “someone” was Altiero Spinelli. He was the commissioner for industrial, commercial and technological affairs of Europe. It was 1971. I thought the job was in Brussels. He sent me – the same day I appeared before him – to Algiers. Then there would be the other capitals of the basin. It was in fact a major study – to be conducted with other researchers – on the future of the Mediterranean basin. I was responsible for coordinating the steel industry segment. That experience lasted a year. The approach was not immediate. He was looking ahead ten years later. We had to try to understand what the development needs would be – sector by sector – of all the Mediterranean countries.

Compared to which the great federalist and utopian that Spinelli was did not think of shifting the European trade surplus onto neighboring countries, as was usually done with less wealthy countries. But then he thought that it was necessary to foresee trade corresponding to the actual point of development of those countries.

There were no statistical data. In some cases there wasn’t even anyone able to provide medium-term data. But respect for that method opened many doors. Generous Europe – I tell you the truth – was a shining model. We turned in twelve reports. One per country.

And later the story mixed great hopes and great disappointments.

Now we are back in a crucial year. And perhaps we would like a similar spirit to guide us.

It does not matter which of our countries this spirit belongs to. It matters that it is one of those forward-thinking and courageous figures – because in European politics I am sure that these figures still exist – who must once again excite young people in particular (but also our ruling classes) towards the possibility of directing history not part towards which sometimes inadequate leaders have attempted to direct it. Inadequate were the dictators, the politicians subservient to improper interests, those nostalgic for the balance of a past time, which produced more wars than well-being and justice. But those nailed to tactics and the present were also inadequate

I say this not to be rhetorical. But because I am aware – and I say this as president of the Venice Club which for 38 years has worked in informal terms without taking decisions but creating a more harmonized culture among institutional communication operators – that among the European crises we are going through (environment, inequalities , health, employment, disorientation, migration, competitiveness) there is also that of public communication.

Understood as the sphere of common general interests in which if the internal commitment is divided in two the communicative force is reduced to almost zero.

Between pro-Europeans and sovereignists, between centralists and federalists, between North and South and between East and West, the balance is often found by keeping quiet, working among the experts, maintaining languages that have to do with the regulatory process and not with concrete dialogue with citizens.

All necessary, it will be said. Certain. But ultimately also poisonous for the image of a Europe which – faced with the crises, transformations and even tragedies of the times we live in – can have much more creative and transformative energy to transmit than that which at least in the last fifteen years he knew and was able to transmit.

I place in this impasse the cultural, civil and professional challenge which also concerns the topics that have been chosen to discuss on this occasion.

For years I have measured myself – as an operator and for more recent years as a university professor of the discipline we are talking about – with the immense change generated by the advent of digital processes and with the ambiguities of the relationship between opportunities and risks. These are those ambiguities made evident by the technological option of stressing – in a way unthought for thousands of years previously – the speed, spatiality, depth and complexity of the communicative heritage.

In the last 20 years the entire social body of our countries – including the elderly – has gone from 25% to 85% ability to use digital means.

Our conference includes younger colleagues, certainly more experienced and up-to-date, to whom I willingly leave the floor to enter into media res on these topics.

I would just like to try to inscribe their contributions in the sense of action, which can be within paradigms of pure protection and defense (which, let’s be clear, are neither useless nor illegitimate) or within paradigms that I would define as “beyond ”.

I am referring to those around which Europe could try to measure its new environmental, social and cultural sustainability project. Having still to spend a symbolic and value heritage that counts a lot, even if it is a minority in the planetary balance.

So the two key words of this conference – illiteracy and disinformation – which will then be treated during the day with the realism they require, can still have some brief treatment connected to the perhaps still productive roots of our common identity. It is also connected to the reversal of a communicative deformation.

In fact, I consider it a distortion that the signs, signals, images and words available to all are multiplying but that their real impact on social quality and the quality of life appears discontinuous and non-uniform.

  • Illiteracy, both functional and backward, is a regressive disease that affects the less well-off classes, but also a declining part of the middle class and an uneducated part of social environments that have enriched too quickly. It is the impossibility or refusal to metabolize interpretations, connections between news, explanation of implicit meanings. So as to understand neither languages, nor contexts, nor conceptual elaborations. It forms the biological and psychological architecture of entire social sectors (according to the OECD it reaches over a third of the resident population in some of our countries) and largely influences the political, media and consumer offer. As for politics, part of the offer bends to its stereotypes. Another part favors and cultivates them.
  • Disinformation is one of the processes fueled by this internal nexus between poor demand and tailored supply. But it also has another side. That of voluntary manipulation produced by political, cultural and commercial swindlers and also produced in geopolitical war by apparatuses (in which professional subversives and apparatuses at the service of national and foreign established powers are mixed) which have the objective of broadening social non-cognition of the difference between the true and the false.

I don’t have updated data to establish reliable percentages. But even in this case we are talking about a third of the “news float”, on traditional media and in digital systems, which blinds the eyes of an important part of a population with the aim of building behaviors of manipulated consensus.

Normally political science indicates that if one third of the relationship between supply and demand is placed in the middle of another two thirds polarized on opposing certainties, as is normally the case in especially bipolar democracies this apparent minority leans on one side or the other, altering both the quality of bipolarism is the certainty of representation.

In short, the danger is immense. And yet for a not insignificant part of the decision-making systems this transformation also becomes “a risk to run” for the commercial, electoral and reputational enrichments that it helps to create. The conditions of war alter and expand these phenomena in an unthinkable way. So much so that polemologists and mass media experts have now written that information has become one of the main weapons in today’s widespread conflicts. Two of which – enormous – at the gates of united Europe.

However, in relation to this perception of danger, we must recognize that Europe is neither stopped nor passive. I’m talking about how some recent developments have put in place adequate perceptions and measures.

I am referring both to the subject of artificial intelligence and to transparency measures in the governance of the media system.

In the last months of the European legislature which is about to end, the European institutions have managed to close two important legislative measures that aim at the future and look far into the future. Both have the form of regulations, rather than directives, in order to leave the door open for ongoing implementations and to avoid divergences in interpretation from country to country.

  • Let’s start with the EMFA – European Media Freedom Act, which supersedes the well-known Amsterdam Protocol, which left the regulation of TV (and the press) to the sole discretion of individual governments. With this new regulation, the minimum principles of media independence and non-interference of governments are affirmed, starting from the principle that every European citizen has the right – in whatever country of the Union he resides in – to access non-manipulated, independent and quality.
  • The second instead is the so-called “A.I. act”, a regulation that establishes guidelines to establish what can and cannot be done with artificial intelligence in European Union countries. It is the world’s first attempt to regulate something that is destined to revolutionize the way we live, work and even think. The impact of which on communication is still unimaginable, but it will still be profound and destined to revolutionize all sectors: from production to distribution and reception.

Here ends my mini-sociology of manipulation – completely insufficient, it goes without saying – which nevertheless forces a conference like ours to also imagine that the skills and values of the operators who are part of it can constitute a partial answer.

An interdictive, revealing, preventive, nurturing response.

I have dedicated most of my years of teaching public communication to trying to support this thesis by formulating three ethical paradigms which I would like to summarize here, towards the conclusion.

  • The first concerns the laws regulating the discipline and the profession.

Some countries have regulations, some have no regulations. Those who believe in Europe – knowing full well that those who believe less in it consider this matter a jealous reserve for national treatment, thus failing to comply with the principle according to which a European citizen must be treated in the same way from Helsinki to Syracuse – hopes today that at least one framework legislation (i.e. that which concerns general purposes, ethical principles of processing, definition of social purposes, training rules) Europe should be able to produce it (I warn that the same Venice Club which was born as an expression of dialogue between exponents nationals and representatives of European institutions, recently extended to experts and scholars, has not yet found a way to truly discuss this point).

In any case, in this first paradigm it is necessary to take into consideration that when Italy produced its sector law between 1994 and 2000, there was the common sense of imagining it as a connecting law between the executive and the legislature, therefore as bipartisan legislation. Otherwise, every elaboration or every reform would be put in the hands of a partisan perspective.

  • The second concerns – in the hierarchy of reasons that support the importance of the discipline and the profession – the conviction of the person speaking to you that the company name must be more relevant than both the technological one and that of the right of a government to illustrate its operated. Therefore, by creating evaluation mechanisms in which the fight against ignorance of the laws, or ignorance of the main collective processes, is given first place in investments (budget, professional skills, assigned objectives). But also the obligation of social support in the use of any public service, in order to prevent the marginalization of the most disadvantaged.
  • The third concerns the complexity of what I have called “the government of explanation” which has its applied levels distinguished by areas (scientific communication, civic communication, regulatory communication, communication linked to transparency and access, etc.).
  • The fourth concerns the removal from the exclusivity of the military spheres (which also must manage their naturally assigned part) of the tasks of combating the manipulation and alteration of information processes, with new cahier de charge for public radio and television services and also for operating entities in digital with the possibility of conveniently conforming to certain treatment disciplines). Therefore, with tasks largely attributed to areas of civil institutions, obviously in connection between European, national and territorial areas).
  • The fifth concerns the European adaptation and uniformity of evaluation processes which for all the ongoing transformations must not be influenced by the government’s minimization of the role nor by the risk that is not remote today of ending up in the sphere of influence of digitalisation multinationals.
  • The sixth concerns the relationship between the recent European measures I mentioned and this specific theme of the evolution of public communication

Let’s take A.I. act, whose implementation will soon have to intervene on very delicate issues of communication such as, for example, the obligation (or not) to communicate if the information is provided by a journalist/communicator or if it was produced by artificial intelligence; Who is responsible in the event of damage caused by information provided by the AI? (of the publisher who publishes the information, of the journalist/communicator who has not verified, of the software manufacturer, etc.).

Even in this case I prefer to limit myself to these simple notes.

Who simply want to refer to the program of the discussions that follow, so that the speakers help to understand the analyzes but also to strive to identify a certain threshold of proposal.

Which, in the case of this conference, also has the merit – not very frequent – of benefiting from speakers placed within the perspective of supranational institutions, national institutions and territorial experiences. Three dynamics that need to break down some of the walls of separation that affect them a lot in many countries.

And if I can conclude on the subject of “walls”, I would like to point out another aspect as a factor generating new responses to the aforementioned systemic pathologies of misinformation and illiteracy.

A wall has actually broken down in recent years. But this is not always a positive thing. It is the one between institutional communication and political communication. In one part of Europe the division, the separation, still remains quite clear. Also regarding the interventions of the political authority responsible for managing an institution. In another part of Europe – and I must say unfortunately – the separation has given way. Leaving the administrations to carry out counter tasks, but taking over the politics, the one operating within the institutions, a broad control of all the externalizations, thus making it more difficult to clearly outline what is a service and what is a suggestive content (sometimes even propagandistic) .

We will go back when citizens have a clearer and more motivated question in this regard.

But since the process of political transformation follows long waves, we now need to be realistic.

And in realism there is the centrality of the crises connected to transition processes affecting all our countries and all our territories. The lesson of the pandemic was enormous in this regard.

Crises that need more subsidiarity, with respect to the tasks of public communication understood as institutional. In my opinion, where it is possible and how it is possible – but the nature of the crisis naturally pushes towards this perspective – discussions must be opened between institutional communication (the general connection), business communication (the economics of processes and the technical nature of performance) and social communication (listening to needs).

And I would also add something common sense here: the increase in dialogue and operations between institutional communication and the system of public radio and television services now operating in a multi-channel form.

Just think of the issue that will be central in the future digital world of trust and authenticity, in a world in which distinguishing true from false will be increasingly difficult. A problem that affects both media companies and institutions… a society in which you don’t know who you can trust is a society in disarray. The transition from broadcasting (a centralized and single message distributed to many) to the individualized communication of the digital future (as many different messages as there are recipients) will inevitably force public digital media and public institutions to collaborate ever more closely, if they do not want to be swept away by a general crisis of credibility of any source.

Tables already exist in things. But a bit of proceduralisation, of construction of common projects, of agreed initiatives (here the territorial aspects are appropriately anchored to the case studies), would improve mutualisation. Meaning in these cases the necessary fall of walls.

The day in which Cap Com and the Club of Venice wanted to extend this model of reasoning to the area of the Mediterranean basin – I don’t say this to return rhetorically to the anecdote with which I began but I say it to finally put content into the pneumatic vacuum that exists ‘has been so far in communication in Europe on migration – a nice conference would be ready together with our friends from Euromed and ICMPD, with which the Club has been striving for some years to promote that plan that individual countries struggle to prioritize.

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