Podcast 97 – Il Mondo Nuovo – 1° giugno 2024 -Cda Rai. Una questione costituzionale ed europea di indipendenza.

Stefano Rolando

Versione audio https://www.ilmondonuovo.club/cda-rai/

Una piccola premessa. Ogni tanto – in questi miei commenti audio settimanali – mi imbatto in questioni in cui, in qualche modo, sono un po’  riguardato.

Di solito questa è una ragione per valutare prima se non sia il caso di lasciar correre circa il farne un commento pubblico. Ci si perde un po’ di “informazione da dentro” ma ci si guadagna, diciamo, l’indipendenza della rubrica e anche la mia pressione, che tende a correre in su.

Questa volta ho superato il test, decidendo di parlarne.

Ed è la seconda volta su questo giornale perché, quando Guido Barlozzetti mi ha proposto (per un intervento scritto, non qui tra i podcast) di rispondere a qualche domanda sui punti di incrocio tra la mia candidatura depositata in Parlamento per il rinnovo del cda della Rai e il ricorso guidato da alcuni giuristi (che fanno capo al prof. Roberto Zaccaria) sullo scandalo del Parlamento stesso che finora ha scelto i nominativi previsti dalla legge senza neanche esaminare le candidature ricevute, beh, su quell’incrocio ho detto la mia che si ritrova ancora sulle pagine del Mondo Nuovo (titolo CdA Rai e dintorni, https://stefanorolando.it/?p=9242).

La questione – al di là del risvolto personale – sta però camminando. E mette in rilievo temi veramente di interesse generale. E per questo ritengo, in un certo senso doveroso raccontare in breve questo caso – chiamiamolo politico-giuridico –  e, prescindendo dalle idee sui risvolti personali, provare a fare un po’ di ordine su una faccenda che, per chi la volesse capire dalle sole carte, non è così semplice.

Parliamo della governance della Rai.

Che da quando esiste l’azienda si è tirata addosso sempre tuoni e fulmini, come sono le realtà “contese”.

Quelle per cui va tutto bene se uno comanda, va tutto male se uno rimane fuori dalla porta.

Attraversando tante epoche, la Rai – a cui lo Stato concede la condizione di “servizio pubblico” con un vero e proprio contratto di missione e che si alimenta per questo con un canone di abbonamento sostenuto dai cittadini potendo tuttavia anche acquisire risorse pubblicitarie (entro un certo tetto) perché non tutto il suo prodotto è concepibile come “servizio” – ha sempre avuto il problema (che appartiene per sua natura al concetto di collocarsi nelle regole della democrazia) di avere un gruppo dirigente – almeno consiglieri di amministrazione e direttore generale (lì si dovrebbe fermare la cosa, ma finisce poi per non fermarsi lì) – espressione del sistema politico eletto dal popolo e quindi rappresentato in Parlamento.

Non era così dal dopoguerra a metà degli anni ’70, dato che il vero controllo era esercitato dal quadro di governo. Negli anni ’70, insieme a tante turbolenze del periodo, dopo gli scossoni del ’68, ma anche nelle tensioni  correnti (terrorismo e trasformazione economica) che mettevano a prova le istituzioni, la Corte Costituzionale pronunciò nel 1974 una famosa sentenza che chiariva che la governance “politica” dell’azienda doveva essere espressa (maggioranze e minoranze) dal Parlamento (sentenza n. 225). Con un diritto governativo (attraverso l’ente pubblico di appartenenza, che era l’IRI) di esprimere la guida tecnica cioè la direzione generale. Su quell’onda d’urto nel 1975 passò una legge di riforma della Rai che consolidava il principio di dipendenza parlamentare, confermava il pluralismo delle reti, anzi prevedendo una terza rete attenta al decentramento territoriale e molte altre cose.

Dico per inciso che fu nel quadro di avviamento di quella riforma che approdai in Rai nel 1977 – azienda che mi formò come dirigente, in cui fui assistente di due presidenti come Paolo Grassi e Sergio Zavoli, e che poi per tre anni mi distaccò come direttore generale all’Istituto Luce, con il compito di rilanciare produttivamente quella azienda di Stato del cinema e di altre produzioni audiovisive che era in declino, trovando anche il modo di creare condizioni di collaborazione tra cinema e televisione.

Otto anni di mio grande apprendimento. Poi fui chiamato a lavorare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e di Rai mi occupai soprattutto per la gestione delle convenzioni tra lo Stato e l’azienda e per questioni di orientamento del concetto di “servizio pubblico”.

L’assetto citato della governance – pregi e difetti, ovviamente – durò a lungo (con la vigilanza di una Commissione parlamentare bicamerale) finché il governo presieduto da Matteo Renzi, lo modificò. Con la riforma del 1975,   6 membri erano eletti dal governo e 10 dalla Commissione parlamentare di vigilanza. Poi questa sagomatura cambiò attraverso vari provvedimenti. Ma nel 2015 si produce il ribaltone: quattro membri del CdA nominati da Camera e Senato, due dal Governo (tramite il Ministero del Tesoro, poi dell’Economia,  quale azionista), e uno dall’assemblea dei dipendenti.

Nella riforma del 1975 era previsto che il Cda stesso nominasse il proprio presidente scegliendolo tra i suoi membri, norma presente anche nella riforma del 1993. Era inoltre previsto che il Cda nominasse un direttore generale. La riforma del 2015 ha sostituito la figura del direttore generale con quella dell’amministratore delegato.

Questa riforma, in sostanza, ha spostato il perno della governance sotto l’egida del Governo.

Vulnus costituzionale, si è detto. Nel senso che è stata  contraddetta l’originaria sentenza della Corte (fatta con interpretazione aggiornata dell’art. 21 della Costituzione). Per anni molte proteste ma nessun vero atto politico parlamentare di ulteriore modifica.  

Evidentemente le forze al governo hanno pensato di  averne un beneficio politico subito. Quelle all’opposizione hanno pensato di avere  quel beneficio in caso di cambio di maggioranza. Come si è visto, accusandosi reciprocamente di invasione politica della Rai, a turno.

E così che la Rai ha subito nell’ultimo decennio un ampliamento di negativa influenza politica ben al di là del solo organo di amministrazione. Influenza che è scesa un po’ su tutto (non che prima ci fosse un coro angelico di cherubini, eh…). Si sono prodotti sbandamenti, stratificazioni di raccomandati, perdita di strategie a medio e lungo termine, eccetera. Proprio nel periodo di maggiore trasformazione di sistema in epoca digitale e di globalizzazione dei processi mediatici.

La prova dell’attitudine del Parlamento a dare esecuzione alla riforma si è avuta nel 2018.

Un centinaio di cittadini molti dei quali con esperienze, competenze e curricula adeguati avevano presentato domanda alla Camera e al Senato. Ma siccome l’accordo tra i partiti – tra quelli al Governo e quelli in Parlamento – era concepito in modo rigido e soprattutto fiduciario, quel che contava era che la spartizione dei sei posti di comando in CdA non sfuggisse dallo stretto controllo del negoziato.

Esito: le buste neanche aperte. Non fu formata una commissione di valutazione. Non fu dato un punteggio alle competenze. Non fu fatta una short list per chiamare in audizione i più meritevoli. Niente di niente. Eppure, il bando era stato fatto intitolando “Selezione dei candidati…” eccetera eccetera.

Mi si permetta di ricordare en passant che tra coloro che si espressero pubblicamente con disagio e dissenso per questa prassi ci fui anch’io – che avevo posto, per sfida procedurale, la mia candidatura da indipendente – e se ricordo bene anche il prof. Zagrebelsky, non il costituzionalista (che era il fratello) ma Vladimiro Zagrebelsky, magistrato e anche lui costituzionalista. Figuriamoci i più. Spallucce.

In questi anni alcune associazioni professionali o di indirizzo civico, più alcune (anche se poche) voci anche all’interno dei partiti,  hanno posto il problema di rivedere forme e contenuti della questione della governance della Rai.

Un ente che sta nella democrazia che non è fatta solo di partiti politici, ma di tante realtà che potrebbero concorrere in modo plurale e positivo alla gestione di una realtà culturale così complessa.

Ma anche qui, diciamo, dibattito per addetti ai lavori.

Nei partiti, salvo tentativi individuali di esponenti sensibili, non si è ritenuto di mettere la questione all’odg.

Come accade spesso, è stata l’Europa a prendere posizione.

Non solo per l’Italia, ma per tutti i paesi europei membri. E non solo per ragioni di principio ma perché la competitività globale anche in campo mediatico è problema di primissimo piano politico ed economico. E dipende dall’uso di criteri moderni circa i saperi e i metodi necessari per mandare avanti enti di quella natura.

Ed ecco che a valle di un percorso serio compiuto dalle istituzioni europee, il 13 marzo del 2024 il Parlamento europeo vota il via libera – oltre all’atto di regolamentazione dell’Intelligenza artificiale –all’ European Media Freedom Act (EMFA). Insieme a tante cose previste da questa norma – che entra in forma automatica nella legislazione dei paesi membri, pur assegnando un lasso di tempo per dare adattamento attuativo a tutto ciò che è stabilito – circa ciò di cui stiamo parlando – la nuova regola europea (lo dico con  le parole di un articolo di ieri di Stefano Balassone) “alla lottizzazione, subentra la indipendenza e la responsabilità di impresa”. Chiarendo, tra l’altro bene, le procedure trasparenti di selezione.

In sostanza, no alla dipendenza dei servizi pubblici informativi dai governi. Oltre a regole di autonomia finanziaria dal ricatto politico.

Qui lasciatemi fare una chiosa – per usare una parola grossa – “politologica”.

Non vorrei che si pensasse che questo ragionamento è fatto per una sorta di pregiudizio favorevole al “parlamentarismo”, rispetto alla necessità di “governare” i nostri Paesi.

La linea costituzionale della nostra democrazia è di tipo parlamentare, ci dobbiamo fare i conti, perché ha avuto il suo perché nella storia italiana. E ora non siamo così sciocchi da non capire che il Parlamento che ora abbiamo non è quello dei tempi di Cavour. Ma nemmeno il Governo che ora abbiamo è quello dei tempi di Cavour. Quindi per evitare giochi di parole e poche convergenze, qui conta che sia stata l’Europa nel suo complesso a giudicare negativo – per gli interessi comuni oggi – mettere i media di servizio pubblico sotto il tallone dei governi. Di qualunque genere, come sono quelli europei: sinistra, centro e destra.

Accettiamo quindi il punto di convergenza che l’Europa ha trovato su un terreno in cui non basta parlare di politica come si fa al bar. Contano i dati del rapporto strutturale tra qualità dell’informazione, qualità dell’innovazione e qualità sociale attorno a cui la riflessione europea è stata lunga e ha preso, alla fine,  una strada condivisa.  E soprattutto consideriamo al centro della visione europea il tema della reale indipendenza dei servizi pubblici e delle varie autorità di controllo. Problema generale su cui l’Italia deve dimostrare di essere ben allineata.

E torniamo a noi. Chi segue da vicino la trasformazione regolamentativa che l’Europa sviluppa – a volte senza chiasso e a volte anche (e purtroppo si capisce perché) con poca comunicazione – è apparso subito evidente il rapido necessario processo rifondativo della stessa Rai, non solo circa la governance, ma anche per molte altre regole di adeguato andamento. Ma la scadenza del mandato del consiglio di amministrazione vigente, in un periodo di particolari turbolenze (gestionali, artistiche, culturali, finanziarie) della Rai, ha messo in calendario il famoso “bando di selezione” di cui si è detto prima. Scadenza il 20 aprile.

Una settantina di candidati, alcuni dei quali in forma avulsa da questi nuovi venti;  altri credo in forma per lo meno percettiva. Parlo almeno per me, che ho avuto il sostegno alla candidatura dalla associazione che presiedo, cioè Infocivica, fondata nel 2000 da Jader Jacobelli e dall’europeista Bino Olivi per tenere legami stretti tra sviluppi italiani ed europei in campo mediatico e comunicativo. E più di una associazione ha percepito le stesse novità.

Così che grazie alla sensibilità di un ex-presidente della Rai – e professore di diritto costituzionale – come Roberto Zaccaria e con lui alcuni giuristi esperti e competenti, si è colta la situazione per agire preventivamente immaginando le opportunità di sistema che potevano profilarsi.

È stato dato incarico a un valente legale, l’avvocato Giovanni Pravisani di Firenze, di imbastire un ricorso cautelare (che vuol dire mosso prima che avvenga il “crimine”, permettetemi la semplificazione) all’unico organo possibile, il Tar del Lazio. Non essendo possibile adire in questa forma la Corte Costituzionale, ma potendosi innescare un processo teso a finire appunto alla Corte Costituzionale e, nelle vie intermedie, al Consiglio di Stato.

Un ricorso chiede “ricorrenti”, cioè aventi diritto a ricorrere, che riconoscono che la partita trascende le loro persone ma, ove inneschi  una svolta legittimata può aiutare in un delicato e necessario quadro di riforme.

È stato quindi il caso mio e dei colleghi Nino Rizzo Nervo, Patrizio Rossano e Giulio Vigevani, ciascuno sostenuto da associazioni professionali a cui ho fatto riferimento, che hanno presentato argomentazioni in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, introdotta da Roberto Zaccaria, il 2 maggio scorso. Informando, cioè, dell’avvenuto ricorso al Tribunale regionale amministrativo del Lazio.

Anche se è difficile fare breccia nei media e nell’opinione pubblica quando le questioni non presentano un morto ammazzato, la rapina del secolo, la clamorosa corruzione o la sconfitta della nazionale di calcio, tuttavia si è allargata l’attenzione e si è  creata una rete interessata al percorso che si stava aprendo.

Ho avuto l’onore di una conversazione con il prof. Enzo Cheli, già vicepresidente della Corte costituzionale, già presidente dell’Agicom, già membro del cda della Rai e giurista insigne a Firenze, che ha consolidato molte argomentazioni, basi di appoggio e visione del tema.

Intanto voci importanti sono entrate in campo per introdurre l’altro argomento, quello del senso “politico” di nomine parlamentari, certamente fatte dal Parlamento, che però non devono scegliere solo tra i fiduciari dei partiti ma dentro il pluralismo anche civico delle candidature presentate.

Argomento, questo,  di etica pubblica non da poco in questo periodo di astensione al 50% in Italia.

Tutti in attesa, dunque, della ordinanza del TAR prevista per fine maggio. Temendo alcuni un giudizio di infondatezza (causa la delicatezza di doversi pronunciare su procedure parlamentari), altri  una indisponibilità di merito, altri anche più fiduciosi, quando le cause partono da argomenti ben trattati e saggiamente esposti.

E così è arrivata l’ordinanza. Datata 30 maggio.

  • Che non rigetta il ricorso per infondatezza.
  • Che non fa mistero di segnalare l’importanza della questione sollevata.
  • Che prende un po’ di tempo per aggiornare il suo stesso punto di vista nel merito, fissando ad ottobre l’udienza.

Apprezzamento e qualche preoccupazione di avvocati e giuristi perché, dopo le elezioni europee il nostro Parlamento certamente  potrebbe prendere atto di tutto questo e compiere scelte di responsabilità, anche verso la forma dell’Italia di trattare norme così rilevanti messe in campo dall’Europa, proprio nel momento in cui i paesi membri della UE devono misurarsi sulle loro nomine e i loro assetti a Bruxelles.

Oppure – e non sarebbe la prima volta – i capigruppo in Parlamento potrebbero mettersi una benda sugli occhi e tirar dritto sui miopi interessi di una procedura e una finalità, che poi finirebbero per trasformare in illegittimo l’organo nominato in barba a tutto ciò che qui si è detto.

Questa è la ragione per cui avverto la doverosità di una certa divulgazione su fatti e antefatti, auspicando una iniziativa pubblica  di esperti a breve, perché solo con forme di controllo sociale le istituzioni in qualunque democrazia ci mettono più sforzo ad esaminare le cose, quando ci sono interessi in gioco. Ma  – e questo è il caso – qui ci sono anche interessi superiori tanto che la parola “indipendenza” va dimostrata.

Auguri a tutti per il 2 giugno, festa di una Repubblica che è larga allusione a cose di cui anche qui sé parlato.

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